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Capolavori di O. Welles sotto le stelle Alla prima apparizione di Orson Welles in piazza, nel "Terzo uomo" di Carol Reed, erano in cinquemila. Da stasera e fino al 27 luglio le celebrazioni della Cinete- ca di Bologna per il centenario della nascita di Welles, avvenuta il 6 maggio del 1915 a Kenosha in Winsconsin, entrano nel vivo con una parata di titoli immortali, tutti in versione originale sottotitolata. Si comincia con il suo film d'esordio, che è anche la pellicola che più di ogni altra ha cambiato il linguag- gio cinematografico hollywoodiano: "Citizen Kane- Quarto potere". Enfant prodige del teatro e della radio (il 31 ottobre del 1938 annunciò lo sbarco degli alieni sulla Terra craendo il panico trab i ra- dioascoltatori), Welles venne scritturato a soli 24 anni dalla RKO,m che gli concesse carta bianca, per realizzare il suo primo lungometraggio. Ne nacque "Quarto potere", ancora oggi considera- to dai molti critici tra i film più belli dell'intera storia del cinema, certo tra i più studiati e inter- pretati. "Un labirinto senza centro", lo definì Borges per descrivere le mille e più suggestioni che si dipanano intorno alla vicenda del magna- te americano Charles Foster Kane, interpretato dallo stesso Welles, e plasmata sulla storia vera del milionario William Hearst, che fece di tutto per boicottare la pellicola. A quell'esordio geniale seguì una carriera travagliatissima. A partire dal titolo in programma domani sera "The magnificent Amberson" - L'orgoglio degli Amberson", realizza- to nel 1942 e falcidiato dai tagli di distribuzione.
L'omaggio a O. Welles prosegue con il dialogo di Welles con Shakespeare: il "Macbeth" si vedrà il 19 e "Othello", che inaugura tra l'altro il periodo italiano del cineasta, il 20. "Mr.Arkadin - Rapporto confidenziale", il titolo di Welles più amato da Truffaut, illumina la piazza il 22, mentre il 23 c'è un altro dei capolavori, "Touch of Evil- L'infernale Quinlan" con Welles alla regia e nel ruol a caso conta Janet h Leigh e Marlene Dietrich. Da Franz Kafka è poi tratto nel 1962 "Il processo", il 24, mentre a chiudere la maratona il 27 è "F for Fake", testamento artistico e spirituale dov'è lo stesso Welles a mostrare una chiave ai tanti che hanno cercato di indagare il suo cinema, dicendo: "Questa chiave non vuole essere il simbolo di niente". Eppure quella chiave, in queste serate all'ombra di San Petronio, continueremo a cercarla.
(da "Corriere della Sera" - 31 maggio 2015 /
LaLettura - di Alessandra Iadicicco - da Chaville/Francia)
Il narratore austriaco, al centro di molte polemiche durante la guerra dei Balcani, oggi coltiva meli, raccoglie funghi e osserva i finferli che crescono.. Scrivere mi spaventa, rifiuto la politica. Sono un profugo del mio tempo. Vivo nel bosco: ascolto gli alberi che sussurrano "Ma sì, venga da queste parti a maggio, quando al margine del bosco , tra l'erba o sotto l'edera, va- le la pena di scoprire i prugnoli di San Giorgio". L'invito di Peter Handke era arrivato per posta, dopo uno scambio di lettere e di osservazioni sul tradurre, dopo la richiesta di un incontro e l'invio di qualche immagine di certi trofei. Gli avevo spedito le foto dei porcini raccolti l'estate scorsa in Alto Adige, nei giorni in cui lavoravo alla traduzione del suo Saggio sul cer- catore di funghi: un racconto fiabesco, la storia di un'incredibile avventura uscita in questi giorni da Guanda. Lui aveva risposto con la foto di un gigan- tesco piatto di funghi da lui stesso cucinati per Ca- podanno. Handke ha un sense of humour che contraddice l'im- magine, che in genere gli si attribuisce, di quell'orso eremita, schivo, furente, allergico ai giornalisti... Come dargli torto? Certe sue posizioni sono state travisate. Come nel caso della ex Jugoslavia ai tempi della guerra nei Balcani. Sostenne la popolazione ju- goslava, sensibile "alla loro tragedia - disse - , alla loro situazione senza speranza".Si schierò per la Ser- bia, si scagliò contro i bombardamenti della Nato lan- ciati su migliaia di civili. Pianse la sorte dei bambini vittime innocenti del conflitto, per i quali l'anno scor- so ha devoluto gli oltre 300 mila euro del Premio Ib- sen. E, da certa stampa, fu etichettato come fascista, un sostenitore del boia Milosevic o addirittura del sanguinario generale Mladic. Ora, proprio in nome "della grande amicizia e della simpatia dimostrata da Handke verso la popolazione serba", Belgrado gli ha conferito pochi giorni fa la cittadinanza ono- raria.
Dopo una vita avventurosa, abita da anni in solitudine nel
sobborgo parigino di Chaville, in una casa che, cinta da un
muro e dal verde, dalla strada non si scorge nemmeno. Ma
il gesto con cui apre il cancello del giardino - per mostrare
orgoglioso i due meli, il cotogno non ancora del tutto sfio-
rito, il giovane pero, il grande cedro, il noce, il castagno...
è lui in persona a coltivare le piante - non potrebbe essere
più ospitale. Inizio INTERVISTA Alessandra Iadicicco - Lei stesso ha tradotto molti libri,
di autori antichi e moderni. Tradurre le procura gioia? P. Handke - "Ho paura quando scrivo, sempre, ancora adesso. La scrittura propria è sempre pericolosa. Ma quando traduco non ho paura. Semmai ho problemi, ma i problemi si possono risolvere. Scrivendo inve- ce... Scrivere non è normale come sembra per la maggior parte degli scrittori oggi. Così la letteratura non è più la grande spedizione che potrebbe essere. Tanti oggi trovano normale scrivere. Forse è natura- le, ma non è normale. Può diventare naturale man mano che si scrive, ma l'inizio non è naturale: l'inizio è un sacrilegio". A. Iadicicco - Perchè? P. Handke - "Non lo so. Non posso sempre dire per- chè... Però è una necessità vitale. Senza scrivere non potrei esistere. Scrivere è sano, indica la via verso la salute. Tradurre invece è vampiresco. Ti divora l'ani- ma, non la nutre a sufficienza. Anche quando si ama molto un libro, o si traduce un autore che si sente affi- ne. Tradurre non basta. Però una volta tradurre fu per me una salvezza". A. Iadicicco - Quando? E la salvò da che cosa? P. Handke - "Fu la prima traduzione, dall'inglese, una lingua che non amo parlare. Di un autore americano, Walker Percy, tradussi The Moviegoer, Der Kinogeher, un personaggio che mi somiglia. Era il 1979, ero appe- na tornato in Austria, ma non volevo tornare in patria. Per anni avevo vissuto all'estero, prima in Germania, poi a Parigi. Mi trasferii nel '79 a Salisburgo: volevo che mia figlia Amina frequentasse il ginnasio in tede- sco. Ma allora la patria per me era terra straniera. Fu la traduzione a riportarmi a casas, a rendermi di nuovo familiare il mio Paese. La lingua e, parallela- mente, il paesaggio attorno a Salisburgo mi indica- rono la strada. Lingua e paesaggio: una fragile pa- tria... La lingua che usai per tradurre mi riportò al mio posto. Non la scrittura. Perchè la scrittura, lo ripeto, è una patria pericolosa...". A. Iadicicco - Tradurre permette di stringere legami
attraverso confini che oggi, ancorchè invisibili, sono
più che mai soffocanti... P. Handke - "Già... Nel frattempo gli antichi confini - politici, economici - sono scomparsi. Eppure i confini culturali sono molto più forti. I libri - non parlo di libri veri - sono scritti dappertutto allo stesso modo: in America, Russia, Cina... Questa indifferenza è peg- giore di qualsiasi confine, dei confini che un tempo mi erano cari. Le traduzioni, poi, sono sempre soste- nute dai ministeri, finanziate dagli istituti di cultura. Si vuole promuovere la letteratura internazionale. Ma io sento la mancanza di una letteratura mon- diale, di quella che Goethe chiamava la Weltliteratur, che nasce dall'eterno scambio tra i popoli attraverso i confini e i linguaggi. Non potrò mai scomparire, ma non sai dove scorre. E' come un fiume carsico che fluisce al di sotto del terreno e devi accostare l'orec- chio alle rocce calcaree per capire dove passa e do- ve verrà alla luce". A. Iadicicco - Confini lei ne ha attraversati tanti, non solo
traducendo. Ha fatto il giro del mondo, ha cambiato vari
luoghi di residenza. P. Handke - "Ma ora di qui non mi muovo più. Vivo a Chaville da 25 anni. E difendo il mio posto, difendo il luogo: la mia casa, il giardino...". A. Iadicicco - Una volta ha definito se stesso "uno
scrittore di luoghi"... P. Handke - "Sarà perchè soffro da sempre per la mancanza di un luogo, perchè dall'infanzia conosco il dolore dello sradicamento. Così anche un luogo e- pisodico è sempre stato come una grazia per me. Un posto però deve diventare epico: si deve raccontarlo, trasformarlo nel personaggio di una storia, far sì che possa apparire per tutti". A. Iadicicco - E come vive il trascorrere del tempo? Ha
l'aria di un uomo che non invecchia. Come "il cercatore
di funghi": da bambino non voleva sapere nulla del suo fu-
turo. Da adulto, avvocato di fama internazionale, nell'inti-
mo non si è mai spinto oltre i margini del bosco. P. Handke - "E' così: decisivo per me è rimasto il mormorare degli alberi sul margine del bosco. Se mi sfuggisse quel sussurro, se non riuscissi più a coglierlo, mi direi: hai perso tempo, hai mancato il momento. Questo è il tempo per me. Non il tem- po politico. Rifiuto di credere che il tempo politico sia il mio tempo, il mio destino. Gli sono sfuggito. Sono un profugo del mio tempo. E non mi volto in- dietro come la moglie di Lot, a guardare verso la politica. Mi trasformerei in una colonna di pietra, con la quale non si può fare nulla. No, il tempo per me è un altro. Anche tutte le mie spedizioni libresche mi portano in un altro tempo. L'altro tempoè, credo, un Dio buono, l'unico Dio che io abbia mai visto. E anzi l'ho sempre visto c una donna, una dea: die Gòttin Zeit... La Dea Tempo mi ha sempre mostrato un volto femmi- nile". A. Iadicicco- E la sua scrittura è senza tempo, fuori dal
tempo, inattuale? Nel "Saggio sul cercatore di funghi"
scrive: "Finchè questa flora selvatica resisterà all'alleva-
mento, alla coltura, fino ad allora l'andar per funghi re-
terà l'avventura della resistenza! Una forma di eternità", P. Handke - "Però non sono solo i funghi... Voglio dire. Quando si dice di un libro che è attuale io ri- spondo: allora non mi interessa. I libri non hanno niente a che fare con l'attualità. Attualità però è una bellissima parola. Allude all'azione, alla vita. Però a me piace riferirmi a un'altra attualità. Vo- glio dire, non esisterei senza 'il mondo delle no- tizie'. Quel mondo però contribuisce a darmi l'im- pulso e l'energia a pensare ex negativo qualco- s'altro. In questo senso ha ragione chi dice di me che sono uno scrittore utopico. Perfino nei miei diari entra il cosiddetto mondo dell'attualità e quel che mi accade attorno. L'altro giorno, ad esempio, c'era sul treno una coppia di anziani accompagnati da due giovani badanti romeni. La scena si svolge- va in silenzio, gli anziani erano muti, come i loro accompagnatori. Io però ho immaginato che i quattro intavolassero una singolare conversazione. E' invenzione, il che non significa fantasia arbitra- ria, vuol dire da quella che è l'"attualità attuale", fantasticare su una attualità eterna". A. Iadicicco - I suoi libri, le traduzioni, i saggi, i diari,
sono tutti manoscritti. La sua scrittura è riprodotta
sulla copertina delle edizioni originali... P. Handke - "Anche questo segna un tempo diverso. Da oltre trent'anni scrivo con la matita. Ho comincia- to a farlo per via dei viaggi. Spostandomi da un Pae- se all'altro , le lettere sulla tastiera della macchina per scrivere erano in un ordine diverso. Questo mi distraeva. Mi irritavo, mi arrabbiavo: non sono tan- to saldo di nervi... Dovevo cercare il tasto giusto e la fantasia, la visione interiore era minacciata - no, esagero - era disturbata. Così ho provato a scrive- re a mano. Funzionava! Fu una sorpresa. Ne è sor- to un nuovo ritmo, anzi, un'altra Folge, la chiama Goethe, un'altra sequenza: in questo senso sì, la mia è una scrittura inattuale.Eppure ci sono un paio di persone che mi leggono. Però mimanca la scrittu- ra epica. L'avventura del cercatore di funghi è sta- ta l'ultima". A. Iadicicco - Come trascorre le sue giornate da solo qui? P. Handke - "La mattina leggo, annoto quello che è accaduto il giorno prima, vado nel bosco, di solito ver- so mezzogiorno, quando tutti sono a tavola. D'inverno nel pomeriggio vado al cinema, a Parigi, a Versailles. Film ne vedo tantissimi, anche quelli brutti. Comun- que il cinema è stimolante. Lo stesso non vale per i libri. Un brutto libro provoca un'irritazione sterile e cattiva. Il cinema, però, con tutte le sue potenzialità, non potrà mai colmare il posto della letteratura, che al momento è vuoto. Peccato".
A. Iadicicco - Dall'inizio della sua attività letteraria,
dagli "Insulti al pubblico" lei esercita una retorica
dell'invettiva. "Maledione, dannazione, maledizione,
dannazione" dice il narratore del "Saggio sulla gior-
nata riuscita" per esprimere la propria indignazione
dapprima, in gioventù, contro il cielo, poi contro la
società, infine contro se stesso. Com'è che tante
sue figure sono intonate sulla chiave dell'ira, dello
sdegno, del furore? P. Handke - "Me lo chiedo anch'io a volte. Un buon giornalista televisivo, anni fa, con il quale ho anche girato un film, disse che dentro di me c'è una minie- ra di furore. Chissà, l'avrò ereditata da mio nonno. Non sono un ribelle però: ho solo il furore. Goethe, nel Torquato Tasso, dice: "Nel mio cuore gira una ruota di gioia e dolore". Io potrei dire che la ruota che gira nel mio cuore alterni la mitezza al furore. La mia furia è innocua però, non è odio, è solo fu- rore". A. Iadicicco - Contro chi? P. Handke - "Non lo so! Sarà una malattia. Mi avrà morso un cane da piccolo, o una lumaca. O mi avrà punto un calabrone..." A. Iadicicco - Qualcuno in Germania l'ha definita il "Waldgànger" della letteratura contemporanea. E' l'eroe romantico che nella solitudine del bosco cerca un rifugio dalla società in cui soffre. Quella parola evo- ca anche il "Waldgang" di Ernst Jùnger, il "Trattato del ribelle" che nel bosco cerca l'Altro dal proprio tempo. Lei nel bosco che cosa cerca? P. Handke - "Di Jùnger ho amato moltissimo Il cuore avventuroso, mi ha dischiuso il vaso di pandora della fantasia. Quanto al bosco, che cosa cerco... E' come nella poesia di Goethe: "Ich ging im Walde so fùr mich hin / Und nichts zu suchen, Das war mein Sinn" (Andavo per il bosco nei miei pensieri intento, / senza cercare nulla, tale era il mio sentimento). Non è necessario cercare qualcosa. E' eccitante, certo. Ma quando non trovo nulla mi sen- to sollevato, all'inizio sono deluso ma poi mi sento libero. L'altro giorno nel bosco ho trovato una palla da rugby... La gente mi ha visto rientrare in paese e avrà pensato a una boccia, la petanque, o a un gros- so fungo! La verità è che raccolgo di tutto. Pietre, piume di uccelli. E' come una smania, una malattia: il Suchen, il cercare, si trasforma in una Sucht, una dipendenza. Ma nel bosco c'è altro. Ci sono questi slarghi dove filtra la luce:Claros del bosque li chia- ma una poetessa-filosofa spagnola, Maria Zambrano. E nella natura, scriveva Hòlderlin, "l'jntera mia es- senza ammutolisce e ascolta". A. Iadicicco - E i funghi che cosa rappresentano? L'ultima avventura, l'ultima frontiera, l'ultima fiaba? P. Handke - "Sono diavoli! Se non stai attento ti crescono in casa, marciscono e i vermi strisciano attorno... E ci diventi matto. L'ho scritto. E mi hanno raccontato di gente che per la mania dei funghi ha perso la testa davvero. A me non è successo (ride). Però il primo porcino che trovai nel bosco me lo ri- cordo ancora. Era uno spettacolo per gli occhi, e in più potevo gustarlo, poteva essere un piacere universale per il corpo. Questo è un valore. E' sempre così per le cose rare che si trovano in natura. Nella fo- resta qui attorno ci sono posti dove cresce l'aglio orsi- no, un condimento gustosissimo. O l'erba cipollina sel- vatica, la si riconosce dal colore: non cìè un altro verde così scuro e brillante come quello dell'erba cipollina. E la rucola. Arrivando in treno da Parigi la si vede vici- no alla stazione di Javel. Una volta sono sceso lungo i binari per raccoglierla. Continua... to be continued...
"LA MIA VITA PER GLI ALTRI" La famosa cantante colombiana spiega perchè la solidarietà è un dovere di tutti
Visioni post - 55
(da la Repubblica RCLUB - 6 giugno 2015 - Laura Laurenzi) Piccola ma carica di energia, aggressiva nei suoi stivali che fra tacco a stiletto e plateau le regalano 18 centimetri. Shakira mescola sex appeal e inge- nuità, ha un viso di bambina sotto la gran criniera bionda, un sorriso dolce, nulla di minaccioso. Minuscoli shorts neri, reggiseno arabescato a vista, l'icona del pop latino offre di sè un'immagine inedita mentre stringe al petto - ma solo per un minuto, la sua assitente glielo porta subito via - il piccolo Sasha, il suo secondo bambino nato nel gennaio scorso. Ga- leotto fu il Waka Waka, il mondiale di calcio in Sud Africa, il colpo di fulmine con Gerard Piqué, difenso- re del Barca e della nazionale spagnola. La incontriamo in un resort a cinque stelle all'ombra della montagna di Montserrat, non lontano da Bar- cellona, la città in cui si è trasferita da quando ha messo su famiglia con il calciatore, che ha dieci anni esatti meno di lei. - Sospesa tra due modi, è stata de- finita la giusta combinazione tra corpo e intelletto, tra impegno sociale e danza del ventre, tra passione e di- sciplina. Non è un nome d'arte il suo, ispirato dalla nonna libanese: tradotto dall'arabo Shakira vuol dire "donna piena di grazia". Al suo attivo oltre sessanta milioni di dischi venduti e una dozzina fra Grammy e Billboard Awards: ma oggi non è questo che conta. Fare del bene in modo sistematico, progettando, pia- nificando, edificando, è la sua linfa vitale, si direbbe l'attività cui tiene di più, quasi una vocazione, se è verpo che ha cominciato a praticarla quando era mi- norenne e che a 26 anni, la più giovane della storia, era già stata nominata ambasciatrice di buona volon- tà dell'Unicef.
Precoce nel canto e precoce nel volontariato. A cinque anni già cantava in un coro, a otto anni aveva già scritto 19 canzoni, a 11 vinse il concorso "Buscando Artista Infantil" - e se lo aggiudicò per tre edizioni successive - a 14 anni incise il suo primo album. E a 18 dette vita alla sua personale fondazione benefica che chiamò "Pies descalzos", il titolo di un suo CD, Piedi scalzi, su cui ancora oggi, a 20 anni esatti di distanza, riversa ogni energia. A Barranquilla, città portuale della Colombia dove è nata 38 anni fa, vedeva per la strada bambini laceri e abbandonati che frugavano nell'immondizia e sniffavano colla. "Sono cresciuta fra ingiustizie e disuguaglianze molto forti. La povertà era tutta intorno a me, da pre- stissimo ho avuto la consapevolezza di cosa vo- lesse dire non avere niente e da subito mi sono ripromessa che se avessi avuto successo non sarei rimasta con le mani in mano", racconta, passando dall'inglese allo spagnolo con qual- che breve incursione nella nostra lingua. La parla senza accento, in omaggio a un bisnon- no italiano, "fiera di avere nel mio sangue e nel mio dna il retaggio di una delle civiltà più antiche e più importanti del mondo", dice. "La mia battaglia è quella per il diritto all'istruzione, perchè tutti i bambini in ogni angolo della Terra pos- sano andare a scuola. E' lo strumento migliore per un domani di pace. Non c'è investimento che possa dare risultati più concreti in minor tempo e io dedi- co a questo ogni energia. Finora nel mio Paese ab- biamo costruito scuole per circa settemila bambini che non avevano un futuro, non avevano sogni, e abbiamo creato centri di accoglienza per piccoli da uno a sei anni. I risultati di questo impegno sono frutti che si colgono rapidamente. Di recente ab- biamo costruito una scuola in una zona disagiata nella periferia di Cartagena ed è uno spettacolo vedere come con la scuola è arrivata l'elettricità, è arrivata l'acqua, è nata una comunità e sono completamente sparite le bande criminali". Dai bambini di strada alla Casa Bianca. Con l'lmpatto della sua popolarità non c'è porta che non si sia aper- ta. Presidenti, capi di stato, primi ministri, Nobel per la pace: chi dei grandi della Terra l'ha colpita di più? Shakira ci pensa qualche secondo e poi risponde: "Direi Obama. Ammiro molto la sua sfida volta a garantire a tutti il diritto all'istruzione, una battaglia cui il presidente fa cenno in quasi tutti i suoi discor- si ufficiali. Umanamente ha la capacità di concentra- re la sua attenzione su ogni suo singolo collaboratore, e questo mi ha molto colpito. Sono fiera di lavorare per lui e per la Casa Bianca: faccio parte di una com- missione in cui sono consulente sul tema istruzione e popolazione di origine ispanica negli Stati Uniti". Ha incontrato Papa Francesco? "Non ancora, ma spero di farlo presto. La sua è una delle voci più importan- ti del mondo e abbiamo davvero bisogno di una voce come la sua che parli a nome di chi non viene ascol- tato da nessuno. Vorrei chiedergli cosa pensa della nostra campagna a favore dei milioni e milioni di bambini che oggi non hanno accesso neppure alla prima elementare. Vorrei che cambiasse la mente di chi oggi è al comando nei posti chiave". La filantropia ha molti volti e l'emergenza è sempre in agguato. Shakira, che conta oltre 30 milioni di fol- lowers, non ama esibire i bei gesti umanitari ma a domanda risponde: "Dopo il terremoto in Nepal ho fatto una mia donazione personale e attraverso i so- cial network, in particolare attraverso twitter, ho con- tattato persone in grado di offrire congrui contributi alle famiglie più bisognose sollecitandole a farlo". E non è Shakira ad annunciarlo bensì l'Unicef in un comunicato ufficiale: grazie alle donazioni dei suoi fan e di quelli del marito, la "Baby Shower Mondiale" salva-vita lanciata dalla popstar subito prima che na- scesse il suo secondo figlio ha permesso di raccoglie- re finora 150 mila dollari sufficienti per 130 mila vac- cini contro polio e morbillo e per alimenti terapeutici da distribuire a 15 mila bambini. Anche se combatte per i diritti delle donne e ancor più delle bambine, non ama definirsi femminista: "Preferisco femmina, senza nulla togliere al fatto che le donne sono il seme dell'umanità, le colonne su cui si fonda la nostra società, le persone che ogni giorno rendono questo mondo un posto migliore". Cosa più di ogni altra oggi le dà energia? "L'amore. Sentirmi amata. E' ciò che mi fa svegliare la mattina e alzarmi dal letto e abbracciare la vita. Proprio perchò ci sono stati periodi in cui non ero amata, e so quanto è triste. Adesso ho una famiglia mia e l'amore di un uomo: non posso desiderare di più". Gabriel Garcia Marquez, suo amico e ammiratore, la chiamava "muro di granito" per la sua determinazio- ne. Nel sociale ma anche quando calca il palcosceni- co. "Nessuno, a nessuna età, riesce a cantare e bal- lare in quel modo, con una sensualità così innocente, tanto innocente che sembra l'abbia inventata lei", scrisse il Nobel dopo avere assistito a un suo concerto. Lei ricambiò componendo i brani musicali del film trat- to da L'amore ai tempi del colera. Segretamente, sen- za nessuna pretesa letteraria ma come semplice testi- monianza, anche Shakira sta scrivendo un libro: la sua autobiografia. E ' presto per anticipare qualche capitolo e poi le cose da raccontare sono davvero tante. Lucianone
visione post - 50 Nel progetto "Sax History", Claudio Pascoli e Amedeo Bianchi raccontano dall'inizio il percorso di questo straordinario strumento
Gli uomini in SAX I due artisti sassofonisti in un viaggio da Hawkins a Parker, senza dimenticare Madness e Champs (da 'la Repubblica' - 7 maggio '15 - Andrea Morandi) Da un signore di nome Adolphe Sax ai grandi miti Charlie Parker e John Coltrane, dai primi utilizzi nelle bande militari fino al trionfo grazie al jazz: si può leggere l'intera storia del Novecento dentro il percorso del sassofono, uno strumento transitato dalle accademie europee ai club di New York, dai palchi di periferia ai grandi concerti. Una vicenda singolare e affascinante che due dei più celebri sassofonisti italiani, ovvero Claudio Pascoli - già sui dischi di Battisti, De Andrè e Guccini - e Ame- deo Bianchi - da Antonello Venditti a Noel Ghal- lagher - raccontano nel progetto "Sax History" - stasera al Trieste di via Pacinotti, Milano. Una serata in cui i due ripercorreranno la strada fatta dallo strumento dal 1840, ovvero da quando, nel suo studio di Bruxelles, il belga Sax lo inventò. "All'inizio il nostro era un progetto con una matrice didattica, lo abbiamo anche portato nelle scuole - precisa Pascoli - poi abbiamo deciso di farne una versione per il pubblico e così è nato "Sax History", un viaggio in cui passiamo da Coleman Hawkins a Charlie Parker, ma non solo, spazieremo in ambito pop, vedi One Step Beyond dei Madness o Tequila dei Champs, e nel cinema, da Blade Runner a Mo' Better Blues". Insomma , un viaggio che non sarà solo jazz, perchè il sassofono ha avuto un notevole impatto sulla cultura pop, dall'assolo di Phil Woods in Just The Way You Are di Billy Joel a quello di Andy Snitzer in Still Crazy After All These Years di Paul Simon. "Senza dimenticare Sonny Rollins con i Rolling Stones o Michael Brecker con James Taylor - continua Pascoli - Avevo dodici anni, vidi un servizio fotografico su Epoca con delle meravi- gliose immagini di Gerry Mulligan e Sonny Rolling e decisi che avrei imparato a suonarlo. Andai in una banda e mi diedero il sax soprano, molto pri- ma che Coltrane lo rendesse celebre". "Per me invece la folgorazione fu casuale - prosegue Bian- chi - Io volevo fare il pianista, ma al Conservato- rio non c'era più posto e mi misero nel corso di clarinetto promettendomi che mi avrebbero spo- stato. Non me ne andai più. Ci tengo a dire una cosa però: "Sax History" nasce soprattutto dal- la profonda amicizia che mi lega a Claudio, con cui da trent'anni condividiamo la passione per lo strumento, dai tempi dello Studio 7 di corso Venezia". Due sassofoni, un palco e un reperto- rio scelto con cura, con una scaletta preziosa che includerà tanto Moose the Mooche di Charlie Par- ker quanto St. Thomas di Sonny Rollins e Petite Fleur di Sidney Bechet. "Scegliere è sempre difficile - ammette Pascoli - I miei miti? Credo che Charlie Parker sia stato toccato dall'alto, i suoi fraseggi ancora oggi suo- nano come un miracolo". - "Parker e Coltrane hanno aperto nuove porte - spiega Bianchi - ma se devo fare i miei nomi, dico Cannonball Adder- ley, seguito da Wyane Shorter e David Sanborn". Un passato luminoso quello del sassofono, av- volto dal fascino del mito, ma per quanto riguarda il presente? "Si sente meno, anche nel pop, dove a volte viene campionato - dice Bianchi, che set- temnre partirà in tour con Antonello Venditti e a luglio seguirà l'ex Oasis Noel Gallagher nelle da- te italiane - ma a volte in musica ci sono dei cicli, speriamo ritorni". - "Anche sui dischi italiani si sente poco, l'ultimo credo sia atato Stefani Di Battista con Niccolò Fabi - conclude Pascoli - Un Tempo il sax era considerato il fiore all'oc- chiello di una produzione musicale, ora invece si cerca di non deconcentrare troppo l'ascoltatore".
23 maggio '15 - sabato LA PAROLA MAFIA fu scritta 150 anni fa per la prima volta su un documento ufficiale. E purtroppo divenne Storia. visione post - 35
(da 'la domenica' di Repubblica - 10 aprile 2015 / di Attilio Bolzoni) E' la parola italiana più famosa al mondo. Più di pizza, più di spaghetti. Presente in tutti i dizionari e nelle enciclopedie di ogni Paese, di etimologia incerta - deriva da maha^fat^, espressione araba che vuol dire immunità? Da un antico termine to- scano che indicava ostentazione e boria? - fino al secondo dopoguerra si scriveva e si pronuncia- va con due "effe". All'anagrafe, e non è certo un caso, è vecchia quasi quanto lo Stato unitario. Ma di sicuro c'era già prima, anche se nessuno le aveva ancora dato un nome. Un fascicolo pre- fettizio non ha mai fatto la storia, però quello che il marchese Filippo Antonio Gualterio ha inviato al ministro dell'Interno del Regno Giovanni Lanza si è rivelato un segnatempo decisamente importan- te: indica la data esatta di quando la Mafia ha co- minciato a chiamarsi Mafia. Centocinquanta anni fa. Documento con tanto di bollo e stemma con croce sabauda, viva il Re e viva l'Italia. Era il 25 aprile del 1865. Nata nell'agro palermitano e negli assolati feudi della Sicilia centrale, questa parola che ha attra- versato tante vicende politiche e criminali della nostra nazione non ha avuto sempre lo stesso si- gnificato. Ogni epoca ha avuto la sua mafia. Un secolo fa rappresentava qualcosa, dopo l'ucci- sione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino un'altra cosa, un'altra ancora oggi. Ma è stato quel giorno, il 25 aprile, che la Maffia - che poi si trasformerà in Mafia - è entrata formalmen- te e sinistramente nel nostro vocabolario. Le prime notizie suk'esistenza di certe canaglie, "oltre cento, di diverso rango, le quali erano riu- nite in fermo giuramento di non rivelare mai la circostanza delle loro operazioni a costo della vita", risalgono al 1828 e ne ha riferito uno sco- nosciuto magistrato di Agrigento descrivendo un'organizzazione criminale che aveva radici fra Cattolica, Cianciana e Santo Stefano di Quisquina. Dieci anni dopo, nel 1838, il procu- ratore della gran Corte Criminale di Trapani Pietro Calà Ulloa denunciava che "vi ha in molti pasi delle unioni o fratellanze, specie di sette che si dicono partiti, senz'altro legame che quello del- la dipendenza di un capo che qui è un possidente, là un arciprete... sono tante specie di piccoli go- verni nel governo". Ma fu solo il prefetto di Palermo, il marchese Gualterio, in quella primavera del 1865 - Garibaldi era sbarcato a Marsala appena cinque an- ni prima - ad avvisare "di un grave e prolungato ma- linteso fra il Paese e l'Autorità", annunciando il peri- colo che "la cosiddetta Maffia od associazione ma- landrinesca potesse crescere in audacia, e che, d'al- tra parte, il Governo si trovasse senza la debita au- torità morale per chiedere il necessario appoggio alla numerosa classe di cittadini più influenti per senso di autorità". Tratteniamo il respiro per un momento e riflettiamoci: centocinquanta anni dopo è cambiato veramente qualcosa?". Comunque sia e la si voglia vedere , da quel giorno in poi, in Italia, di mafia non si è più smesso di par- larne e straparlarne. Prima e dopo Caporetto, nel- l'era del Duce, nella Prima e nella Seconda Repub- blica, a Caltanisetta e ad Aosta, a Portella della Ginestra e nella Milano "da bere", nella Corleone di Totà Riina e con Renato Schifani sullo scranno più alto del Senato. E passando naturalmente per l'immarcescibile Giulio Andreotti e il più "corsaro" Silvio Berlusconi.
Illustrazione tratta dal quotidiano 'L'Ora' relativa al processo - scaturito grazie al rapporto Sangiorgi - di Palermo del maggio 1901 TUTTO E' COMINCIATO quel 25 aprile di un secolo e mezzo fa anche se, in verità, un paio di anni prima, per le strade e i teatrini popolari di Palermo era an- data in scena una commedia dialettale in tre atti (I mafiosi de la Vicaria), scritta da Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca. L'opera dove si citava sempre la parola "mafiosi" e mai "mafia", raccontava le gesta di un detenuto al quale si sottomettevano tut- ti gli altri rinchiusi nelle segrete della Vicaria, il fa- migerato carcere che per volere dei Borboni fu rim- piazzato nella metà dell'Ottocento dall'Ucciardone. Ma agli atti, negli archivi dello Stato italiano, è il rapporto Gualterio che resta il punto di riferimento storico: l'origine della mafia come mafia. Il suo re- soconto al ministro dell'Interno e al capo del governo Alfonso La Marmora già individuano l'essenza di quell'organizzazione dove non c'erano solo "malfat- tori" ma anche "molti proprietari" che stavano al fianco "della malandrineria colla quale molti rap- porti avevano avuto svariati partiti". Poi incideva sul documento quella fatidica parola: "La cosiddet- ta Maffia". Sempre scritta in maiuscolo. L'analisi del marchese-prefetto, seppur inevitabil- mente approssimativa, neanche un quarto di seco- lo dopo -siamo nel 1889 - era già stata dimenticata sotto una montagna di "ragionamenti" e di difese a oltranza della Sicilia e sull'onore dei siciliani.
La cantante canadese, che a 71 anni lavora alla riedizione dei suoi dischi, dice: "Sono meglio di Dylan & Co. ma da donna mi snobbano" VISIONI POST - 84 (da la Repubblica / R2Spettacoli - 30/01/2015 - di Giuseppe Videtti - Roma) Più originale di Dylan, nella musica e nel pensiero "L'ho detto e lo ribadisco", esclama Joni Mitchell, il tono perentorio che non ammette repliche Un colpo di tosse un'imprecazione contro il vizio del fumo al quale ancora , a 71 anni, non intende rinunciare, poi riprende: "Ma sono una donna, alle donne quello status non è concesso, neanche nell'arte". David Crosby - vecchio compagno di avventure quan- do la musica della West Coast era la colonna sonora del libero pensiero e lei flirtava con Graham Nash, James Taylor e Leonad Cohen - le ha dato ragione: "Come musicista Joni è una spanna sopra Bob". Pa- tole che Joni avrebbe voluto ascoltare quarant'anni fa, non ora che vive in uno stato di aemireclusione nella spanish house di Laurel Canyon, il suo rifugio dal 1974. Ha tagliato i ponti con il music business, risponde al tejefono quando le va, se le va. Per due generazioni di artisti - da Prince a Bjork - è un idolo; album come Blue, Court and spark, Hejira e Mingus pagine di un vangelo . ma a lei del pop restano solo le cicatrici. Non ne ha voluto sapere di concedere i diritti per un biopic interpretato da Taylor Swift, e se si è fatta fotografare da Hedi Slimane per la campagna pubblicitaria di Saint Laurent Paris è so- lo "perchè mi ha promesso di lasciare tutte le rughe al loro posto".Di diavolerie tipo photoshop non s'in- tende. "Evito persino di guardare i telegiornali", dice severa la cantautrice canadese. "Alla mia età cerco di semplificarmi la vita, basta avvocati, basta manager. Porto avanti un piccolo progetto: restau- rare la mia musica. Per evitare di essere truffata per l'ennesima volta". Dopo sette anni di assenza, ha selezionato 53 delle sue vecchie canzoni per un cofanetto di quattro cd appena pubblicato, Love has many faces.
"Era tempo d'incominciare a riflettere sul passato", spiega. "Non ho più alcun desiderio di fare musica, solo di restaurare quelle incisioni deteriorate per in- curia. Ormai il consumo della musica è frammentario e occasionale. La gente ascolta dall'iPhone, che è un pò come guardare Lawrence d'Arabia sul cellulare. Volevo fosse un oggetto bello da avere tra le mani, come i microsolchi di una volta. Volevo ricreare la magia di quando usciva l'LP che tanto aspettavi. di- mostrare a questa generazione di quanto quella ce- rimonia fosse intima e suggestiva". - Dunque il male di cui soffre la musica è incurabile? "La musica è morta per svariate ragioni, ma soprat- tutto per l'ingordigia dell'industria. in mano a mana- ger spregiudicati che l'hanno gestita in maniera, direi, pornografica. Inscatolata come un qualsiasi bene di consumo, la melodia è diventata agonizzante già da quando si è cominciato a parlare di corporate music. Gli scippi di Internet sono diventati il colpo di grazia". - Riascoltare le vecchie canzoni è stato emozionante?" "No, affatto. Ho affrontato tutto con molta oggettività, come se non fosse frutto del mio ingegno. La cosa che più mi ha emotivamente coinvolto è stata la stesura dei testi del libretto. Mi descrivevano come una folk- singer nei primi cinque album, ma non lo ero affatto. Lo sono stata fino al 1965, prima del debutto discogra- fico. Quando ho cominciato a scrivere la mia musica mi sono mossa come Schubert, avevo in mente i Lieder non Woody Guthrie"
- Non le è mai venuta voglia, in tutti questi anni, di produrre nuova musica? "No. Sono malata dal 2009, e quando le energie non sono al massimo non hai il desiderio di crea- re. Riesco solo a dipingere , pur se non con la frequenza di un tempo. Ma anche prima della malattia, delusa e frustrata dalla corruzione del music business, avevo rallentato. Sono state le scelte sciagurate dell'industria a uccidere il mio interesse. La stessa cosa accadde a Miles Davis: sparì dalla circolazione per sei anni disgustato daòòe ingiustizie della discografia". - Che aspettative aveva da ragazza, quando dal Canada scese verso la California in pieno flower power? "Nessuna, la musica era un hobby. Da studentessa, alla scuola d'arte, suonavo nei caffè per un film, una pizza o una partita a bowling. Mi piaceva soprattutto dipingere. Poi rimasi incinta (la bimba fu data in ado- zione, si sarebbero riabbracciate 32 anni dopo, nel 1997, ndr.). La musica fu il pretesto per allontanarmi da casa e evitare il confronto coi miei. Sposai il folk- singer Chuck Mitchell (al secolo è ancora Roberta Joan Anderson, ndr.) e cominciai a collaborare con lui, esperienza di cui vado tutt'altro che fiera, ma almeno appresi alcune regole fondamentali, la prima che chi scrive canzoni deve avere una casa di edizio- ni musicali. Sono entrata a far parte di questo mondo in maniera riluttante, per niente allettata dalla cele- brità. La prima a scoprire il mio talento fui io, e scri- vere canzoni diventò l'unica dipendenza della mia vi- ta ( fumo a parte). Firmai un contratto discografico per quattro soldi, un vero e proprio furto ai danni della mia ingenuità. Ma non importava, ero droga- ta dalla scrittura e dalla composizione, un bisogno insopprimibile - i furbi l'avevano intuito".
La California l'accolse a braccia aperte, eppure lei ha sempre fatto intendere di essersi sentita sottovalutata rispetto ai colleghi maschi "Non è mania di persecuzione, è la verità. La stampa mi relegava nei soliti articoli cumulati- vi intitolati"Women in rock". Avrei voluto che fossen come a Parigi negli anni Venti, quando gli artisti trascorrevano ore a discutere, ma che vuole, con le donne è sempre andata così, quelle forti e di talento fanno sentire gli uomi- ni a disagio. Non fu una donna, Mary Cassat, l'inventrice dell'impressionismo? Eppure guar- di come è andata la Storia. Pur essendo amica di Dégas, non entrò mai a far parte dell'élite perchè i suoi dipinti, che ritraevano la vita so- ciale delle donne, erano considerati ridicoli".
SE ERACLITO VISIONE POST - 42 SE NE ANDASSE a spasso PER LE ANDE Perchè una valle cilena fa pensare al filosofo antico e al riscaldamento globale (da la Repubblica - 20/04/'15 - di Ariel Dorfman), Recentemente ho avuto modo di confermare, con prova triste e inoppugnabile, che Eraclito aveva ragione quando scriveva che è impossibile bagnar- si due volte nello stesso fiume. Non credo natural- mente che il filosofo presocratico, quando scrisse questa frase sul flusso implacabile del tempo, due- milacinquecento anni fa, avesse in mente la distru- zione ecologica del pianeta, l'abisso verso cui ci stanno portando l'avidità e l'incapacità di affronta- re con coraggio la sfida del riscaldamento globale. Mi è capitato di pensare a Eraclito di recente, nel pieno della calura dell'estate cilena. Fra le tante bellezze naturali che si possono trovare intorno a Santiago, sono sempre stato particolarmente at- tratto dal Cajòn del Maipo, una stretta vallata con gole spettacolari scavate dal fiume Maipo nell'ar- co di milioni di anni. - Uno dei posti più straordinari di questo canyon è una cascata chiamata Cascada de las Animas. L'hanno battezzata così più di un se- colo fa gli arrieros, i mulattieri che dopo aver attra- versato le montagne con il loro bestiame si ferma- vano qui per bere e ritemprarsi dalla fatica, e so- stenevano di aver intravisto due fanciulle semitra- sparenti danzare dietro il getto d'acqua, e intorno tanti duendes (folletti dispettosi) che saltellavano e schiamazzavano. Pià di 40 anni fa, quand'eravamo giovani, io e Ange- lica, mia moglie, partivamo per farci delle cammina- te fino alle pendici pià basse delle Ande, e in un'oc- casione riuscimmo ad arrampicarci per centinaia di metri fino alla cascata. Non vedendo in giro nessun essere umano, nè tantomeno le fanciulle o i folletti della leggenda, decisi seduta stante di rinfrescare il corpo tuffandomi in quelle acque gelide e cristal- line portate a valle dalle nevi montane. Angelica, che è sempre stata più prudente, si limitò ad assa- porare l'acqua prendendola con le mani. Alcuni giorni fa siamo ritornati nel Cajon del Maipo, e io, preso dalla nostalgia, ho deciso di rifare la cam- minata fino a quella cascata magica. Angelica ha da- to forfait., ma mi ha accompagnato mio cognato, Pe- dro Sànchez, che aveva visitato le cascate qualche anno prima e diceva che erano ancora un posto in- cantevole. Solo che non era più possibile avventu- rarsi per quelle montagne liberamente come un tem- po: la cascata ora si trova all'interno di una riserva ambientale e l'unico modo per vederla era organiz- zare un'escursione guidata rivolgendosi a un albergo lì vicino. - Anche se l'esperienza di salire per quei sentieri con qualcuno che ti spiega in continuazione il paesaggio, insieme a una serie di altre famiglie con bambini chiassosi al seguito, non coincideva granchè con il contesto solitario del mio ricordo, il panorama era ancora magnifico, pieno di alberi e cespugli autoctoni, ricco di vita animale. E c'era sempre l'aspettativa della grande cascata al termi- me della nostra ascesa. Ma quello che abbiamo trovato non assomugliava affatto alla grande cascata di un tempo. Un rivoletto d'acqua scendeva giù nello stesso bacino cavernoso e pieno di rocce dei miei ricordi, creando una pozzet- ta dove l'acqua arrivava al massimo alle ginocchia. Nuotare nella pozza in ogni caso era proibito, perchè i turisti si erano tutti strofinati la pelle con creme e lozioni solari e avrebbero rischiato di contaminare la purezza della fonte.
Contattato dal Mit, nel 1959 il re della fantascienza scrisse questo testo inedito, in cui illustrava gli ingredienti della creatività: audacia, confronto, follia e relax visione pubblico - 50 (Da la Repubblica - 30/10/2014 / R2Cultura) Isaac Asimov: Vi spiego la prima legge della genialità di I. Asimov In che modo una persona arriva ad avere un'idea nuova? Si può presumere che il processo di creati- vità, qualunque cosa sia, sia essenzialmente lo stes- so in tutte le sue diramazioni e varietà e quindi che l'evoluzione di una nuova forma d'arte, di un nuo- vo congegno, di un nuovo principio scientifico, com- porti sempre degli elementi comuni. La cosa che ci interessa maggiormente è la "creazione" di un nuo- vo principio scientifico o di una nuova applicazione di un vecchio principio scientifico, ma possiamo par- lare in generale. Un metodo per indagare il problema è quello di prendere in considerazione le grandi idee del pas- sato e capire in che modo sono state generate. Si pensi per esempio alla teoria dell'evoluzione attraverso la selezione naturale, creata da Charles Darwin e Alfred Wallace. Ci sono molte cose in co- mune, in questo caso. Tutti e due avevano viaggia- to in posti lontani, tutti e due avevano osservato strane specie di piante e animali e il modo in cui variavano da un posto all'altro. Tutti e due erano smaniosi di trovare una spiegazione per questo fatto, e tutti e due ci riuscirono solo dopo aver let- to il Saggio sulla popolazione di Malthus. Tutti e due videro che il concetto di sovrappopolamento ed "estirpazione" (che Malthus aveva applicato agli esseri umani) si adattava bene alla dottrina dell'evoluzione attraverso la selezione naturale (se applicato alla specie in generale). E' evidente, quindi, che quello che serve non sono solamente persone con una buona preparazione in un certo campo, ma anche persone capaci di fare un colle- gamento tra l'oggetto 1 e l'oggetto 2, che normal. mente non sembrano collegati.
Sicuramente nella prima metà del XIX secolo noltissimi naturalisti avevano studiato il modo in cui le specie si erano differenziate fra loro. E moltissime persone avevano letto Malthus. Ma quello di cui c'era bisogno era qualcuno che avesse studiato le specie, che avesse let- to Malthus e che avesse la capacità di incro- ciare le due cose. E' questo il punto cruciale, la caratteristica rara che dev'essere trovata. Una volta che qualcuno lo ha stabilito, il col- legamento diventa ovvio. Thomas Huxley avrebbe esclamato, dopo aver letto L'origine della specie: "Che stupido a non averci pen- sato!". Ma perchè non ci aveva pensato? La storia del pensiero umano induce a rite- nere che è difficile pensare a un'idea, anche quando tutti i fatti sono lì, sul tavolo. Per fa- re questo collegamento serve una certa au- dacia. Continua... TO BE CONTINUED...