domenica 14 giugno 2015

MUSICA / strumenti jazz - La storia del SAX e prospettive future

visione post - 50
Nel progetto "Sax History",
Claudio Pascoli e Amedeo Bianchi
raccontano dall'inizio il percorso di
questo straordinario strumento

Gli uomini in SAX
I due artisti sassofonisti in un viaggio da
Hawkins a Parker, senza dimenticare
Madness e Champs

(da 'la Repubblica' - 7 maggio '15 - Andrea Morandi)
Da un signore di nome Adolphe Sax ai grandi miti
Charlie Parker  e  John Coltrane, dai primi utilizzi
nelle bande militari fino al trionfo grazie al jazz: si
può leggere l'intera storia del Novecento dentro il
percorso  del  sassofono, uno strumento transitato 
dalle accademie europee ai club di New York, dai
palchi di periferia ai grandi concerti. Una vicenda 
singolare e affascinante che  due  dei più celebri
sassofonisti italiani, ovvero Claudio Pascoli - già
sui dischi di Battisti, De Andrè e Guccini - e Ame-
deo Bianchi - da Antonello Venditti a Noel Ghal-
lagher - raccontano nel progetto "Sax History" -
stasera al Trieste di via Pacinotti, Milano.
Una serata in cui i due ripercorreranno la strada
fatta dallo strumento dal 1840, ovvero da quando,
nel suo studio di Bruxelles, il belga Sax lo inventò.
"All'inizio il nostro era un progetto con una matrice
didattica, lo abbiamo anche portato nelle scuole  -
precisa Pascoli  -  poi abbiamo deciso di farne una
versione per il pubblico e così è nato "Sax History", 
un viaggio  in cui  passiamo  da Coleman Hawkins a 
Charlie Parker, ma non solo, spazieremo in ambito
pop, vedi One Step Beyond dei Madness o Tequila
dei Champs, e nel cinema, da Blade Runner a Mo'
Better Blues". Insomma , un viaggio che non sarà
solo jazz, perchè il sassofono ha avuto un notevole
impatto sulla cultura pop, dall'assolo di Phil Woods
in  Just The Way You Are  di Billy Joel  a quello di
Andy Snitzer in  Still Crazy After All These Years 
di Paul Simon. "Senza dimenticare Sonny Rollins
con i Rolling Stones o Michael Brecker con James
Taylor - continua Pascoli - Avevo dodici anni, vidi
un servizio fotografico su Epoca con delle meravi-
gliose immagini di Gerry Mulligan e Sonny Rolling
e decisi  che avrei imparato a suonarlo.   Andai in 
una banda e mi diedero il sax soprano, molto pri-
ma che Coltrane lo rendesse celebre".  "Per me
invece la folgorazione fu casuale - prosegue Bian-
chi - Io volevo fare il pianista, ma al Conservato-
rio non c'era più posto  e  mi misero nel corso di
clarinetto promettendomi che mi avrebbero spo-
stato. Non me ne andai più. Ci tengo a dire una 
cosa però: "Sax History" nasce soprattutto dal-
la profonda amicizia che mi lega a Claudio, con
cui da trent'anni  condividiamo  la passione per
lo strumento, dai tempi dello Studio 7  di corso
Venezia". Due sassofoni, un palco e un reperto-
rio scelto con cura, con una scaletta preziosa che
includerà tanto Moose the Mooche di Charlie Par-
ker quanto St. Thomas di Sonny Rollins e Petite
Fleur di Sidney Bechet.
"Scegliere è sempre difficile - ammette Pascoli -
I miei miti? Credo che  Charlie Parker  sia stato
toccato dall'alto, i suoi fraseggi ancora oggi  suo-
nano come un miracolo".    - "Parker e Coltrane 
hanno aperto nuove porte - spiega Bianchi - ma
se devo fare i miei nomi, dico Cannonball Adder-
ley, seguito da Wyane Shorter e David Sanborn".
Un passato luminoso  quello  del sassofono, av-
volto dal fascino del mito, ma per quanto riguarda
il presente? "Si sente meno, anche nel pop, dove
a volte viene campionato - dice Bianchi, che set-
temnre partirà in tour con Antonello Venditti e a
luglio seguirà l'ex Oasis Noel Gallagher nelle da-
te italiane - ma a volte in musica ci sono dei cicli,
speriamo ritorni".   - "Anche sui dischi italiani si
sente poco, l'ultimo credo  sia atato  Stefani Di 
Battista con Niccolò Fabi - conclude Pascoli -
Un Tempo il sax era considerato il fiore all'oc-
chiello di una produzione musicale, ora invece
si cerca di non deconcentrare troppo l'ascoltatore".

Charlie PARKER
playing sax



Lucianone

sabato 23 maggio 2015

CULTURA - Società / Anniversario Giovanni Falcone: la storia della Mafia

23 maggio '15 - sabato

LA PAROLA  MAFIA
fu scritta 150 anni fa per la prima volta
su un documento ufficiale. E purtroppo
divenne Storia.          visione post - 35


(da 'la domenica' di Repubblica - 10 aprile 2015 /
di Attilio Bolzoni)
E' la parola italiana più famosa al mondo. Più di 
pizza, più di spaghetti. Presente in tutti i dizionari 
e  nelle enciclopedie di ogni Paese, di etimologia
incerta - deriva da maha^fat^, espressione araba 
che vuol dire immunità? Da un antico termine to-
scano che indicava ostentazione e boria? -   fino 
al secondo dopoguerra si scriveva e si pronuncia-
va con due "effe". All'anagrafe, e non è certo un
caso, è vecchia quasi quanto lo Stato unitario.
Ma di sicuro c'era già prima, anche se nessuno
le aveva ancora dato un nome. Un fascicolo pre-
fettizio non ha mai fatto la storia, però quello che 
il marchese Filippo Antonio Gualterio ha inviato
al ministro dell'Interno del Regno Giovanni Lanza
si è rivelato un segnatempo decisamente importan-
te: indica la data esatta di quando la Mafia ha co-
minciato a chiamarsi Mafia. Centocinquanta anni
fa.     Documento con tanto di bollo e stemma con
croce sabauda, viva il Re e viva l'Italia. Era il 25
aprile del 1865.
Nata nell'agro palermitano e negli assolati feudi
della Sicilia centrale, questa parola che ha attra-
versato tante vicende politiche e criminali della
nostra nazione non ha avuto sempre lo stesso si-
gnificato. Ogni epoca ha avuto la sua mafia. Un
secolo fa  rappresentava  qualcosa, dopo l'ucci-
sione di Giovanni Falcone  e  Paolo Borsellino
un'altra cosa, un'altra ancora oggi. Ma è stato
quel giorno, il 25 aprile, che la Maffia - che poi
si trasformerà in Mafia - è entrata formalmen-
te e sinistramente nel nostro vocabolario. 
Le prime notizie suk'esistenza di certe canaglie,
"oltre cento, di diverso rango, le quali erano riu-
nite in fermo giuramento  di non rivelare mai la
circostanza  delle loro operazioni  a costo  della 
vita", risalgono al 1828 e ne ha riferito uno sco-
nosciuto magistrato di Agrigento descrivendo
un'organizzazione criminale  che  aveva radici 
fra Cattolica, Cianciana  e    Santo Stefano di
Quisquina. Dieci anni dopo, nel 1838, il procu-
ratore della gran Corte Criminale di Trapani
Pietro Calà Ulloa denunciava che "vi ha in molti
pasi delle unioni o fratellanze, specie di sette che
si dicono partiti, senz'altro legame che quello del-
la dipendenza di un capo che qui è un possidente, 
là un arciprete... sono tante specie  di piccoli go-
verni nel governo". Ma fu solo il prefetto di Palermo,
il marchese Gualterio, in quella primavera del 1865 -
Garibaldi era sbarcato a Marsala appena cinque an-
ni prima - ad avvisare "di un grave e prolungato ma-
linteso fra il Paese e l'Autorità", annunciando il peri-
colo che  "la cosiddetta Maffia od associazione ma-
landrinesca potesse crescere in audacia, e che, d'al-
tra parte, il Governo si trovasse senza la debita au-
torità morale  per chiedere  il necessario appoggio
alla numerosa  classe di cittadini  più influenti  per
senso di autorità".  Tratteniamo il  respiro per un
momento e riflettiamoci: centocinquanta anni dopo
è cambiato veramente qualcosa?".
Comunque sia e la si voglia vedere , da quel giorno 
in poi, in Italia, di mafia  non si è più smesso di par-
larne e straparlarne. Prima e dopo Caporetto, nel-
l'era del Duce, nella Prima e nella Seconda Repub-
blica, a Caltanisetta  e  ad Aosta, a  Portella della 
Ginestra e nella Milano "da bere", nella Corleone
di Totà Riina e con Renato Schifani sullo scranno
più alto del Senato. E passando naturalmente per 
l'immarcescibile Giulio Andreotti e il più "corsaro" 
Silvio Berlusconi.
 
Illustrazione tratta dal quotidiano 'L'Ora' relativa al
processo - scaturito grazie al rapporto Sangiorgi - di
Palermo del maggio 1901

TUTTO E' COMINCIATO quel 25 aprile di un secolo
mezzo fa anche se, in verità, un paio di anni prima,
per le strade e i teatrini popolari di Palermo era an-
data in scena una commedia dialettale in tre atti (I
mafiosi de la Vicaria), scritta da Giuseppe Rizzotto
e Gaetano Mosca.   L'opera dove si citava sempre 
la parola "mafiosi"  e  mai "mafia", raccontava le 
gesta di un detenuto al quale si sottomettevano tut-
ti gli altri rinchiusi nelle segrete della Vicaria, il fa-
migerato carcere che per volere dei Borboni fu rim-
piazzato nella metà dell'Ottocento dall'Ucciardone.
Ma agli atti, negli archivi dello Stato italiano, è  il
rapporto Gualterio che resta il punto di riferimento
storico: l'origine della mafia come mafia. Il suo re-
soconto al ministro dell'Interno e al capo del governo
Alfonso La Marmora  già individuano  l'essenza  di 
quell'organizzazione dove non c'erano solo "malfat-
tori" ma anche "molti proprietari"  che stavano al
fianco "della malandrineria  colla quale  molti rap-
porti avevano avuto svariati partiti".  Poi incideva 
sul documento quella fatidica parola: "La cosiddet-
ta Maffia". Sempre scritta in maiuscolo.
L'analisi del marchese-prefetto, seppur inevitabil-
mente approssimativa, neanche un quarto di seco-
lo dopo -siamo nel 1889 - era già stata dimenticata
sotto una montagna di "ragionamenti" e di difese
a oltranza della Sicilia e sull'onore dei siciliani.

Lucianone

mercoledì 11 marzo 2015

MUSICA - Intervista / Le confessioni di Joni Mitchell


La cantante canadese, che a 71 anni lavora
alla riedizione dei suoi dischi, dice:   "Sono meglio
di Dylan & Co. ma da donna mi snobbano"
VISIONI POST -  84

(da la Repubblica / R2Spettacoli - 30/01/2015  - di  
Giuseppe Videtti - Roma)
Più originale di Dylan, nella musica e nel pensiero
"L'ho detto e lo ribadisco", esclama Joni Mitchell, il
tono perentorio che non ammette repliche   Un colpo 
di tosse  un'imprecazione  contro il vizio del fumo  al
quale ancora , a 71 anni, non intende rinunciare, poi
riprende: "Ma  sono  una donna, alle  donne  quello
status non è concesso, neanche nell'arte".
David Crosby  -  vecchio compagno di avventure quan-
do la musica della West Coast  era  la colonna sonora 
del libero pensiero  e  lei  flirtava  con  Graham Nash, 
James Taylor e Leonad Cohen  -  le ha dato ragione:
"Come musicista Joni è una spanna sopra Bob". Pa-
tole che Joni avrebbe voluto ascoltare quarant'anni
fa, non ora che vive  in uno stato  di aemireclusione
nella spanish house di Laurel Canyon, il suo rifugio
dal 1974.   Ha tagliato i ponti con il music business,
risponde al tejefono quando le va, se le va. Per due
generazioni di artisti - da Prince a Bjork - è un idolo;
album come Blue, Court and spark, Hejira e Mingus
pagine di un vangelo . ma a lei del pop restano solo
le cicatrici. Non ne ha voluto sapere di concedere i
diritti per un biopic interpretato da Taylor Swift,  e
se  si è fatta fotografare   da Hedi Slimane  per  la 
campagna pubblicitaria di Saint Laurent Paris è so-
lo "perchè mi ha promesso di lasciare tutte le rughe
al loro posto".Di diavolerie tipo photoshop non s'in-
tende.  "Evito persino  di guardare  i telegiornali", 
dice severa la cantautrice canadese. "Alla mia età
cerco di semplificarmi la vita, basta avvocati, basta
manager. Porto avanti un piccolo progetto: restau-
rare la mia musica. Per evitare  di essere  truffata
per l'ennesima volta".
Dopo sette anni di assenza, ha selezionato 53 delle
sue vecchie canzoni per un cofanetto  di quattro cd
appena pubblicato, Love has many faces.
"Era tempo d'incominciare a riflettere sul passato", 
spiega. "Non ho più alcun desiderio di fare musica,
solo di restaurare quelle incisioni deteriorate per in-
curia. Ormai il consumo della musica è frammentario
e occasionale. La gente ascolta dall'iPhone, che è un
pò come guardare  Lawrence d'Arabia  sul cellulare.
Volevo fosse  un oggetto bello  da avere tra le mani, 
come i microsolchi di una volta.   Volevo ricreare la
magia di quando usciva l'LP che tanto aspettavi. di-
mostrare a questa generazione di quanto  quella ce-
rimonia fosse intima e suggestiva".
-  Dunque il male di cui soffre la musica è incurabile?
"La musica è morta per svariate ragioni, ma soprat-
tutto per l'ingordigia  dell'industria. in mano a mana-
ger spregiudicati che l'hanno gestita in maniera, direi,
pornografica.  Inscatolata come  un qualsiasi bene di 
consumo, la melodia  è diventata agonizzante già da
quando  si è cominciato a parlare di corporate music.
 Gli scippi di Internet sono diventati il colpo di grazia".
-  Riascoltare le vecchie canzoni è stato emozionante?"
"No, affatto. Ho affrontato tutto con molta oggettività, 
come se non fosse frutto del mio ingegno. La cosa che
più mi ha emotivamente coinvolto  è stata  la stesura 
dei testi del libretto. Mi descrivevano come una folk-
singer  nei primi cinque album, ma non lo ero affatto.
Lo sono stata fino al 1965, prima del debutto discogra-
fico. Quando ho cominciato  a scrivere  la mia musica 
mi sono mossa   come  Schubert,   avevo  in mente  i 
Lieder non Woody Guthrie"

-  Non le è mai venuta voglia, in tutti questi anni, di 
produrre nuova musica?
"No. Sono malata dal 2009, e quando le energie
non sono al massimo non hai il desiderio di crea-
re. Riesco  solo  a dipingere , pur se non  con la
frequenza di un tempo.    Ma anche prima della
malattia, delusa e frustrata dalla corruzione del 
music business, avevo rallentato. Sono state le
scelte sciagurate dell'industria a uccidere il mio
interesse. La stessa cosa accadde a Miles Davis:
sparì  dalla circolazione  per sei anni  disgustato 
daòòe ingiustizie della discografia".
-  Che aspettative aveva da ragazza, quando dal
Canada scese verso la California in pieno flower 
power?
"Nessuna, la musica era un hobby. Da studentessa, 
alla scuola d'arte, suonavo nei caffè per un film, una 
pizza o una partita a bowling. Mi piaceva soprattutto
dipingere. Poi rimasi incinta (la bimba fu data in ado-
zione, si sarebbero  riabbracciate  32 anni dopo, nel
1997, ndr.). La musica fu il pretesto per allontanarmi
da casa e evitare il confronto coi miei. Sposai il folk-
singer Chuck Mitchell (al secolo è ancora Roberta
Joan Anderson, ndr.) e cominciai a collaborare con
lui, esperienza  di cui  vado tutt'altro  che fiera, ma
almeno appresi alcune regole fondamentali, la prima
che chi scrive canzoni deve avere una casa di edizio-
ni musicali. Sono entrata a far parte di questo mondo
in maniera riluttante, per niente allettata  dalla cele-
brità. La prima a scoprire il mio talento fui io, e scri-
vere canzoni diventò l'unica dipendenza della mia vi-
ta ( fumo a parte). Firmai un contratto discografico
per quattro soldi, un vero  e  proprio furto ai danni
della mia ingenuità. Ma non importava, ero droga-
ta dalla scrittura e dalla composizione, un bisogno
insopprimibile - i furbi l'avevano intuito".



La California l'accolse a braccia aperte, eppure
lei ha sempre fatto intendere di essersi sentita
sottovalutata rispetto ai colleghi maschi
"Non è mania di persecuzione, è la verità. La 
stampa mi relegava nei soliti articoli cumulati-
vi intitolati"Women in rock". Avrei voluto che 
fossen come a Parigi negli anni Venti, quando
gli artisti  trascorrevano ore  a discutere, ma
che vuole, con le donne è sempre andata così,
quelle forti e di talento fanno sentire gli uomi-
ni a disagio. Non fu una donna, Mary Cassat,
l'inventrice dell'impressionismo? Eppure guar-
di come è andata la Storia. Pur essendo amica 
di Dégas, non entrò mai  a far parte  dell'élite
perchè i suoi dipinti, che ritraevano la vita so-
ciale delle donne, erano considerati ridicoli".




Continua... to be continued...

martedì 10 marzo 2015

VIAGGI - A spasso per le Ande


SE  ERACLITO          VISIONE POST -  42
SE NE ANDASSE 
 a spasso PER LE ANDE
Perchè una valle cilena fa pensare 
al filosofo antico e al riscaldamento globale

(da la Repubblica - 20/04/'15  -  di Ariel Dorfman), 
Recentemente ho avuto modo di confermare, con
prova triste  e  inoppugnabile, che Eraclito  aveva
ragione quando scriveva che è impossibile bagnar-
si due volte nello stesso fiume. Non credo natural-
mente che il filosofo presocratico, quando scrisse
questa frase sul flusso implacabile del tempo, due-
milacinquecento anni fa, avesse in mente la distru-
zione ecologica del pianeta, l'abisso  verso  cui  ci
stanno portando l'avidità e l'incapacità di affronta-
re con coraggio la sfida del riscaldamento globale.
Mi è capitato di pensare a Eraclito di recente, nel
pieno della calura dell'estate cilena.   Fra le tante 
bellezze naturali che si possono trovare intorno a
Santiago, sono sempre stato particolarmente at-
tratto dal Cajòn del Maipo, una stretta vallata con
gole spettacolari scavate dal fiume Maipo nell'ar-
co di milioni di anni. - Uno dei posti più straordinari
di questo canyon è una cascata  chiamata  Cascada
de las Animas. L'hanno battezzata così più di un se-
colo fa gli arrieros, i mulattieri che dopo aver attra-
versato le montagne con il loro bestiame si ferma-
vano qui per bere e ritemprarsi dalla fatica, e so-
stenevano di aver intravisto due fanciulle semitra-
sparenti danzare dietro il getto d'acqua, e intorno
tanti duendes (folletti dispettosi) che saltellavano
e schiamazzavano.
Pià di 40 anni fa, quand'eravamo giovani, io e Ange-
lica, mia moglie, partivamo per farci delle cammina-
te fino alle pendici pià basse delle Ande, e in un'oc-
casione riuscimmo ad arrampicarci per centinaia di
metri fino alla cascata. Non vedendo in giro nessun 
essere umano, nè tantomeno le fanciulle o i folletti
della leggenda, decisi seduta stante di rinfrescare
il corpo tuffandomi in quelle acque  gelide e cristal-
line portate a valle dalle nevi montane.   Angelica,
che è sempre stata più prudente, si limitò ad assa-
porare l'acqua prendendola con le mani.
Alcuni giorni fa siamo ritornati  nel Cajon del Maipo,
e io, preso dalla nostalgia, ho deciso di rifare la cam-
minata fino a quella cascata magica. Angelica ha da-
to forfait., ma mi ha accompagnato mio cognato, Pe-
dro Sànchez, che aveva visitato le cascate  qualche
anno prima  e  diceva che erano ancora un posto in-
cantevole.  Solo che  non era più possibile avventu-
rarsi per quelle montagne liberamente come un tem-
po: la cascata ora si trova all'interno di una riserva
ambientale e l'unico modo per vederla era organiz-
zare un'escursione guidata rivolgendosi a un albergo
lì vicino.  -  Anche se l'esperienza di salire per quei
sentieri con qualcuno che ti spiega in continuazione
il paesaggio, insieme  a una serie  di altre  famiglie
con bambini  chiassosi  al  seguito, non coincideva
granchè con il contesto solitario del mio ricordo, il 
panorama era ancora magnifico, pieno di alberi  e
cespugli autoctoni, ricco di vita animale.   E c'era
sempre l'aspettativa della grande cascata al termi-
me della nostra ascesa.
Ma quello che abbiamo trovato non assomugliava
affatto alla grande cascata di un tempo. Un rivoletto 
d'acqua scendeva giù nello stesso bacino cavernoso
e pieno di rocce dei miei ricordi, creando una pozzet-
ta dove l'acqua arrivava al massimo alle ginocchia.
Nuotare nella pozza in ogni caso era proibito, perchè
i turisti si erano tutti strofinati  la pelle  con creme e 
lozioni solari e avrebbero rischiato di contaminare la 
purezza della fonte.

Lucianone

lunedì 19 gennaio 2015

Cultura - Isaac Asimov e la genialità


Contattato dal Mit, nel 1959  il re  della   
fantascienza scrisse questo testo inedito,
in cui  illustrava  gli ingredienti  della
creatività: audacia, confronto, follia e relax
   visione pubblico - 50

(Da la Repubblica - 30/10/2014  / R2Cultura)
Isaac  Asimov:  Vi spiego la prima legge
                          della genialità 
di I. Asimov
In che modo una persona arriva ad avere un'idea
nuova? Si può presumere che il processo di creati-
vità, qualunque cosa sia, sia essenzialmente lo stes-
so in tutte le sue diramazioni e varietà e quindi che
l'evoluzione di una  nuova  forma  d'arte, di un nuo-
vo congegno, di un nuovo  principio scientifico, com-
porti sempre degli elementi comuni. La cosa che ci
interessa maggiormente è la "creazione" di un nuo-
vo principio scientifico o di una nuova applicazione
di un vecchio principio scientifico, ma possiamo par-
lare in generale.
Un metodo  per indagare  il problema  è quello di 
prendere in considerazione le grandi idee del pas-
sato e capire in che modo sono state generate. 
Si pensi per esempio alla teoria dell'evoluzione
attraverso la selezione naturale, creata da Charles
Darwin e Alfred Wallace. Ci sono molte cose in co-
mune, in questo caso. Tutti e due avevano viaggia-
to in posti lontani, tutti e due  avevano  osservato
strane specie di piante e animali  e  il modo in cui
variavano da un posto all'altro. Tutti e due erano 
smaniosi  di trovare  una spiegazione  per questo 
fatto, e tutti e due ci riuscirono solo dopo aver let-
to il Saggio sulla popolazione di Malthus.  Tutti e
due videro che il concetto di sovrappopolamento
ed "estirpazione" (che Malthus  aveva applicato
agli esseri umani) si adattava bene  alla dottrina
dell'evoluzione  attraverso  la selezione naturale
(se applicato alla specie in generale). E' evidente,
quindi, che quello che serve non sono solamente
persone con una buona preparazione in un certo
campo, ma anche persone capaci di fare un colle-
gamento tra l'oggetto 1 e l'oggetto 2, che normal.
mente non sembrano collegati.

Sicuramente nella prima metà del XIX secolo
noltissimi naturalisti avevano studiato il modo
in cui le specie si erano differenziate fra loro.
E moltissime persone avevano letto Malthus.
Ma quello di cui c'era bisogno era qualcuno
che avesse studiato le specie, che avesse let-
to Malthus e che avesse la capacità di incro-
ciare le due cose. E' questo il punto cruciale,
la caratteristica rara che dev'essere trovata.
Una volta che qualcuno lo ha stabilito, il col-
legamento diventa ovvio.    Thomas Huxley
avrebbe esclamato, dopo aver letto L'origine
della specie: "Che stupido a non averci pen-
sato!". Ma perchè non ci aveva pensato?
La storia del pensiero umano induce a rite-
nere che è difficile pensare a un'idea, anche
quando tutti i fatti sono lì, sul tavolo. Per fa-
re questo collegamento serve una certa au-
dacia.

Continua...
TO BE CONTINUED...


domenica 14 settembre 2014

Musica - jazz / Tutto James Carter

visione post - 20




Continua... to be continued.....

Fotografia - Riccardo Scibetta


Mostre   -  anno  2011      visione post - 18 
L'altra Londra di Riccardo Scibetta
Una mostra ambientata nella notte londinese
in cui ogni fotogramma balza fuori all'improvviso,
squarciando il buio. E rivelando la doppia faccia
del mondo, la sua ambiguità, con immagini che
si alternano e si sovrappongono.
E' "Underground" di Riccardo Scibetta, brianzolo
del 1970 e siciliano d'adozione, che nella galleria
romana Officine Fotografiche di via Libetta  (fino
al 15 giugno 2011) ha realizzato dieci lightbox di
grande effetto , sovrapponendo due immagini du-
rante lo scatto, per raccontare un'altra Londra. 
Le sue foto non sono mai solo ciò che mostrano,
ma lasciano scorgere dell'altro, e altrove.  Come
"Il militare", una delle guardie della Regina, dalla
cui impettita uniforme traspare il misero scheletro
e che indossa  un copricapo  di pelle di lupo come 
fosse un cavallo tenuto al morso.  Lo stesso lupo
ringhiante il cui muso esplode dal volto di Elisa-
betta II ne "La Regina", l'altra metà del distico,
trasformando la sua gaia 'mise' giallo canarino 
in un lampo d'orrore. C'è ironia e denuncia so-
ciale nelle scatole luminose di Scibetta quando
sovrappone un cimitero a tutta la Swinging Lon-
don racchiusa nella vecchia cabina del telefono,
quella rossa, accanto a cui  dorme  un giovane
homeless. C'è la realtà underground, che è tutto,
e tutt'altro, in ogni istante
(da 'L'Espresso' - 23 giugno 2011 - Passioni)

UNDERGROUND di Riccardo Scibetta l'incredibile mostra alle Officine...
"Il militare"

Continua... to be continued...

             

domenica 31 agosto 2014

Lo scrittore di culto Wilbur Smith

Lo scrivere è una follia:
parola di Wilbur Smith, che racconta
come lavorare a un libro sia una specie
di ossessione, ma parla anche del suo
grande amore per l'Africa.

(da 'l'Espresso' - 23 giugno 2011 - Sabina    
Minardi a colloquio con W. Smith)     visione post - 61
Scrivere un libro è un segreto che neppure il più
smaliziato degli editori sa spiegare. Essere un ca-
polista seriale delle classifiche con la felicità del
caso non c'entra più. 
Wilbur Smith è il primo  a negare   che esista  la
formula magica del successo. Ma la miscela che
impiega da anni è un'arma micidiale: trame avven-
turose nutrite da passioni estreme; il gusto di com-
plicare la vita a tutti i personaggi, senza occhio di
riguardo per nessuno; la dedizione  e l'erudizione 
per rimuovere, uno dopo l'altro, gli ostacoli. Risul-
tato: romanzi popolari di qualità.    Il gusto antico 
del raccontare, sostenuto dall'istinto del giornali-
sta (è nato in Rhodesia del Nord, l'attuale Zambia
e per anni  ha fatto il cronista, poi per volere  del 
padre il ragioniere): che  annota i dettagl, fiuta le
piste, traccia architetture narrative intricate.
Lo sfondo cambia, ma il format resta. E a 78 anni
di età ci si può permettere il lusso di accantonare
i perimetri  di saghe storiche e mitologiche  come
quelle egizie, dei Ballantyne e dei Courtney.  Per
affrontare materie più scabrose: le regole tribali,
la sharia, il medioevo contemporaneo del fonda-
mentalismo islamico. Combinati con l'attualità di
un Occidente nemico, al Qaeda, la corsa al petro-
lio dietro le quinte di tutti i conflitti. 
"La legge del deserto" (Longanesi) diventa così un
romanzo politico, che dà a Smith  non solo  il merito
di aver scritto un libro da grandi emozioni, ma anche
il testo giusto per il tempo giusto...
Wilbur Addison Smith
(nato a Broken Hill il 9 gennaio 1933, è uno scrittore zambiano)

La  giornalista Sabina Minardi pone a W. Smith 
alcune domande che, tra l'altro, riguardano anche
le motivazioni per la stesura del romanzo 'La legge
del deserto'.   
Sabina Minardi -'Perchè ha deciso di occuparsi di
attualità?'.
Wilbur Smith  -  "Perchè è il nostro presente, e credo
che un lettore trovi un interesse in più nel leggere un
libro con elementi che rimandano alla sua vita. I per-
sonaggi mi ronzavano in testa da un pezzo. In più, co-
nosco bene quella parte d'Africa in cui ho ambientato 
una  parte della storia;  ho posseduto  un'isola  nelle
Seychelles.
S. Minardi - 'Il destino del nord Africa  è  in ridefinizio-
ne. Come pensa che guerre e rivolte in corso ne rimo-
delleranno il futuro?'.
W. Smith  -  "Credo che sia utopistico pensare che 
governi pienamente democratici e laici possano in-
staurarsi in tempi brevi. Nelle nazioni islamiche c'è
un governo presieduto da un uomo solo sin dai tem-
pi di Maometto. Immaginare una forma di governo
parlamentare  all'occidentale  mi sembra chiedere 
troppo".
S. Minardi - 'Parliamo di altri suoi romanzi. C'è
sempre l'Africa. Cos'è l''Africa per lei?'.
W. Smith  -  "E' il battito del mio cuore. Ci sono nato, 
ho vissuto in Afria. Conosco il continente molto bene,
l'ho attraversato in lungo e largo.   L'ho studiato, ho 
cacciato animali, mi sono anche appassionato al bird-
watching. Ma più di tutto penso che sia la gente d'A-
frica a renderla così eccitante. La diversità degli es-
seri umani, dai tootsie ai pigmei, insieme all'eredità
degli scrittori del passato, ne fanno  un posto  dove
c'è sempre qualcosa da scoprire".
S. Minardi - 'Lei viaggia molto, vive spesso all'estero.
Dov'è la sua casa?'.
W. Smith  -  "Ne ho una a Cape Town, una a Londra
e un'altra in Svizzera. Sono un africano nomade.  Un
girovago del mondo". 
S. Minardi - 'Torniamo alla sua infanzia africana. E' 
lì che trae l'ispirazione?".
W. Smith  -  "Sì. Nacse lì il mio gusto dell'avventura.
Mi vengono in mente i safari con i miei genitori: ave-
vo tre anni, e a quei tempi non si viaggiava certo con 
le macchine. Mi sistemavano in una specie di amaca, 
alle estremità c'erano due africani che mitrasportava-
no a piedi.    Ricordo  esattamente  il verso  dei leoni 
intorno alla tenda nella notte. E l'avventura, appunto:
quando i leoni mangiatori di uomini assalivano il cam-
po e gli uomini  uscivano  per ucciderli, la confusione,
l'oscurità, le corse in ogni direzione. Mio padre spara-
va, io lo spiavo". 
S. Minardi - 'Immagini che rivivono nei suoi libri,
zeppi di uomini audaci, che sfidano gli animali, che
hanno relazioni con bellissime donne.  Sono questi
caratteri forti a piacere ai lettori?'.
W. Smith  -  "In un romanzo la gente cerca due cose: 
da una parte la possibilità di imparare qualcosa; dal-
l'altra, di evadere dalla propria esistenza, spesso no-
iosa e incolore, in una dimensione immaginifica".
S, Minardi - 'I suoi libri sono amatissimi dalle donne.
Nostalgia di identità che non ci sono più?'.
W. Smith  -  Credo  che  i miei libri, specie gli ultimi,
abbiano  personaggi femminili molto forti, nei quali 
le lettrici si possono identificare. D'altra parte, credo 
che spesso queste signore  comprino i miei libri  per 
mariti e figli. Magari alla fine li leggono anche loro".
S. Minardi - 'Crede che trasmettere la passione per la
lettura sia una prerogativa femminile?'.
W. Smith  -  "Sì. Quando ero bambino, non c'era  la 
tv e vivevamo in un contesto remoto. Andavamo nel-
la biblioteca  della città  ad affittare  i libri, e ricordo
ancora il suono del vecchio telefono quando squillava:
mia madre correva a rispondere e se ci annunciavano
l'arrivo di un volume ordinato era una grande gioia.
Il momento più atteso della giornata era quello in cui 
si andava a letto e mia madre leggeva una storia a me
e a mia sorella. L'amore per i libri in me è nato così:
da quelle scatole magiche, da cui venivano fuori sto-
rie meravigliose. E dal modo di raccontare di mia ma-
dre".

S. Minardi - 'Perchè è così amato in Italia?'.
W. Smith  -  "Non saprei. Nel mondo dei libri il
successo è imprevedibile. A volte un libro non
è particolarmente  buono, eppure  tutti  voglio-
no leggerlo. Come per un film: talvolta la gente
corre a vederli solo per poterne parlare.  Il pas-
saparola è determinante. Internet e social net-
work saranno sempre più influenti". 
S. Minardi - 'E' vero che lei ha dei rituali prima
di cominciare un nuovo libro?'.
W. Smith  -  "Ce li avevo. Oggi comincio a scrivere 
solo quando sono pronto.

CONTINUA... 
to be continued...