venerdì 23 febbraio 2018

Cultura - Il personaggio horror: Charles Manson

23 febbraio '18 - venerdì                    visione post - 99

(da la Repubblica - 21 / 11 / '17 - di Vittorio Zucconi)
Lo chiamarono  "Satana", ma Charles Manson  era
soltanto un demente, colui che chiuse nel sangue il 
decennio del sangue, gli anni '60 in America. Con la
mattanza di sette innocenti, più  il feto  di otto mesi
che la stupenda attrice Sharon Tate portava nel ven-
tre, sbudellati  in un'orgia di atrocità  consumata in
due notti d'agosto dalle sue erinni strafatte e dai suoi
seguaci, questo ometto di appena un metro e cinquan-
ta, figlio di nessuno e assassino di molti segnò un tem-
po che aveva sognato  nei fiori  e  si sarebbe suicidato 
nella violenza. L'atto  finale  di  una  lunga  tragedia 
americana, aperta  dall'assassinio  di  Kennedy   nel 
1963, continuata negli omicidi di Martin Luther King 
e di Malcolm X, trasportata fino ai campi della morte
indocinesi dove  58mila  giovani soldati  e milioni di  
vietnamiti sarebbero morti non avrebbe potuto che 
andare in scena nel mondo dello show business, del
cinema, della musica, dell'immaginazione, fra Hol-
lywood e l'Oceano Pacifico, a Beverly Hills.
Tutto, nel film dell'orrore che Manson  e la sua "fa-
miglia", come lui definiva  l'accozzaglia  di sbanda-
ti, di scappate di casa, di profughi  della Grande Il-
lusione Hippy, dei fiori e dell'acido, parla il linguag-
gio del cinema, l'eterna, feroce musa che attira ver-
so quelle colline attorno a Los Angeles tutto ciò ro-
tola verso l'Ovest.  Il ranch dove aveva raccolto  le
sue schiave  e  i suoi  pochi zombie  maschi era un 
set di film  Western abbandonato, appartenente a 
un ottantenne, George Spahn, che aveva accettato 
di ospitare Manson  e  i suoi seguaci  in cambio di 
un pò di manutenzione dei ruderi e di cura dei ca-
valli affittati ai rari visitatori.    E di qualche servi-
zietto delle ragazze che il Guru maligno metteva a 
sua disposizione.   Come  Lynette Fromme, che si 
era guadagnata  il nomignolo di "Squeaky",   per-
chè squittiva ogni volta che il vecchio le pizzicava
le cosce.  Nel 1975 sarebbe divenuta  celebre  per 
avere sparato, senza colpirlo,  al  presidente  Ge-
rald Ford, conquistandosi il carcere dove ancora
oggi vegeta.

Charles Manson nel 2014
Il cinema era naturalmente il mondo dove
Sharon Tate, l'incantevole moglie del regi-
sta Roman Polanski  e attrice di non ecce-
zionale talento, viveva, in quella villa di Bel
Air, il meglio di Beverly Hills, ed era la sera
del 9 agosto 1969  quando  le  tre  ragazze e
l'uomo incaricati  da Manson di compiere il
massacro rituale dei "Pigs", dei porci, la tro-
varono, insieme  con  un parrucchiere  delle
dive, uno sceneggiatore amico di Polanski e
la moglie, una ricchissima ereditiera  e  il fi-
glio del giaediniere, un ragazzo  di  18  anni 
che  stava lasciando  la casa.   Polanski  era 
lontano, in Europa, per promuovere  il suo 
film più celebre  "Rosemary's Baby"  e  la 
mattanza fu facile per quei quattro cavalie-
ri di morte. con la  "calibro 22"  che   sarà
trovata  giorni dopo, con i coltelli, uno dei 
quali sarebbe stato recuperato  dagli  inve
stigatori, infierendo sui vivi  e  sui loro ca-
daveri, torturandoli, sventrando Sharon e
la sua creatura. La Tate, che si era offerta
come ostaggio  per salvare la vita degli al-
tri, morì sotto quindici coltellate, mormo-
rando "Mother... mother...". Il suo sangue
fu usato per scrivere "Pig", maiale, sulla
porta di casa  per lasciare   "un segno da 
streghe", come Manson aveva ordinato.
Era la realizzazione  di quel progetto di 
"Helter Skelter",  di caos,  che  Charles 
Manson diceva  di avere scoperto  nelle  
liriche, nei suoni violenti,  nel rock inu-
suale  del pezzo  che  Paul  McCartney 
aveva scritto per i Beatles, perchè anche 
la musica, come il cinema,  avvolgevano
la sua follia. Aveva conosciuto, frequen-
tato e inciso con il batterista degli allora
adorati Beach Boys, Dennis Wilson, per 
il quale aveva scritto un pezzo, "Non di-
simparare mai ad amare", ma il suo pro-
getto politico era scatenare la guerra dei
bianchi contro i neri, di eliminare  i  più
deboli per meglio distruggere gli afro a-
mericani, nel segno del suo neonazismo
che avrebbe inciso  con  la punta  di un 
coltello sulla fronte, nel segno della sva-
stica.  
Nel bis offerto la sera successiva, il 10
agosto, di nuovo la strana allusione al
cinema sarebbe tornata, in una coinci-
denza che avrebbe più tardi solleticato
l'immancabile "complottismo" genera-
to da ogni delitto sensazionale. 

Lucianone

sabato 17 febbraio 2018

SCRITTORI / Dan Brown - Il libro: "ORIGIN"

18 febbraio '18 - sabato                        visione post - 86

Il Codice Guggenheim
Quale mistero porta Robert Langdon a Bilbao?
Così inizia il nuovo romanzo di 
Dan Brown, "Origin" -
_______________________

IL professor Langdom sollevò lo sguardo verso il cane
alto una quindicina di metri seduto nella piazza. Il pe-
lo dell'animale  era un tappeto vivente  d'erba  e  fiori
profumati.
"Io ce la sto mettendo tutta per trovarti bello" pensò. 
"Ci sto davvero provando".
Osservò  la creatura  ancora per qualche istante, poi
proseguì lungo una passerella sospesa e scese una 
larga rampa di scalini  la cui  superficie discontinua 
aveva lo scopo  di costringere il visitatore  ad altera-
re il ritmo dell'andatura. "E ci riesce benissimo" de-
cise Langdom, rischiando di cadere per ben due vol-
te sui gradini irregolari.
Arrivato  in fondo  alla scalinata, si fermò di botto, 
fissando l'enorme oggetto che incombeva minaccio-
so più avanti.
"Ora posso dire di averle viste proprio tutte".
Davanti a lui  si ergeva  un ragno gigantesco, una
vedova nera, le cui sottili zampe di ferro  sostene-
vano un corpo tondeggiante a un'altezza di alme-
no dieci metri.  Sotto l'addome del ragno era so-
speso un sacco ovigero di rete metallica pieno di
sfere di vetro.
"Si chiama Maman" disse una voce.
Langdon abbassò lo sguardo e vide un uomo snello
in piedi sotto il ragno.  Indossava  uno sherwani  di
broccato nero e sfoggiava  un paio di baffi arriccia-
ti alla Salvador Dalì al limite del ridicolo.
"Mi chiamo Fernando" proseguì l'uomo " e sono
qui per darle  il benvenuto  al museo".  Esaminò 
una serie  di targhette di riconoscimento posate
sul tavolo davanti a lui.   "Posso avere il suo no-
me per favore?".
"Certamente. Robert Langdon".
L'uomo alzò lo sguardo di scatto. "Ah, mi scusi!
Non l'avevo riconosciuta, signore!".
"Faccio fatica a riconoscermi io" pensò Langdon,
avanzando impacciato in frac nero con farfallino
e gilet bianchi. "Sembro un Whiffenpool". Il clas-
sico frac di Langdon aveva quasi trent'anni e risa-
liva ai tempi in cui lui era  membro dell'Ivy Club
di Princeton ma, grazie al costante regime di nuo-
tate quotidiane, gli andava ancora alla perfezione.
Nella fretta  di fare i bagagli, aveva preso il porta-
biti sbagliato dall'armadio, lasciando  a  casa   lo 
smoking che indossava di solito in quelle occasio-
ni.
"L'invito diceva 'bianco e nero'. Spero che il frac 
sia adatto". L'uomo gli si avvicinò a passi svelti e 
gli appiccicò una targhetta con il nome sul risvol-
to della giacca. "E' un onore conoscerla, signore"
aggiunse. "Sicuramente sarà già stato da noi?".
Langdon osservò da sotto le zampe del ragno l'e-
dificio scintillante davanti a loro.  "In realtà mi 
vergogno a dirlo, ma non ci sono mai stato".
"No!". L'uomo finse di cadere all'indietro. 
"Non è un amante dell'arte moderna?".
Langdon aveva sempre apprezzato la sfida dell'arte
moderna... in particolare  gli piaceva cercare di ca-
pire il motivo per cui determinate opere erano con-
siderate dei capolavori: i quadri di Jackson Pollock
realizzati  con la tecnica  del dripping, i barattoli di 
zuppa Campbell  di Andy Warhol, i semplici rettan-
goli di colore di Mark Rothko.  Detto questo, Lang-
don si sentiva molto più a proprio agio a discutere
del simbolismo religioso di Kieronymus Bosch o del-
le pennellate di Francisco Goya.
"Ho gusti più classici" rispose. "Me la cavo meglio
con da Vinci che con de Kooning". 
"Ma da Vinci e de Kooning sono così simili!".
Langdon sorrise, paziente. "Allora è evidente che ho 
parecchio da imparare su de Kooning".
"Bè, è nel posto giusto!". L'uomo indicò con il brac-
cio l'enorme edificio.  "In questo  museo  troverà la
miglior collezione d'arte moderna sulla terra! Spero
se la goda".
"E' quello che intendo fare" rispose Langdon. "Vor-
rei solo sapere perchè mi trovo qui".
"Lei come tutti gli altri!". L'uomo si fece una bella ri-
sata scuotendo la testa. "Il suo ospite è stato molto mi-
sterioro sullo scopo dell'evento di questa sera. Neppu-
re il personale del museo  sa cosa succederà.  Il miste-
ro è metà del divertimento...   Girano un sacco di voci!
Ci sono centinaia di ospiti dentro, molte facce famose,
e nessuno ha la minima idea di cosa ci aspetti stasera!".
Langdon sorrise divertito.  Poche  persone  al mondo 
avrebbero avuto la sfrontatezza di spedire degli inviti
all'ultimo minuto dicendo in sostanza: "Presentati qui 
sabato sera. Fidati di me". E  ancora meno  sarebbero 
riuscite a convincere centinaia di VIP a mollare tutto...

Lucianone

sabato 25 febbraio 2017

Musica / Jazz - La fucina del grande Miles Davis, attraverso rari bootleg

25 febbraio 2017                           visione post - 140

BOOTLEG - 
Pubblicate rare registrazioni in studio
del grande trombettista: non versioni compiute 
e poi scartate di brani celebri, ma le conversazioni
con gli altri strumentisti, le indicazioni, frammenti.
Uno sforzo filologico prezioso che svela un metodo. 

(Da LA LETTURA, Corriere della Sera - 24 dicembre
2016 - di Claudio Sessa)
"Suonala così..."
IL 24 ottobre 1966 Miles Davis stava provando con il
suo contrabbassista  un nuovo brano, Freedom Jazz
Dance. "Suonale in glissando, fai tutto in glissando", 
gli dice con la sua caratteristica voce roca (leggenda 
vuole che se la fosse rovinata litigando subito dopo
un'operazione alle corde vocali). Ron Carter ci prova.
"No, non devi glissare tutto". "Ma mi hai detto di farlo
tutto. Non so su che note farlo".  "Bè, prova con metà 
delle note... no, dài, così è troppo scontato".  E' l'inizio
del box Freedom Jazz Dance, quinto volume dei cosid-
detti "Bootleg Series" Columbia/Legacy che mettono 
ordine con rigore filologico   nell'enorme  produzione 
del grande trombettista.
Un bootleg, nel gergo degli appassionati di musica, è 
un disco registrato  dal vivo  senza autorizzazione; i
concerti di Davis, popolarissimo  fin dagli anni Cin-
quanta presso un pubblico stilisticamente trasversa-
le, sono stati riprodotti a centinaia e da qualche an-
no vengono "ufficializzati" nelle migliori condizioni
tecniche possibili. I precedenti volumi avevano recu-
perato concerti del 1967, del 1969, del 1970 e (con il
quarto) l'intera serie di esibizioni del trombettista al
festival di Newport, fra il 1955 e il 1975. Ma non van-
no dimenticati altri recuperi "filologici", come The 
Complete Live At The Plugged Nickel 1965 (8cd), The
Cellar Door Sessions 1970 (6 cd), o il monumentale
The Complete Miles Davis at Montreux (20 cd, l'uni-
co pubblicato dalla Wea).
Ciò che rende unica  l'ultima uscita  è il fatto che, con-
traddicendo l'idea di bootleg, nei 3 cd di Freedom Jazz
Band si ascolta il quintetto di Davis in studio d'incisio-
ne. 
Anche qui non ci sarebbe nulla di nuovo. Da anni, nel
mondo del jazz, dagli archivi  escono  preziosi reperti 
inediti, che illuminano  di  nuova  luce  le  concezioni 
estetiche di grandi artisti. Ma in questo caso vengono 
pubblicati i nastri completi di alcune sedute celebri,
in particolare quelle che diedero vita a Miles Smiles:
uno dei dischi più riusciti del trombettista, anche per-
chè  guidava  un  quintetto  d'eccezione, con Wayne 
Shorter al sax tenore, Herbie Hancock al pianoforte,
Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla bat-
teria, ovvero alcuni fra i maggiori capiscuola degli
 ultimi cinquant'anni.

















L'ascoltatore entra dunque nel privatissimo mondo
delle prove d'autore: un brano - che spesso fino a po-
chi minuti prima gli esecutori nemmeno conoscevano
- viene tentato, a volte per poche note, quindi nasce
una discussione su come affrontarlo, e poi si riprova,
magari una decina di volte.  Noioso?  No, quando si
riesce a seguire  l'esplosione  del carisma  di Miles;
quando si coglie il clima di complicità fra i cinque;
quando si percepisce la malleabilità nel pensiero di
ciascuno, soprattutto nella sezione ritmica, che da
un frammento all'altro cambia spesso radicalmente 
il flusso sonoro che sostiene il brano.   Quindi ci si
sporge oltre il tema, nell'invenzione di assoli spesso
interrotti dopo poche battute: Davis voleva conser-
vare la spontaneità dell'invenzione per la versione
definitiva (quella conosciuta da cinquant'anni),
che spesso era l'unica completa.
Si comprende dunque l'associazione  di questi nastri
al concetto di bootleg come occasione in qualche mi-
sura rubata, di cui non era prevista la diffusione.
D'altra parte, sono rari i momenti in cui sia rimasta
documentata  la scintilla creativa:  è il caso del cele-
bre brano di Wayne Shorter Nefertiti, quando il trom- 
bettista propone: "Ehi ragazzi, perchè non suoniamo
solo la melodia, senza fare assoli?" e tutti rispondono
che stavano pensando la stessa cosa. Ne nasce un bra-
no epocale, con la batteria a rumoreggiare sotto il te-
ma sempre ripetuto eppure sempre nuovo. Ma perfi-
no con Davis, che pure era un privilegiato, il nastro
dell'incisione spesso veniva riavvolto per economia,
lasciando ai posteri frammenti spezzati in modo ca-
suale. E nelle belle note di copertina, Ashley Kahn
sottolinea  le frasi  più significative  (quasi sempre
provenienti dal leader)  e le commenta riscoltando-
le con Ron Carter, che riflette acutamente sulle lo-
giche e l'intesa di allora.



In definitiva, siamo di fronte a un'operazione, di

snobistico voyeurismo  e  sfruttamento degli ulti- 
mi reperti inediti  del "divino Miles"  o  all'indi-
spensabile recupero di schizzi d'autore?
Certamente in ogni disciplina si pone questo dubbio,
nella pubblicazione dei manoscritti con le prime pro-
ve di uno scrittore oppure nella radiografia di un di-
pinto per spiare i disegni preparatori e i "pentimenti
d'artista".  E si può immaginare che quest'album in-
teressi soprattutto i musicisti, i quali sulla musica da-
visiana hanno costruito buona parte della didattica
contemporanea. Ma la differenza, nel jazz, sta nella
dimensione  collettiva  della creazione: l'invenzione
non sta (soltanto) nel cervello dell'autore ma nel con-
creto dialogo collettivol, che dunque davvero può re- 
stare documentato.
Esiste qualche precedente all'operazione condotta in
Freedom Jazz Dance. Nel 2001 uscì per Bluebird l'e-
dizione completa del capolavoro  di Charles Mingus 
Tijuana Moods, nella quale riemersero i dialoghi e le
versioni preparatorie di buona parte del disco; le i- 
struzioni del grande contrabbassista sono un effica-
cissimo manuale del suo metodo di lavoro, totalmen-
te diverso da quello di Davis  e  ben poco basato sul-
l'intuizione estemporanea.   In molti altri casi all'a-
scoltatore rimangono solo  le  cosiddette  alternate  
take, versioni giudicate meno riuscite di quella scel-
ta per la pubblicazione e dunque rimaste nei casset-
ti delle case discografiche.
Quando il jazz, negli anni Quaranta, cominciò a esse-
re giudicato una musica "d'arte" e non solo "di moda"
qualcuno capì che anche le versioni scartate  contene-
vano gioielli d'improvvisazione.  -  Oggi, per esempio,
possiamo ascoltare praticamente ogni nota suonata in
studio d'incisione  da  Charlie Parker, anche  le poche
battute  prima  che  un difetto  (magari accompagnato  
da una  colorita  imprecazione)  facesse  interrompere
l'esecuzione, oppure intere sedute di John Coltrane, al
quale un rapporto privilegiato con la casa discografica
impulse permetteva  di documentare  ogni idea, anche
quando il mercato non richiedeva un suo nuovo disco.
E grazie al cielo archivisti lungimiranti hanno conser-
vato molti inediti anche dei grandi classici, come Bix 
Beiderbecke e Jelly Roll Morton, che i limiti tecnolo-
gici dell'epoca impedirono di catturare dal vivo.



Lucianone

mercoledì 13 aprile 2016

Musica - Village Vanguard: il mitico locale jazz di New York

13 aprile '16                            visione post - 87
Village Vanguard:
così il jazz ha reso eterno
il club dei miti.



Da Louis Amstrong a Miles Davis
ospitò tutti i big del jazz

(da la Repubblica - 20/02/'15 - La storia /  
Giuseppe Videtti)
E' un miracolo che il,Village Vanguard sia ancora aperto,
sopravvissuto ai mille club che hanno chiuso i battenti do-
po aver scritto il loro nome nell'albo d'oro del jazz, dal leg-
gendario Cotton Club di Harlem  al prestigioso Birdland
di Brodway. Aprì i battenti ottant'anni fa, in un rigido inver-
no newyorkese, il 22 febbraio del 1935. Quanta neve quel-
l'anno al Grennwich Village.  Max Gordon (1903 - 1989),
il proprietario, un immigrato polacco sbarcato a New York,
a 13 anni, appassionato del jazz di New Orleans, fanatico
di Louis Amstrong e Sidney Bechet, aprì il locale con l'in-
tento di ospitare reading di poesia e musica folk, un ge-
nere che avrebbe fatto la fortuna di tanti club del Green-
wich fino all'ascesa di Dylan.  Fu la moglie Lorraine (ex
di Alfred Lion, il patron della prestigiosa etichetta Blue
Note), più in sintonia con le avanguardie musicali, a in-
vitare i primi artisti. Lo ha raccontato nell'autobiografia
Alive at the Village Vanguard: My life in and out of jazz
time (2006), resoconto vibrante   della scena musicale
newyorkese dell'epoca pre e post be-bop.  "Fui io a con-
vincere mio marito a scritturare Thelonious Monk", rac-
conta.  "Era furioso dopo la prima esibizione, il locale
semivuoto. Gli dissi: 'Abbi pazienza, è un genio'. E lui:
'Non hai idea  di come  si gestisce un club, mi porterai
alla rovina'-" (è stata Lorraine, ora 92enne, a traghetta-
re con successo il Village Vanguard nel nuovo millen.
nio per la gioia di un pubblico sempre più cosmopolita).
Il pubblico, allora come oggi, faceva la fila allineato
sul marciapiede della Settima Avenue, davanti a quel-
la porticina e giù per la scaletta ripida  verso l'angusto
e cavernoco scantinato - per chi la consederava la mu-
sica del diavolo  era un antro  spalancato sull'inferno,
per i melomani l'accesso al giardino delle delizie, per
i musicisti la valle dell'Eden celata sotto l'asfalto e il
cemento della metropoli.  Gli artisti ci hanno messo
l'anima, il Greenwich Village  la creatività  e  l'entu-
siasmo della controcultura. Manhattan la cornice -
d'inverno i fumi della metropolitana trasformano la
Settima imbiancata in una sorta di Stige; nelle notti
di maggio il vento trasporta il profumo dei peschi in
fiore dai giardini di Bleecker e Washington Square;
d'estate l'aria rovente di luglio intossicata dagli am-
bulanti di hot dog avvolge chi aspetta pazientemen-
te un biglietto rimasto per la performance di mezza-
notte, quella più affollata.
A partire dalla fine  degli anni Cinquanta  il Vanguard
diventò una sorta di marchio di qualità. Non solo Nina
Simone tenne  concerti memorabili, ma anche Barbra
Streisand già star di Funny Girl. Le case discografiche
(Impulse e Blue Note soprattutto) facevano a gara per
pubblicare le incisioni live nel locale di Max Gordon.
Tra gli altri: John Coltrane, Betty Carter, Cannonball
Adderley, Elvin Jones, Dizzy Gillespie, McCoy Tyner,
Charlie Byrd, fino a Michel Petrucciani e Brad Mehl-
dau.  Le foto scattate in decenni diversi, alcune finite
sulle copertine di memorabili incisioni live (John Col-
trane at the Village Vanguard è un capolavoro), sono
la testimonianza di una sorta di monumento immuta-
bile nel tempo: stessa pensilina, stesso neon, stessi
murales scarabocchiati sui muri; negli anni succes-
sivi alla Grande Depressione  e  nel dopoguerra, in
quei fantastici anni 50 in cui divenne la casa di Miles
Davis, Horace Silver, Gerry Mulligan, Modern Jazz
Quartet, Jimmy Giuffre, Anita O'Day, e  negli  anni
frenetici del free jazz quando Coltrane, Max Roach
e Charles Mingus tiravano tardi con le interminabili
jam Session  vivacemente sostenute  dal pubblico.
Immutabile anche nell'era della rete e del digitale:
per celebrare  la terza età  del Village Vanguard il
pianista Jason Moran ha organizzato a partire  da
domenica una settimana  con esibizioni  di artisti
come kenny Barron, Bill Frisell  e  il quartetto di
Charles Lloyd.

Risultati immagini per village vanguard

Lucianone

mercoledì 20 gennaio 2016

Sezione Fotografia - Richard AVEDON, fotoreporter di moda & costume


AVEDON: l'avanguardia in 85 scatti
Quando, un anno fa, Roma rese omaggio a uno
dei più grandi reporter di moda e di costume,
fonte d'ispirazione per ogni fotografo.


Richard Avedon

(da la Repubblica - 14 marzo '15  - La mostra /
Simone Marchetti)   -  visione post - 92
"Penso di aver ritratto centomila volti prima
di diventare un fotografo". Parole di Richard Avedon,
uno dei reporter di moda e costume più importanti del
secolo scorso. L'artista oggi viene celebrato nella mo-
stra Avedon: beyond beauty alla Galleria Gagosian di
Roma (fino all'11 aprile 2015). Ieri sera, a Villa Bona- 
parte (sede dell'ambasciata di Francia presso la Santa
Sede), il marchio Dior insieme all'istituzione culturale
ha organizzato una cena per dare l'avvio definitivo a
una delle esposizioni più importanti per capire come
può e deve cambiare la fotografia di moda oggi.
E non è un caso se l'attenzione su questa mostra arri-
vò proprio al termine di un mese di passerelle: tutto il
settore, dai designer agli amministratori delegati, dal-
la stampa specializzata agli addetti ai lavori, si sta in-
terrogando su come gestire il proprio passato glorioso
e come affrontare le sfide spinose della rivoluzione me-
diatica.  -  Il titolo della mostra romana dà subito una
risposta all'interrogativo: "beyond", ovvero oltre. 
Nato nel 1923 e scomparso nel 2004, Avedon fu innan-
zitutto un creativo contro e oltre le convenzioni. I suoi
scatti  oggi  possono sembrare classici, ma quando fu-
no realizzati apparvero come rivoluzionari.  Avedon
iniziò da dilettante, come assistente nella Marina mi-
litare americana. Era un pò come un "instagrammer"
dell'epoca, e  nella Seconda guerra mondiale ebbe il 
compito di scattare foto identificative. Più tardi arri-
varono le grandi collaborazioni con Harper's Bazaar,
quella storica con Vogue e infine con The New Yorker.
Detestava porre limiti al suo lavoro, non tollerava chi 
faceva differenza tra fotografia commerciale e artisti-
ca e trattava la moda come una componente vitale, un
soggetto più che un accessorio dei suoi ritratti. Sul set
provocava le modelle  perchè  la smettessero  di atteg-
giarsi a statue o a manichini. Le voleva vive, curiose,
intelligenti. -  Passò dalla bellezza aristocratica di Glo-
ria Vanderbilt nel '53 alla forza selvaggia di Tina Turner
nel 1971 senza fare una piega.  Tutto era bello. Bastava
guardarlo dal verso giusto.  - Questa sua mancanza di 
snobismo, questa sua curiosità  sono  la componente
più profonda della mostra: gli 85 scatti, molti dei quali
mai visti in Italia, vanno quindi  considerati  come la 
possibilità, anzi, la necessità di andare oltre ciò che si
sapeva e quindi ciò che si sa in fatto di immagine.
Il probema del fashion system e della fotografia di
moda contemporanei, infatti, è la nostalgia del pas-
sato: gli scatti di Avedon, al contrario, dimostrano
quanto l'avanguardia sia da sempre una condizione
necessaria. Non è un caso,quindi, che un colosso co-
me Dior abbia scelto di legarsi alla Fondazione Ri-
chard Avedon per una serie di progetti importanti
che verranno svelati nei prossimi mesi.

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Dovima with elephants


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Calendar Pirelli  1995


Model Linda Evangelista
For Vogue Germany, February 1994

Lucianone

Sezione personale - Raccolta poetica / 'Minime poesie'


"Minime poesie"   -    1997/98/99                                              visione post - 43

di Luciano Finesso

Mi soffermo
ad attendere un'onda
nello spazio
ristretto della mente.      (17 maggio '97)

Addio all'epoca
quando l'aratro
solcava i margini
di un remoto tempo.    (17 maggio '97)

Sono ragno che vola
in turbine di vento
sono un'opaca struttura
che si sovrappone
a tutto ciò che è già stato..     (26 maggio '97)

Disse il padre al bimbo suo:
non darmi dispiaceri
non distogliermi da gioie
non farmi crollare
non deludermi per sempre!           (luglio '97)

Un mondo sta andando
e altri mondi giungono
in questo tempo
di tecnologici cambiamenti.        /22 gennaio '98)

Guerre sempre guerre
non è giusto
per chi resta
qui giovane a guardare.            (luglio '99)

Riflessione di te
su uno specchio liscio
mentre fuori i figli cari
giocano come sanno
e il tempo vola.                         (luglio '99)

Vedo l'ombra della roccia
che sale piano
e tutta la luce
rimane qui a dormire
nell'aria di un respiro.                 (agosto '99)

Era stata una punizione
data dal padre mio
una sola volta
per tutte
a farmi cambiare
volto.                                           (agosto '99)


"minime poesie"      -     2014

Quando mi lasciate 
libero?
Libero di agire da solo?
Solo come un cane sciolto?
Evviva democrazia!
Abbasso false democrazie!!          29 novembre (sabato)

Ho odorato la vita,
ho mangiato l'erba,
ho pregato per mia moglie
ma tutto si è risolto
nel nulla e per nulla.
Ciao, vita: ci risentiremo.             29 novembre

Le mie pene
sono le vostre pene,
i vostri difetti
sono i miei tanti difetti.
Ma vi saluto caramente!              29 novembre

Non valgo niente.
valgo niente, 
non so se valgo:
gli altri dicono sì e no.               29 novembre

Grande Ernest, 
grande vecchio
e immenso mare:
chissà perchè,
ricordo anche Lucio D...             30 novembre

Lucianone


martedì 19 gennaio 2016

VIAGGI / Libro - Con John Steinbeck in viaggio attraverso l'America

Il giornalista olandese Geert Mak 
ha ripercorso 50 anni dopo
lo stesso itinerario che l'autore
di "Uomini e topi" 
raccontò in un libro

Risultati immagini per john steinbeckJohn Steinbeck

visione post - 57

(da la Repubblica - 14/03/2015 - R2Cultura - Enrico Deaglio)
STEINBECK
Viaggio in America senza Furore
A riprova che non esiste letteratura americana senza
politica; e che non esiste politica senza narrazione; e
infine che tutto è in America un incessante viaggio di
moltitudini di persone, la cronaca ci da continui esem-
pi. Decisamente alto, quello di pochi giorni fa a Selma,
piccolo paese dell'Alabama, dove un Obama in cami-
cia, tra le sue figlie adolescenti e vecchietti in carroz-
zella, è tornato a marciare, calpestando l'asfalto  di
un brutto ponte costruito nel 1940. Il ponte Edmund
Pettus (dal nome - mai cambiato - di uno dei fondato-
ri locali del Ku Klux Klan), dove 50 anni fa la polizia
dell'Alabama massacrò una piccola folla pacifica che
chiedeva per i neri il diritto al voto.  Il presidente ha
invitato a non smettere di marciare ("Selma is now!")
e  ha avuto  parole ispirate  sulla storia  del proprio
paese: "Noi siamo gli schiavi che hanno costruito la
Casa Bianca, gli operai  che hanno posto  i binari e 
scioperato per il loro diritti, i messicani che hanno 
guadato il Rio Grande...".
Obama parlava  da un luogo  anonimo e tragico, ma
si sentiva a suo agio; e forse per questo trasmetteva
un'epica, una musica, l'odissea. Il viaggio di Obama
mi viene utile per introdurre un libro notevole e ori-
ginale.  Si chiama  In America, viaggio senza John,
scritto dal giornalista-storico olandese Geert Mak, 
pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie per la tra-
duzione di Franco Paris.  Il "John", di cui l'autore
sente la mancanza, è John Steinbeck, che nel 1960,
all'età di 58 anni si attrezzò un camper (cui diede 
il nome di "Ronzinante", come  il cavallo  di Don 
Chisciotte) e partì per un viaggio nel suo paese con
il barboncino nero Charley, che rispondeva al suo
padrone solo se questi gli parlava in francese. 
Steinbeck guidò Ronzinante dall'est all'ovest e tornò
verso New York attraverso il Texas e il profondo sud
del paese. Era fornito di fucile, di una scorta di vive-
ri e liquori, di matite e di un taccuino e si lavava po-
co; si fermò in grandi città  e  centri sperduti, attac-
candottone con chiunque, andando a pescare con
chi incontrava nei bar.   Ne uscì  una road novel, In
viaggio con Charley, che, insieme a Pian della Tor-
tilla, Uomini e Topi, Furore, gli fece ottenere  due 
anni dopo, il Nobel.
Geert Mak, che per Steinbeck nutre una sorta di
venerazione, è un giornalista di Amsterdam bato
appena dopo la guerra, con una lunga carriera di
impegno progressista ed è l'autore del bestseller
In Europa, biografia del vecchio continente a par-
tire dalle macerie del 1945.  Cinquant'anni dopo,
Mak si è rimesso in viaggio, senza camper e senza
cane, ma comunque calcando le stesse s-trade per-
corse da John, per dare conto di quel mondo e di
quello nuovo. In America, nel suo andirivieni tra
l'oggi e il passato prossimo, rinuncia all'originali-
tà narrativa, per scavare piuttosto nelle arti del re- 
portage sociologico, fino a diventare un inaspetta-
to compagno di viaggio  e insieme un bignami di 
storia contemporanea. - Il piacere del libro sta nella 
percezione del tempo che trasmette. La scena si svol-
ge in un anno, il 1960,  e  in un  grande paese, allora
per buona parte  sconosciuto  ai suoi stessi abitanti.
soli 15 anni  dalla sanguinosa vittoria  su Germania,
Italia  e  Giappone, l'America, da esperimento sociale
fascinoso ma incerto, è diventata un paese ricco, smo-
datamente consumista e allegramente imperialista,  
John Steinbeck, che aveva cantato un altro mondo - 
i contadini in fuga dall' Oklahoma alla California, i
braccianti messicani, i pescatori di sardine di Monte-
rey, gli impauriti soldati in Europa - ora osserva stu-
pito la nascita di nuove città dalle case prefabbricate -
i "suburbs" - le vendite a rate, la televisione, la pub-
blicità delle sigarette, la ricchezza diffusa, il cambia-
mento dell'alimentazione,  "le sequoie che rendono 
gli uomini nervosi". Un paese mon più isolato e so-
brio ma che prende l'aereo per una coa nuova chia-
mata week-end e confonde i lavoratori con i turisti.
L'autore  torna stupito  nella sua Monterey: "una
volta qui eravamo tutti poveri"; scopre che il popo-
lo è più difficile da trovare, sommerso da una scon-
finata middle class.

Il 1960 del viaggio di Steinbeck serve a Geert Mak
come un anno spartiacque della storia. Il vecchio
Nixon contro il giovane Kennedy (e dire che tra i
due c'erano solo 4 anni di differenz), la paura dei
conservatori: "saremo governati dal Papa di Ro-
ma?", la forza imprevista della televisione che ri-
definisce la democrazia, la scoperta delle oscure
grandi macchine elettorali.  La modernità: solo
60 anni prima, annota Mak, l'America  aveva eletto
presidente  Theodore Roosevelt, che  si vantava  di
aver ucciso, nella guerra di Cuba uno spagnolo con
le mani nude, come un coniglio". Il 1960 è un anno
felice che precede  di soli due anni  la crisi atomica 
di Cuba, di tre  l'uccisione spettacolare  del presi-
dente, di quattro  la rivolta  dei ghetti neri, di sei
l'epocale  disastro del Vietnam,, di quattro la na-
scita del femminismo. Se gli appunti di Steinbeck
prendevano le misure del cambiamento del "ca-
rattere americano", Mak è efficace nel dare  le
coordinate di una grande trasformazione sociale,
e della velocità con cui questa è avvenuta.  
Nelle 600 pagine del libro, spiccan, per la forza
narrativa di allora e del presente, le descrizioni
di Chicago, di detroit e di New Orleans. Se la sua
amata San Francisco apparve a Steinbeck immo-
bile e fascinosa "come il dipinto di una città me-
dievale italiana". la capitale dell'Illinois gli fece
invece paura: la metropoli popolata dai neri, me
ta finale  di una biblica emigrazione  (per Mak,
Chicago è la spiegazione del fenomeno Obama);
Detroit, la capitale dell'automobile, del lavoro
meccanico, dell'acciaio e del socialismo america-
no, nel 1960 si presentava come "un luogo dalle 
fiabesche dimensioni"; nel 2010 Mak camminò
in mezzo a "una favolosa rovina", un'astronave
abbandonata, preda di violenza, senza legge, do-
ve una casa intera  si poteva comprare  a mille
dollari eppure rimaneva invenduta. E infine New
Orleans, dove Steinbeck assistette a una violenta
manifestazione  di donne bianche  contro la pre-
senza di una bambina nera in una scuola elemen-
tare.   (L'autore aveva appuntato, in una pagina
intera, tutti i più terribili insulti  lanciati  contro
quella bambina; l'editor tagliò tutto, perchè "troppo
orte"; l'autore scrollò le spalle:  "fate pure, ma fate
male, perchè tagliate la verità"); è la stessa città do-
ve l'uragano Katrina nel 2005 dimostrò quanto raz-
zista fosse ancora l'America e quanto New Orleans
fosse vicina alla Selma del 1965 e di oggi.

Continua... to be continued...