sabato 25 febbraio 2017

Musica / Jazz - La fucina del grande Miles Davis, attraverso rari bootleg

25 febbraio 2017                           visione post - 140

BOOTLEG - 
Pubblicate rare registrazioni in studio
del grande trombettista: non versioni compiute 
e poi scartate di brani celebri, ma le conversazioni
con gli altri strumentisti, le indicazioni, frammenti.
Uno sforzo filologico prezioso che svela un metodo. 

(Da LA LETTURA, Corriere della Sera - 24 dicembre
2016 - di Claudio Sessa)
"Suonala così..."
IL 24 ottobre 1966 Miles Davis stava provando con il
suo contrabbassista  un nuovo brano, Freedom Jazz
Dance. "Suonale in glissando, fai tutto in glissando", 
gli dice con la sua caratteristica voce roca (leggenda 
vuole che se la fosse rovinata litigando subito dopo
un'operazione alle corde vocali). Ron Carter ci prova.
"No, non devi glissare tutto". "Ma mi hai detto di farlo
tutto. Non so su che note farlo".  "Bè, prova con metà 
delle note... no, dài, così è troppo scontato".  E' l'inizio
del box Freedom Jazz Dance, quinto volume dei cosid-
detti "Bootleg Series" Columbia/Legacy che mettono 
ordine con rigore filologico   nell'enorme  produzione 
del grande trombettista.
Un bootleg, nel gergo degli appassionati di musica, è 
un disco registrato  dal vivo  senza autorizzazione; i
concerti di Davis, popolarissimo  fin dagli anni Cin-
quanta presso un pubblico stilisticamente trasversa-
le, sono stati riprodotti a centinaia e da qualche an-
no vengono "ufficializzati" nelle migliori condizioni
tecniche possibili. I precedenti volumi avevano recu-
perato concerti del 1967, del 1969, del 1970 e (con il
quarto) l'intera serie di esibizioni del trombettista al
festival di Newport, fra il 1955 e il 1975. Ma non van-
no dimenticati altri recuperi "filologici", come The 
Complete Live At The Plugged Nickel 1965 (8cd), The
Cellar Door Sessions 1970 (6 cd), o il monumentale
The Complete Miles Davis at Montreux (20 cd, l'uni-
co pubblicato dalla Wea).
Ciò che rende unica  l'ultima uscita  è il fatto che, con-
traddicendo l'idea di bootleg, nei 3 cd di Freedom Jazz
Band si ascolta il quintetto di Davis in studio d'incisio-
ne. 
Anche qui non ci sarebbe nulla di nuovo. Da anni, nel
mondo del jazz, dagli archivi  escono  preziosi reperti 
inediti, che illuminano  di  nuova  luce  le  concezioni 
estetiche di grandi artisti. Ma in questo caso vengono 
pubblicati i nastri completi di alcune sedute celebri,
in particolare quelle che diedero vita a Miles Smiles:
uno dei dischi più riusciti del trombettista, anche per-
chè  guidava  un  quintetto  d'eccezione, con Wayne 
Shorter al sax tenore, Herbie Hancock al pianoforte,
Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla bat-
teria, ovvero alcuni fra i maggiori capiscuola degli
 ultimi cinquant'anni.

















L'ascoltatore entra dunque nel privatissimo mondo
delle prove d'autore: un brano - che spesso fino a po-
chi minuti prima gli esecutori nemmeno conoscevano
- viene tentato, a volte per poche note, quindi nasce
una discussione su come affrontarlo, e poi si riprova,
magari una decina di volte.  Noioso?  No, quando si
riesce a seguire  l'esplosione  del carisma  di Miles;
quando si coglie il clima di complicità fra i cinque;
quando si percepisce la malleabilità nel pensiero di
ciascuno, soprattutto nella sezione ritmica, che da
un frammento all'altro cambia spesso radicalmente 
il flusso sonoro che sostiene il brano.   Quindi ci si
sporge oltre il tema, nell'invenzione di assoli spesso
interrotti dopo poche battute: Davis voleva conser-
vare la spontaneità dell'invenzione per la versione
definitiva (quella conosciuta da cinquant'anni),
che spesso era l'unica completa.
Si comprende dunque l'associazione  di questi nastri
al concetto di bootleg come occasione in qualche mi-
sura rubata, di cui non era prevista la diffusione.
D'altra parte, sono rari i momenti in cui sia rimasta
documentata  la scintilla creativa:  è il caso del cele-
bre brano di Wayne Shorter Nefertiti, quando il trom- 
bettista propone: "Ehi ragazzi, perchè non suoniamo
solo la melodia, senza fare assoli?" e tutti rispondono
che stavano pensando la stessa cosa. Ne nasce un bra-
no epocale, con la batteria a rumoreggiare sotto il te-
ma sempre ripetuto eppure sempre nuovo. Ma perfi-
no con Davis, che pure era un privilegiato, il nastro
dell'incisione spesso veniva riavvolto per economia,
lasciando ai posteri frammenti spezzati in modo ca-
suale. E nelle belle note di copertina, Ashley Kahn
sottolinea  le frasi  più significative  (quasi sempre
provenienti dal leader)  e le commenta riscoltando-
le con Ron Carter, che riflette acutamente sulle lo-
giche e l'intesa di allora.



In definitiva, siamo di fronte a un'operazione, di

snobistico voyeurismo  e  sfruttamento degli ulti- 
mi reperti inediti  del "divino Miles"  o  all'indi-
spensabile recupero di schizzi d'autore?
Certamente in ogni disciplina si pone questo dubbio,
nella pubblicazione dei manoscritti con le prime pro-
ve di uno scrittore oppure nella radiografia di un di-
pinto per spiare i disegni preparatori e i "pentimenti
d'artista".  E si può immaginare che quest'album in-
teressi soprattutto i musicisti, i quali sulla musica da-
visiana hanno costruito buona parte della didattica
contemporanea. Ma la differenza, nel jazz, sta nella
dimensione  collettiva  della creazione: l'invenzione
non sta (soltanto) nel cervello dell'autore ma nel con-
creto dialogo collettivol, che dunque davvero può re- 
stare documentato.
Esiste qualche precedente all'operazione condotta in
Freedom Jazz Dance. Nel 2001 uscì per Bluebird l'e-
dizione completa del capolavoro  di Charles Mingus 
Tijuana Moods, nella quale riemersero i dialoghi e le
versioni preparatorie di buona parte del disco; le i- 
struzioni del grande contrabbassista sono un effica-
cissimo manuale del suo metodo di lavoro, totalmen-
te diverso da quello di Davis  e  ben poco basato sul-
l'intuizione estemporanea.   In molti altri casi all'a-
scoltatore rimangono solo  le  cosiddette  alternate  
take, versioni giudicate meno riuscite di quella scel-
ta per la pubblicazione e dunque rimaste nei casset-
ti delle case discografiche.
Quando il jazz, negli anni Quaranta, cominciò a esse-
re giudicato una musica "d'arte" e non solo "di moda"
qualcuno capì che anche le versioni scartate  contene-
vano gioielli d'improvvisazione.  -  Oggi, per esempio,
possiamo ascoltare praticamente ogni nota suonata in
studio d'incisione  da  Charlie Parker, anche  le poche
battute  prima  che  un difetto  (magari accompagnato  
da una  colorita  imprecazione)  facesse  interrompere
l'esecuzione, oppure intere sedute di John Coltrane, al
quale un rapporto privilegiato con la casa discografica
impulse permetteva  di documentare  ogni idea, anche
quando il mercato non richiedeva un suo nuovo disco.
E grazie al cielo archivisti lungimiranti hanno conser-
vato molti inediti anche dei grandi classici, come Bix 
Beiderbecke e Jelly Roll Morton, che i limiti tecnolo-
gici dell'epoca impedirono di catturare dal vivo.



Lucianone

mercoledì 13 aprile 2016

Musica - Village Vanguard: il mitico locale jazz di New York

13 aprile '16                            visione post - 87
Village Vanguard:
così il jazz ha reso eterno
il club dei miti.



Da Louis Amstrong a Miles Davis
ospitò tutti i big del jazz

(da la Repubblica - 20/02/'15 - La storia /  
Giuseppe Videtti)
E' un miracolo che il,Village Vanguard sia ancora aperto,
sopravvissuto ai mille club che hanno chiuso i battenti do-
po aver scritto il loro nome nell'albo d'oro del jazz, dal leg-
gendario Cotton Club di Harlem  al prestigioso Birdland
di Brodway. Aprì i battenti ottant'anni fa, in un rigido inver-
no newyorkese, il 22 febbraio del 1935. Quanta neve quel-
l'anno al Grennwich Village.  Max Gordon (1903 - 1989),
il proprietario, un immigrato polacco sbarcato a New York,
a 13 anni, appassionato del jazz di New Orleans, fanatico
di Louis Amstrong e Sidney Bechet, aprì il locale con l'in-
tento di ospitare reading di poesia e musica folk, un ge-
nere che avrebbe fatto la fortuna di tanti club del Green-
wich fino all'ascesa di Dylan.  Fu la moglie Lorraine (ex
di Alfred Lion, il patron della prestigiosa etichetta Blue
Note), più in sintonia con le avanguardie musicali, a in-
vitare i primi artisti. Lo ha raccontato nell'autobiografia
Alive at the Village Vanguard: My life in and out of jazz
time (2006), resoconto vibrante   della scena musicale
newyorkese dell'epoca pre e post be-bop.  "Fui io a con-
vincere mio marito a scritturare Thelonious Monk", rac-
conta.  "Era furioso dopo la prima esibizione, il locale
semivuoto. Gli dissi: 'Abbi pazienza, è un genio'. E lui:
'Non hai idea  di come  si gestisce un club, mi porterai
alla rovina'-" (è stata Lorraine, ora 92enne, a traghetta-
re con successo il Village Vanguard nel nuovo millen.
nio per la gioia di un pubblico sempre più cosmopolita).
Il pubblico, allora come oggi, faceva la fila allineato
sul marciapiede della Settima Avenue, davanti a quel-
la porticina e giù per la scaletta ripida  verso l'angusto
e cavernoco scantinato - per chi la consederava la mu-
sica del diavolo  era un antro  spalancato sull'inferno,
per i melomani l'accesso al giardino delle delizie, per
i musicisti la valle dell'Eden celata sotto l'asfalto e il
cemento della metropoli.  Gli artisti ci hanno messo
l'anima, il Greenwich Village  la creatività  e  l'entu-
siasmo della controcultura. Manhattan la cornice -
d'inverno i fumi della metropolitana trasformano la
Settima imbiancata in una sorta di Stige; nelle notti
di maggio il vento trasporta il profumo dei peschi in
fiore dai giardini di Bleecker e Washington Square;
d'estate l'aria rovente di luglio intossicata dagli am-
bulanti di hot dog avvolge chi aspetta pazientemen-
te un biglietto rimasto per la performance di mezza-
notte, quella più affollata.
A partire dalla fine  degli anni Cinquanta  il Vanguard
diventò una sorta di marchio di qualità. Non solo Nina
Simone tenne  concerti memorabili, ma anche Barbra
Streisand già star di Funny Girl. Le case discografiche
(Impulse e Blue Note soprattutto) facevano a gara per
pubblicare le incisioni live nel locale di Max Gordon.
Tra gli altri: John Coltrane, Betty Carter, Cannonball
Adderley, Elvin Jones, Dizzy Gillespie, McCoy Tyner,
Charlie Byrd, fino a Michel Petrucciani e Brad Mehl-
dau.  Le foto scattate in decenni diversi, alcune finite
sulle copertine di memorabili incisioni live (John Col-
trane at the Village Vanguard è un capolavoro), sono
la testimonianza di una sorta di monumento immuta-
bile nel tempo: stessa pensilina, stesso neon, stessi
murales scarabocchiati sui muri; negli anni succes-
sivi alla Grande Depressione  e  nel dopoguerra, in
quei fantastici anni 50 in cui divenne la casa di Miles
Davis, Horace Silver, Gerry Mulligan, Modern Jazz
Quartet, Jimmy Giuffre, Anita O'Day, e  negli  anni
frenetici del free jazz quando Coltrane, Max Roach
e Charles Mingus tiravano tardi con le interminabili
jam Session  vivacemente sostenute  dal pubblico.
Immutabile anche nell'era della rete e del digitale:
per celebrare  la terza età  del Village Vanguard il
pianista Jason Moran ha organizzato a partire  da
domenica una settimana  con esibizioni  di artisti
come kenny Barron, Bill Frisell  e  il quartetto di
Charles Lloyd.

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Lucianone

mercoledì 20 gennaio 2016

Sezione Fotografia - Richard AVEDON, fotoreporter di moda & costume


AVEDON: l'avanguardia in 85 scatti
Quando, un anno fa, Roma rese omaggio a uno
dei più grandi reporter di moda e di costume,
fonte d'ispirazione per ogni fotografo.


Richard Avedon

(da la Repubblica - 14 marzo '15  - La mostra /
Simone Marchetti)   -  visione post - 92
"Penso di aver ritratto centomila volti prima
di diventare un fotografo". Parole di Richard Avedon,
uno dei reporter di moda e costume più importanti del
secolo scorso. L'artista oggi viene celebrato nella mo-
stra Avedon: beyond beauty alla Galleria Gagosian di
Roma (fino all'11 aprile 2015). Ieri sera, a Villa Bona- 
parte (sede dell'ambasciata di Francia presso la Santa
Sede), il marchio Dior insieme all'istituzione culturale
ha organizzato una cena per dare l'avvio definitivo a
una delle esposizioni più importanti per capire come
può e deve cambiare la fotografia di moda oggi.
E non è un caso se l'attenzione su questa mostra arri-
vò proprio al termine di un mese di passerelle: tutto il
settore, dai designer agli amministratori delegati, dal-
la stampa specializzata agli addetti ai lavori, si sta in-
terrogando su come gestire il proprio passato glorioso
e come affrontare le sfide spinose della rivoluzione me-
diatica.  -  Il titolo della mostra romana dà subito una
risposta all'interrogativo: "beyond", ovvero oltre. 
Nato nel 1923 e scomparso nel 2004, Avedon fu innan-
zitutto un creativo contro e oltre le convenzioni. I suoi
scatti  oggi  possono sembrare classici, ma quando fu-
no realizzati apparvero come rivoluzionari.  Avedon
iniziò da dilettante, come assistente nella Marina mi-
litare americana. Era un pò come un "instagrammer"
dell'epoca, e  nella Seconda guerra mondiale ebbe il 
compito di scattare foto identificative. Più tardi arri-
varono le grandi collaborazioni con Harper's Bazaar,
quella storica con Vogue e infine con The New Yorker.
Detestava porre limiti al suo lavoro, non tollerava chi 
faceva differenza tra fotografia commerciale e artisti-
ca e trattava la moda come una componente vitale, un
soggetto più che un accessorio dei suoi ritratti. Sul set
provocava le modelle  perchè  la smettessero  di atteg-
giarsi a statue o a manichini. Le voleva vive, curiose,
intelligenti. -  Passò dalla bellezza aristocratica di Glo-
ria Vanderbilt nel '53 alla forza selvaggia di Tina Turner
nel 1971 senza fare una piega.  Tutto era bello. Bastava
guardarlo dal verso giusto.  - Questa sua mancanza di 
snobismo, questa sua curiosità  sono  la componente
più profonda della mostra: gli 85 scatti, molti dei quali
mai visti in Italia, vanno quindi  considerati  come la 
possibilità, anzi, la necessità di andare oltre ciò che si
sapeva e quindi ciò che si sa in fatto di immagine.
Il probema del fashion system e della fotografia di
moda contemporanei, infatti, è la nostalgia del pas-
sato: gli scatti di Avedon, al contrario, dimostrano
quanto l'avanguardia sia da sempre una condizione
necessaria. Non è un caso,quindi, che un colosso co-
me Dior abbia scelto di legarsi alla Fondazione Ri-
chard Avedon per una serie di progetti importanti
che verranno svelati nei prossimi mesi.

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Dovima with elephants


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Calendar Pirelli  1995


Model Linda Evangelista
For Vogue Germany, February 1994

Lucianone

Sezione personale - Raccolta poetica / 'Minime poesie'


"Minime poesie"   -    1997/98/99                                              visione post - 43

di Luciano Finesso

Mi soffermo
ad attendere un'onda
nello spazio
ristretto della mente.      (17 maggio '97)

Addio all'epoca
quando l'aratro
solcava i margini
di un remoto tempo.    (17 maggio '97)

Sono ragno che vola
in turbine di vento
sono un'opaca struttura
che si sovrappone
a tutto ciò che è già stato..     (26 maggio '97)

Disse il padre al bimbo suo:
non darmi dispiaceri
non distogliermi da gioie
non farmi crollare
non deludermi per sempre!           (luglio '97)

Un mondo sta andando
e altri mondi giungono
in questo tempo
di tecnologici cambiamenti.        /22 gennaio '98)

Guerre sempre guerre
non è giusto
per chi resta
qui giovane a guardare.            (luglio '99)

Riflessione di te
su uno specchio liscio
mentre fuori i figli cari
giocano come sanno
e il tempo vola.                         (luglio '99)

Vedo l'ombra della roccia
che sale piano
e tutta la luce
rimane qui a dormire
nell'aria di un respiro.                 (agosto '99)

Era stata una punizione
data dal padre mio
una sola volta
per tutte
a farmi cambiare
volto.                                           (agosto '99)


"minime poesie"      -     2014

Quando mi lasciate 
libero?
Libero di agire da solo?
Solo come un cane sciolto?
Evviva democrazia!
Abbasso false democrazie!!          29 novembre (sabato)

Ho odorato la vita,
ho mangiato l'erba,
ho pregato per mia moglie
ma tutto si è risolto
nel nulla e per nulla.
Ciao, vita: ci risentiremo.             29 novembre

Le mie pene
sono le vostre pene,
i vostri difetti
sono i miei tanti difetti.
Ma vi saluto caramente!              29 novembre

Non valgo niente.
valgo niente, 
non so se valgo:
gli altri dicono sì e no.               29 novembre

Grande Ernest, 
grande vecchio
e immenso mare:
chissà perchè,
ricordo anche Lucio D...             30 novembre

Lucianone


martedì 19 gennaio 2016

VIAGGI / Libro - Con John Steinbeck in viaggio attraverso l'America

Il giornalista olandese Geert Mak 
ha ripercorso 50 anni dopo
lo stesso itinerario che l'autore
di "Uomini e topi" 
raccontò in un libro

Risultati immagini per john steinbeckJohn Steinbeck

visione post - 57

(da la Repubblica - 14/03/2015 - R2Cultura - Enrico Deaglio)
STEINBECK
Viaggio in America senza Furore
A riprova che non esiste letteratura americana senza
politica; e che non esiste politica senza narrazione; e
infine che tutto è in America un incessante viaggio di
moltitudini di persone, la cronaca ci da continui esem-
pi. Decisamente alto, quello di pochi giorni fa a Selma,
piccolo paese dell'Alabama, dove un Obama in cami-
cia, tra le sue figlie adolescenti e vecchietti in carroz-
zella, è tornato a marciare, calpestando l'asfalto  di
un brutto ponte costruito nel 1940. Il ponte Edmund
Pettus (dal nome - mai cambiato - di uno dei fondato-
ri locali del Ku Klux Klan), dove 50 anni fa la polizia
dell'Alabama massacrò una piccola folla pacifica che
chiedeva per i neri il diritto al voto.  Il presidente ha
invitato a non smettere di marciare ("Selma is now!")
e  ha avuto  parole ispirate  sulla storia  del proprio
paese: "Noi siamo gli schiavi che hanno costruito la
Casa Bianca, gli operai  che hanno posto  i binari e 
scioperato per il loro diritti, i messicani che hanno 
guadato il Rio Grande...".
Obama parlava  da un luogo  anonimo e tragico, ma
si sentiva a suo agio; e forse per questo trasmetteva
un'epica, una musica, l'odissea. Il viaggio di Obama
mi viene utile per introdurre un libro notevole e ori-
ginale.  Si chiama  In America, viaggio senza John,
scritto dal giornalista-storico olandese Geert Mak, 
pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie per la tra-
duzione di Franco Paris.  Il "John", di cui l'autore
sente la mancanza, è John Steinbeck, che nel 1960,
all'età di 58 anni si attrezzò un camper (cui diede 
il nome di "Ronzinante", come  il cavallo  di Don 
Chisciotte) e partì per un viaggio nel suo paese con
il barboncino nero Charley, che rispondeva al suo
padrone solo se questi gli parlava in francese. 
Steinbeck guidò Ronzinante dall'est all'ovest e tornò
verso New York attraverso il Texas e il profondo sud
del paese. Era fornito di fucile, di una scorta di vive-
ri e liquori, di matite e di un taccuino e si lavava po-
co; si fermò in grandi città  e  centri sperduti, attac-
candottone con chiunque, andando a pescare con
chi incontrava nei bar.   Ne uscì  una road novel, In
viaggio con Charley, che, insieme a Pian della Tor-
tilla, Uomini e Topi, Furore, gli fece ottenere  due 
anni dopo, il Nobel.
Geert Mak, che per Steinbeck nutre una sorta di
venerazione, è un giornalista di Amsterdam bato
appena dopo la guerra, con una lunga carriera di
impegno progressista ed è l'autore del bestseller
In Europa, biografia del vecchio continente a par-
tire dalle macerie del 1945.  Cinquant'anni dopo,
Mak si è rimesso in viaggio, senza camper e senza
cane, ma comunque calcando le stesse s-trade per-
corse da John, per dare conto di quel mondo e di
quello nuovo. In America, nel suo andirivieni tra
l'oggi e il passato prossimo, rinuncia all'originali-
tà narrativa, per scavare piuttosto nelle arti del re- 
portage sociologico, fino a diventare un inaspetta-
to compagno di viaggio  e insieme un bignami di 
storia contemporanea. - Il piacere del libro sta nella 
percezione del tempo che trasmette. La scena si svol-
ge in un anno, il 1960,  e  in un  grande paese, allora
per buona parte  sconosciuto  ai suoi stessi abitanti.
soli 15 anni  dalla sanguinosa vittoria  su Germania,
Italia  e  Giappone, l'America, da esperimento sociale
fascinoso ma incerto, è diventata un paese ricco, smo-
datamente consumista e allegramente imperialista,  
John Steinbeck, che aveva cantato un altro mondo - 
i contadini in fuga dall' Oklahoma alla California, i
braccianti messicani, i pescatori di sardine di Monte-
rey, gli impauriti soldati in Europa - ora osserva stu-
pito la nascita di nuove città dalle case prefabbricate -
i "suburbs" - le vendite a rate, la televisione, la pub-
blicità delle sigarette, la ricchezza diffusa, il cambia-
mento dell'alimentazione,  "le sequoie che rendono 
gli uomini nervosi". Un paese mon più isolato e so-
brio ma che prende l'aereo per una coa nuova chia-
mata week-end e confonde i lavoratori con i turisti.
L'autore  torna stupito  nella sua Monterey: "una
volta qui eravamo tutti poveri"; scopre che il popo-
lo è più difficile da trovare, sommerso da una scon-
finata middle class.

Il 1960 del viaggio di Steinbeck serve a Geert Mak
come un anno spartiacque della storia. Il vecchio
Nixon contro il giovane Kennedy (e dire che tra i
due c'erano solo 4 anni di differenz), la paura dei
conservatori: "saremo governati dal Papa di Ro-
ma?", la forza imprevista della televisione che ri-
definisce la democrazia, la scoperta delle oscure
grandi macchine elettorali.  La modernità: solo
60 anni prima, annota Mak, l'America  aveva eletto
presidente  Theodore Roosevelt, che  si vantava  di
aver ucciso, nella guerra di Cuba uno spagnolo con
le mani nude, come un coniglio". Il 1960 è un anno
felice che precede  di soli due anni  la crisi atomica 
di Cuba, di tre  l'uccisione spettacolare  del presi-
dente, di quattro  la rivolta  dei ghetti neri, di sei
l'epocale  disastro del Vietnam,, di quattro la na-
scita del femminismo. Se gli appunti di Steinbeck
prendevano le misure del cambiamento del "ca-
rattere americano", Mak è efficace nel dare  le
coordinate di una grande trasformazione sociale,
e della velocità con cui questa è avvenuta.  
Nelle 600 pagine del libro, spiccan, per la forza
narrativa di allora e del presente, le descrizioni
di Chicago, di detroit e di New Orleans. Se la sua
amata San Francisco apparve a Steinbeck immo-
bile e fascinosa "come il dipinto di una città me-
dievale italiana". la capitale dell'Illinois gli fece
invece paura: la metropoli popolata dai neri, me
ta finale  di una biblica emigrazione  (per Mak,
Chicago è la spiegazione del fenomeno Obama);
Detroit, la capitale dell'automobile, del lavoro
meccanico, dell'acciaio e del socialismo america-
no, nel 1960 si presentava come "un luogo dalle 
fiabesche dimensioni"; nel 2010 Mak camminò
in mezzo a "una favolosa rovina", un'astronave
abbandonata, preda di violenza, senza legge, do-
ve una casa intera  si poteva comprare  a mille
dollari eppure rimaneva invenduta. E infine New
Orleans, dove Steinbeck assistette a una violenta
manifestazione  di donne bianche  contro la pre-
senza di una bambina nera in una scuola elemen-
tare.   (L'autore aveva appuntato, in una pagina
intera, tutti i più terribili insulti  lanciati  contro
quella bambina; l'editor tagliò tutto, perchè "troppo
orte"; l'autore scrollò le spalle:  "fate pure, ma fate
male, perchè tagliate la verità"); è la stessa città do-
ve l'uragano Katrina nel 2005 dimostrò quanto raz-
zista fosse ancora l'America e quanto New Orleans
fosse vicina alla Selma del 1965 e di oggi.

Continua... to be continued...

lunedì 21 dicembre 2015

Musica - Un' arrabbiata doc: Dee Dee Bridgewater


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       Visione post - 200

Parole della piccola D.D. Bridgewater:
"Quando avevo sette anni  riunii  la mia famiglia 
e dissi solennemente: voglio fare la cantante jazz,
voglio andarmene a Parigi e voglio diventare
una star".
Parole della grande D.D. Bridgewater:
"Sì, sono una donna serena e realizzata, ma 
sono anche molto arrabbiata: bisogna fare
una enorme fatica per farsi strada in un
ambiente così macho business e razzista.
Quanto agli uomini, giuro mai più".


(da 'la Repubblica' - 31/ 10/ '15  - L'incontro /
Lottatrici  -  Giuseppe Videtti)

Il teatro è vuoto. I musicisti riuniti sul palco. E' l'ora
delle prove, pomeriggio prima del concerto. "Non per-
dete il controllo. MAI! Se lo fate siete fottuti, lo spetta-
colo è fottuto, la serata è fottuta".  E' il boss che parla,
una lady di ferro. Testa rasata a zero, sessantacinque
anni appena compiuti, ancora molto sexy,  Dee  Dee
Bridgewater ha attraversato Quasi mezzo secolo di
jazz; sa che tra poco la Volkswagen Arena di Istan-
bul si riempirà di tremila persone che penderanno
dalle sue labbra. Niente errori alla sua età e con la
sua reputazione. Si avvicina, strizza l'occhio: "Ho
imparato la lezione a vent'anni ", mi bisbiglia al-
l'orecchio. "Al Village Vanguard di New York ero
la sua ombra. Non mi permetteva di assistere alle
prove, ma io sbirciavo.  Ero affascinata  da come 
gestiva i suoi affari, un'artista indie  ante litteram:
produceva i suoi dischi, aveva la sua etichetta. Ho
sempre voluto essere come lei, libera e rispettata".
Torna tra i suoi musicisti, e a quel punto sono so-
lo abbracci e strette di mano e occhiate d'intesa.
La tensione si scioglie come miele nel latte caldo
quando Dee Dee prova per intero una sola canzone,
The Music Is the Magic di Abbey Lincoln ("La Billie
Holiday della nostra generazione"). Non ancora con-
certo ma già sublime:  "La musica è la magia  di un
mondo sacro/ un mondo che è sempre dentro di noi"
ripete  con  un impareggiabile, elegante, sensuoso
fraseggio.  E' una delle canzoni in programma, in.-
sieme alle perle del nuovo Dee Dee's Feathers (Ed.
Okeh Sony), l'album dedicato a New Orleans e rea-
lizzato con l'orchestra del giovane Irvin Mayfield,
band leader con due Grammy alle spalle  che ha
perso il padre durante Katrina. "E' stata un'espe-
rienza molto toccante", racconta Dee Dee, "abbia-
mo inciso all'Esplanade, una vecchia chiesa distrut-
ta dall'uragano riadattato a studio di registrazione,
un posto magico". Dee Deeìs Feathers, al quale han-
no collaborato Dr. John  e  Harry Connick Jr., è il 
disco che la riconcilia  con gli Usa  dopo tanti anni
trascorsi in Francia. Ora vive a Los Angeles, ha 2
nipotini dalla figlia dalla figlia maggiore Tulani e
collabora con China Moses, avuta dal secondo ma-
rito (Gabriel Durand, nato dal matrimonio parigino,
l'accompagna spesso alla chitarra).

"Mia madre mi ha confidato che a sette anni riunii la
famiglia e dissi solennemente: ' Voglio fare la cantante
jazz, voglio trasferirmi a Parigi e voglio diventare una
star internazionale'.
"Pare che il sogno si sia avverato", racconta  rilas-
sandosi nel camerino dove già incominciano ad ar-
rivare mazzi di fiori (Istanbul è un tripudio di colori
per l'annuale festival dei tulipani). I suoi non si stu- 
pirono più di tanto, il jazz era di casa. "Mio padre,
un uomo bellissimo, suonava la tromba, accompa-
gnò anche Dinah Washington in più di una occasio-
ne. Ho dei ricordi fantastici di me e mia madre che
gli correvamo dietro per tener sotto controllo le sue
scappatelle".  A Parigi  ci sarebbe  finita  davvero, 
molti anni dopo, da star. Prima ci sarebbero stati
l'università, la fuga dal Michigan e il precoce ma-
trimonio con Cecil Bridgewater, trombettista, co-
me quel padre casanova che lasciava troppo sole
le donne di casa.  "Nei primi anni Settanta ero già 
una pasionaria del jazz", ricorda. "Mi trasferii con
Cecil a New York. Il Village Vanguard diventò
la mia chiesa, il mio motto era: non vado a messa
la domenica, vado al Vanguard il lunedì.   Presi il
coraggio a quattro mani e dissi a Mel Lewis: senti,
io sono molto meglio della cantante che avete.  Il
lunedì successivo mi convocarono per un'audizio-
ne al Village Vanguard, cantai Bye Bye Blackbird
e Eveyday I Have the Blues.  Fui scritturata all'i-
stante dalla band di Thad Jones e Mel Lewis".
A quel punto persino il rifiuto subito dalla Motown
a sedici anni le sembrò  una storia remota  e irrile-
vante paragonata al percorso entusiasmante  che
stava intraprendendo con artisti come Sonny Rol-
lins, Dexter Gordon, Max Roach, Nat Adderley Jr., 
Horace Silver e Stanley Clarke mentre si prepara-
va a incidere il suo primo album, Afro Blue (1974),
oggi un cult per i jazzofili.

Nonostante i tentativi  di affermarsi  con canzoni più
commerciali, il destino di Dee Dee era scritto nel gran-  
de libro del jazz.  A vent'anni  aveva chiaro  in mente
uello che avrebbe voluto essere: intensa come Nina Si-
mone, accattivante come Johnny Mathis, militante co-
me Harry Beòlafonte, esplosiva come Nancy Wilson,
indipendente come Betty Carter, sensuale come Dia-
hann Carroll e Lena Horne. Troppe virtù in una sola
cantante. Il mondo della musica era un macho busi-
ness, e lei non era ancora la lady di ferro, nonostan-
te il Tony Award  avuto nel 1975  per il suo exploit  
in The Wiz a Broadway  (i tre Grammy sarebbero
arrivati a partire dagli anni Novanta con i tributi
a Ella Fitzgerald e Billie Holiday). "All'epoca era 
molto in voga il couch casting: vale a dire che qual-
siasi produttore provava a stenderti sul divano pri-
ma di darti la parte. Mi ero appena trasferita a Los 
Angeles quando ebbi un incontro con il vicepresi-
dente di una multinazionale. Mi invitò nel suo uffi-
cio - Dio, non lo dimenticherò mai! - le foto della
moglie e dei figli sparse ovunque, sulla scrivania
sulle pareti. A brutto muso mi chiese: vuoi diven-
tare la mia amante? Io imbarazzata: ma lei è sposa-
E lui: infatti, ho detto amante! Rifiutai e l'album fu
archiviato. A casa  l'atmosfera non era migliore.
Gilbert Moses , mio marito, un regista famoso e 
psicologicamente violento nei miei confronti, mi
teneva lontana dalle scene in maniera umiliante.
Fu per togliermi quel giogo dal collo che rifugiai
in Europa".   L'occasione fu l'ingaggio nel musical
Sphisticated Ladies e, successivamente in Lady Day,
spettacolo dedicato a Billie Holiday che le riaprì le
porte della discografia. "Avevo un debito nei con-
fronti di Billie. La prima volta che l'ascoltai dissi,
non sa cantare, non ha l'estensione di Ella, di Sa-
rah Vaughan o di Carmen McRae. Poi lessi l'auto-
biografia: fu la sua vita a parlarmi. Cominciai in 
maniera maniacale a scovare similitudini: lei vio-
lentata, io violentata; lei abusata  dalle suore  in 
una scuola cattolica, io anche; lei sfruttata dagli
uomini, io irrimediabilmente attratta da... gang-
ster e papponi", confessa con una smorfia di di-
sgusto.  "Quale altra donna  avrebbe insistito a
cantare una protesta violenta come Strange Fruit
in un periodo così difficile per gli afroamericani,
quando il razzismo  era così spietato  da vietarci
l'ingresso dalla porta principale?  Dopo Strange
Fruit cominciò a essere perseguitata dalla polizia, 
fu bandita dai night club di New York. Non fu solo
l'eroina a distruggerla, ammesso che sia stata mor-
te naturale e non un complotto come molti musici-
sti che lavorarono con lei mi hanno fatto intendere".
Scoppia a piangere, singhiozza come una bambina.
"Sono arrabbiata, molto arrabbiata. Quando pensi
alla sua vita, a quella di tanti  altri  afroamericani
non ti meravigli di quel che è successo a Cleveland.
Il razzismo non è mai finito.  Ora che abbiamo un
presidente afroamericano il partito repubblicano
ha buttato giù la maschera e si è rivelato per quel-
lo che è, spudoratamente razzista".
Dee Dee Bridgewater restò in Europa perchè in
America non c'erano parti in teatro per attrici e 
cantanti di colore. "E per amore", confessa. "A
Parigi incontrai l'uomo che sarebbe diventato il
mio terzo  e  ultimo marito, il produttore Jean-
Marie Durand.  Lasciai Parigi dopo vent'anni,
nel 2007, quando cominciai a sentire anche lì
puzza di razzismo. I critici fecero a pezzi il mio
J'ai deux amours, il mio disco francese, , salvo 
poi portare alle stelle Diana Krall.   Solo dopo
l'uscita di Red Earth - l'album realizzato in Malì
alla ricerca delle mie radici - ho avuto la mia ri-
vincita. Ma a quel punto l'amore non c'era più
e io ero pronta a tornare in patria".   Neanche
Parigi è riuscita a tenerla al riparo dal machi-
smo del music business. Truffata da "un mana-
ger che si rivelò un aspide", non ebbe una lira
dalle vendite milionarie di Till the Next Some-
where, il duetto inciso con Ray Charles nel 1989.
"La vicenda finì in tribunale. Negli anni del pro-
cesso solo Ray cercò di confortarmi. 'Ricorda, ci
saranno  centinaia  di manager, ma c'è una sola 
Dee Dee Bridgewater', mi disse.     'Appartieni al
pubblico, è per lui che devi restare la numero uno,
e avrai  una carriera  per tutta la vita'. Ed eccomi
qui, a un punto dove non avrei mai creduto di ar-
rivare. Serena, realizzata e senza marito. Uomini?
Giuro, mai più".



 Lucianone

Sezione personale - Le mie poesie (1970-1972 / 1977)


Prima raccolta di poesie                   visione post - 45
                     
          Luciano Finesso



--- ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
                                                - Eugenio Montale -

                                   
                         ATTIMO per ATTIMO

La madre

La pioggia batteva sui vetri.
La madre piangeva:
il figlio Giovanni era al fronte.
La madre fissava:
un punto lontano guardava.
Il figlio Francesco era al fronte.

La pioggia bagnava lenta...
la madre asciugava
due pupille già bagnate.
I suoi due figli erano morti.

Il sole splendeva nella stanza:
la madre lentamente chiudeva
due inanimate pupille.                           1970


Vedo il vuoto  

Vedo il vuoto
e mi commuovo senza ragione
Vedo il vuoto
nel senso eterno della vita
vedo te
nel fondo di cristallo lucente.
Vedo il vuoto
in ordine apparirmi davanti,
vedo il vuoto
in visione di soldati morenti.
Vedo te
correre supplicando verso di me.

Vedo il vuoto
e non amo la guerra,
vedo il vuoto
nell'azzurro di tanti tuoi baci.
Vedo te
che piangi i soldati morenti.
Vedo il vuoto
e con te piango
tutti i soldati morti e non sepolti.             1970

Bevi l'acqua

Bevi l'acqua
nel cavo della mano...
un fiore.
Bevi l'acqua
Mentre tutti si scannano fuori
E uno solo piange qui
Sul cavo della mano,
triste.
Bevi l'acqua
che scorre sulla roccia...
un soldato.
Bevi l'acqua
mentre urla di sangue
colano dal soffitto
sul cavo della mano,
sconsolato,
mi rifugio nel bunker.                           1970

Ora o mai più

Ora o mai più
il trascendente angelo s'immerge
nel pacato silenzio.
Ora o mai più
il ghetto oscuro
affiora dalla latrina
per innalzare "gospels".
Ora o mai più
il trascendente si spara ...
un colpo!
Ora o mai più
vedrai ombre
nella stanza:
ora o mai più
vedrai il tempo
che un angelo
piomberà immobile
sul Mare Morto.                          1970

Gioco sottile

Padrone del bel giglio,
o Zeus,
satollami nel più santo dei giochi.
Per morte di un salice
che tristemente singhiozza
nel trespolo del mio povero essere.
Racconta quali pose assurde,
là sull'ampio colle di Venosa,
tra i monti Appennini,
ti hanno costretto ad assumere
i malvagi oracoli
di un lontano mare.
Racconta quante lune
ha spento l'ira di Achille.
Ritorna, o Zeus, al tuo antro
e lascia per un attimo soli
questi passivi bambini
nel loro gioco sottile.                   1971

Fiesta

Era il sol di maggio
così pulito e così etereo,
vivissima spiritualità
vicino al fosso
dove cantavano in molti
così vispi nell'ossessione di far baccano.
Poi le maschere,
danzando nel verde,
si traevan sul pulpito
a decantare quel mistero inespresso
nel sonno di un Dio.

Era la fiesta di Spagna
che ci incitava nel calore
di ogni dì
a ribellarci e inneggiare
alla santa alleanza di libertà.           1971

Alabastro

Sasso  di Sassari
Nel sussurro del sozzo sapiente.
Sogno di mezza sagra
Nel sesto secolo del sasso che sorge,
Mentre si staglia nel bel seme
Tutto il sospiro
Di una non decifrata soave verginella
Che ti porge, o sasso di Sassari,
Tutti i rimpianti
Di una scrittura sagace
Che vorresti odorare
Nel lento vagare della sinuosa tua voglia.

Ed ecco che nel sasso di Sassari
Si sente il tocco di un alabastro.
Ogni sacro sasso si fonde
Col solido e forte
Alabastro                                             1971

Ribellione umana

Se mi vedo nel blu
Non mi riconosco più.
Torero invelenito nella bianca arena
Fatta di ossa di toro con la bile nelle corna.
Orario normale per un ragazzaccio di provincia
che vede nel toro la vittima color cioccolata.

Diciamo la verità,
osiamo turbare la pace dei nostri rossi cuori
pagando nella persona il fatto dell'ingiuria.

Ma tu non osi errare nel lungo tuo giro
Perchè temi il furore del male ingiusto.
E sei solo un povero verme incapace di reazione.
Perchè non vuoi l'adeguamento
Nel comune insorgere,
Se ti vedi nel blu
Non ti riconosci più.                              1971

Senza più capire le cose

Dovendo dare il segno
per un ricordo di città,
mi tuffo nell'arido caos
del tiglio infossato.
Torna e ritrova l'angelo
il suo perduto uomo.

O luna del cuore,
non si vive per un battito d'ali
solo per due giorni di lotta
nel torbido latte...
In giuramento di cose
per cose lontane,
senza più capire le cose.                       1971

Tempo di andare

Ieri, non più tanto di un istante,
scorgevo te riflessa nell'acqua.
Mostravi il candore di bimba
innocentemente avviluppata nei sogni.
Tempo di andare,
sì, era tempo di andare,
ma tu non conoscevi la meta.
Tu ignoravi le gravi trincee
con sacchi di terra,
lassù,
al fronte costellato di luci e di scoppi.

Tempo di andare,
forse più non verrò
a mirare il cielo pulito del tuo cuore.
Se mai non dovessi venire,
custodisci in te questi ricordi
di oggi.                                                1971

Fatto noto

Era un fatto chiarito
da te.
Il melo cresceva di giorno in giorno
Nel giardino vuoto.
Era un fatto conosciuto
da molti.
La vita giaceva in fondo al pozzo
Nel cortile deserto.
Era un fatto noto
a me solo.
Le parole non si volevan staccare
dalla lingua secca.                                 24.04.1972

Attimo

Ancora
sapendomi in vita
adesso posso lucidamente vedere:
tutto è stato un attimo
quando l'attimo è concluso
in
continuazione vitale...
e l'incubo indefinito
nel finito spazio dell'attimo
si è spento in SHOCK!
ed esterrefatto e ritenuto e protratto
in tante piccole
continuazioni vitali
quando l'attimo è finito
tutto è stato proprio un attimo
sapendomi in vita
ancora protratto e ritenuto ed esterrefatto
nell'attimo del ricordo-epigrafe 24 del 7 del '77:
autostrada
con sbandamento...                                                 1977


Ora o mai più  -   Ispirazioni:  Guerra nel Vietnam; 
                            segregazione razziale negli Usa;
                            lettura di "Un altro mondo" di Baldwin.

Fiesta  -  Ispirazione:  "Per chi suona la campana" /
                                  'For whom the bell tolls'  di E.
                                  Hemingway.

Alabastro  -  Gioco di parole con la lettera "s"

Tempo di andare -  Ispirazioni:  Canzoni / testi
                              di Bob Dylan; guerra nel Vietnam


Lucianone