23 maggio '15 - sabato
LA PAROLA MAFIA
fu scritta 150 anni fa per la prima volta
su un documento ufficiale. E purtroppo
divenne Storia. visione post - 35
(da 'la domenica' di Repubblica - 10 aprile 2015 /
di Attilio Bolzoni)
E' la parola italiana più famosa al mondo. Più di
pizza, più di spaghetti. Presente in tutti i dizionari
e nelle enciclopedie di ogni Paese, di etimologia
incerta - deriva da maha^fat^, espressione araba
che vuol dire immunità? Da un antico termine to-
scano che indicava ostentazione e boria? - fino
al secondo dopoguerra si scriveva e si pronuncia-
va con due "effe". All'anagrafe, e non è certo un
caso, è vecchia quasi quanto lo Stato unitario.
Ma di sicuro c'era già prima, anche se nessuno
le aveva ancora dato un nome. Un fascicolo pre-
fettizio non ha mai fatto la storia, però quello che
il marchese Filippo Antonio Gualterio ha inviato
al ministro dell'Interno del Regno Giovanni Lanza
si è rivelato un segnatempo decisamente importan-
te: indica la data esatta di quando la Mafia ha co-
minciato a chiamarsi Mafia. Centocinquanta anni
fa. Documento con tanto di bollo e stemma con
croce sabauda, viva il Re e viva l'Italia. Era il 25
aprile del 1865.
Nata nell'agro palermitano e negli assolati feudi
della Sicilia centrale, questa parola che ha attra-
versato tante vicende politiche e criminali della
nostra nazione non ha avuto sempre lo stesso si-
gnificato. Ogni epoca ha avuto la sua mafia. Un
secolo fa rappresentava qualcosa, dopo l'ucci-
sione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
un'altra cosa, un'altra ancora oggi. Ma è stato
quel giorno, il 25 aprile, che la Maffia - che poi
si trasformerà in Mafia - è entrata formalmen-
te e sinistramente nel nostro vocabolario.
Le prime notizie suk'esistenza di certe canaglie,
"oltre cento, di diverso rango, le quali erano riu-
nite in fermo giuramento di non rivelare mai la
circostanza delle loro operazioni a costo della
vita", risalgono al 1828 e ne ha riferito uno sco-
nosciuto magistrato di Agrigento descrivendo
un'organizzazione criminale che aveva radici
fra Cattolica, Cianciana e Santo Stefano di
Quisquina. Dieci anni dopo, nel 1838, il procu-
ratore della gran Corte Criminale di Trapani
Pietro Calà Ulloa denunciava che "vi ha in molti
pasi delle unioni o fratellanze, specie di sette che
si dicono partiti, senz'altro legame che quello del-
la dipendenza di un capo che qui è un possidente,
là un arciprete... sono tante specie di piccoli go-
verni nel governo". Ma fu solo il prefetto di Palermo,
il marchese Gualterio, in quella primavera del 1865 -
Garibaldi era sbarcato a Marsala appena cinque an-
ni prima - ad avvisare "di un grave e prolungato ma-
linteso fra il Paese e l'Autorità", annunciando il peri-
colo che "la cosiddetta Maffia od associazione ma-
landrinesca potesse crescere in audacia, e che, d'al-
tra parte, il Governo si trovasse senza la debita au-
torità morale per chiedere il necessario appoggio
alla numerosa classe di cittadini più influenti per
senso di autorità". Tratteniamo il respiro per un
momento e riflettiamoci: centocinquanta anni dopo
è cambiato veramente qualcosa?".
Comunque sia e la si voglia vedere , da quel giorno
in poi, in Italia, di mafia non si è più smesso di par-
larne e straparlarne. Prima e dopo Caporetto, nel-
l'era del Duce, nella Prima e nella Seconda Repub-
blica, a Caltanisetta e ad Aosta, a Portella della
Ginestra e nella Milano "da bere", nella Corleone
di Totà Riina e con Renato Schifani sullo scranno
più alto del Senato. E passando naturalmente per
l'immarcescibile Giulio Andreotti e il più "corsaro"
Silvio Berlusconi.
Illustrazione tratta dal quotidiano 'L'Ora' relativa al
processo - scaturito grazie al rapporto Sangiorgi - di
Palermo del maggio 1901
TUTTO E' COMINCIATO quel 25 aprile di un secolo
e mezzo fa anche se, in verità, un paio di anni prima,
per le strade e i teatrini popolari di Palermo era an-
data in scena una commedia dialettale in tre atti (I
mafiosi de la Vicaria), scritta da Giuseppe Rizzotto
e Gaetano Mosca. L'opera dove si citava sempre
la parola "mafiosi" e mai "mafia", raccontava le
gesta di un detenuto al quale si sottomettevano tut-
ti gli altri rinchiusi nelle segrete della Vicaria, il fa-
migerato carcere che per volere dei Borboni fu rim-
piazzato nella metà dell'Ottocento dall'Ucciardone.
Ma agli atti, negli archivi dello Stato italiano, è il
rapporto Gualterio che resta il punto di riferimento
storico: l'origine della mafia come mafia. Il suo re-
soconto al ministro dell'Interno e al capo del governo
Alfonso La Marmora già individuano l'essenza di
quell'organizzazione dove non c'erano solo "malfat-
tori" ma anche "molti proprietari" che stavano al
fianco "della malandrineria colla quale molti rap-
porti avevano avuto svariati partiti". Poi incideva
sul documento quella fatidica parola: "La cosiddet-
ta Maffia". Sempre scritta in maiuscolo.
L'analisi del marchese-prefetto, seppur inevitabil-
mente approssimativa, neanche un quarto di seco-
lo dopo -siamo nel 1889 - era già stata dimenticata
sotto una montagna di "ragionamenti" e di difese
a oltranza della Sicilia e sull'onore dei siciliani.
Lucianone
1. commenti di sport-musica-arte- cinema-TV-letteratura 2. commenti di libri con creazione di Mylist e Sezione CULTURA / Scrittori 3 Sezione MUSICA /JAZZ 4 Sezione FOTOGRAFIA 5 Sezione TEATRO 6 Sezione VIAGGI 7 Sezione PERSONALE
sabato 23 maggio 2015
mercoledì 11 marzo 2015
MUSICA - Intervista / Le confessioni di Joni Mitchell
La cantante canadese, che a 71 anni lavora
alla riedizione dei suoi dischi, dice: "Sono meglio
di Dylan & Co. ma da donna mi snobbano"
VISIONI POST - 84
(da la Repubblica / R2Spettacoli - 30/01/2015 - di
Giuseppe Videtti - Roma)
Più originale di Dylan, nella musica e nel pensiero
"L'ho detto e lo ribadisco", esclama Joni Mitchell, il
tono perentorio che non ammette repliche Un colpo
di tosse un'imprecazione contro il vizio del fumo al
quale ancora , a 71 anni, non intende rinunciare, poi
riprende: "Ma sono una donna, alle donne quello
status non è concesso, neanche nell'arte".
David Crosby - vecchio compagno di avventure quan-
do la musica della West Coast era la colonna sonora
del libero pensiero e lei flirtava con Graham Nash,
James Taylor e Leonad Cohen - le ha dato ragione:
"Come musicista Joni è una spanna sopra Bob". Pa-
tole che Joni avrebbe voluto ascoltare quarant'anni
fa, non ora che vive in uno stato di aemireclusione
nella spanish house di Laurel Canyon, il suo rifugio
dal 1974. Ha tagliato i ponti con il music business,
risponde al tejefono quando le va, se le va. Per due
generazioni di artisti - da Prince a Bjork - è un idolo;
album come Blue, Court and spark, Hejira e Mingus
pagine di un vangelo . ma a lei del pop restano solo
le cicatrici. Non ne ha voluto sapere di concedere i
diritti per un biopic interpretato da Taylor Swift, e
se si è fatta fotografare da Hedi Slimane per la
campagna pubblicitaria di Saint Laurent Paris è so-
lo "perchè mi ha promesso di lasciare tutte le rughe
al loro posto".Di diavolerie tipo photoshop non s'in-
tende. "Evito persino di guardare i telegiornali",
dice severa la cantautrice canadese. "Alla mia età
cerco di semplificarmi la vita, basta avvocati, basta
manager. Porto avanti un piccolo progetto: restau-
rare la mia musica. Per evitare di essere truffata
per l'ennesima volta".
Dopo sette anni di assenza, ha selezionato 53 delle
sue vecchie canzoni per un cofanetto di quattro cd
appena pubblicato, Love has many faces.
"Era tempo d'incominciare a riflettere sul passato",
spiega. "Non ho più alcun desiderio di fare musica,
solo di restaurare quelle incisioni deteriorate per in-
curia. Ormai il consumo della musica è frammentario
e occasionale. La gente ascolta dall'iPhone, che è un
pò come guardare Lawrence d'Arabia sul cellulare.
Volevo fosse un oggetto bello da avere tra le mani,
come i microsolchi di una volta. Volevo ricreare la
magia di quando usciva l'LP che tanto aspettavi. di-
mostrare a questa generazione di quanto quella ce-
rimonia fosse intima e suggestiva".
- Dunque il male di cui soffre la musica è incurabile?
"La musica è morta per svariate ragioni, ma soprat-
tutto per l'ingordigia dell'industria. in mano a mana-
ger spregiudicati che l'hanno gestita in maniera, direi,
pornografica. Inscatolata come un qualsiasi bene di
consumo, la melodia è diventata agonizzante già da
quando si è cominciato a parlare di corporate music.
Gli scippi di Internet sono diventati il colpo di grazia".
- Riascoltare le vecchie canzoni è stato emozionante?"
"No, affatto. Ho affrontato tutto con molta oggettività,
come se non fosse frutto del mio ingegno. La cosa che
più mi ha emotivamente coinvolto è stata la stesura
dei testi del libretto. Mi descrivevano come una folk-
singer nei primi cinque album, ma non lo ero affatto.
Lo sono stata fino al 1965, prima del debutto discogra-
fico. Quando ho cominciato a scrivere la mia musica
mi sono mossa come Schubert, avevo in mente i
Lieder non Woody Guthrie"
- Non le è mai venuta voglia, in tutti questi anni, di
produrre nuova musica?
"No. Sono malata dal 2009, e quando le energie
non sono al massimo non hai il desiderio di crea-
re. Riesco solo a dipingere , pur se non con la
frequenza di un tempo. Ma anche prima della
malattia, delusa e frustrata dalla corruzione del
music business, avevo rallentato. Sono state le
scelte sciagurate dell'industria a uccidere il mio
interesse. La stessa cosa accadde a Miles Davis:
sparì dalla circolazione per sei anni disgustato
daòòe ingiustizie della discografia".
- Che aspettative aveva da ragazza, quando dal
Canada scese verso la California in pieno flower
power?
"Nessuna, la musica era un hobby. Da studentessa,
alla scuola d'arte, suonavo nei caffè per un film, una
pizza o una partita a bowling. Mi piaceva soprattutto
dipingere. Poi rimasi incinta (la bimba fu data in ado-
zione, si sarebbero riabbracciate 32 anni dopo, nel
1997, ndr.). La musica fu il pretesto per allontanarmi
da casa e evitare il confronto coi miei. Sposai il folk-
singer Chuck Mitchell (al secolo è ancora Roberta
Joan Anderson, ndr.) e cominciai a collaborare con
lui, esperienza di cui vado tutt'altro che fiera, ma
almeno appresi alcune regole fondamentali, la prima
che chi scrive canzoni deve avere una casa di edizio-
ni musicali. Sono entrata a far parte di questo mondo
in maniera riluttante, per niente allettata dalla cele-
brità. La prima a scoprire il mio talento fui io, e scri-
vere canzoni diventò l'unica dipendenza della mia vi-
ta ( fumo a parte). Firmai un contratto discografico
per quattro soldi, un vero e proprio furto ai danni
della mia ingenuità. Ma non importava, ero droga-
ta dalla scrittura e dalla composizione, un bisogno
insopprimibile - i furbi l'avevano intuito".
La California l'accolse a braccia aperte, eppure
lei ha sempre fatto intendere di essersi sentita
sottovalutata rispetto ai colleghi maschi
"Non è mania di persecuzione, è la verità. La
stampa mi relegava nei soliti articoli cumulati-
vi intitolati"Women in rock". Avrei voluto che
fossen come a Parigi negli anni Venti, quando
gli artisti trascorrevano ore a discutere, ma
che vuole, con le donne è sempre andata così,
quelle forti e di talento fanno sentire gli uomi-
ni a disagio. Non fu una donna, Mary Cassat,
l'inventrice dell'impressionismo? Eppure guar-
di come è andata la Storia. Pur essendo amica
di Dégas, non entrò mai a far parte dell'élite
perchè i suoi dipinti, che ritraevano la vita so-
ciale delle donne, erano considerati ridicoli".
Continua... to be continued...
martedì 10 marzo 2015
VIAGGI - A spasso per le Ande
SE ERACLITO VISIONE POST - 42
SE NE ANDASSE
a spasso PER LE ANDE
Perchè una valle cilena fa pensare
al filosofo antico e al riscaldamento globale
(da la Repubblica - 20/04/'15 - di Ariel Dorfman),
Recentemente ho avuto modo di confermare, con
prova triste e inoppugnabile, che Eraclito aveva
ragione quando scriveva che è impossibile bagnar-
si due volte nello stesso fiume. Non credo natural-
mente che il filosofo presocratico, quando scrisse
questa frase sul flusso implacabile del tempo, due-
milacinquecento anni fa, avesse in mente la distru-
zione ecologica del pianeta, l'abisso verso cui ci
stanno portando l'avidità e l'incapacità di affronta-
re con coraggio la sfida del riscaldamento globale.
Mi è capitato di pensare a Eraclito di recente, nel
pieno della calura dell'estate cilena. Fra le tante
bellezze naturali che si possono trovare intorno a
Santiago, sono sempre stato particolarmente at-
tratto dal Cajòn del Maipo, una stretta vallata con
gole spettacolari scavate dal fiume Maipo nell'ar-
co di milioni di anni. - Uno dei posti più straordinari
di questo canyon è una cascata chiamata Cascada
de las Animas. L'hanno battezzata così più di un se-
colo fa gli arrieros, i mulattieri che dopo aver attra-
versato le montagne con il loro bestiame si ferma-
vano qui per bere e ritemprarsi dalla fatica, e so-
stenevano di aver intravisto due fanciulle semitra-
sparenti danzare dietro il getto d'acqua, e intorno
tanti duendes (folletti dispettosi) che saltellavano
e schiamazzavano.
Pià di 40 anni fa, quand'eravamo giovani, io e Ange-
lica, mia moglie, partivamo per farci delle cammina-
te fino alle pendici pià basse delle Ande, e in un'oc-
casione riuscimmo ad arrampicarci per centinaia di
metri fino alla cascata. Non vedendo in giro nessun
essere umano, nè tantomeno le fanciulle o i folletti
della leggenda, decisi seduta stante di rinfrescare
il corpo tuffandomi in quelle acque gelide e cristal-
line portate a valle dalle nevi montane. Angelica,
che è sempre stata più prudente, si limitò ad assa-
porare l'acqua prendendola con le mani.
Alcuni giorni fa siamo ritornati nel Cajon del Maipo,
e io, preso dalla nostalgia, ho deciso di rifare la cam-
minata fino a quella cascata magica. Angelica ha da-
to forfait., ma mi ha accompagnato mio cognato, Pe-
dro Sànchez, che aveva visitato le cascate qualche
anno prima e diceva che erano ancora un posto in-
cantevole. Solo che non era più possibile avventu-
rarsi per quelle montagne liberamente come un tem-
po: la cascata ora si trova all'interno di una riserva
ambientale e l'unico modo per vederla era organiz-
zare un'escursione guidata rivolgendosi a un albergo
lì vicino. - Anche se l'esperienza di salire per quei
sentieri con qualcuno che ti spiega in continuazione
il paesaggio, insieme a una serie di altre famiglie
con bambini chiassosi al seguito, non coincideva
granchè con il contesto solitario del mio ricordo, il
panorama era ancora magnifico, pieno di alberi e
cespugli autoctoni, ricco di vita animale. E c'era
sempre l'aspettativa della grande cascata al termi-
me della nostra ascesa.
Ma quello che abbiamo trovato non assomugliava
affatto alla grande cascata di un tempo. Un rivoletto
d'acqua scendeva giù nello stesso bacino cavernoso
e pieno di rocce dei miei ricordi, creando una pozzet-
ta dove l'acqua arrivava al massimo alle ginocchia.
Nuotare nella pozza in ogni caso era proibito, perchè
i turisti si erano tutti strofinati la pelle con creme e
lozioni solari e avrebbero rischiato di contaminare la
purezza della fonte.
Lucianone
lunedì 19 gennaio 2015
Cultura - Isaac Asimov e la genialità
Contattato dal Mit, nel 1959 il re della
fantascienza scrisse questo testo inedito,
in cui illustrava gli ingredienti della
creatività: audacia, confronto, follia e relax visione pubblico - 50
(Da la Repubblica - 30/10/2014 / R2Cultura)
Isaac Asimov: Vi spiego la prima legge
della genialità
di I. Asimov
In che modo una persona arriva ad avere un'idea
nuova? Si può presumere che il processo di creati-
vità, qualunque cosa sia, sia essenzialmente lo stes-
so in tutte le sue diramazioni e varietà e quindi che
l'evoluzione di una nuova forma d'arte, di un nuo-
vo congegno, di un nuovo principio scientifico, com-
porti sempre degli elementi comuni. La cosa che ci
interessa maggiormente è la "creazione" di un nuo-
vo principio scientifico o di una nuova applicazione
di un vecchio principio scientifico, ma possiamo par-
lare in generale.
Un metodo per indagare il problema è quello di
prendere in considerazione le grandi idee del pas-
sato e capire in che modo sono state generate.
Si pensi per esempio alla teoria dell'evoluzione
attraverso la selezione naturale, creata da Charles
Darwin e Alfred Wallace. Ci sono molte cose in co-
mune, in questo caso. Tutti e due avevano viaggia-
to in posti lontani, tutti e due avevano osservato
strane specie di piante e animali e il modo in cui
variavano da un posto all'altro. Tutti e due erano
smaniosi di trovare una spiegazione per questo
fatto, e tutti e due ci riuscirono solo dopo aver let-
to il Saggio sulla popolazione di Malthus. Tutti e
due videro che il concetto di sovrappopolamento
ed "estirpazione" (che Malthus aveva applicato
agli esseri umani) si adattava bene alla dottrina
dell'evoluzione attraverso la selezione naturale
(se applicato alla specie in generale). E' evidente,
quindi, che quello che serve non sono solamente
persone con una buona preparazione in un certo
campo, ma anche persone capaci di fare un colle-
gamento tra l'oggetto 1 e l'oggetto 2, che normal.
mente non sembrano collegati.
noltissimi naturalisti avevano studiato il modo
in cui le specie si erano differenziate fra loro.
E moltissime persone avevano letto Malthus.
Ma quello di cui c'era bisogno era qualcuno
che avesse studiato le specie, che avesse let-
to Malthus e che avesse la capacità di incro-
ciare le due cose. E' questo il punto cruciale,
la caratteristica rara che dev'essere trovata.
Una volta che qualcuno lo ha stabilito, il col-
legamento diventa ovvio. Thomas Huxley
avrebbe esclamato, dopo aver letto L'origine
della specie: "Che stupido a non averci pen-
sato!". Ma perchè non ci aveva pensato?
La storia del pensiero umano induce a rite-
nere che è difficile pensare a un'idea, anche
quando tutti i fatti sono lì, sul tavolo. Per fa-
re questo collegamento serve una certa au-
dacia.
Continua...
TO BE CONTINUED...
domenica 14 settembre 2014
Fotografia - Riccardo Scibetta
Mostre - anno 2011 visione post - 18
L'altra Londra di Riccardo Scibetta
Una mostra ambientata nella notte londinese
in cui ogni fotogramma balza fuori all'improvviso,
squarciando il buio. E rivelando la doppia faccia
del mondo, la sua ambiguità, con immagini che
si alternano e si sovrappongono.
E' "Underground" di Riccardo Scibetta, brianzolo
del 1970 e siciliano d'adozione, che nella galleria
romana Officine Fotografiche di via Libetta (fino
al 15 giugno 2011) ha realizzato dieci lightbox di
grande effetto , sovrapponendo due immagini du-
rante lo scatto, per raccontare un'altra Londra.
Le sue foto non sono mai solo ciò che mostrano,
ma lasciano scorgere dell'altro, e altrove. Come
"Il militare", una delle guardie della Regina, dalla
cui impettita uniforme traspare il misero scheletro
e che indossa un copricapo di pelle di lupo come
fosse un cavallo tenuto al morso. Lo stesso lupo
ringhiante il cui muso esplode dal volto di Elisa-
betta II ne "La Regina", l'altra metà del distico,
trasformando la sua gaia 'mise' giallo canarino
in un lampo d'orrore. C'è ironia e denuncia so-
ciale nelle scatole luminose di Scibetta quando
sovrappone un cimitero a tutta la Swinging Lon-
don racchiusa nella vecchia cabina del telefono,
quella rossa, accanto a cui dorme un giovane
homeless. C'è la realtà underground, che è tutto,
e tutt'altro, in ogni istante
(da 'L'Espresso' - 23 giugno 2011 - Passioni)
"Il militare"
Continua... to be continued...
domenica 31 agosto 2014
Lo scrittore di culto Wilbur Smith
Lo scrivere è una follia:
parola di Wilbur Smith, che racconta
come lavorare a un libro sia una specie
di ossessione, ma parla anche del suo
grande amore per l'Africa.
(da 'l'Espresso' - 23 giugno 2011 - Sabina
Minardi a colloquio con W. Smith) visione post - 61
Scrivere un libro è un segreto che neppure il più
smaliziato degli editori sa spiegare. Essere un ca-
polista seriale delle classifiche con la felicità del
caso non c'entra più.
Wilbur Smith è il primo a negare che esista la
formula magica del successo. Ma la miscela che
impiega da anni è un'arma micidiale: trame avven-
turose nutrite da passioni estreme; il gusto di com-
plicare la vita a tutti i personaggi, senza occhio di
riguardo per nessuno; la dedizione e l'erudizione
per rimuovere, uno dopo l'altro, gli ostacoli. Risul-
tato: romanzi popolari di qualità. Il gusto antico
del raccontare, sostenuto dall'istinto del giornali-
sta (è nato in Rhodesia del Nord, l'attuale Zambia
e per anni ha fatto il cronista, poi per volere del
padre il ragioniere): che annota i dettagl, fiuta le
piste, traccia architetture narrative intricate.
Lo sfondo cambia, ma il format resta. E a 78 anni
di età ci si può permettere il lusso di accantonare
i perimetri di saghe storiche e mitologiche come
quelle egizie, dei Ballantyne e dei Courtney. Per
affrontare materie più scabrose: le regole tribali,
la sharia, il medioevo contemporaneo del fonda-
mentalismo islamico. Combinati con l'attualità di
un Occidente nemico, al Qaeda, la corsa al petro-
lio dietro le quinte di tutti i conflitti.
"La legge del deserto" (Longanesi) diventa così un
romanzo politico, che dà a Smith non solo il merito
di aver scritto un libro da grandi emozioni, ma anche
il testo giusto per il tempo giusto...
Wilbur Addison Smith
(nato a Broken Hill il 9 gennaio 1933, è uno scrittore zambiano)
La giornalista Sabina Minardi pone a W. Smith
alcune domande che, tra l'altro, riguardano anche
le motivazioni per la stesura del romanzo 'La legge
del deserto'.
Sabina Minardi -'Perchè ha deciso di occuparsi di
attualità?'.
Wilbur Smith - "Perchè è il nostro presente, e credo
che un lettore trovi un interesse in più nel leggere un
libro con elementi che rimandano alla sua vita. I per-
sonaggi mi ronzavano in testa da un pezzo. In più, co-
nosco bene quella parte d'Africa in cui ho ambientato
una parte della storia; ho posseduto un'isola nelle
Seychelles.
S. Minardi - 'Il destino del nord Africa è in ridefinizio-
ne. Come pensa che guerre e rivolte in corso ne rimo-
delleranno il futuro?'.
W. Smith - "Credo che sia utopistico pensare che
governi pienamente democratici e laici possano in-
staurarsi in tempi brevi. Nelle nazioni islamiche c'è
un governo presieduto da un uomo solo sin dai tem-
pi di Maometto. Immaginare una forma di governo
parlamentare all'occidentale mi sembra chiedere
troppo".
S. Minardi - 'Parliamo di altri suoi romanzi. C'è
sempre l'Africa. Cos'è l''Africa per lei?'.
W. Smith - "E' il battito del mio cuore. Ci sono nato,
ho vissuto in Afria. Conosco il continente molto bene,
l'ho attraversato in lungo e largo. L'ho studiato, ho
cacciato animali, mi sono anche appassionato al bird-
watching. Ma più di tutto penso che sia la gente d'A-
frica a renderla così eccitante. La diversità degli es-
seri umani, dai tootsie ai pigmei, insieme all'eredità
degli scrittori del passato, ne fanno un posto dove
c'è sempre qualcosa da scoprire".
S. Minardi - 'Lei viaggia molto, vive spesso all'estero.
Dov'è la sua casa?'.
W. Smith - "Ne ho una a Cape Town, una a Londra
e un'altra in Svizzera. Sono un africano nomade. Un
girovago del mondo".
S. Minardi - 'Torniamo alla sua infanzia africana. E'
lì che trae l'ispirazione?".
W. Smith - "Sì. Nacse lì il mio gusto dell'avventura.
Mi vengono in mente i safari con i miei genitori: ave-
vo tre anni, e a quei tempi non si viaggiava certo con
le macchine. Mi sistemavano in una specie di amaca,
alle estremità c'erano due africani che mitrasportava-
no a piedi. Ricordo esattamente il verso dei leoni
intorno alla tenda nella notte. E l'avventura, appunto:
quando i leoni mangiatori di uomini assalivano il cam-
po e gli uomini uscivano per ucciderli, la confusione,
l'oscurità, le corse in ogni direzione. Mio padre spara-
va, io lo spiavo".
S. Minardi - 'Immagini che rivivono nei suoi libri,
zeppi di uomini audaci, che sfidano gli animali, che
hanno relazioni con bellissime donne. Sono questi
caratteri forti a piacere ai lettori?'.
W. Smith - "In un romanzo la gente cerca due cose:
da una parte la possibilità di imparare qualcosa; dal-
l'altra, di evadere dalla propria esistenza, spesso no-
iosa e incolore, in una dimensione immaginifica".
S, Minardi - 'I suoi libri sono amatissimi dalle donne.
Nostalgia di identità che non ci sono più?'.
W. Smith - Credo che i miei libri, specie gli ultimi,
abbiano personaggi femminili molto forti, nei quali
le lettrici si possono identificare. D'altra parte, credo
che spesso queste signore comprino i miei libri per
mariti e figli. Magari alla fine li leggono anche loro".
S. Minardi - 'Crede che trasmettere la passione per la
lettura sia una prerogativa femminile?'.
W. Smith - "Sì. Quando ero bambino, non c'era la
tv e vivevamo in un contesto remoto. Andavamo nel-
la biblioteca della città ad affittare i libri, e ricordo
ancora il suono del vecchio telefono quando squillava:
mia madre correva a rispondere e se ci annunciavano
l'arrivo di un volume ordinato era una grande gioia.
Il momento più atteso della giornata era quello in cui
si andava a letto e mia madre leggeva una storia a me
e a mia sorella. L'amore per i libri in me è nato così:
da quelle scatole magiche, da cui venivano fuori sto-
rie meravigliose. E dal modo di raccontare di mia ma-
dre".
S. Minardi - 'Perchè è così amato in Italia?'.
W. Smith - "Non saprei. Nel mondo dei libri il
successo è imprevedibile. A volte un libro non
è particolarmente buono, eppure tutti voglio-
no leggerlo. Come per un film: talvolta la gente
corre a vederli solo per poterne parlare. Il pas-
saparola è determinante. Internet e social net-
work saranno sempre più influenti".
S. Minardi - 'E' vero che lei ha dei rituali prima
di cominciare un nuovo libro?'.
W. Smith - "Ce li avevo. Oggi comincio a scrivere
solo quando sono pronto.
CONTINUA...
to be continued...
parola di Wilbur Smith, che racconta
come lavorare a un libro sia una specie
di ossessione, ma parla anche del suo
grande amore per l'Africa.
(da 'l'Espresso' - 23 giugno 2011 - Sabina
Minardi a colloquio con W. Smith) visione post - 61
Scrivere un libro è un segreto che neppure il più
smaliziato degli editori sa spiegare. Essere un ca-
polista seriale delle classifiche con la felicità del
caso non c'entra più.
Wilbur Smith è il primo a negare che esista la
formula magica del successo. Ma la miscela che
impiega da anni è un'arma micidiale: trame avven-
turose nutrite da passioni estreme; il gusto di com-
plicare la vita a tutti i personaggi, senza occhio di
riguardo per nessuno; la dedizione e l'erudizione
per rimuovere, uno dopo l'altro, gli ostacoli. Risul-
tato: romanzi popolari di qualità. Il gusto antico
del raccontare, sostenuto dall'istinto del giornali-
sta (è nato in Rhodesia del Nord, l'attuale Zambia
e per anni ha fatto il cronista, poi per volere del
padre il ragioniere): che annota i dettagl, fiuta le
piste, traccia architetture narrative intricate.
Lo sfondo cambia, ma il format resta. E a 78 anni
di età ci si può permettere il lusso di accantonare
i perimetri di saghe storiche e mitologiche come
quelle egizie, dei Ballantyne e dei Courtney. Per
affrontare materie più scabrose: le regole tribali,
la sharia, il medioevo contemporaneo del fonda-
mentalismo islamico. Combinati con l'attualità di
un Occidente nemico, al Qaeda, la corsa al petro-
lio dietro le quinte di tutti i conflitti.
"La legge del deserto" (Longanesi) diventa così un
romanzo politico, che dà a Smith non solo il merito
di aver scritto un libro da grandi emozioni, ma anche
il testo giusto per il tempo giusto...
Wilbur Addison Smith
(nato a Broken Hill il 9 gennaio 1933, è uno scrittore zambiano)
La giornalista Sabina Minardi pone a W. Smith
alcune domande che, tra l'altro, riguardano anche
le motivazioni per la stesura del romanzo 'La legge
del deserto'.
Sabina Minardi -'Perchè ha deciso di occuparsi di
attualità?'.
Wilbur Smith - "Perchè è il nostro presente, e credo
che un lettore trovi un interesse in più nel leggere un
libro con elementi che rimandano alla sua vita. I per-
sonaggi mi ronzavano in testa da un pezzo. In più, co-
nosco bene quella parte d'Africa in cui ho ambientato
una parte della storia; ho posseduto un'isola nelle
Seychelles.
S. Minardi - 'Il destino del nord Africa è in ridefinizio-
ne. Come pensa che guerre e rivolte in corso ne rimo-
delleranno il futuro?'.
W. Smith - "Credo che sia utopistico pensare che
governi pienamente democratici e laici possano in-
staurarsi in tempi brevi. Nelle nazioni islamiche c'è
un governo presieduto da un uomo solo sin dai tem-
pi di Maometto. Immaginare una forma di governo
parlamentare all'occidentale mi sembra chiedere
troppo".
S. Minardi - 'Parliamo di altri suoi romanzi. C'è
sempre l'Africa. Cos'è l''Africa per lei?'.
W. Smith - "E' il battito del mio cuore. Ci sono nato,
ho vissuto in Afria. Conosco il continente molto bene,
l'ho attraversato in lungo e largo. L'ho studiato, ho
cacciato animali, mi sono anche appassionato al bird-
watching. Ma più di tutto penso che sia la gente d'A-
frica a renderla così eccitante. La diversità degli es-
seri umani, dai tootsie ai pigmei, insieme all'eredità
degli scrittori del passato, ne fanno un posto dove
c'è sempre qualcosa da scoprire".
S. Minardi - 'Lei viaggia molto, vive spesso all'estero.
Dov'è la sua casa?'.
W. Smith - "Ne ho una a Cape Town, una a Londra
e un'altra in Svizzera. Sono un africano nomade. Un
girovago del mondo".
S. Minardi - 'Torniamo alla sua infanzia africana. E'
lì che trae l'ispirazione?".
W. Smith - "Sì. Nacse lì il mio gusto dell'avventura.
Mi vengono in mente i safari con i miei genitori: ave-
vo tre anni, e a quei tempi non si viaggiava certo con
le macchine. Mi sistemavano in una specie di amaca,
alle estremità c'erano due africani che mitrasportava-
no a piedi. Ricordo esattamente il verso dei leoni
intorno alla tenda nella notte. E l'avventura, appunto:
quando i leoni mangiatori di uomini assalivano il cam-
po e gli uomini uscivano per ucciderli, la confusione,
l'oscurità, le corse in ogni direzione. Mio padre spara-
va, io lo spiavo".
S. Minardi - 'Immagini che rivivono nei suoi libri,
zeppi di uomini audaci, che sfidano gli animali, che
hanno relazioni con bellissime donne. Sono questi
caratteri forti a piacere ai lettori?'.
W. Smith - "In un romanzo la gente cerca due cose:
da una parte la possibilità di imparare qualcosa; dal-
l'altra, di evadere dalla propria esistenza, spesso no-
iosa e incolore, in una dimensione immaginifica".
S, Minardi - 'I suoi libri sono amatissimi dalle donne.
Nostalgia di identità che non ci sono più?'.
W. Smith - Credo che i miei libri, specie gli ultimi,
abbiano personaggi femminili molto forti, nei quali
le lettrici si possono identificare. D'altra parte, credo
che spesso queste signore comprino i miei libri per
mariti e figli. Magari alla fine li leggono anche loro".
S. Minardi - 'Crede che trasmettere la passione per la
lettura sia una prerogativa femminile?'.
W. Smith - "Sì. Quando ero bambino, non c'era la
tv e vivevamo in un contesto remoto. Andavamo nel-
la biblioteca della città ad affittare i libri, e ricordo
ancora il suono del vecchio telefono quando squillava:
mia madre correva a rispondere e se ci annunciavano
l'arrivo di un volume ordinato era una grande gioia.
Il momento più atteso della giornata era quello in cui
si andava a letto e mia madre leggeva una storia a me
e a mia sorella. L'amore per i libri in me è nato così:
da quelle scatole magiche, da cui venivano fuori sto-
rie meravigliose. E dal modo di raccontare di mia ma-
dre".
S. Minardi - 'Perchè è così amato in Italia?'.
W. Smith - "Non saprei. Nel mondo dei libri il
successo è imprevedibile. A volte un libro non
è particolarmente buono, eppure tutti voglio-
no leggerlo. Come per un film: talvolta la gente
corre a vederli solo per poterne parlare. Il pas-
saparola è determinante. Internet e social net-
work saranno sempre più influenti".
S. Minardi - 'E' vero che lei ha dei rituali prima
di cominciare un nuovo libro?'.
W. Smith - "Ce li avevo. Oggi comincio a scrivere
solo quando sono pronto.
CONTINUA...
to be continued...
giovedì 28 agosto 2014
TEATRO - Festival teatrale di Edimburgo
visione post - 33
La più importante manifestazione estiva
nella città scozzese fino al 31 agosto
Tra cartellone ufficiale e Fringe, in questa
edizione abbondano gli spettacoli ispirati
al conflitto mondiale.
(da 'la Repubblica' - 17 /08/'14 - CultSpettacoli /
Rodolfo Di Giammarco)
A Edimburgo si raccontano
le guerre di ieri e di oggi
In che rapporto sono arte e società a Edimburgo,
la più ampia piazza estiva mondiale di performance?
A 32 giorni dallo storico voto pro o contro l'indipen-
denza scozzese del 18 settembre non c'è granchè
segno di sfide tra secessionisti (tipo Sean Connery)
e unionisti (tipo Judy Dench e Mick Jagger) nelle
affollatissime strade, nei sempre gremiti teatri del
Festival Internazionale e nella calca popolare e gio-
vanile di sale e spazi del Fringe Festival.
La competizione più sentita è un'altra e sembra già
essere vinta: ormai la creatività, il motore di ricerca,
la presa generazionale, le presenze e gli oltre 1000
spettacoli di scena parlata/fisica e di danza del
Fringe (mercato libero del nuovo, con alcuni decisi-
vi teatri leader, vedi il Traverse) alimentano un fe-
nomeno che spesso fa più clamore della vetrina in-
tellettuale - priva dell'equivalente dei nomi di culto
di anni fa - del Festival, il cui direttore australiano
Jonathan Mills passa le consegne per il 2015 al
al connazionale Fergus Linhean. Ciò non toglie che
molti fari si siano accesi sulla prima guerra mondia-
le e le guerre in genere, argomento caldo di questi
giorni.
Allora va detto di "The War" che, al Festival, è un
mosaico di rapsodie ad opera del regista (finalmen-
te) russo Vladimir Pankov alla guida della compa-
gnia moscovita SounDrama Studio. Lavoro fonda-
to su scritture di Richard Aldington e di Nikolai
Gumilyov, con dichiarati richiami all'Iliade, si trat-
ta d'una epopea virtuosistica, raffinata, idealistica,
anche brechtiana e catastrofica, che prte da un Go-
ta parigino del 1913 (con grnde lampadario a terra)
per misurarsi poi con i traumi bellici. Splendide im-
magini, con un'estetica primeggiante sull'etica.
A dare più peso a una morale irrisolvibile della vio-
lenza e a propendere per tecniche sperimentali ci
pensa, con un titolo a contrasto, "Small War" del-
l'olandese Valentin Dhaenens che al Fringe, al Tra-
verse Theatre, emoziona compostamente con un
uomo/nurse evocante pazienti incurabili o morti in
video, con parole che vanno da un discorso di Atti-
la a una testimonianza di una vittima recente in Af-
ghanistan. Il discorso guerresco del Festival ha in
serbo anche l'apologo "Ganesh versus the Third
Reich" dove la compagnia australiana Back to Back
mostra simbolicamente un elefantiaco dio Hindu che
reclama a Hitler (con sagoma alla Cattelan) l'esclu-
siva del proprio emblema di culto trasformato dai
nazisti in svastica, ma essendo quattro quinti del
cast composti da attori disabili, colpisce più di tutto
l'accusa rivolta alla platea "Siete venuti qui per ve-
dere uno freak show".
Sempre al Festival, strizza l'occhio alla Scozia la tri-
logia storiografica umanizzata "James I, James II
e James III" di Rona Munro, un totale di 7 ore e
mezza (coprodotto da National Theatre of Scotland
e National Theatre of Great Britain), che trasforma
in arena l'impianto, con banchetti, battaglie, talami,
parlamenti e omicidi dal 1421 al 1488, stile fiction,
potenti interpreti, e una magistrale Sofie Grabol.
Ma il conflitto più duro, il Festival lo propone nel-
l'installazione "vissuta" Exhibit B di Brett Bailey,
con una mostra impressionante di occhi mobili
sgranati da performer di colore in una galleria di
gabbie e orrori di cui è responsabile l'Occidente,
nei panni di gente castrata o di detenuti morti nei
respingimenti su moderni aerei. Da parte sua, il
Fringe concentra in modo autorevole il top della
minaccia e della mostrificazione delle guerre vir-
tuali future (smascherate da Edward Snowden) in
Light di George Mann, dove il controllo dei cer-
velli è questione di schegge di luce applicate o e-
stratte dalla testa, nel buio più assoluto: una mac-
china inimitabile, formidabile, deprecabile.
Lucianone
La più importante manifestazione estiva
nella città scozzese fino al 31 agosto
Tra cartellone ufficiale e Fringe, in questa
edizione abbondano gli spettacoli ispirati
al conflitto mondiale.
(da 'la Repubblica' - 17 /08/'14 - CultSpettacoli /
Rodolfo Di Giammarco)
A Edimburgo si raccontano
le guerre di ieri e di oggi
In che rapporto sono arte e società a Edimburgo,
la più ampia piazza estiva mondiale di performance?
A 32 giorni dallo storico voto pro o contro l'indipen-
denza scozzese del 18 settembre non c'è granchè
segno di sfide tra secessionisti (tipo Sean Connery)
e unionisti (tipo Judy Dench e Mick Jagger) nelle
affollatissime strade, nei sempre gremiti teatri del
Festival Internazionale e nella calca popolare e gio-
vanile di sale e spazi del Fringe Festival.
La competizione più sentita è un'altra e sembra già
essere vinta: ormai la creatività, il motore di ricerca,
la presa generazionale, le presenze e gli oltre 1000
spettacoli di scena parlata/fisica e di danza del
Fringe (mercato libero del nuovo, con alcuni decisi-
vi teatri leader, vedi il Traverse) alimentano un fe-
nomeno che spesso fa più clamore della vetrina in-
tellettuale - priva dell'equivalente dei nomi di culto
di anni fa - del Festival, il cui direttore australiano
Jonathan Mills passa le consegne per il 2015 al
al connazionale Fergus Linhean. Ciò non toglie che
molti fari si siano accesi sulla prima guerra mondia-
le e le guerre in genere, argomento caldo di questi
giorni.
Allora va detto di "The War" che, al Festival, è un
mosaico di rapsodie ad opera del regista (finalmen-
te) russo Vladimir Pankov alla guida della compa-
gnia moscovita SounDrama Studio. Lavoro fonda-
to su scritture di Richard Aldington e di Nikolai
Gumilyov, con dichiarati richiami all'Iliade, si trat-
ta d'una epopea virtuosistica, raffinata, idealistica,
anche brechtiana e catastrofica, che prte da un Go-
ta parigino del 1913 (con grnde lampadario a terra)
per misurarsi poi con i traumi bellici. Splendide im-
magini, con un'estetica primeggiante sull'etica.
A dare più peso a una morale irrisolvibile della vio-
lenza e a propendere per tecniche sperimentali ci
pensa, con un titolo a contrasto, "Small War" del-
l'olandese Valentin Dhaenens che al Fringe, al Tra-
verse Theatre, emoziona compostamente con un
uomo/nurse evocante pazienti incurabili o morti in
video, con parole che vanno da un discorso di Atti-
la a una testimonianza di una vittima recente in Af-
ghanistan. Il discorso guerresco del Festival ha in
serbo anche l'apologo "Ganesh versus the Third
Reich" dove la compagnia australiana Back to Back
mostra simbolicamente un elefantiaco dio Hindu che
reclama a Hitler (con sagoma alla Cattelan) l'esclu-
siva del proprio emblema di culto trasformato dai
nazisti in svastica, ma essendo quattro quinti del
cast composti da attori disabili, colpisce più di tutto
l'accusa rivolta alla platea "Siete venuti qui per ve-
dere uno freak show".
Sempre al Festival, strizza l'occhio alla Scozia la tri-
logia storiografica umanizzata "James I, James II
e James III" di Rona Munro, un totale di 7 ore e
mezza (coprodotto da National Theatre of Scotland
e National Theatre of Great Britain), che trasforma
in arena l'impianto, con banchetti, battaglie, talami,
parlamenti e omicidi dal 1421 al 1488, stile fiction,
potenti interpreti, e una magistrale Sofie Grabol.
Ma il conflitto più duro, il Festival lo propone nel-
l'installazione "vissuta" Exhibit B di Brett Bailey,
con una mostra impressionante di occhi mobili
sgranati da performer di colore in una galleria di
gabbie e orrori di cui è responsabile l'Occidente,
nei panni di gente castrata o di detenuti morti nei
respingimenti su moderni aerei. Da parte sua, il
Fringe concentra in modo autorevole il top della
minaccia e della mostrificazione delle guerre vir-
tuali future (smascherate da Edward Snowden) in
Light di George Mann, dove il controllo dei cer-
velli è questione di schegge di luce applicate o e-
stratte dalla testa, nel buio più assoluto: una mac-
china inimitabile, formidabile, deprecabile.
Lucianone
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