venerdì 31 luglio 2015

Cinema - Tutto Orson Welles

Visione post - 28


Capolavori di O. Welles sotto le stelle
Alla prima apparizione di Orson Welles in piazza, nel
"Terzo uomo" di Carol Reed, erano in cinquemila. Da
stasera e fino al 27 luglio le celebrazioni della Cinete-
ca di Bologna   per il centenario  della nascita  di 
Welles, avvenuta il 6 maggio del 1915 a Kenosha in
Winsconsin, entrano nel vivo con una parata di titoli 
immortali, tutti in versione originale sottotitolata.
Si comincia con il suo film d'esordio, che è anche la
pellicola che più di ogni altra ha cambiato il linguag-
gio cinematografico hollywoodiano: "Citizen Kane-
Quarto potere".  Enfant prodige del teatro e della
radio  (il 31 ottobre  del 1938  annunciò  lo sbarco
degli alieni sulla Terra craendo il panico trab i ra-
dioascoltatori), Welles venne scritturato a soli 24
anni dalla RKO,m che gli concesse carta bianca,
per realizzare il suo primo lungometraggio.  Ne
nacque "Quarto potere", ancora oggi considera-
to dai molti critici tra i film più belli dell'intera 
storia del cinema, certo tra i più studiati e inter-
pretati.  "Un labirinto senza centro",  lo definì
Borges per descrivere le mille e più suggestioni
che si dipanano intorno alla vicenda del magna-
te americano Charles Foster Kane, interpretato
dallo stesso Welles, e plasmata sulla storia vera
del milionario William Hearst, che fece di tutto
per boicottare la pellicola. A quell'esordio geniale
seguì una carriera travagliatissima.  A partire dal
titolo in programma domani sera "The magnificent
Amberson" - L'orgoglio degli Amberson", realizza-
to nel 1942 e falcidiato dai tagli di distribuzione.




L'omaggio a O. Welles prosegue con il dialogo di
Welles con Shakespeare: il "Macbeth" si vedrà il 
19 e "Othello", che inaugura tra l'altro il periodo
italiano del cineasta, il 20.  "Mr.Arkadin - Rapporto
confidenziale", il titolo di Welles  più amato  da
Truffaut, illumina la piazza il 22, mentre il 23 c'è
un altro dei capolavori, "Touch of Evil- L'infernale
Quinlan" con Welles alla regia  e  nel ruol a caso
conta Janet h Leigh e Marlene Dietrich.
Da Franz Kafka è poi tratto nel 1962 "Il processo",
il 24, mentre a chiudere la maratona il 27 è "F for
Fake", testamento artistico  e  spirituale dov'è lo
stesso Welles a mostrare  una chiave  ai tanti che 
hanno cercato di indagare il suo cinema, dicendo:
"Questa chiave non vuole essere il simbolo di niente".
Eppure quella chiave, in queste serate all'ombra di
San Petronio, continueremo a cercarla.



  
Lucianone

giovedì 18 giugno 2015

Lo scrittore Peter HANDKE (2) - Incontro con intervista

visione post - 225

(da "Corriere della Sera" - 31 maggio 2015 /
LaLettura - di Alessandra Iadicicco - da Chaville/Francia)

Il narratore austriaco, al centro di molte polemiche durante
la guerra dei Balcani, oggi coltiva meli, raccoglie funghi e
osserva i finferli che crescono..
Scrivere mi spaventa, rifiuto la politica.
Sono un profugo del mio tempo.
Vivo nel bosco:
ascolto gli alberi
che sussurrano
"Ma sì, venga da queste parti a maggio, quando
al margine del bosco , tra l'erba o sotto l'edera, va-
le la pena di scoprire i prugnoli di San Giorgio".
L'invito di Peter Handke era arrivato per posta, dopo
uno scambio di lettere e di osservazioni  sul tradurre, 
dopo la richiesta di un incontro  e  l'invio  di qualche 
immagine di certi trofei. Gli avevo spedito le foto dei
porcini raccolti l'estate scorsa in Alto Adige, nei giorni
in cui lavoravo alla traduzione del suo Saggio sul cer-
catore di funghi:  un  racconto fiabesco, la storia di 
un'incredibile avventura  uscita  in questi giorni  da 
Guanda. Lui aveva risposto con la foto  di un gigan-
tesco piatto di funghi da lui stesso cucinati  per Ca-
podanno.
Handke ha un sense of humour che contraddice l'im-
magine, che in genere gli si attribuisce, di quell'orso
eremita, schivo, furente, allergico ai giornalisti...
Come dargli torto?  Certe sue posizioni  sono  state 
travisate. Come nel caso della ex Jugoslavia ai tempi
della guerra nei Balcani.  Sostenne la popolazione ju-
goslava, sensibile  "alla loro tragedia - disse - ,  alla
loro situazione senza speranza".Si schierò per la Ser-
bia, si scagliò contro i bombardamenti della Nato lan-
ciati su migliaia di civili. Pianse la sorte dei bambini
vittime innocenti del conflitto, per i quali l'anno scor-
so ha devoluto gli oltre 300 mila euro del Premio Ib-
sen. E, da certa stampa, fu etichettato come fascista,
un sostenitore del boia Milosevic  o  addirittura del
sanguinario generale Mladic.  Ora, proprio in nome
"della grande amicizia e della simpatia dimostrata
da Handke verso la popolazione serba", Belgrado 
gli ha conferito pochi giorni fa la cittadinanza ono-
raria.
Dopo una vita avventurosa, abita da anni  in solitudine  nel
sobborgo parigino di Chaville, in una casa che, cinta da un
muro e dal verde, dalla strada non si scorge nemmeno. Ma
il gesto con cui apre il cancello del giardino - per mostrare
orgoglioso i due meli, il cotogno non ancora del tutto sfio-
rito, il giovane pero, il grande cedro, il noce, il castagno...
è lui in persona a coltivare le piante - non potrebbe essere
più ospitale.
                      Inizio INTERVISTA
Alessandra Iadicicco - Lei stesso ha tradotto molti libri,
di autori antichi e moderni. Tradurre le procura gioia?
P. Handke - "Ho paura quando scrivo, sempre, ancora
adesso. La scrittura propria è sempre pericolosa. Ma
quando traduco non ho paura. Semmai ho problemi,
ma i problemi si possono risolvere. Scrivendo inve-
ce...    Scrivere non è normale come sembra per la 
maggior parte degli scrittori oggi. Così la letteratura
non è più la grande spedizione  che potrebbe essere.
Tanti oggi trovano normale scrivere. Forse è natura-
le, ma non è normale.   Può diventare  naturale man 
mano che si scrive, ma l'inizio non è naturale: l'inizio
è un sacrilegio". 
A. Iadicicco - Perchè?
P. Handke - "Non lo so. Non posso sempre dire per-
chè... Però è una necessità vitale. Senza scrivere non
potrei esistere. Scrivere è sano, indica la via verso la
salute. Tradurre invece è vampiresco. Ti divora l'ani-
ma, non la nutre a sufficienza.  Anche quando si ama 
molto un libro, o si traduce un autore che si sente affi-
ne. Tradurre non basta.  Però  una volta  tradurre  fu 
per me una salvezza".
A. Iadicicco - Quando? E la salvò da che cosa?
P. Handke - "Fu la prima traduzione, dall'inglese, una
lingua che non amo parlare. Di un autore americano,
Walker Percy, tradussi The Moviegoer, Der Kinogeher,
un personaggio che mi somiglia. Era il 1979, ero appe-
na tornato in Austria, ma non volevo tornare in patria.
Per anni avevo vissuto all'estero, prima in Germania,
poi a Parigi. Mi trasferii nel '79 a Salisburgo: volevo 
che mia figlia Amina frequentasse il ginnasio in tede-
sco. Ma allora la patria per me era terra straniera.
Fu la traduzione a riportarmi a casas, a rendermi di
nuovo familiare il mio Paese. La lingua e, parallela-
mente, il paesaggio attorno a Salisburgo mi indica-
rono la strada. Lingua e paesaggio: una fragile pa-
tria... La lingua che usai per tradurre mi riportò al
mio posto. Non la scrittura.  Perchè la scrittura, lo
ripeto, è una patria pericolosa...".
A. Iadicicco - Tradurre permette di stringere legami
attraverso confini che oggi, ancorchè invisibili, sono
più che mai soffocanti...
P. Handke - "Già... Nel frattempo gli antichi confini -
politici, economici - sono scomparsi. Eppure i confini
culturali sono molto più forti. I libri - non parlo di libri
veri - sono scritti  dappertutto  allo stesso modo:  in 
America, Russia, Cina... Questa indifferenza è peg-
giore di qualsiasi confine, dei confini  che un tempo
mi erano cari. Le traduzioni, poi, sono sempre soste-
nute dai ministeri, finanziate dagli istituti di cultura.
Si vuole promuovere la letteratura internazionale.
Ma io sento la mancanza  di una letteratura mon-
diale, di quella che Goethe chiamava la Weltliteratur,
che nasce dall'eterno scambio tra i popoli attraverso
i confini e i linguaggi. Non potrò mai scomparire, ma
non sai dove scorre.  E' come  un fiume carsico  che
fluisce al di sotto del terreno e devi accostare l'orec-
chio alle rocce calcaree per capire dove passa e do-
ve verrà alla luce".
A. Iadicicco - Confini lei ne ha attraversati tanti, non solo
traducendo. Ha fatto il giro del mondo, ha cambiato vari
luoghi di residenza.
P. Handke - "Ma ora di qui non mi muovo più. Vivo a
Chaville da 25 anni. E difendo il mio posto, difendo il
luogo: la mia casa, il giardino...".
A. Iadicicco - Una volta ha definito se stesso "uno
scrittore di luoghi"...
P. Handke - "Sarà perchè soffro da sempre per la
mancanza di un luogo, perchè dall'infanzia conosco
il dolore dello sradicamento. Così anche un luogo e-
pisodico è sempre stato come una grazia per me. Un
posto però deve diventare epico: si deve raccontarlo,
trasformarlo nel personaggio di una storia, far sì che
possa apparire per tutti".
A. Iadicicco - E come vive il trascorrere del tempo? Ha
l'aria di un uomo che non invecchia. Come "il cercatore
di funghi": da bambino non voleva sapere nulla del suo fu-
turo. Da adulto, avvocato di fama internazionale, nell'inti-
mo non si è mai spinto oltre i margini del bosco.
P. Handke - "E' così: decisivo per me è rimasto il 
mormorare degli alberi sul margine del bosco.  Se
mi sfuggisse quel sussurro, se non riuscissi  più a 
coglierlo, mi direi:  hai perso tempo, hai mancato 
il momento. Questo è il tempo per me. Non il tem-
po politico. Rifiuto di credere che il tempo politico
sia il mio tempo, il mio destino. Gli sono sfuggito.
Sono un profugo del mio tempo. E non mi volto in-
dietro come la moglie di Lot, a guardare verso la
politica. Mi trasformerei in una colonna di pietra,
con la quale non si può fare nulla.    No, il tempo  
per me è un altro.  Anche tutte le mie spedizioni
libresche mi portano in un altro tempo.   L'altro
tempoè, credo, un Dio buono, l'unico Dio che io
abbia mai visto. E anzi  l'ho sempre visto  c
una donna, una dea: die Gòttin Zeit...   La Dea
Tempo mi ha sempre mostrato un volto femmi-
nile".
A. Iadicicco - E la sua scrittura è senza tempo, fuori dal
tempo, inattuale?   Nel  "Saggio sul cercatore di funghi"
scrive: "Finchè questa flora selvatica resisterà all'alleva-
mento, alla coltura, fino ad allora l'andar per funghi re-
terà l'avventura della resistenza! Una forma di eternità",
P. Handke - "Però non sono solo i funghi... Voglio
dire. Quando si dice di un libro che è attuale io ri-
spondo: allora non mi interessa. I libri non hanno
niente a che fare con l'attualità. Attualità però è
una bellissima parola. Allude all'azione, alla vita.
Però a me piace riferirmi a un'altra attualità. Vo-
glio dire, non esisterei senza 'il mondo delle no-
tizie'. Quel mondo però contribuisce a darmi l'im-
pulso e l'energia  a pensare  ex negativo qualco-
s'altro. In questo senso ha ragione chi dice di me
che sono uno scrittore utopico.   Perfino nei miei
diari entra il cosiddetto mondo dell'attualità e quel
che mi accade attorno. L'altro giorno, ad esempio,
c'era sul treno una coppia di anziani accompagnati
da due giovani badanti romeni. La scena si svolge-
va in silenzio, gli anziani  erano  muti, come i loro
accompagnatori. Io  però  ho  immaginato  che   i  
quattro intavolassero una singolare conversazione.
E' invenzione, il che non significa fantasia arbitra-
ria, vuol dire da quella che è l'"attualità attuale",
fantasticare su una attualità eterna".
A. Iadicicco - I suoi libri, le traduzioni, i saggi, i diari,
sono tutti manoscritti.  La sua scrittura è riprodotta
sulla copertina delle edizioni originali...
P. Handke - "Anche questo segna un tempo diverso.
Da oltre trent'anni scrivo con la matita. Ho comincia-
to a farlo per via dei viaggi. Spostandomi da un Pae-
se all'altro , le lettere sulla tastiera della macchina
per scrivere erano in un ordine diverso. Questo mi
distraeva. Mi irritavo, mi arrabbiavo: non sono tan-
to saldo di nervi... Dovevo cercare il tasto giusto e 
la fantasia, la visione interiore era minacciata - no,
esagero - era disturbata. Così ho provato a scrive-
re a mano. Funzionava! Fu una sorpresa. Ne è sor-
to un nuovo ritmo, anzi, un'altra Folge,  la chiama
Goethe, un'altra sequenza:  in questo senso sì, la
mia è una scrittura inattuale.Eppure ci sono un paio
di persone che mi leggono. Però mimanca la scrittu-
ra epica. L'avventura del cercatore di funghi è sta-
ta l'ultima".
A. Iadicicco - Come trascorre le sue giornate da solo qui?
P. Handke - "La mattina leggo, annoto quello che è 
accaduto il giorno prima, vado nel bosco, di solito ver-
so mezzogiorno, quando tutti sono a tavola. D'inverno
nel pomeriggio vado al cinema, a Parigi, a Versailles.
Film ne vedo tantissimi, anche quelli brutti.  Comun-
que il cinema è stimolante. Lo stesso non vale per i
libri. Un brutto libro provoca  un'irritazione sterile e 
cattiva. Il cinema, però, con tutte le sue potenzialità,
non potrà mai colmare il posto della letteratura, che
al momento è vuoto. Peccato".

A. Iadicicco - Dall'inizio della sua attività letteraria,
dagli "Insulti al pubblico" lei esercita una retorica
dell'invettiva. "Maledione, dannazione, maledizione,
dannazione" dice il narratore del "Saggio sulla gior-
nata riuscita" per esprimere la propria indignazione
dapprima, in gioventù, contro il cielo, poi contro la
società, infine contro se stesso.  Com'è che tante
sue figure sono intonate sulla chiave dell'ira, dello
sdegno, del furore?
P. Handke - "Me lo chiedo anch'io a volte. Un buon
giornalista televisivo, anni fa, con il quale ho anche
girato un film, disse che dentro di me c'è una minie-
ra di furore. Chissà, l'avrò ereditata da mio nonno.
Non sono un ribelle però: ho solo il furore. Goethe,
nel Torquato Tasso, dice: "Nel mio cuore gira una
ruota di gioia e dolore". Io potrei dire che la ruota
che gira nel mio cuore alterni la mitezza al furore.
La mia furia è innocua però, non è odio, è solo fu-
rore".
A. Iadicicco - Contro chi?
P. Handke - "Non lo so! Sarà una malattia.  Mi 
avrà morso un cane da piccolo, o una lumaca.
O mi avrà punto un calabrone..."
A. Iadicicco - Qualcuno in Germania l'ha definita il
"Waldgànger" della letteratura contemporanea.  E' 
l'eroe romantico che nella solitudine del bosco cerca
un rifugio dalla società in cui soffre. Quella parola evo-
ca anche il "Waldgang" di Ernst Jùnger, il "Trattato del
ribelle" che nel bosco cerca l'Altro dal proprio tempo.
Lei nel bosco che cosa cerca?
P. Handke - "Di Jùnger  ho amato  moltissimo
Il cuore avventuroso, mi ha dischiuso il vaso di 
pandora della fantasia. Quanto al bosco, che cosa
cerco... E' come nella poesia di Goethe: "Ich ging
im Walde so fùr mich hin / Und nichts zu suchen,
Das war mein Sinn" (Andavo per il bosco nei miei
pensieri intento, / senza cercare nulla, tale era il mio
sentimento). Non è necessario cercare qualcosa. E'
eccitante, certo. Ma quando non trovo nulla mi sen-
to sollevato, all'inizio sono deluso ma poi  mi sento
libero. L'altro giorno nel bosco ho trovato una palla
da rugby... La gente mi ha visto rientrare in paese e
avrà pensato a una boccia, la petanque, o a un gros-
so fungo! La verità è che raccolgo di tutto. Pietre,
piume di uccelli. E' come una smania, una malattia:
il Suchen, il cercare, si trasforma in una Sucht, una 
dipendenza. Ma nel bosco c'è altro. Ci sono questi
slarghi dove filtra la luce:Claros del bosque li chia-
ma una poetessa-filosofa spagnola, Maria Zambrano.
E nella natura, scriveva Hòlderlin,  "l'jntera mia es-
senza ammutolisce e ascolta".
A. Iadicicco - E i funghi che cosa rappresentano?
L'ultima avventura, l'ultima frontiera, l'ultima fiaba?
P. Handke - "Sono diavoli!  Se  non stai attento  ti 
crescono in casa, marciscono  e  i vermi strisciano 
attorno... E ci diventi matto. L'ho scritto. E mi hanno
raccontato di gente che per la mania dei funghi  ha
perso la testa davvero. A me non è successo (ride).
Però il primo porcino che trovai nel bosco me lo ri-
cordo ancora.  Era  uno spettacolo  per gli occhi, e
in più  potevo gustarlo, poteva  essere  un piacere 
universale per il corpo. Questo è un valore. E' sempre
così per le cose rare che si trovano in natura. Nella fo-
resta qui attorno ci sono posti dove cresce l'aglio orsi-
no, un condimento gustosissimo. O l'erba cipollina sel-
vatica, la si riconosce dal colore: non cìè un altro verde
così scuro e brillante come quello dell'erba cipollina. E
la rucola. Arrivando in treno da Parigi la si vede vici-
no alla stazione di Javel. Una volta sono sceso lungo i
binari per raccoglierla.

Continua... to be continued...

domenica 14 giugno 2015

Personaggio / musica - SHAKIRA e la solidarietà

"LA MIA VITA PER GLI ALTRI"
La famosa cantante colombiana spiega
perchè la solidarietà è un dovere di tutti

Visioni post - 55
(da la Repubblica RCLUB - 6 giugno 2015 - Laura Laurenzi)
Piccola ma carica di energia, aggressiva nei suoi
stivali che fra tacco a stiletto e plateau le regalano 
18 centimetri. Shakira mescola sex appeal e inge-
nuità, ha un viso di bambina sotto la gran criniera
bionda, un sorriso dolce, nulla di minaccioso.
Minuscoli shorts neri, reggiseno arabescato a vista,
l'icona del pop latino offre di sè un'immagine inedita
mentre stringe al petto  - ma solo per un minuto, la
sua assitente glielo porta subito via - il piccolo Sasha,
il suo secondo bambino nato nel gennaio scorso. Ga-
leotto  fu  il Waka Waka, il mondiale di calcio in Sud 
Africa, il colpo di fulmine con Gerard Piqué, difenso-
re del Barca e della nazionale spagnola. 
La incontriamo in un resort a cinque stelle all'ombra
della montagna  di Montserrat, non lontano  da Bar-
cellona, la città in cui  si è trasferita  da quando  ha 
messo su famiglia con il calciatore, che ha dieci anni
esatti meno di lei. - Sospesa tra due modi, è stata de-
finita la giusta combinazione tra corpo e intelletto, tra
impegno sociale e danza del ventre, tra passione e di-
sciplina.  Non è  un nome d'arte  il suo, ispirato dalla
nonna libanese: tradotto dall'arabo Shakira vuol dire
"donna piena di grazia". Al suo attivo oltre sessanta
milioni di dischi venduti e una dozzina  fra Grammy
Billboard Awards: ma oggi non è questo che conta.
Fare del bene in modo sistematico, progettando, pia-
nificando, edificando, è la sua linfa vitale, si direbbe
l'attività  cui tiene di più, quasi una vocazione, se è 
verpo che ha cominciato a praticarla quando era mi-
norenne e che a 26 anni, la più giovane della storia,
era già stata nominata ambasciatrice di buona volon-
tà dell'Unicef. 

Precoce nel canto e precoce nel volontariato.
A cinque anni  già cantava  in un coro, a otto
anni aveva già scritto 19 canzoni, a 11 vinse 
il concorso "Buscando Artista Infantil" - e se 
lo aggiudicò per tre edizioni successive - a 14
anni incise il suo primo album.    E a 18 dette   
vita alla sua personale  fondazione benefica
che chiamò  "Pies descalzos", il titolo di un
suo CD, Piedi scalzi, su cui ancora oggi, a 20
anni esatti di distanza, riversa ogni energia.
A Barranquilla, città portuale della Colombia
dove è nata 38 anni fa, vedeva per la strada
bambini laceri e abbandonati che frugavano
nell'immondizia e sniffavano colla.    "Sono   
cresciuta fra ingiustizie e disuguaglianze molto
forti. La povertà era tutta intorno a me, da pre-
stissimo ho avuto la consapevolezza di cosa vo-
lesse dire non avere niente e da subito mi sono
ripromessa che  se avessi avuto successo  non
sarei rimasta con le mani in mano", racconta,
passando dall'inglese allo spagnolo con qual-
che breve incursione nella nostra lingua. La
parla senza accento, in omaggio a un bisnon-
no italiano, "fiera di avere nel mio sangue e
nel mio dna il retaggio di una delle civiltà più
antiche e più importanti del mondo", dice.
"La mia battaglia è quella per il diritto all'istruzione,
perchè tutti i bambini in ogni angolo della Terra pos-
sano andare a scuola. E' lo strumento migliore  per
un domani di pace. Non c'è investimento che possa
dare risultati più concreti in minor tempo e io dedi-
co a questo ogni energia. Finora nel mio Paese ab-
biamo costruito scuole per circa settemila bambini
che non avevano un futuro, non avevano sogni,  e
abbiamo creato centri di accoglienza per piccoli da
uno a sei anni.  I risultati di questo impegno  sono 
frutti che si colgono rapidamente.  Di recente ab-
biamo costruito una scuola in una zona disagiata
nella periferia di Cartagena  ed è uno spettacolo
vedere come con la scuola è arrivata l'elettricità,
è arrivata l'acqua, è nata una comunità  e  sono
completamente sparite le bande criminali".
Dai bambini di strada alla Casa Bianca. Con l'lmpatto
della sua popolarità non c'è porta che non si sia aper-
ta. Presidenti, capi di stato, primi ministri, Nobel per
la pace: chi dei grandi della Terra l'ha colpita di più?
Shakira ci pensa qualche secondo e poi risponde: 
"Direi Obama. Ammiro molto la sua sfida volta a
garantire a tutti il diritto all'istruzione, una battaglia
cui il presidente fa cenno in quasi tutti i suoi discor-
si ufficiali. Umanamente ha la capacità di concentra-
re la sua attenzione su ogni suo singolo collaboratore,
e questo mi ha molto colpito.  Sono fiera di lavorare 
per lui e per la Casa Bianca: faccio parte di una com-
missione in cui sono consulente sul tema istruzione e
popolazione di origine ispanica negli Stati Uniti". Ha 
incontrato Papa Francesco? "Non ancora, ma spero 
di farlo presto. La sua è una delle voci più importan-
ti del mondo e abbiamo davvero bisogno di una voce
come la sua che parli a nome di chi non viene ascol-
tato da nessuno. Vorrei chiedergli cosa pensa della
nostra campagna  a favore  dei milioni e milioni  di
bambini che oggi  non hanno accesso neppure  alla 
prima elementare. Vorrei che cambiasse la mente
di chi oggi è al comando nei posti chiave".
La filantropia ha molti volti e l'emergenza è sempre 
in agguato. Shakira, che conta oltre 30 milioni di fol-
lowers, non ama esibire  i bei gesti umanitari  ma a 
domanda risponde: "Dopo il terremoto in Nepal ho
fatto una mia donazione personale e attraverso i so-
cial network, in particolare attraverso twitter, ho con-
tattato persone in grado di offrire  congrui contributi
alle famiglie più bisognose sollecitandole a farlo".
E non è Shakira ad annunciarlo bensì l'Unicef in un
comunicato ufficiale: grazie alle donazioni dei suoi 
fan e di quelli del marito, la "Baby Shower Mondiale"
salva-vita lanciata dalla popstar subito prima che na-
scesse il suo secondo figlio ha permesso di raccoglie-
re finora 150 mila dollari sufficienti per 130 mila vac-
cini contro polio e morbillo e per alimenti terapeutici
da distribuire a 15 mila bambini.
Anche se combatte per i diritti delle donne e ancor 
più delle bambine, non ama definirsi femminista: 
"Preferisco femmina, senza nulla togliere al fatto che
le donne sono il seme dell'umanità, le colonne su cui
si fonda la nostra società, le persone che ogni giorno
rendono questo mondo un posto migliore". Cosa più
di ogni altra oggi le dà energia? "L'amore. Sentirmi
amata. E' ciò che mi fa svegliare la mattina e alzarmi
dal letto e abbracciare la vita. Proprio perchò ci sono
stati periodi in cui non ero amata, e so quanto è triste.
Adesso  ho una famiglia mia  e  l'amore  di un uomo: 
non posso desiderare di più".
Gabriel Garcia Marquez, suo amico e ammiratore, la
chiamava "muro di granito" per la sua determinazio-
ne. Nel sociale ma anche quando calca il palcosceni-
co. "Nessuno, a nessuna età, riesce a cantare e bal-
lare in quel modo, con una sensualità così innocente, 
tanto innocente   che sembra  l'abbia  inventata lei",
scrisse il Nobel dopo avere assistito a un suo concerto.
Lei ricambiò componendo i brani musicali del film trat-
to da L'amore ai tempi del colera. Segretamente, sen-
za nessuna pretesa letteraria ma come semplice testi-
monianza, anche Shakira  sta scrivendo  un libro: la 
sua autobiografia. E ' presto per anticipare qualche 
capitolo e poi le cose  da raccontare  sono davvero
tante.

Lucianone

MUSICA / strumenti jazz - La storia del SAX e prospettive future

visione post - 50
Nel progetto "Sax History",
Claudio Pascoli e Amedeo Bianchi
raccontano dall'inizio il percorso di
questo straordinario strumento

Gli uomini in SAX
I due artisti sassofonisti in un viaggio da
Hawkins a Parker, senza dimenticare
Madness e Champs

(da 'la Repubblica' - 7 maggio '15 - Andrea Morandi)
Da un signore di nome Adolphe Sax ai grandi miti
Charlie Parker  e  John Coltrane, dai primi utilizzi
nelle bande militari fino al trionfo grazie al jazz: si
può leggere l'intera storia del Novecento dentro il
percorso  del  sassofono, uno strumento transitato 
dalle accademie europee ai club di New York, dai
palchi di periferia ai grandi concerti. Una vicenda 
singolare e affascinante che  due  dei più celebri
sassofonisti italiani, ovvero Claudio Pascoli - già
sui dischi di Battisti, De Andrè e Guccini - e Ame-
deo Bianchi - da Antonello Venditti a Noel Ghal-
lagher - raccontano nel progetto "Sax History" -
stasera al Trieste di via Pacinotti, Milano.
Una serata in cui i due ripercorreranno la strada
fatta dallo strumento dal 1840, ovvero da quando,
nel suo studio di Bruxelles, il belga Sax lo inventò.
"All'inizio il nostro era un progetto con una matrice
didattica, lo abbiamo anche portato nelle scuole  -
precisa Pascoli  -  poi abbiamo deciso di farne una
versione per il pubblico e così è nato "Sax History", 
un viaggio  in cui  passiamo  da Coleman Hawkins a 
Charlie Parker, ma non solo, spazieremo in ambito
pop, vedi One Step Beyond dei Madness o Tequila
dei Champs, e nel cinema, da Blade Runner a Mo'
Better Blues". Insomma , un viaggio che non sarà
solo jazz, perchè il sassofono ha avuto un notevole
impatto sulla cultura pop, dall'assolo di Phil Woods
in  Just The Way You Are  di Billy Joel  a quello di
Andy Snitzer in  Still Crazy After All These Years 
di Paul Simon. "Senza dimenticare Sonny Rollins
con i Rolling Stones o Michael Brecker con James
Taylor - continua Pascoli - Avevo dodici anni, vidi
un servizio fotografico su Epoca con delle meravi-
gliose immagini di Gerry Mulligan e Sonny Rolling
e decisi  che avrei imparato a suonarlo.   Andai in 
una banda e mi diedero il sax soprano, molto pri-
ma che Coltrane lo rendesse celebre".  "Per me
invece la folgorazione fu casuale - prosegue Bian-
chi - Io volevo fare il pianista, ma al Conservato-
rio non c'era più posto  e  mi misero nel corso di
clarinetto promettendomi che mi avrebbero spo-
stato. Non me ne andai più. Ci tengo a dire una 
cosa però: "Sax History" nasce soprattutto dal-
la profonda amicizia che mi lega a Claudio, con
cui da trent'anni  condividiamo  la passione per
lo strumento, dai tempi dello Studio 7  di corso
Venezia". Due sassofoni, un palco e un reperto-
rio scelto con cura, con una scaletta preziosa che
includerà tanto Moose the Mooche di Charlie Par-
ker quanto St. Thomas di Sonny Rollins e Petite
Fleur di Sidney Bechet.
"Scegliere è sempre difficile - ammette Pascoli -
I miei miti? Credo che  Charlie Parker  sia stato
toccato dall'alto, i suoi fraseggi ancora oggi  suo-
nano come un miracolo".    - "Parker e Coltrane 
hanno aperto nuove porte - spiega Bianchi - ma
se devo fare i miei nomi, dico Cannonball Adder-
ley, seguito da Wyane Shorter e David Sanborn".
Un passato luminoso  quello  del sassofono, av-
volto dal fascino del mito, ma per quanto riguarda
il presente? "Si sente meno, anche nel pop, dove
a volte viene campionato - dice Bianchi, che set-
temnre partirà in tour con Antonello Venditti e a
luglio seguirà l'ex Oasis Noel Gallagher nelle da-
te italiane - ma a volte in musica ci sono dei cicli,
speriamo ritorni".   - "Anche sui dischi italiani si
sente poco, l'ultimo credo  sia atato  Stefani Di 
Battista con Niccolò Fabi - conclude Pascoli -
Un Tempo il sax era considerato il fiore all'oc-
chiello di una produzione musicale, ora invece
si cerca di non deconcentrare troppo l'ascoltatore".

Charlie PARKER
playing sax



Lucianone

sabato 23 maggio 2015

CULTURA - Società / Anniversario Giovanni Falcone: la storia della Mafia

23 maggio '15 - sabato

LA PAROLA  MAFIA
fu scritta 150 anni fa per la prima volta
su un documento ufficiale. E purtroppo
divenne Storia.          visione post - 35


(da 'la domenica' di Repubblica - 10 aprile 2015 /
di Attilio Bolzoni)
E' la parola italiana più famosa al mondo. Più di 
pizza, più di spaghetti. Presente in tutti i dizionari 
e  nelle enciclopedie di ogni Paese, di etimologia
incerta - deriva da maha^fat^, espressione araba 
che vuol dire immunità? Da un antico termine to-
scano che indicava ostentazione e boria? -   fino 
al secondo dopoguerra si scriveva e si pronuncia-
va con due "effe". All'anagrafe, e non è certo un
caso, è vecchia quasi quanto lo Stato unitario.
Ma di sicuro c'era già prima, anche se nessuno
le aveva ancora dato un nome. Un fascicolo pre-
fettizio non ha mai fatto la storia, però quello che 
il marchese Filippo Antonio Gualterio ha inviato
al ministro dell'Interno del Regno Giovanni Lanza
si è rivelato un segnatempo decisamente importan-
te: indica la data esatta di quando la Mafia ha co-
minciato a chiamarsi Mafia. Centocinquanta anni
fa.     Documento con tanto di bollo e stemma con
croce sabauda, viva il Re e viva l'Italia. Era il 25
aprile del 1865.
Nata nell'agro palermitano e negli assolati feudi
della Sicilia centrale, questa parola che ha attra-
versato tante vicende politiche e criminali della
nostra nazione non ha avuto sempre lo stesso si-
gnificato. Ogni epoca ha avuto la sua mafia. Un
secolo fa  rappresentava  qualcosa, dopo l'ucci-
sione di Giovanni Falcone  e  Paolo Borsellino
un'altra cosa, un'altra ancora oggi. Ma è stato
quel giorno, il 25 aprile, che la Maffia - che poi
si trasformerà in Mafia - è entrata formalmen-
te e sinistramente nel nostro vocabolario. 
Le prime notizie suk'esistenza di certe canaglie,
"oltre cento, di diverso rango, le quali erano riu-
nite in fermo giuramento  di non rivelare mai la
circostanza  delle loro operazioni  a costo  della 
vita", risalgono al 1828 e ne ha riferito uno sco-
nosciuto magistrato di Agrigento descrivendo
un'organizzazione criminale  che  aveva radici 
fra Cattolica, Cianciana  e    Santo Stefano di
Quisquina. Dieci anni dopo, nel 1838, il procu-
ratore della gran Corte Criminale di Trapani
Pietro Calà Ulloa denunciava che "vi ha in molti
pasi delle unioni o fratellanze, specie di sette che
si dicono partiti, senz'altro legame che quello del-
la dipendenza di un capo che qui è un possidente, 
là un arciprete... sono tante specie  di piccoli go-
verni nel governo". Ma fu solo il prefetto di Palermo,
il marchese Gualterio, in quella primavera del 1865 -
Garibaldi era sbarcato a Marsala appena cinque an-
ni prima - ad avvisare "di un grave e prolungato ma-
linteso fra il Paese e l'Autorità", annunciando il peri-
colo che  "la cosiddetta Maffia od associazione ma-
landrinesca potesse crescere in audacia, e che, d'al-
tra parte, il Governo si trovasse senza la debita au-
torità morale  per chiedere  il necessario appoggio
alla numerosa  classe di cittadini  più influenti  per
senso di autorità".  Tratteniamo il  respiro per un
momento e riflettiamoci: centocinquanta anni dopo
è cambiato veramente qualcosa?".
Comunque sia e la si voglia vedere , da quel giorno 
in poi, in Italia, di mafia  non si è più smesso di par-
larne e straparlarne. Prima e dopo Caporetto, nel-
l'era del Duce, nella Prima e nella Seconda Repub-
blica, a Caltanisetta  e  ad Aosta, a  Portella della 
Ginestra e nella Milano "da bere", nella Corleone
di Totà Riina e con Renato Schifani sullo scranno
più alto del Senato. E passando naturalmente per 
l'immarcescibile Giulio Andreotti e il più "corsaro" 
Silvio Berlusconi.
 
Illustrazione tratta dal quotidiano 'L'Ora' relativa al
processo - scaturito grazie al rapporto Sangiorgi - di
Palermo del maggio 1901

TUTTO E' COMINCIATO quel 25 aprile di un secolo
mezzo fa anche se, in verità, un paio di anni prima,
per le strade e i teatrini popolari di Palermo era an-
data in scena una commedia dialettale in tre atti (I
mafiosi de la Vicaria), scritta da Giuseppe Rizzotto
e Gaetano Mosca.   L'opera dove si citava sempre 
la parola "mafiosi"  e  mai "mafia", raccontava le 
gesta di un detenuto al quale si sottomettevano tut-
ti gli altri rinchiusi nelle segrete della Vicaria, il fa-
migerato carcere che per volere dei Borboni fu rim-
piazzato nella metà dell'Ottocento dall'Ucciardone.
Ma agli atti, negli archivi dello Stato italiano, è  il
rapporto Gualterio che resta il punto di riferimento
storico: l'origine della mafia come mafia. Il suo re-
soconto al ministro dell'Interno e al capo del governo
Alfonso La Marmora  già individuano  l'essenza  di 
quell'organizzazione dove non c'erano solo "malfat-
tori" ma anche "molti proprietari"  che stavano al
fianco "della malandrineria  colla quale  molti rap-
porti avevano avuto svariati partiti".  Poi incideva 
sul documento quella fatidica parola: "La cosiddet-
ta Maffia". Sempre scritta in maiuscolo.
L'analisi del marchese-prefetto, seppur inevitabil-
mente approssimativa, neanche un quarto di seco-
lo dopo -siamo nel 1889 - era già stata dimenticata
sotto una montagna di "ragionamenti" e di difese
a oltranza della Sicilia e sull'onore dei siciliani.

Lucianone

mercoledì 11 marzo 2015

MUSICA - Intervista / Le confessioni di Joni Mitchell


La cantante canadese, che a 71 anni lavora
alla riedizione dei suoi dischi, dice:   "Sono meglio
di Dylan & Co. ma da donna mi snobbano"
VISIONI POST -  84

(da la Repubblica / R2Spettacoli - 30/01/2015  - di  
Giuseppe Videtti - Roma)
Più originale di Dylan, nella musica e nel pensiero
"L'ho detto e lo ribadisco", esclama Joni Mitchell, il
tono perentorio che non ammette repliche   Un colpo 
di tosse  un'imprecazione  contro il vizio del fumo  al
quale ancora , a 71 anni, non intende rinunciare, poi
riprende: "Ma  sono  una donna, alle  donne  quello
status non è concesso, neanche nell'arte".
David Crosby  -  vecchio compagno di avventure quan-
do la musica della West Coast  era  la colonna sonora 
del libero pensiero  e  lei  flirtava  con  Graham Nash, 
James Taylor e Leonad Cohen  -  le ha dato ragione:
"Come musicista Joni è una spanna sopra Bob". Pa-
tole che Joni avrebbe voluto ascoltare quarant'anni
fa, non ora che vive  in uno stato  di aemireclusione
nella spanish house di Laurel Canyon, il suo rifugio
dal 1974.   Ha tagliato i ponti con il music business,
risponde al tejefono quando le va, se le va. Per due
generazioni di artisti - da Prince a Bjork - è un idolo;
album come Blue, Court and spark, Hejira e Mingus
pagine di un vangelo . ma a lei del pop restano solo
le cicatrici. Non ne ha voluto sapere di concedere i
diritti per un biopic interpretato da Taylor Swift,  e
se  si è fatta fotografare   da Hedi Slimane  per  la 
campagna pubblicitaria di Saint Laurent Paris è so-
lo "perchè mi ha promesso di lasciare tutte le rughe
al loro posto".Di diavolerie tipo photoshop non s'in-
tende.  "Evito persino  di guardare  i telegiornali", 
dice severa la cantautrice canadese. "Alla mia età
cerco di semplificarmi la vita, basta avvocati, basta
manager. Porto avanti un piccolo progetto: restau-
rare la mia musica. Per evitare  di essere  truffata
per l'ennesima volta".
Dopo sette anni di assenza, ha selezionato 53 delle
sue vecchie canzoni per un cofanetto  di quattro cd
appena pubblicato, Love has many faces.
"Era tempo d'incominciare a riflettere sul passato", 
spiega. "Non ho più alcun desiderio di fare musica,
solo di restaurare quelle incisioni deteriorate per in-
curia. Ormai il consumo della musica è frammentario
e occasionale. La gente ascolta dall'iPhone, che è un
pò come guardare  Lawrence d'Arabia  sul cellulare.
Volevo fosse  un oggetto bello  da avere tra le mani, 
come i microsolchi di una volta.   Volevo ricreare la
magia di quando usciva l'LP che tanto aspettavi. di-
mostrare a questa generazione di quanto  quella ce-
rimonia fosse intima e suggestiva".
-  Dunque il male di cui soffre la musica è incurabile?
"La musica è morta per svariate ragioni, ma soprat-
tutto per l'ingordigia  dell'industria. in mano a mana-
ger spregiudicati che l'hanno gestita in maniera, direi,
pornografica.  Inscatolata come  un qualsiasi bene di 
consumo, la melodia  è diventata agonizzante già da
quando  si è cominciato a parlare di corporate music.
 Gli scippi di Internet sono diventati il colpo di grazia".
-  Riascoltare le vecchie canzoni è stato emozionante?"
"No, affatto. Ho affrontato tutto con molta oggettività, 
come se non fosse frutto del mio ingegno. La cosa che
più mi ha emotivamente coinvolto  è stata  la stesura 
dei testi del libretto. Mi descrivevano come una folk-
singer  nei primi cinque album, ma non lo ero affatto.
Lo sono stata fino al 1965, prima del debutto discogra-
fico. Quando ho cominciato  a scrivere  la mia musica 
mi sono mossa   come  Schubert,   avevo  in mente  i 
Lieder non Woody Guthrie"

-  Non le è mai venuta voglia, in tutti questi anni, di 
produrre nuova musica?
"No. Sono malata dal 2009, e quando le energie
non sono al massimo non hai il desiderio di crea-
re. Riesco  solo  a dipingere , pur se non  con la
frequenza di un tempo.    Ma anche prima della
malattia, delusa e frustrata dalla corruzione del 
music business, avevo rallentato. Sono state le
scelte sciagurate dell'industria a uccidere il mio
interesse. La stessa cosa accadde a Miles Davis:
sparì  dalla circolazione  per sei anni  disgustato 
daòòe ingiustizie della discografia".
-  Che aspettative aveva da ragazza, quando dal
Canada scese verso la California in pieno flower 
power?
"Nessuna, la musica era un hobby. Da studentessa, 
alla scuola d'arte, suonavo nei caffè per un film, una 
pizza o una partita a bowling. Mi piaceva soprattutto
dipingere. Poi rimasi incinta (la bimba fu data in ado-
zione, si sarebbero  riabbracciate  32 anni dopo, nel
1997, ndr.). La musica fu il pretesto per allontanarmi
da casa e evitare il confronto coi miei. Sposai il folk-
singer Chuck Mitchell (al secolo è ancora Roberta
Joan Anderson, ndr.) e cominciai a collaborare con
lui, esperienza  di cui  vado tutt'altro  che fiera, ma
almeno appresi alcune regole fondamentali, la prima
che chi scrive canzoni deve avere una casa di edizio-
ni musicali. Sono entrata a far parte di questo mondo
in maniera riluttante, per niente allettata  dalla cele-
brità. La prima a scoprire il mio talento fui io, e scri-
vere canzoni diventò l'unica dipendenza della mia vi-
ta ( fumo a parte). Firmai un contratto discografico
per quattro soldi, un vero  e  proprio furto ai danni
della mia ingenuità. Ma non importava, ero droga-
ta dalla scrittura e dalla composizione, un bisogno
insopprimibile - i furbi l'avevano intuito".



La California l'accolse a braccia aperte, eppure
lei ha sempre fatto intendere di essersi sentita
sottovalutata rispetto ai colleghi maschi
"Non è mania di persecuzione, è la verità. La 
stampa mi relegava nei soliti articoli cumulati-
vi intitolati"Women in rock". Avrei voluto che 
fossen come a Parigi negli anni Venti, quando
gli artisti  trascorrevano ore  a discutere, ma
che vuole, con le donne è sempre andata così,
quelle forti e di talento fanno sentire gli uomi-
ni a disagio. Non fu una donna, Mary Cassat,
l'inventrice dell'impressionismo? Eppure guar-
di come è andata la Storia. Pur essendo amica 
di Dégas, non entrò mai  a far parte  dell'élite
perchè i suoi dipinti, che ritraevano la vita so-
ciale delle donne, erano considerati ridicoli".




Continua... to be continued...

martedì 10 marzo 2015

VIAGGI - A spasso per le Ande


SE  ERACLITO          VISIONE POST -  42
SE NE ANDASSE 
 a spasso PER LE ANDE
Perchè una valle cilena fa pensare 
al filosofo antico e al riscaldamento globale

(da la Repubblica - 20/04/'15  -  di Ariel Dorfman), 
Recentemente ho avuto modo di confermare, con
prova triste  e  inoppugnabile, che Eraclito  aveva
ragione quando scriveva che è impossibile bagnar-
si due volte nello stesso fiume. Non credo natural-
mente che il filosofo presocratico, quando scrisse
questa frase sul flusso implacabile del tempo, due-
milacinquecento anni fa, avesse in mente la distru-
zione ecologica del pianeta, l'abisso  verso  cui  ci
stanno portando l'avidità e l'incapacità di affronta-
re con coraggio la sfida del riscaldamento globale.
Mi è capitato di pensare a Eraclito di recente, nel
pieno della calura dell'estate cilena.   Fra le tante 
bellezze naturali che si possono trovare intorno a
Santiago, sono sempre stato particolarmente at-
tratto dal Cajòn del Maipo, una stretta vallata con
gole spettacolari scavate dal fiume Maipo nell'ar-
co di milioni di anni. - Uno dei posti più straordinari
di questo canyon è una cascata  chiamata  Cascada
de las Animas. L'hanno battezzata così più di un se-
colo fa gli arrieros, i mulattieri che dopo aver attra-
versato le montagne con il loro bestiame si ferma-
vano qui per bere e ritemprarsi dalla fatica, e so-
stenevano di aver intravisto due fanciulle semitra-
sparenti danzare dietro il getto d'acqua, e intorno
tanti duendes (folletti dispettosi) che saltellavano
e schiamazzavano.
Pià di 40 anni fa, quand'eravamo giovani, io e Ange-
lica, mia moglie, partivamo per farci delle cammina-
te fino alle pendici pià basse delle Ande, e in un'oc-
casione riuscimmo ad arrampicarci per centinaia di
metri fino alla cascata. Non vedendo in giro nessun 
essere umano, nè tantomeno le fanciulle o i folletti
della leggenda, decisi seduta stante di rinfrescare
il corpo tuffandomi in quelle acque  gelide e cristal-
line portate a valle dalle nevi montane.   Angelica,
che è sempre stata più prudente, si limitò ad assa-
porare l'acqua prendendola con le mani.
Alcuni giorni fa siamo ritornati  nel Cajon del Maipo,
e io, preso dalla nostalgia, ho deciso di rifare la cam-
minata fino a quella cascata magica. Angelica ha da-
to forfait., ma mi ha accompagnato mio cognato, Pe-
dro Sànchez, che aveva visitato le cascate  qualche
anno prima  e  diceva che erano ancora un posto in-
cantevole.  Solo che  non era più possibile avventu-
rarsi per quelle montagne liberamente come un tem-
po: la cascata ora si trova all'interno di una riserva
ambientale e l'unico modo per vederla era organiz-
zare un'escursione guidata rivolgendosi a un albergo
lì vicino.  -  Anche se l'esperienza di salire per quei
sentieri con qualcuno che ti spiega in continuazione
il paesaggio, insieme  a una serie  di altre  famiglie
con bambini  chiassosi  al  seguito, non coincideva
granchè con il contesto solitario del mio ricordo, il 
panorama era ancora magnifico, pieno di alberi  e
cespugli autoctoni, ricco di vita animale.   E c'era
sempre l'aspettativa della grande cascata al termi-
me della nostra ascesa.
Ma quello che abbiamo trovato non assomugliava
affatto alla grande cascata di un tempo. Un rivoletto 
d'acqua scendeva giù nello stesso bacino cavernoso
e pieno di rocce dei miei ricordi, creando una pozzet-
ta dove l'acqua arrivava al massimo alle ginocchia.
Nuotare nella pozza in ogni caso era proibito, perchè
i turisti si erano tutti strofinati  la pelle  con creme e 
lozioni solari e avrebbero rischiato di contaminare la 
purezza della fonte.

Lucianone

lunedì 19 gennaio 2015

Cultura - Isaac Asimov e la genialità


Contattato dal Mit, nel 1959  il re  della   
fantascienza scrisse questo testo inedito,
in cui  illustrava  gli ingredienti  della
creatività: audacia, confronto, follia e relax
   visione pubblico - 50

(Da la Repubblica - 30/10/2014  / R2Cultura)
Isaac  Asimov:  Vi spiego la prima legge
                          della genialità 
di I. Asimov
In che modo una persona arriva ad avere un'idea
nuova? Si può presumere che il processo di creati-
vità, qualunque cosa sia, sia essenzialmente lo stes-
so in tutte le sue diramazioni e varietà e quindi che
l'evoluzione di una  nuova  forma  d'arte, di un nuo-
vo congegno, di un nuovo  principio scientifico, com-
porti sempre degli elementi comuni. La cosa che ci
interessa maggiormente è la "creazione" di un nuo-
vo principio scientifico o di una nuova applicazione
di un vecchio principio scientifico, ma possiamo par-
lare in generale.
Un metodo  per indagare  il problema  è quello di 
prendere in considerazione le grandi idee del pas-
sato e capire in che modo sono state generate. 
Si pensi per esempio alla teoria dell'evoluzione
attraverso la selezione naturale, creata da Charles
Darwin e Alfred Wallace. Ci sono molte cose in co-
mune, in questo caso. Tutti e due avevano viaggia-
to in posti lontani, tutti e due  avevano  osservato
strane specie di piante e animali  e  il modo in cui
variavano da un posto all'altro. Tutti e due erano 
smaniosi  di trovare  una spiegazione  per questo 
fatto, e tutti e due ci riuscirono solo dopo aver let-
to il Saggio sulla popolazione di Malthus.  Tutti e
due videro che il concetto di sovrappopolamento
ed "estirpazione" (che Malthus  aveva applicato
agli esseri umani) si adattava bene  alla dottrina
dell'evoluzione  attraverso  la selezione naturale
(se applicato alla specie in generale). E' evidente,
quindi, che quello che serve non sono solamente
persone con una buona preparazione in un certo
campo, ma anche persone capaci di fare un colle-
gamento tra l'oggetto 1 e l'oggetto 2, che normal.
mente non sembrano collegati.

Sicuramente nella prima metà del XIX secolo
noltissimi naturalisti avevano studiato il modo
in cui le specie si erano differenziate fra loro.
E moltissime persone avevano letto Malthus.
Ma quello di cui c'era bisogno era qualcuno
che avesse studiato le specie, che avesse let-
to Malthus e che avesse la capacità di incro-
ciare le due cose. E' questo il punto cruciale,
la caratteristica rara che dev'essere trovata.
Una volta che qualcuno lo ha stabilito, il col-
legamento diventa ovvio.    Thomas Huxley
avrebbe esclamato, dopo aver letto L'origine
della specie: "Che stupido a non averci pen-
sato!". Ma perchè non ci aveva pensato?
La storia del pensiero umano induce a rite-
nere che è difficile pensare a un'idea, anche
quando tutti i fatti sono lì, sul tavolo. Per fa-
re questo collegamento serve una certa au-
dacia.

Continua...
TO BE CONTINUED...