20 settembre 2013 visione post - 16
Un John le Carrè ormai ipercritico
contro ragion di stato e intelligence:
"Dov'è il confine tra amor patrio e tradimento? Si può
avere una giustizia senza regole?"
(da 'ilVenerdì di Repubblica - 30/08/2013 - di Irene Bignardi)
Londra. E' il 1986. Esce La spia perfetta di John le Carrè.
E il 17 novembre, David Cornwell, lo scrittore che si nascon-
de dietro la maschera letteraria di John le Carrè, l'autore di
La spia che venne dal freddo, La talpa, La tamburina,
entra al Quirinale assieme a GeorgeSmiley e a Bill Haydon,
a Karla e a Alec Leamas, a cugini e calzolai, a talpe e lam-
pionai, insomma a tutto il mondo fittizio, ma non tanto, dello
spionaggio britannico così come l'ha raccontato lui, il re del-
la spy story, invitato a pranzo con gesto eccentrico dall'allo-
ra presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
E', 'La spia perfetta', undicesimo romanzo di Le Carrè, il
suo più personale. Si sente, dietro la finzione, l'autobiogra-
fia. Si avverte, dietro la figura del padre indegno di Magnus
Pym, la figura di Ronnie, il vero padre di David Cornwell,
fascinoso imbroglione e truffatore, sempre dentro e fuori
dalle imperiali galere, sempre pronto a ricominciare, abban-
donando qua e là, in eleganti scuole di cui non paga la retta,
la sua prole. Si sente la stanchezza di chi ha lavorato tutta la
vita sulla complessità morale del mondo ambiguo dei servizi
segreti. E, intervistato all'epoca, John le Carrè (ma è David
Cornwell, fascinoso, pacato, articolato, a parlare), che ha
per il momento abbandonato il suo personaggio centrale, il
grigio e ligio George Smiley, grand commis dei servisi se-
greti britannici, annuncia: sta diventando "più radicale", "più
libero spiritualmente"; ha "cominciato a nutrire un certo di-
sprezzo per Smiley e la sua capacità di abbandonare molto
spesso la propria coscienza per fare le cose sporche che è
necessario fare". Smiley che diceva "facciamo cose spiace-
voli, ma per difenderci e le facciamo perchè la gente qui e
altrove possa dormire tranquilla nel suo letto". Smiley che
sosteneva: "Ognuno di noi ha solo una certa quantità di
compassione. Sela sprechiamo su ogni gatto randagio non
arriveremo mai al centro delle cose".
Allora Cornwell / Le Carrè aveva cominciato a chiedersi:
"Che differenza c'è tra abbandonare di quando in quando
la morale e non averne affatto? E dove corre la linea sottile
che separa lealtà e tradimento? Equanto lontano possiamo
andare nella giusta difesa dei nostri valori occidentali senza
perderli lungo la strada? E così io e Smiley abbiamo comin-
ciato a litigare".
Quasi trent'anni e 12 libri dopo, questo - della morale ab-
bandonata, della contrapposizione tra un'etica pubblica
adattabile e un'etica personale da rispettare, del dramma
che esplode quando gli uomini d'onore capiscono che il
patriottismo o la lealtà al proprio Paese sta prendendo
una forma diversa da quella insegnata a loro dallo Stato,
che stanno diventando i servi sciocchi degli interessi del-
le potentissime multinazionali - è il tema centrale di A Deli-
cate Truth, Una verità delicata, il nuovo romanzo di John
Le Carrè che ora arriva in Italia.
E che appunto, sotto la cornice romanzesca e la suspense
del thriller politico, sotto la cronaca di un blitz segreto con-
dotto a Gibilterra da agenti e mercenari britannici e ameri-
cani per catturare un pericoloso terrorista, ma a prezzo del-
la morte di due innocenti, sotto la storia, dice Le Carrè, "di
due persone per bene che scoprono come la loro personale
moralità sia in opposizione alla supposta etica dello Stato,
a rischio della loro vita ", ripropone l'interrogativo che ha tor-
mentato lo scrittore per tutti questi anni. Anni nei quali ha
visto dissolversi sotto l'urto della storia le certezze del con-
fronto Est/Ovest, degli schieramenti della guerra fredda, del
mondo ben delimitato di un Occidente democratico contrap-
posto a un mondo "altro" senza regole, del right or wrong
my country
Dove sta il confine tra patriottismo e tradimento? E' giusto
che esista na sorta di morale parallela valida solo per chi ci
governa? Che chi ci governa possa esercitare una giustizia
fori dalle regole r dai controlli, in una guerra non dichiarata,
,ma combattuta a colpi di legale illegalità? E, per dirla con
le parole di Le Carrè, che ha visto uscire il suo libro con
tempistica casuale , ma perfetta, proprio nei giorni del caso
Snowden, non è forse giusto "decidere che i whistleblower,
gli informatori che denunciano le verità segrete, sono una
voce essenziale in ogni democrazia? Nel mio libro due fun-
zionari leaqli e patriotici, uno più vecchio ormai in pensio-
ne promosso a baronetto per cementare la sua lealtà allo
status quo, l'altro giovane, promettente uomo politico, ..
decidono autonomamente, che il loro paese è servito me-
glio se dicono la verità su ciò che di sbaglaito è stato fatto..
E' la stessa cosa che ha deciso di fare Snowden. E sì, pen-
so che in questa stagione di manipolazione delle notizie, di
bugie ben organizzate, di verità artefatte, i whistleblower
sono una voce essenziale in ogni democrazia.
CONTINUA... to be continued...
1. commenti di sport-musica-arte- cinema-TV-letteratura 2. commenti di libri con creazione di Mylist e Sezione CULTURA / Scrittori 3 Sezione MUSICA /JAZZ 4 Sezione FOTOGRAFIA 5 Sezione TEATRO 6 Sezione VIAGGI 7 Sezione PERSONALE
venerdì 20 settembre 2013
Cinema / jazz - "Mood Indigo" di Michel Gondry
20 settembre 2013
Il sogno surreale di Gondry
'Grazie a Ellington e McCartney'
"Mood Indigo" è il nuovo visionario film del regista
francese di "Se mi lasci ti cancello", uscito nelle sale
il 12 settembre e interpretato da Audrey Tatou e Romain
Duris. Il film di Gondry è tratto da un romanzo di Vian.
(da la Repubblica / R2Spettacoli - 11/09/2013 - di Gianni Valentino)
"L'esistenzialismo è uno shampoo". Così recita una
battuta di Mood Indigo, il nuovo film di Michel Gondry,
regista/star del video (ha diretto clip per DaftPunk, Ra-
diohead, Bjork, Rolling Stones, Massive Attack) e pre-
mio Oscar per la sceneggiatura di Se mi lasci ti can-
cello. Il nuovo lavoro esce domani (12 sett. ndr) in 80
sale italiane.
La storia, tratta dal romanzo ";La schiuma dei giorni"
di Boris Vian (1947), racconta, tra animazioni e follie
estetiche, dell'amore allegrissimo, generoso e dispe-
rato tra Chloè ( Audrey Tautou) e Colin (Romain Du-
ris) al ritmo di Duke Ellington.
L'omonima Mood Indigo (così come Take the train e
Chloè) è del compositore e jazzista Usa, anche se la
colonna sonora è ricchissima, tra canzoni, esperi-
menti elettronici e l'apparizione di Paul McCartney.
Intervista di G. Valentino -
Gondry, questa è una favola dark e strampalata, un
labirinto emotivo in cui due innamorati - attraverso
scene a colori e in bianco e nero - prima s'incontrano
e dopo si perdono perchè arriva la morte. Quanto c'è
di autobiografico nella storia?
Gondry: "Dieci anni fa ho quasi perduto la mia compa-
gna a causa della leucemia. E' stata una sfisa terribile,
emotivamente impegnativa, ma alla fine lei si è salvata.
CONTINUA...
to be continued...
Il sogno surreale di Gondry
'Grazie a Ellington e McCartney'
"Mood Indigo" è il nuovo visionario film del regista
francese di "Se mi lasci ti cancello", uscito nelle sale
il 12 settembre e interpretato da Audrey Tatou e Romain
Duris. Il film di Gondry è tratto da un romanzo di Vian.
(da la Repubblica / R2Spettacoli - 11/09/2013 - di Gianni Valentino)
"L'esistenzialismo è uno shampoo". Così recita una
battuta di Mood Indigo, il nuovo film di Michel Gondry,
regista/star del video (ha diretto clip per DaftPunk, Ra-
diohead, Bjork, Rolling Stones, Massive Attack) e pre-
mio Oscar per la sceneggiatura di Se mi lasci ti can-
cello. Il nuovo lavoro esce domani (12 sett. ndr) in 80
sale italiane.
La storia, tratta dal romanzo ";La schiuma dei giorni"
di Boris Vian (1947), racconta, tra animazioni e follie
estetiche, dell'amore allegrissimo, generoso e dispe-
rato tra Chloè ( Audrey Tautou) e Colin (Romain Du-
ris) al ritmo di Duke Ellington.
L'omonima Mood Indigo (così come Take the train e
Chloè) è del compositore e jazzista Usa, anche se la
colonna sonora è ricchissima, tra canzoni, esperi-
menti elettronici e l'apparizione di Paul McCartney.
Intervista di G. Valentino -
Gondry, questa è una favola dark e strampalata, un
labirinto emotivo in cui due innamorati - attraverso
scene a colori e in bianco e nero - prima s'incontrano
e dopo si perdono perchè arriva la morte. Quanto c'è
di autobiografico nella storia?
Gondry: "Dieci anni fa ho quasi perduto la mia compa-
gna a causa della leucemia. E' stata una sfisa terribile,
emotivamente impegnativa, ma alla fine lei si è salvata.
CONTINUA...
to be continued...
mercoledì 28 agosto 2013
Cultura - Lo scrittore americano Patrick McGrath
28 agosto 2013
visioni post - 18
Tratto da una parte della lectio magistralis che
McGrath ha tenuto al Palazzo Medici Riccardi
di Firenze per il Festival degli scrittori Premio
Gregor von Rezzori - Città di Firenze
nel giugno 2013.
Riflessioni sulla follia
McGrath: "Nella schizofrenia
il segreto della letteratura"
Lo scrittore racconta come è nata la vocazione
a mettere il disagio mentale al centro della sua opera.
(da la Repubblica / R2Cultura - 12/06/2013 )
ELOGIO DELLA FOLLIA
di
Patrick McGrath
Uno psichiatra mi ha iniziato alle riflessioni sulla
follia quando avevo otto anni. Era mio padre. Per 25
anni è stato direttore del Broadmoor, un ospedale
psichiatrico di massima sicurezza vicino a Londra.
Non ho mai sofferto di schizofrenia, ma da ragaz-
zino ho imparato da lui molte cose su questa ma-
lattia. Dico "malattia". Oggi si pensa che la schi-
frenia sia un insieme di sintomi collegati fra loro,
più che una singola patologia: una sindrome, non
una malattia. Un tempo si credeva che comportas-
se una personalità divisa, ma mio padre mi spiegò
che più esattamente lo schizofrenico era caratteriz-
zato da una personalità frantumata. Potrebbe essere
stata quella conversazione, o una simile, a mettermi
sulla strada per scrivere la follia.
Ricordo che una volta, da giovane, ero con lui al
crepuscolo, attraversavamo un cortile all'interno
delle mura di Broadmoor. Un grido giunse dalle
finestre in alto del Blocco Sei. Lì andavano i nuo-
vi arrivati, uomini che per la maggior parte, in pre-
da alla psicosi, avevano commesso atti di grande
violenza, spesso omicidi. Ma non era un grido di
demenza furiosa quello che sentii quella sera: era
un grido che esprimeva la più profonda infelicità.
"Povero John", disse mio padre, e io capii che lui
capiva la sofferenza del suo paziente, e il fatto che
capisse privava il grido del suo carattere spaven-
toso. Per poter scrivere la follia bisogna prima ri-
conoscere l'umanità di chi soffre, e poi stabilire
perchè soffre.
Patrick McGrath
Le mie prime letture sono state in gran parte
racconti horror. Divoravo i libri di Algernon
Blackwood, M. R. James e Sheridan Le Fanu,
e più tardi quelli di Ambrose Bierce e Edgar
Allan Poe, che svilupparono in me un gusto du-
raturo per la letteratura gotica.
In seguito giunsi alla conclusione che con Poe
si ebbe nella storia del gotico un momento di
svolta, quando il genere largamente identifica-
to con i fenomeni soprannaturali si rivole slle
disfunzioni psicologiche e scoprì nella mente
che si disintegra un filone d'oro nero. Con
Poe, infatti, la dote e la funzione particolare
della narrativa gotica divenne l'esposizione
dei meccanismi inconsci. Un mondo di incu-
bi e fantasmi, di sublimazione, regressione
e spaesamento, di Doppelgànger e altri mo-
stri dell'Id fu abbondantemente esplorato
più di un secolo prima che Freud organizzas-
se il materiale in base a una teoria e scrivesse
la follia dall'interno di un paradigma scientifico.
La teoria psicoanalitica e i case studies che la
puntellano sono la continuazione del romanzo
gotico con altri mezzi.
Edgar Allan Poe
Nei suoi racconti horror Poe offrì al mondo una bella
collezione di nevrotici, paranoici e psicopatici. Penso
in particolare ai narratori dementi del Cuore rivelatore
e del Gatto nero, e anche a Roderick Usher e a William
Wilson. Ma non credo che nessuno dei personaggi di
Poe sia spaventosamente pazzo quanto Montresor, co-
lui che narra La botte di Amontillado. Il resoconto, da
parte di Montresor, della sua esacerbata amicizia con
un uomo di nome Fortunato incomincia, nella prima
frase del testo, con una minaccia. "Le mille offese di
Fortunato le avevo sopportate come meglio potevo,
ma quando arrivò all'insulto giurai di vendicarmi".
Che ricchezza patologica rivelano queste parole! -
giacchè ben presto appare chiaramente che le 'mille
offese' di cui parla Montresor sono per lui meno gra-
vi dell' "insulto" che dichiara di aver subito.
Che cosa sono dunque queste mille offese? Sono gesti
di disprezzo? Allusioni, magari, accenni e sussurri?
Man mano che il racconto si dipana, con crescente
disagio incominciamo a capire che è a causa di que-
sto disprezzo, e dell'insulto che ne consegue, che
Montresor ha murato l'amico nelle cantine di un
palazzo veneziano in rovina e l'ha lasciato lì a mo-
rire. Questo è uno scrivere la follia di altissimo
livello. - E' anche uno dei primi buoni esempi di
narratore inattendibile. Dopo averci introdotto
nella paranoia di Montresor con quella prima frase,
poe non ci lascia più scampo. Come il povero Fortu-
nato, anche noi siamo rinchiusi in una struttura
soffocante da cui solo la morte - o la fine del raccon-
to - può liberarci. <fino a quel momento, siamo pri-
gionieri di una logica perfetta, se non fosse che è
costruita su una promessa falsa, folle.
I miei esperimenti, nell'arte oscura di scrivere la
follia, incominciarono con un romanzo che rie-
cheggiava alla lontana Poe. Voleva essere il sem-
plice racconto di un idraulico londinese che ucci-
de la moglie per potersi portare in casa l'amante,
una prostituta. Ebbi l'idea di far raccontare la
storia al figlio bambino dell'idraulico. Poi decisi
che il bambino doveva ricordare questi fatti da
adulto, ma che la sua rievocazione non corrispon-
deva a ciò che era accaduto. Poi mi venne in men-
te che il mio narratore non fosse semplicemente
inaffidabile, ma psicotico. Soffriva di schizofrenia.

Qui il problema di scrivere la follia mi si presentò
per la prima volta forte e chiaro. La narrativa d'in-
venzione e la psicosi sono entità che si escludono
a vicenda. Il figlio del mio idraulico non possede-
va l'agghiacciante rigore intellettuale del Montre-
sor di Poe, ma era nondimeno malato, una creatu-
ra disorganizzata i cui pensieri saltavano di palo
in frasca a seconda di ciò che gli era intorno e
delle associazioni apparentemente casuali che
scattavano nella sua mente confusa. Sopranno-
minato "Spider" dalla madre (prima della morte
prematura di costei) il suo cervello non curato
era un insieme incoerente di irrazionalità, allu-
cinazioni e illusioni sensoriali.
Immaginai che il mio personaggio, Spider, spro-
fondasse nella follia per tappe, e in conseguenza
di un'ipotesi sbagliata. Immaginai che tornasse
nel quartiere orientale di Londra in cui era cre-
sciuto, un uomo sparuto, che parla da solo e che
nel suo vagabondare solitario si accorge che il
suo sguardo è attratto in maniera irresistibile
dall'incombente struttura circolare di un gaso-
metro, una vista non insolita in quella parte
della città.
CONTINUA...
to be continued...
visioni post - 18
Tratto da una parte della lectio magistralis che
McGrath ha tenuto al Palazzo Medici Riccardi
di Firenze per il Festival degli scrittori Premio
Gregor von Rezzori - Città di Firenze
nel giugno 2013.
Riflessioni sulla follia
McGrath: "Nella schizofrenia
il segreto della letteratura"
Lo scrittore racconta come è nata la vocazione
a mettere il disagio mentale al centro della sua opera.
(da la Repubblica / R2Cultura - 12/06/2013 )
ELOGIO DELLA FOLLIA
di
Patrick McGrath
Uno psichiatra mi ha iniziato alle riflessioni sulla
follia quando avevo otto anni. Era mio padre. Per 25
anni è stato direttore del Broadmoor, un ospedale
psichiatrico di massima sicurezza vicino a Londra.
Non ho mai sofferto di schizofrenia, ma da ragaz-
zino ho imparato da lui molte cose su questa ma-
lattia. Dico "malattia". Oggi si pensa che la schi-
frenia sia un insieme di sintomi collegati fra loro,
più che una singola patologia: una sindrome, non
una malattia. Un tempo si credeva che comportas-
se una personalità divisa, ma mio padre mi spiegò
che più esattamente lo schizofrenico era caratteriz-
zato da una personalità frantumata. Potrebbe essere
stata quella conversazione, o una simile, a mettermi
sulla strada per scrivere la follia.
Ricordo che una volta, da giovane, ero con lui al
crepuscolo, attraversavamo un cortile all'interno
delle mura di Broadmoor. Un grido giunse dalle
finestre in alto del Blocco Sei. Lì andavano i nuo-
vi arrivati, uomini che per la maggior parte, in pre-
da alla psicosi, avevano commesso atti di grande
violenza, spesso omicidi. Ma non era un grido di
demenza furiosa quello che sentii quella sera: era
un grido che esprimeva la più profonda infelicità.
"Povero John", disse mio padre, e io capii che lui
capiva la sofferenza del suo paziente, e il fatto che
capisse privava il grido del suo carattere spaven-
toso. Per poter scrivere la follia bisogna prima ri-
conoscere l'umanità di chi soffre, e poi stabilire
perchè soffre.
Patrick McGrath
Le mie prime letture sono state in gran parte
racconti horror. Divoravo i libri di Algernon
Blackwood, M. R. James e Sheridan Le Fanu,
e più tardi quelli di Ambrose Bierce e Edgar
Allan Poe, che svilupparono in me un gusto du-
raturo per la letteratura gotica.
In seguito giunsi alla conclusione che con Poe
si ebbe nella storia del gotico un momento di
svolta, quando il genere largamente identifica-
to con i fenomeni soprannaturali si rivole slle
disfunzioni psicologiche e scoprì nella mente
che si disintegra un filone d'oro nero. Con
Poe, infatti, la dote e la funzione particolare
della narrativa gotica divenne l'esposizione
dei meccanismi inconsci. Un mondo di incu-
bi e fantasmi, di sublimazione, regressione
e spaesamento, di Doppelgànger e altri mo-
stri dell'Id fu abbondantemente esplorato
più di un secolo prima che Freud organizzas-
se il materiale in base a una teoria e scrivesse
la follia dall'interno di un paradigma scientifico.
La teoria psicoanalitica e i case studies che la
puntellano sono la continuazione del romanzo
gotico con altri mezzi.
Edgar Allan Poe
Nei suoi racconti horror Poe offrì al mondo una bella
collezione di nevrotici, paranoici e psicopatici. Penso
in particolare ai narratori dementi del Cuore rivelatore
e del Gatto nero, e anche a Roderick Usher e a William
Wilson. Ma non credo che nessuno dei personaggi di
Poe sia spaventosamente pazzo quanto Montresor, co-
lui che narra La botte di Amontillado. Il resoconto, da
parte di Montresor, della sua esacerbata amicizia con
un uomo di nome Fortunato incomincia, nella prima
frase del testo, con una minaccia. "Le mille offese di
Fortunato le avevo sopportate come meglio potevo,
ma quando arrivò all'insulto giurai di vendicarmi".
Che ricchezza patologica rivelano queste parole! -
giacchè ben presto appare chiaramente che le 'mille
offese' di cui parla Montresor sono per lui meno gra-
vi dell' "insulto" che dichiara di aver subito.
Che cosa sono dunque queste mille offese? Sono gesti
di disprezzo? Allusioni, magari, accenni e sussurri?
Man mano che il racconto si dipana, con crescente
disagio incominciamo a capire che è a causa di que-
sto disprezzo, e dell'insulto che ne consegue, che
Montresor ha murato l'amico nelle cantine di un
palazzo veneziano in rovina e l'ha lasciato lì a mo-
rire. Questo è uno scrivere la follia di altissimo
livello. - E' anche uno dei primi buoni esempi di
narratore inattendibile. Dopo averci introdotto
nella paranoia di Montresor con quella prima frase,
poe non ci lascia più scampo. Come il povero Fortu-
nato, anche noi siamo rinchiusi in una struttura
soffocante da cui solo la morte - o la fine del raccon-
to - può liberarci. <fino a quel momento, siamo pri-
gionieri di una logica perfetta, se non fosse che è
costruita su una promessa falsa, folle.
I miei esperimenti, nell'arte oscura di scrivere la
follia, incominciarono con un romanzo che rie-
cheggiava alla lontana Poe. Voleva essere il sem-
plice racconto di un idraulico londinese che ucci-
de la moglie per potersi portare in casa l'amante,
una prostituta. Ebbi l'idea di far raccontare la
storia al figlio bambino dell'idraulico. Poi decisi
che il bambino doveva ricordare questi fatti da
adulto, ma che la sua rievocazione non corrispon-
deva a ciò che era accaduto. Poi mi venne in men-
te che il mio narratore non fosse semplicemente
inaffidabile, ma psicotico. Soffriva di schizofrenia.

Qui il problema di scrivere la follia mi si presentò
per la prima volta forte e chiaro. La narrativa d'in-
venzione e la psicosi sono entità che si escludono
a vicenda. Il figlio del mio idraulico non possede-
va l'agghiacciante rigore intellettuale del Montre-
sor di Poe, ma era nondimeno malato, una creatu-
ra disorganizzata i cui pensieri saltavano di palo
in frasca a seconda di ciò che gli era intorno e
delle associazioni apparentemente casuali che
scattavano nella sua mente confusa. Sopranno-
minato "Spider" dalla madre (prima della morte
prematura di costei) il suo cervello non curato
era un insieme incoerente di irrazionalità, allu-
cinazioni e illusioni sensoriali.
Immaginai che il mio personaggio, Spider, spro-
fondasse nella follia per tappe, e in conseguenza
di un'ipotesi sbagliata. Immaginai che tornasse
nel quartiere orientale di Londra in cui era cre-
sciuto, un uomo sparuto, che parla da solo e che
nel suo vagabondare solitario si accorge che il
suo sguardo è attratto in maniera irresistibile
dall'incombente struttura circolare di un gaso-
metro, una vista non insolita in quella parte
della città.
CONTINUA...
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lunedì 12 agosto 2013
Musica - sezione jazz / La jazzista Melissa Aldana: ricorda John Coltrane
agosto 2013 Visioni post - 56
La sassofonista Melissa Aldana
ha qualcosa di Coltrane
Ha 24 anni, è cilena ed ha conquistato il figlio
del mito (John Coltrane), che le ha donato un
microfono speciale
(da 'il venerdì di Repubblica' - 9 agosto 2013)
A parte qualche nobile eccezione, vedi Mary
Lou Williams o Alice Coltrane, le figure femmini-
li nel jazz non sono mai state numerose, sempre
schiacciate tra il ruolo quasi obbligato della can-
tante e la feroce competizione della scena maschile.
Da qualche anno a questa parte, però, complice an-
che l'inatteso exploit di Esperanza Spalding e quel-
lo di musiciste come Matana Roberts o Sharel
Cassity, le quote rosa nel jazz sembrano essere
(finalmente) in ascesa. "
La sassofonista cilena Melissa Aldana, ventiquattro
anni e una carriera in rampa di lancio, appartiene de-
cisamente a questa tendenza e, dopo il debutto sul
palco a fianco di due colossi del genere come Randy
Brecker e Danilo Pérez, ha lasciato Santiago del Ci-
le, si è trasferita a New York e ha da poco pubblica-
to un nuovo album, Second Cycle.
"Non so quanto essere una donna mi abbia aiutato"
ammette la Aldana "ma di sicuro nel jazz, come in
nessun altro genere, conta solo la musica. L'aspet-
to esteriore non è una carta che ti puoi giocare a
lungo, bisogna sapere suonare".
Decisamente ambiziosa, nel nuovo disco la sasso-
fonista sudamericana, che in passato si è esibita
anche in Italia nel quartetto di Roberto Gatto, ol-
tre a rivelare l'influenza sul suo suono di maestri
come Sonny Rollins e Charlie Parker, ha avuto
un incontro, seppur virtuale, con una leggenda co-
me John Coltrane. Il figlio del musicista Ravi, im-
pressionato dal suo fraseggio, ha infatti voluto re-
galarle uno dei microfoni che Coltrane utilizzò nel
1964 per incidere una pietra miliare come A Love
Supreme. Quasi un passaggio di consegne.
La sassofonista Melissa Aldana
ha qualcosa di Coltrane
Ha 24 anni, è cilena ed ha conquistato il figlio
del mito (John Coltrane), che le ha donato un
microfono speciale
(da 'il venerdì di Repubblica' - 9 agosto 2013)
A parte qualche nobile eccezione, vedi Mary
Lou Williams o Alice Coltrane, le figure femmini-
li nel jazz non sono mai state numerose, sempre
schiacciate tra il ruolo quasi obbligato della can-
tante e la feroce competizione della scena maschile.
Da qualche anno a questa parte, però, complice an-
che l'inatteso exploit di Esperanza Spalding e quel-
lo di musiciste come Matana Roberts o Sharel
Cassity, le quote rosa nel jazz sembrano essere
(finalmente) in ascesa. "
La sassofonista cilena Melissa Aldana, ventiquattro
anni e una carriera in rampa di lancio, appartiene de-
cisamente a questa tendenza e, dopo il debutto sul
palco a fianco di due colossi del genere come Randy
Brecker e Danilo Pérez, ha lasciato Santiago del Ci-
le, si è trasferita a New York e ha da poco pubblica-
to un nuovo album, Second Cycle.
"Non so quanto essere una donna mi abbia aiutato"
ammette la Aldana "ma di sicuro nel jazz, come in
nessun altro genere, conta solo la musica. L'aspet-
to esteriore non è una carta che ti puoi giocare a
lungo, bisogna sapere suonare".
Decisamente ambiziosa, nel nuovo disco la sasso-
fonista sudamericana, che in passato si è esibita
anche in Italia nel quartetto di Roberto Gatto, ol-
tre a rivelare l'influenza sul suo suono di maestri
come Sonny Rollins e Charlie Parker, ha avuto
un incontro, seppur virtuale, con una leggenda co-
me John Coltrane. Il figlio del musicista Ravi, im-
pressionato dal suo fraseggio, ha infatti voluto re-
galarle uno dei microfoni che Coltrane utilizzò nel
1964 per incidere una pietra miliare come A Love
Supreme. Quasi un passaggio di consegne.
Lucianone
mercoledì 31 luglio 2013
CINEMA - Il regista americano Stanley Kubrick
luglio 2013 - visioni post - 107
Kubrick filming 'Barry Lyndon'
Stanley Kubrick (1928 - 1999)
è considerato tra i maggiori registi
della storia del cinema
Nelle sale di tutta Italia "Paura e Desiderio" (29, 30
31 luglio '13), il primo film di Stanley Kubrick che
anticipa i suoi futuri capolavori.
Quei soldati allo specchio
di Kubrick il pacifista
(da "L'Eco di Bergamo" / Spettacoli - 28 luglio 2013 - Andrea Frambrosi)
Quando Kubrick non era ancora Kubrick. Alle origini
del mito, Kubrick ritorno al futuro.
Ognuno si scelga il titolo che preferisce per
festeggiare l'arrivo nelle sale, solo il 29, 30 e
31 luglio, di "Fear and Desire", primo lungo-
metraggio del futuro genio del cinema mondiale
che viene distribuito per la prima volta 14 anni
dopo la morte del maestro.
"Fear and Desire" (Paura e desiderio, 1953) è il
primo lungometraggio - dopo tre documentari
("Flying Padre". "Day of the Fight" del 1951 e
"The Seafarers" del 1953) - dell'allora 25enne
Kubrick. Film che però, diventato successiva-
mente il regista di culto che tutti conosciamo, il
suo autore ha immediatamente disconosciuto,
considerandolo "niente più di un esercizio da
amatore", dal risultato "noioso e pretenzioso".
Non di meno, dovrà essere sicuramente salutato
come un evento l'uscita di questa copia pratica-
mente inedita completamente restaurata in hd
dalla Library of Congress di Washington e dop-
piata per la prima volta in italiano. Presentato
in Italia da Qmi e Minerva Pictures, sul sito
www.kubrickalcinema.it e www.qmi.it. oltre al-
l'elenco completo delle sale aderenti (nella ber-
gamasca Uci Curno, Ariston Treviglio e San
Marco in città) è possibilevisualizzare il trailer
del film e acquistare il biglietto d'ingresso.
Con un semplice login, inoltre, tutti i fan potranno
scoprire, rispondendo ad alcune domande sulla vi-
ta e la carriera di Kubrick, quale personaggio dei
suoi film meglio li rappresenta, per poi condivi-
derlo su facebook. - Dall'homepage del sito gli
utenti possono anche ascoltare la playlist con le
musiche più famose dei grandi successi del mae-
stro creata ad hoc da Deezer, media partner del-
l'evento, per l'uscita nelle sale di "Fear and De-
sire".
Certo con il senno di poi è facile, oggi,
rintracciare in questo primo lavoro di una
certa compiutezza i temi, gli stili, le osses-
sioni e i rimandi che poi si sarebbero sus-
seguiti in una delle carriere più emblema-
tiche della storia del cinema. Non di me-
no, analizzando il lavoro è impossibile non
rintracciarvi almeno i semi da cui nasce-
ranno i futuri frutti. Il lavoro, della durata
di poco più di un'ora, si sviluppa in tre mo-
vimenti o, se preferiamo, in tre atti.
-LA STORIA - Quattro soldati di un imprecisato
esercito che stanno combattendo in un'imprecisata
guerra in un altrettanta imprecisata zona (da cui
l'astrattezza stilistica del lavoro) devono ricongiun-
gersi al proprio esercito. Decidono così di costruire
una zattera per scendere lungo il fiume che scorre
nella foresta in cui si trovano. Dopo uno scontro
vittorioso con una pattuglia nemica, dopo il quale
uno dei quattro dà segni di squilibrio, incontrano
una ragazza. Temendo che possa tradirli, la lega-
no ad un albero. Nel corso di una colluttazione con
uno dei soldati che ha tentato di violentarla, rimar-
rà però uccisa. Intanto, intercettato il commando
avversario, due dei soldati si avvicinano, ma si ac-
corgono che i militari nemici hanno i loro stessi
volti: quando si avvicinano per dare il colpo di gra-
zia, gli sembra di guardarsi in uno specchio. Riuni-
tisi agli altri, aspettano la zattera per discendere
il fiume.
Come si vede, tra i tanti - il pacifismo, la guerra,
la violenza, la presenza perturbante della donna -
emerge già, prepotente, il tema del "doppio" che
Stanley Kubrick mutua dalla "Traumnovelle"
dall'amato scrittore (e medico) viennese Arthur
Schnitzler e che, molti anni dopo, gli servirà co-
me base per "Eyes Wide Shut" (1999), che sarà
il suo ultimo film. Un cerchio chiuso che si riapre,
in un certo senso, ritornando alle origini di un mi-
to che l'autore newyorkese ha sapientemente co-
struito tra genio e regolatezza all'insegna di una
maniacalità diventata ben presto leggendaria.
IL COMMENTO
Solo 13 film in 50 anni ma tutti necessari.
Topolin, Topolin... Viva Topolin... E' uno dei più
folgoranti finali del cinema, in "Full Metal Jacket"
(1987) del grande Stanley Kubrick, motivo cantato
mentre le truppe Usa tornano disfatte da una scon-
fitta in Vietnam. Un film che commuove e che fa
storia. "Tu non vivrai per sempre - dice l'inflessi-
bile sergente a una recluta - ma il corpo dei marines
ha un buon motivo per continuare a vivere". Topo.
lin,,, Topolin... Intanto il massacro continua.
Si annuncia, per i prossimi giorni, il film che segnò
l'inizio della carriera strepitosa di Kubrick (1928-
1999), "Fear and Desire". Inedito in Italia è stato
completamente restaurato in hd dalla Library of
Congress di Washington e doppiato per la prima
volta in italiano. Il film sta per essere proiettato
in oltre 90 sale in tutta Italia. In quasi 50 anni que-
sto eccezionale regista ha diretto solo 13 lungome-
traggi, significando ancora una volta che i veri ar-
tisti non lavorano a cottimo ma soltanto quando ne
avvertono la necessità.
Anche solo un rapido sguardo ai suoi film - che
ogni appassionato di cinema ha visto e ben ricor-
da - ci permette di affermare che ognuno di essi
ha una precisa ragione d'essere, è valido e "de-
finitivo". Pensiamo, per farla breve, a "Orizzon-
ti di gloria" (1957), con Kirk Douglas sulle fango
se trincee della prima guerra mondiale, a "Lolita"
(1962), con James Mason e Sue Lyon, finanche
superiore al bst seller di Nabokov, a "Barry Lyn-
don" (1975), sontuosa ricostruzione del romanzo
settecentesco di Thackeray, a "Shining" (1980),
con Jack Nicholson e Shelley Duvall terrorizzati
da occulte, ma familiari, presenze in un hotel ab-
bandonato, al "Dottor Stranamore" (1964), sul ba-
ratro della guerra atomica e, in fine, senza dimen-
ticare il finimondo "domestico" di "Arancia mec-
canica", a "2001: Odissea nello spazio" (1968),
che costringe l'aspetto fantascientifico dentro
l'involucro della filosofia. Fino al testamento di
"Eyes Wide Shut" (1999), con Tom Cruise e Ni-
cole Kidman, sul baratro esistenziale tra l'aldi-
qua e l'aldilà.
Con tutto che i suoi film non fossero facili da capi-
re e memorizzare lui, Stanley, era un uomo sem-
plice, un amico. A quei pochi giornalisti che riusci-
vano a parlargli, noi tra questi a Venezia nel '62,
l'anno di "Lolita", diceva subito; "Non mi parli
dificile, per favore". Impagabile. Grandezza del
genio.
Lucianone
Kubrick filming 'Barry Lyndon'
Stanley Kubrick (1928 - 1999)
è considerato tra i maggiori registi
della storia del cinema
Nelle sale di tutta Italia "Paura e Desiderio" (29, 30
31 luglio '13), il primo film di Stanley Kubrick che
anticipa i suoi futuri capolavori.
Quei soldati allo specchio
di Kubrick il pacifista
(da "L'Eco di Bergamo" / Spettacoli - 28 luglio 2013 - Andrea Frambrosi)
Quando Kubrick non era ancora Kubrick. Alle origini
del mito, Kubrick ritorno al futuro.
Ognuno si scelga il titolo che preferisce per
festeggiare l'arrivo nelle sale, solo il 29, 30 e
31 luglio, di "Fear and Desire", primo lungo-
metraggio del futuro genio del cinema mondiale
che viene distribuito per la prima volta 14 anni
dopo la morte del maestro.
"Fear and Desire" (Paura e desiderio, 1953) è il
primo lungometraggio - dopo tre documentari
("Flying Padre". "Day of the Fight" del 1951 e
"The Seafarers" del 1953) - dell'allora 25enne
Kubrick. Film che però, diventato successiva-
mente il regista di culto che tutti conosciamo, il
suo autore ha immediatamente disconosciuto,
considerandolo "niente più di un esercizio da
amatore", dal risultato "noioso e pretenzioso".
Non di meno, dovrà essere sicuramente salutato
come un evento l'uscita di questa copia pratica-
mente inedita completamente restaurata in hd
dalla Library of Congress di Washington e dop-
piata per la prima volta in italiano. Presentato
in Italia da Qmi e Minerva Pictures, sul sito
www.kubrickalcinema.it e www.qmi.it. oltre al-
l'elenco completo delle sale aderenti (nella ber-
gamasca Uci Curno, Ariston Treviglio e San
Marco in città) è possibilevisualizzare il trailer
del film e acquistare il biglietto d'ingresso.
Con un semplice login, inoltre, tutti i fan potranno
scoprire, rispondendo ad alcune domande sulla vi-
ta e la carriera di Kubrick, quale personaggio dei
suoi film meglio li rappresenta, per poi condivi-
derlo su facebook. - Dall'homepage del sito gli
utenti possono anche ascoltare la playlist con le
musiche più famose dei grandi successi del mae-
stro creata ad hoc da Deezer, media partner del-
l'evento, per l'uscita nelle sale di "Fear and De-
sire".
Certo con il senno di poi è facile, oggi,
rintracciare in questo primo lavoro di una
certa compiutezza i temi, gli stili, le osses-
sioni e i rimandi che poi si sarebbero sus-
seguiti in una delle carriere più emblema-
tiche della storia del cinema. Non di me-
no, analizzando il lavoro è impossibile non
rintracciarvi almeno i semi da cui nasce-
ranno i futuri frutti. Il lavoro, della durata
di poco più di un'ora, si sviluppa in tre mo-
vimenti o, se preferiamo, in tre atti.
-LA STORIA - Quattro soldati di un imprecisato
esercito che stanno combattendo in un'imprecisata
guerra in un altrettanta imprecisata zona (da cui
l'astrattezza stilistica del lavoro) devono ricongiun-
gersi al proprio esercito. Decidono così di costruire
una zattera per scendere lungo il fiume che scorre
nella foresta in cui si trovano. Dopo uno scontro
vittorioso con una pattuglia nemica, dopo il quale
uno dei quattro dà segni di squilibrio, incontrano
una ragazza. Temendo che possa tradirli, la lega-
no ad un albero. Nel corso di una colluttazione con
uno dei soldati che ha tentato di violentarla, rimar-
rà però uccisa. Intanto, intercettato il commando
avversario, due dei soldati si avvicinano, ma si ac-
corgono che i militari nemici hanno i loro stessi
volti: quando si avvicinano per dare il colpo di gra-
zia, gli sembra di guardarsi in uno specchio. Riuni-
tisi agli altri, aspettano la zattera per discendere
il fiume.
Come si vede, tra i tanti - il pacifismo, la guerra,
la violenza, la presenza perturbante della donna -
emerge già, prepotente, il tema del "doppio" che
Stanley Kubrick mutua dalla "Traumnovelle"
dall'amato scrittore (e medico) viennese Arthur
Schnitzler e che, molti anni dopo, gli servirà co-
me base per "Eyes Wide Shut" (1999), che sarà
il suo ultimo film. Un cerchio chiuso che si riapre,
in un certo senso, ritornando alle origini di un mi-
to che l'autore newyorkese ha sapientemente co-
struito tra genio e regolatezza all'insegna di una
Solo 13 film in 50 anni ma tutti necessari.
Topolin, Topolin... Viva Topolin... E' uno dei più
folgoranti finali del cinema, in "Full Metal Jacket"
(1987) del grande Stanley Kubrick, motivo cantato
mentre le truppe Usa tornano disfatte da una scon-
fitta in Vietnam. Un film che commuove e che fa
storia. "Tu non vivrai per sempre - dice l'inflessi-
bile sergente a una recluta - ma il corpo dei marines
ha un buon motivo per continuare a vivere". Topo.
lin,,, Topolin... Intanto il massacro continua.
Si annuncia, per i prossimi giorni, il film che segnò
l'inizio della carriera strepitosa di Kubrick (1928-
1999), "Fear and Desire". Inedito in Italia è stato
completamente restaurato in hd dalla Library of
Congress di Washington e doppiato per la prima
volta in italiano. Il film sta per essere proiettato
in oltre 90 sale in tutta Italia. In quasi 50 anni que-
sto eccezionale regista ha diretto solo 13 lungome-
traggi, significando ancora una volta che i veri ar-
tisti non lavorano a cottimo ma soltanto quando ne
avvertono la necessità.
Anche solo un rapido sguardo ai suoi film - che
ogni appassionato di cinema ha visto e ben ricor-
da - ci permette di affermare che ognuno di essi
ha una precisa ragione d'essere, è valido e "de-
finitivo". Pensiamo, per farla breve, a "Orizzon-
ti di gloria" (1957), con Kirk Douglas sulle fango
se trincee della prima guerra mondiale, a "Lolita"
(1962), con James Mason e Sue Lyon, finanche
superiore al bst seller di Nabokov, a "Barry Lyn-
don" (1975), sontuosa ricostruzione del romanzo
settecentesco di Thackeray, a "Shining" (1980),
con Jack Nicholson e Shelley Duvall terrorizzati
da occulte, ma familiari, presenze in un hotel ab-
bandonato, al "Dottor Stranamore" (1964), sul ba-
ratro della guerra atomica e, in fine, senza dimen-
ticare il finimondo "domestico" di "Arancia mec-
canica", a "2001: Odissea nello spazio" (1968),
che costringe l'aspetto fantascientifico dentro
l'involucro della filosofia. Fino al testamento di
"Eyes Wide Shut" (1999), con Tom Cruise e Ni-
cole Kidman, sul baratro esistenziale tra l'aldi-
qua e l'aldilà.
Con tutto che i suoi film non fossero facili da capi-
re e memorizzare lui, Stanley, era un uomo sem-
plice, un amico. A quei pochi giornalisti che riusci-
vano a parlargli, noi tra questi a Venezia nel '62,
l'anno di "Lolita", diceva subito; "Non mi parli
dificile, per favore". Impagabile. Grandezza del
genio.
Lucianone
sabato 6 luglio 2013
Cultura - Lo scrittore americano DAN BROWN
6 luglio 2013 - sabato visioni post - 7
Da sempre appassionato di misteri e di codici
segreti, Dan Brown ha messo questi suoi interessi
al centro dei due best-seller che hanno conquistato
le classifiche di tutto il mondo: 'Il codice Da Vinci'
e 'Angeli e demoni'.
Dan Brown: "Un romanzo è come
la vita senza le parti noiose. / Non
sono un teorico del complotto ma
credo nelle mie storie."
Questo ha detto, tra altre cose, lo scrittore statunitense
durante il Dialogo-intervista avuto, alla Repubblica del-
le Idee di Firenze, con il giornalista Vittorio Zucconi.
(da la Repubblica / R2CULTURA - 7 giugno 2013 - Laura
Montanari)
Dove si trovano le parole, come si costruisce una storia
che diventa un thriller di successo, pagine che milioni
di lettori a varie latitudini del mondo divorano per ar-
rivare a una fine uguale per tutti, un punto messo a
fuoco. Con Dan Brown è un rischio: la fine spesso non
ha i contorni così definiti e limpidi da tranquillizzarci.
una volta arrivati al capolinea. "Scrivere una fiction è
come scrivere della vita tagliando tutto quello che è
noios", dice Dan Brown, lo scrittore americano del mi-
stero e dei mille segreti che circondano le sue storie,
dal Codice Da Vinci all'ultimo Inferno (Mondadori).
Si racconta consegnandosi senza ombre a Vittorio
Zucconi. E' uno degli incontri più attesi della prima
giornata fiorentina della Repubblica delle Idee (tut-
to esaurito da giorni). Due poltroncine sul palcosce-
nico, Palazzo Vecchio, Salone del Cinquecento, in-
torno un perimetro di affreschi e armonie artistiche.
E' anche, e non a caso, uno dei luoghi dell'ultimo
romanzo di Dan Brown.
V. Zucconi - Nelle sue siorie c'è spesso l'idea di
poteri che ci nascondono le cose.
D. Brown - Scrivo il romanzo che da lettore vorrei
leggere.
Zucconi - E' vero che per farsi venire delle idee e
far circolare meglio il sangue, a volte si appende a
testa in giù?
Brown - Può sembrare strano ma è così. Mettersi
a testa in giù è un altro modo di vedere il mondo,
cambia la prospettiva... e questo aiuta.
Zucconi - Come costruisce una trama? Parte da
un'idea e mette intorno un racconto?
Brown - Per me scrivere è come realizzare una casa,
bisogna cominciare dalle fondamenta e farlo bene,
avere le grandi linee della storia in testa. Di Inferno
ho scritto all'inizio cento pagine, poi ci ho lavorato
su (sono diventate 522, ndr). Se non ho chiaro dove
voglio arrivare, rischio di andare avanti e poi fer-
marmi senza trovare una via d'uscita quando sono
al 99 per cento del libro. Mentre facevo le ricerche
per Inferno e prima ancora per Il codice Da Vinci,
mi sono reso conto che la filosofia e la storia della
Chiesa diventavano per me sempre più affascinan-
ti e l'influenza che ha avuto la visione dantesca
dell'Inferno cristiano fosse la più precisa e la più
particolareggiata. Lo so che era già stato descrit-
to nella Bibbia e che un aldilà c'era anche nella
mitologia classica, ma è Dante ad averne dato
una narrazione completa, vivida e terribile. La
storia prosegue anche così.
Zucconi - Certo è molto coraggioso, lei che è
americano, venire qui a parlare di Dante ai fio-
rentini.
Brown - (ride) Il mio romanzo è una lettera
d'amore a Dante, a Firenze, alla vostra cultura.
Zucconi - In Inferno lei parla di un misterioso
Consortium e aggiunge una postilla: "E' un'or-
ganizzazione privata con sedi in sette diversi
paesi. Il nome è stato cambiato per motivi di
sicurezza e privacy". Lei crede a quello che
scrive?
Brown - Assolutamente sì. Sono più uno scettico che
non un teorico del complotto.
Zucconi - Ci sono casi in cui le teorie complottistiche
nascono per esempio, dal rifiuto di credere che 19 ter-
roristi possano dirottare aerei e colpire il cuore di
New York sconvolgendo il mondo. Ha mai pensato a
scrivere un libro sull'11 settembre?
Brown - Penso che non ne sarei capace, provo anco-
ra troppo dolore. Non mi sento pronto. Quanto ai com-
plotti, il passato ha dimostrato come a volte anche un
solo uomo possa cambiare il corso della storia.
Zucconi - Cambiando completamente argomento,
perchè nei suoi libri non c'è quasi mai sesso?
Brown - Mi sono posto come sfida di creare bestseller
senza il sesso. In Inferno c'è in realtù una scena ripetu-
ta due volte, ma lì era indispensabile. Non metto nei li-
bri ingredienti come sesso e violenza gratuita per ven-
dere di più, li metto soltanto se li ritengo funzionali e
importanti rispetto alla storia chr vado a raccontare.
Dan Brown
Zucconi - In Inferno a un certo punto spiega che
Dante ha scritto in volgare per frsi capire da tutti,
mi è sembrato.di cogliere in quel passaggio un suo
riferimento a chi la critica dicendo magari che lei
non è uno scrittore raffinato, che non usa un ingle-
se dickensiano ma una lingua nazionalpopolare...
Brown - Uno scrittore o un artista o un musicista
quando compongomo qualcosa si lasciano in gene-
re guidare dal proprio gusto. Scrivo cose che piac-
ciono a me.
Zucconi - In Inferno lei affronta anche il tema
della crescita esponenziale della popolazione del
pianeta.
Brown - Negli ultimi 85 anni la popolazione del
mondo è triplicata, ogni giorno nascono 200mila
bambini. E' un tema che mi interessa molto e di
cui parlo nel romanzo, ma ho rispetto dei lettori
e non suggerisco delle soluzioni, mi basta che si
facciano un'idea del problema. La stessa cosa va-
le quando parlo del bene e del male, penso che
anche i cattivi abbiano delle ragioni per compor-
tarsi in quel determinato modo e quindi bisogna
interrogarsi, non smettere di farsi delle domande
prima di giudicare. Farsi domande del resto è il
solo modo per vincere l'apatia.
Zucconi - Con Il Codice da Vinci è stato attac-
cato da certi ambienti della Chiesa.
Brown - Non mi sarei mai aspettato che chiedersi
quale fosse il senso del Cristianesimo se Gesù non
fosse stato il Figlio di Dio, potesse scatenare tante
reazioni. Sono vissuto in una famiglia in cui quel-
le domande si potevano fare...
Zucconi - In alcuni suoi libri, penso al Simbolo per-
duto, lei insiste sul ruolo della Massoneria: può
prendere un dollaro e mostrarci i simboli che trova
sopra?
Brown - (frugandosi nelle tasche e tirando fuori
una banconota verde e mostrandola alla sala):
Qui c'è una piramide non terminata... ecco penso
che una piramide non terminata sia per noi un
simbolo: possiamo fare ancora delle cose e farle
bene, non dobbiamo smettere di costruire. Lo penso
profondamente, nel mio cuore.
Dan Brown a Firenze
"La verità del ghiaccio"
Nuovo, sorprendente romanzo di Dan Brown
'Un misto di scienza, storia e politica; un fuoco
di fila di colpi di scena tra la Casa Bianca e il
Polo Nord' (Corriere della Sera).
Quale mistero nasconde il meteorite scoperto
dalla NASA non lontano dal Polo Nord? Un
gruppo di scienziati indaga. Ma il rischio è
molto alto.
La notizia è di quelle che potrebbero rivoluzionare
la scienza e sconvolgere la Storia: al di là dell'82°
parallelo, dove l'isola di Ellesmere si protende
verso i ghiacci del Polo Nord, la NASA ha indivi-
duato un meteorite molto particolare. Anzi unico.
Al suo interno, infatti, cela dei fossili di insetti.
Un segno inequivocabile che da qualche parte,
nell'Universo, c'è vita.
Lucianone
Da sempre appassionato di misteri e di codici
segreti, Dan Brown ha messo questi suoi interessi
al centro dei due best-seller che hanno conquistato
le classifiche di tutto il mondo: 'Il codice Da Vinci'
e 'Angeli e demoni'.
Dan Brown: "Un romanzo è come
la vita senza le parti noiose. / Non
sono un teorico del complotto ma
credo nelle mie storie."
Questo ha detto, tra altre cose, lo scrittore statunitense
durante il Dialogo-intervista avuto, alla Repubblica del-
le Idee di Firenze, con il giornalista Vittorio Zucconi.
(da la Repubblica / R2CULTURA - 7 giugno 2013 - Laura
Montanari)
Dove si trovano le parole, come si costruisce una storia
che diventa un thriller di successo, pagine che milioni
di lettori a varie latitudini del mondo divorano per ar-
rivare a una fine uguale per tutti, un punto messo a
fuoco. Con Dan Brown è un rischio: la fine spesso non
ha i contorni così definiti e limpidi da tranquillizzarci.
una volta arrivati al capolinea. "Scrivere una fiction è
come scrivere della vita tagliando tutto quello che è
noios", dice Dan Brown, lo scrittore americano del mi-
stero e dei mille segreti che circondano le sue storie,
dal Codice Da Vinci all'ultimo Inferno (Mondadori).
Si racconta consegnandosi senza ombre a Vittorio
Zucconi. E' uno degli incontri più attesi della prima
giornata fiorentina della Repubblica delle Idee (tut-
to esaurito da giorni). Due poltroncine sul palcosce-
nico, Palazzo Vecchio, Salone del Cinquecento, in-
torno un perimetro di affreschi e armonie artistiche.
E' anche, e non a caso, uno dei luoghi dell'ultimo
romanzo di Dan Brown.
V. Zucconi - Nelle sue siorie c'è spesso l'idea di
poteri che ci nascondono le cose.
D. Brown - Scrivo il romanzo che da lettore vorrei
leggere.
Zucconi - E' vero che per farsi venire delle idee e
far circolare meglio il sangue, a volte si appende a
testa in giù?
Brown - Può sembrare strano ma è così. Mettersi
a testa in giù è un altro modo di vedere il mondo,
cambia la prospettiva... e questo aiuta.
Zucconi - Come costruisce una trama? Parte da
un'idea e mette intorno un racconto?
Brown - Per me scrivere è come realizzare una casa,
bisogna cominciare dalle fondamenta e farlo bene,
avere le grandi linee della storia in testa. Di Inferno
ho scritto all'inizio cento pagine, poi ci ho lavorato
su (sono diventate 522, ndr). Se non ho chiaro dove
voglio arrivare, rischio di andare avanti e poi fer-
marmi senza trovare una via d'uscita quando sono
al 99 per cento del libro. Mentre facevo le ricerche
per Inferno e prima ancora per Il codice Da Vinci,
mi sono reso conto che la filosofia e la storia della
Chiesa diventavano per me sempre più affascinan-
ti e l'influenza che ha avuto la visione dantesca
dell'Inferno cristiano fosse la più precisa e la più
particolareggiata. Lo so che era già stato descrit-
to nella Bibbia e che un aldilà c'era anche nella
mitologia classica, ma è Dante ad averne dato
una narrazione completa, vivida e terribile. La
storia prosegue anche così.
Zucconi - Certo è molto coraggioso, lei che è
americano, venire qui a parlare di Dante ai fio-
rentini.
Brown - (ride) Il mio romanzo è una lettera
d'amore a Dante, a Firenze, alla vostra cultura.
Zucconi - In Inferno lei parla di un misterioso
Consortium e aggiunge una postilla: "E' un'or-
ganizzazione privata con sedi in sette diversi
paesi. Il nome è stato cambiato per motivi di
sicurezza e privacy". Lei crede a quello che
scrive?
Brown - Assolutamente sì. Sono più uno scettico che
non un teorico del complotto.
Zucconi - Ci sono casi in cui le teorie complottistiche
nascono per esempio, dal rifiuto di credere che 19 ter-
roristi possano dirottare aerei e colpire il cuore di
New York sconvolgendo il mondo. Ha mai pensato a
scrivere un libro sull'11 settembre?
Brown - Penso che non ne sarei capace, provo anco-
ra troppo dolore. Non mi sento pronto. Quanto ai com-
plotti, il passato ha dimostrato come a volte anche un
solo uomo possa cambiare il corso della storia.
Zucconi - Cambiando completamente argomento,
perchè nei suoi libri non c'è quasi mai sesso?
Brown - Mi sono posto come sfida di creare bestseller
senza il sesso. In Inferno c'è in realtù una scena ripetu-
ta due volte, ma lì era indispensabile. Non metto nei li-
bri ingredienti come sesso e violenza gratuita per ven-
dere di più, li metto soltanto se li ritengo funzionali e
importanti rispetto alla storia chr vado a raccontare.
Dan Brown
Zucconi - In Inferno a un certo punto spiega che
Dante ha scritto in volgare per frsi capire da tutti,
mi è sembrato.di cogliere in quel passaggio un suo
riferimento a chi la critica dicendo magari che lei
non è uno scrittore raffinato, che non usa un ingle-
se dickensiano ma una lingua nazionalpopolare...
Brown - Uno scrittore o un artista o un musicista
quando compongomo qualcosa si lasciano in gene-
re guidare dal proprio gusto. Scrivo cose che piac-
ciono a me.
Zucconi - In Inferno lei affronta anche il tema
della crescita esponenziale della popolazione del
pianeta.
Brown - Negli ultimi 85 anni la popolazione del
mondo è triplicata, ogni giorno nascono 200mila
bambini. E' un tema che mi interessa molto e di
cui parlo nel romanzo, ma ho rispetto dei lettori
e non suggerisco delle soluzioni, mi basta che si
facciano un'idea del problema. La stessa cosa va-
le quando parlo del bene e del male, penso che
anche i cattivi abbiano delle ragioni per compor-
tarsi in quel determinato modo e quindi bisogna
interrogarsi, non smettere di farsi delle domande
prima di giudicare. Farsi domande del resto è il
solo modo per vincere l'apatia.
Zucconi - Con Il Codice da Vinci è stato attac-
cato da certi ambienti della Chiesa.
Brown - Non mi sarei mai aspettato che chiedersi
quale fosse il senso del Cristianesimo se Gesù non
fosse stato il Figlio di Dio, potesse scatenare tante
reazioni. Sono vissuto in una famiglia in cui quel-
le domande si potevano fare...
Zucconi - In alcuni suoi libri, penso al Simbolo per-
duto, lei insiste sul ruolo della Massoneria: può
prendere un dollaro e mostrarci i simboli che trova
sopra?
Brown - (frugandosi nelle tasche e tirando fuori
una banconota verde e mostrandola alla sala):
Qui c'è una piramide non terminata... ecco penso
che una piramide non terminata sia per noi un
simbolo: possiamo fare ancora delle cose e farle
bene, non dobbiamo smettere di costruire. Lo penso
profondamente, nel mio cuore.
"La verità del ghiaccio"
Nuovo, sorprendente romanzo di Dan Brown
'Un misto di scienza, storia e politica; un fuoco
di fila di colpi di scena tra la Casa Bianca e il
Polo Nord' (Corriere della Sera).
Quale mistero nasconde il meteorite scoperto
dalla NASA non lontano dal Polo Nord? Un
gruppo di scienziati indaga. Ma il rischio è
molto alto.
La notizia è di quelle che potrebbero rivoluzionare
la scienza e sconvolgere la Storia: al di là dell'82°
parallelo, dove l'isola di Ellesmere si protende
verso i ghiacci del Polo Nord, la NASA ha indivi-
duato un meteorite molto particolare. Anzi unico.
Al suo interno, infatti, cela dei fossili di insetti.
Un segno inequivocabile che da qualche parte,
nell'Universo, c'è vita.
Lucianone
venerdì 10 maggio 2013
VIAGGI - Walter Bonatti a Capo Horn
Il Mito Walter Bonatti -
Dopo essersi ritirato, nel 1955, dall'attività
di scalatore, cominciò a viaggiare in terre
remote. visioni post - 111
Il viaggio - 43 anni fa W. Bonatti si imbarcò sulla
torpediniera 'Fuentealba' e salpò da Punta Arenas.
Walter Bonatti
nel 1954
(da 'Corriere della Sera' - 7 aprile 2013 - di Franco Brevini)
A Capo Horn sulle tracce
di Walter Bonatti
"Paesaggio apocalittico, senza orizzonte"
La fine del mondo, il punto più meridionale del-
l'America, una leggenda nella storia dell'esplora-
zione, un mito per ogni velista: Capo Horn è tutto
questo e altro ancora. I pensieri si affollano, men-
tre il solito vento patagonico cerca di buttarmi a
terra non appena emergo sull'altopiano dell'isola.
In basso, nella piccola cala, lo "zodiac" che mi ha
portato a terra dopo una danza infernale sulle onde.
In rada all'ancora la nave delle "Cruceros Austra-
lis", che una volta alla settimana permette anche
alla gente comune di raggiungere il selvaggio Capo
posto a oltre 55 gradi di latitudine sud, davanti allo
stretto di Drake: l'ultimo ricordo di terre quasi nor-
mali prima dell'assurdità glaciale dell'Antartide.
Mentre salgo verso il monumento di ferro che raffi-
gura un albatrio e che ricorda tutti i navigatori che
hanno doppiato il mitico Cabo de Hornos, come lo
chiamano i cileni a cui appartiene, ripenso che qua-
rantatrè anni fa calpestava questa stessa erba gial-
la e tagliente il più famoso alpinista ed esploratore
bergamasco: WALTER BONATTI.
Dopo il ritiro dall'attività di scalatore, nel 1965, Bo-
natti aveva cominciato a viaggiare in terre remote
quale avventuroso inviato di "Epoca". I suoi servi-
zi, corredati dalle primesbalorditive immagini della
wilderness che giungessero agli italiani, hanno fat-
to sognare più di una generazione. Io stesso credo
Dopo essersi ritirato, nel 1955, dall'attività
di scalatore, cominciò a viaggiare in terre
remote. visioni post - 111
Il viaggio - 43 anni fa W. Bonatti si imbarcò sulla
torpediniera 'Fuentealba' e salpò da Punta Arenas.

nel 1954
(da 'Corriere della Sera' - 7 aprile 2013 - di Franco Brevini)
A Capo Horn sulle tracce
di Walter Bonatti
"Paesaggio apocalittico, senza orizzonte"
La fine del mondo, il punto più meridionale del-
l'America, una leggenda nella storia dell'esplora-
zione, un mito per ogni velista: Capo Horn è tutto
questo e altro ancora. I pensieri si affollano, men-
tre il solito vento patagonico cerca di buttarmi a
terra non appena emergo sull'altopiano dell'isola.
In basso, nella piccola cala, lo "zodiac" che mi ha
portato a terra dopo una danza infernale sulle onde.
In rada all'ancora la nave delle "Cruceros Austra-
lis", che una volta alla settimana permette anche
alla gente comune di raggiungere il selvaggio Capo
posto a oltre 55 gradi di latitudine sud, davanti allo
stretto di Drake: l'ultimo ricordo di terre quasi nor-
mali prima dell'assurdità glaciale dell'Antartide.
Mentre salgo verso il monumento di ferro che raffi-
gura un albatrio e che ricorda tutti i navigatori che
hanno doppiato il mitico Cabo de Hornos, come lo
chiamano i cileni a cui appartiene, ripenso che qua-
rantatrè anni fa calpestava questa stessa erba gial-
la e tagliente il più famoso alpinista ed esploratore
bergamasco: WALTER BONATTI.
Dopo il ritiro dall'attività di scalatore, nel 1965, Bo-
natti aveva cominciato a viaggiare in terre remote
quale avventuroso inviato di "Epoca". I suoi servi-
zi, corredati dalle primesbalorditive immagini della
wilderness che giungessero agli italiani, hanno fat-
to sognare più di una generazione. Io stesso credo
diu avere maturato la mia passione per i grandi
spazi del mondo su quelle pagine patinate, corre-
date di fotografie che oggi possono farci sorridere,
ma che allora erano ambasciatrici di favolose lon-
tananze per l'Italia del boom economico.
"Mi è venuta l'idea di raggiungere Capo Horn, il
più remoto e leggendario scoglio della storia ma-
rinara, dopo aver letto un certo numero di libri
che parlano di allucinanti naufragi accaduti a de-
cine di bastimenti trascinati dall'uragano".
Così inizia su "Avventura" (Rizzoli, 1984) il racconto
di Bonatti. Allora il turismo non aveva ancora toccato
Capo Horn e l'alpinista bergamasco dovette rivolger-
si nientemeno che all'ammiraglio Guillermo Barro
Gonzales, comandante della Terza Zona Navale Ci-
lena, di Punta Arenas, da cui anch'io sono salpato 4
giorni fa. Trasportato a Puerto Williams, Bonatti si
imbarca sulla torpediniera Fuentealba, che lo tra-
sporterà al Capo.
Anche questa mattina un vento radente scolpiva la
superficie del mare di onde taglienti. L'acqua ribol-
liva di creste schiumose e la "Stella Australis",
che pure è stata progettata dai cileni per questi sel-
vaggi mari, beccheggiava in modo assai marcato.
Bonatti dipinge in modo particolarmente epico la
sua traversata, che si conclude con la fiera appari-
zione del Capo: "E finalmente, il Capo Horn: che
si eleva nella bruma del controluce come un mostro
fosco e solitario. Il profilo dentellato della sua cima
più alta fa pensare al tridente di Nettuno, minaccio-
samente puntato verso le ignote solitudini dell'ocea-
no". In effetti il luogo ha un aspetto inquietante an-
che in questa giornata ventosa di fine marzo, in cui
tra le solite nubi bluastre della Patagonia si incide
qualche squarcio di azzurro. La violenza dei venti,
lo scontro delle onde dell'Atlantico e del Pacifico,
la desolazione di queste isole aride e rocciose in
cui esplode l'estremo lembo del continente ameri-
cano, sembrano fatti apposta per evocare le trage-
die che si consumano in queste acque grigie e pe-
rennemente agitate. Anche per i velisti di oggi
Capo Horn rappresenta una sorta di Everest.
Bonatti viene lasciato a terra. Una nave passerà
a riprenderlo tra qualche giorno. Gli tocca subito
fare i conti con una tempesta, che manda in bran-
delli la sua tenda. "Comincia a piovere, all'alba
è l'uragano. Il mare urla e ribolle con infinite cre-
ste spumeggianti. Raffiche di grandine lacerano
in breve il telone, posto ad ulteriore protezione
della tenda, e lo riducono a brandelli, che schioc-
cano come fruste ad ogni ondata di tempesta.
Devo fuggire per evitare il peggio, crcare asso-
lutamente una protezione naturale".
Lucianone
rinara, dopo aver letto un certo numero di libri
che parlano di allucinanti naufragi accaduti a de-
cine di bastimenti trascinati dall'uragano".
Così inizia su "Avventura" (Rizzoli, 1984) il racconto
di Bonatti. Allora il turismo non aveva ancora toccato
Capo Horn e l'alpinista bergamasco dovette rivolger-
si nientemeno che all'ammiraglio Guillermo Barro
Gonzales, comandante della Terza Zona Navale Ci-
lena, di Punta Arenas, da cui anch'io sono salpato 4
giorni fa. Trasportato a Puerto Williams, Bonatti si
imbarca sulla torpediniera Fuentealba, che lo tra-
sporterà al Capo.
Anche questa mattina un vento radente scolpiva la
superficie del mare di onde taglienti. L'acqua ribol-
liva di creste schiumose e la "Stella Australis",
che pure è stata progettata dai cileni per questi sel-
vaggi mari, beccheggiava in modo assai marcato.
Bonatti dipinge in modo particolarmente epico la
sua traversata, che si conclude con la fiera appari-
zione del Capo: "E finalmente, il Capo Horn: che
si eleva nella bruma del controluce come un mostro
fosco e solitario. Il profilo dentellato della sua cima
più alta fa pensare al tridente di Nettuno, minaccio-
samente puntato verso le ignote solitudini dell'ocea-
no". In effetti il luogo ha un aspetto inquietante an-
che in questa giornata ventosa di fine marzo, in cui
tra le solite nubi bluastre della Patagonia si incide
qualche squarcio di azzurro. La violenza dei venti,
lo scontro delle onde dell'Atlantico e del Pacifico,
la desolazione di queste isole aride e rocciose in
cui esplode l'estremo lembo del continente ameri-
cano, sembrano fatti apposta per evocare le trage-
die che si consumano in queste acque grigie e pe-
rennemente agitate. Anche per i velisti di oggi
Capo Horn rappresenta una sorta di Everest.
Bonatti viene lasciato a terra. Una nave passerà
a riprenderlo tra qualche giorno. Gli tocca subito
fare i conti con una tempesta, che manda in bran-
delli la sua tenda. "Comincia a piovere, all'alba
è l'uragano. Il mare urla e ribolle con infinite cre-
ste spumeggianti. Raffiche di grandine lacerano
in breve il telone, posto ad ulteriore protezione
della tenda, e lo riducono a brandelli, che schioc-
cano come fruste ad ogni ondata di tempesta.
Devo fuggire per evitare il peggio, crcare asso-
lutamente una protezione naturale".
Lucianone
martedì 7 maggio 2013
Musica - Gli inossidabili PINK FLOYD
"Animals", decimo album del
gruppo inglese: invettiva anti-capitalista
ideata da Roger Waters

In "Animals" cani contro maiali e Orwell diventa rock
Il primo riferimento di Animals dei Pink Floyd, datato 1977,
è ovviamente a "La fattoria degli animali" di George Orwell,
ma con un mutamento sostanziale del concetto base che
ispira l'opera letteraria. - Se Orwell nella sua allegoria se
la prendeva soprattutto con lo stalinismo, e comunque in
generale con i meccanismi sociali che producono dittature,
Roger Waters adegua la visione al suo personale credo,
che era sostanzialmente anti-capitalista. La critica alla so-
cietà inglese è feroce, e frequenti sono i riferimenti diretti
alla situazione del tempo, ma ovviamente stiamo parlando
dei Pink Floyd e il disco, nel suo languido e onirico flusso
sonoro, più che un manifesto politico, a parte certe punte
di inacidita asprezza, appare come un viaggio nella natura,
con versi di animali sparsi per tutto l'album, evocazioni bu-
coliche acustiche che al momento della sua uscita sembra-
rono una decisa presa di posizione controcorrente, soprat-
tutto in relazione alla rivoluzione punk che stava appena
esplodendo (ed è nota la maglietta che indossava Johnny
Rotten con la scritta "Hate Pink Floyd).
Animals fu comunque un disco controverso, splendido e
misterioso, che rimarcava la sempre più netta leadership
di Roger Waters, ormai saldamente al comando delle
operazioni della band, a cominciare dalla celebre coper-
tina, disegnata come al solito dallo studio Hipgnosis di
Storm Thorgerson ma ideata dallo stesso Waters. L'idea
era quella di ritrarre la famosa ex centrale elettrica londi-
nese, la Battersea Power Station, che coi suoi quattro
fumaioli può sembrare un animale rovesciato, e sopra
far levitare in modo speculare un pallone a forma di ma-
iale (che aveva anche un nome, Algie).
La formazione storica del gruppo. Da in alto a sinistra
in senso orario: Roger Waters, David Gilmour, Richard
Wright e Nick Mason
In Animals la session fotografica ha creato uno degli episodi
più noti e divertenti dell'aneddotica pinkfloydiana. Il pallone
(a forma di maiale) infatti si staccò dagli ormeggi e comin-
ciò a levarsi in volo. Fu diramato un comunicato agli aerei
in arrivo nel cielo di Londra. avvertendoli che avrebbero
potuto incrociare un grosso maiale, che fu poi recuperato
indenne in una campagna nei dintorni della città.
I maiali, nel disco, sono gli arrampicatori sociali, gli arrivi-
sti senza scrupoli, i cani sono i governanti, e le pecore rap-
presentano il popolo che alla fine si ribella alla sopraffazio-
ne. Con un suggello personale di Waters, che con voce e
chitarra acustica (Pigs on the wing 1 e 2) apre e chiude
quello che è stato in ordine di tempo, il terzo album concept
gruppo inglese: invettiva anti-capitalista
ideata da Roger Waters
In "Animals" cani contro maiali e Orwell diventa rock
Il primo riferimento di Animals dei Pink Floyd, datato 1977,
è ovviamente a "La fattoria degli animali" di George Orwell,
ma con un mutamento sostanziale del concetto base che
ispira l'opera letteraria. - Se Orwell nella sua allegoria se
la prendeva soprattutto con lo stalinismo, e comunque in
generale con i meccanismi sociali che producono dittature,
Roger Waters adegua la visione al suo personale credo,
che era sostanzialmente anti-capitalista. La critica alla so-
cietà inglese è feroce, e frequenti sono i riferimenti diretti
alla situazione del tempo, ma ovviamente stiamo parlando
dei Pink Floyd e il disco, nel suo languido e onirico flusso
sonoro, più che un manifesto politico, a parte certe punte
di inacidita asprezza, appare come un viaggio nella natura,
con versi di animali sparsi per tutto l'album, evocazioni bu-
coliche acustiche che al momento della sua uscita sembra-
rono una decisa presa di posizione controcorrente, soprat-
tutto in relazione alla rivoluzione punk che stava appena
esplodendo (ed è nota la maglietta che indossava Johnny
Rotten con la scritta "Hate Pink Floyd).
Animals fu comunque un disco controverso, splendido e
misterioso, che rimarcava la sempre più netta leadership
di Roger Waters, ormai saldamente al comando delle
operazioni della band, a cominciare dalla celebre coper-
tina, disegnata come al solito dallo studio Hipgnosis di
Storm Thorgerson ma ideata dallo stesso Waters. L'idea
era quella di ritrarre la famosa ex centrale elettrica londi-
nese, la Battersea Power Station, che coi suoi quattro
fumaioli può sembrare un animale rovesciato, e sopra
far levitare in modo speculare un pallone a forma di ma-
iale (che aveva anche un nome, Algie).
La formazione storica del gruppo. Da in alto a sinistra
in senso orario: Roger Waters, David Gilmour, Richard
Wright e Nick Mason
In Animals la session fotografica ha creato uno degli episodi
più noti e divertenti dell'aneddotica pinkfloydiana. Il pallone
(a forma di maiale) infatti si staccò dagli ormeggi e comin-
ciò a levarsi in volo. Fu diramato un comunicato agli aerei
in arrivo nel cielo di Londra. avvertendoli che avrebbero
potuto incrociare un grosso maiale, che fu poi recuperato
indenne in una campagna nei dintorni della città.
I maiali, nel disco, sono gli arrampicatori sociali, gli arrivi-
sti senza scrupoli, i cani sono i governanti, e le pecore rap-
presentano il popolo che alla fine si ribella alla sopraffazio-
ne. Con un suggello personale di Waters, che con voce e
chitarra acustica (Pigs on the wing 1 e 2) apre e chiude
quello che è stato in ordine di tempo, il terzo album concept
dei Pink Floyd.
(da la Repubblica - 8 aprile 2013 - Gino Castaldo)
dei Pink Floyd formato da 2 dischi
Uno col repertorio live della band e l'altro con
inediti che mettono in evidenza le singole personalità
Quei suoni che ci trasportano nel futuro
Il titolo è diventato un "brand", un marchio, Ummagumma:
in sè non ha senso, nè la band né ha mai spiegato uno,
ma per una intera generazione, nel pieno del 1969 (era
Woodstock) all'indomani delo sbarco sulla luna, quella
parola acquista un significato magico, alternativo, e
profondo, l'indicazione di un "altrove", di un mondo
nuovo, diverso da tutto. E' così anche la musica dei
Pink Floyd, lontana e diversa, misteriosa e affasci-
nante e 'Ummagumma' è l'incancellabile egno della
loro alterità. Anche la copertina, con il suo gioco
di specchi al contrario, sembra dire "aprite gli occhi,
la mente: la realtà è diversa".
'Ummagumma' è un album doppio, composto da due
dischi diversi, uno dal vivo e uno in studio; il primo
realizzato con brani che già facevano parte del re-
pertorio dei Floyd in concerto, il secondo inedito.
Ma le due metà si completano perchè ci racconta-
no come la band sta cambiando.
Dal vivo la formazione è nel pieno el viaggio astrale
di Astronomy Domine e Set the controls for the heart of
the sun, nella sorprendente energia di Careful with that
axe, Eugene, o nella scoperta dell'invisibile di A saucerful
of secrets, una band compatta e creativa, che lascia spa-
zio ad una straordinaria interazione tra Mason, Gilmour
Waters e Wright.
La parte in studio, invece, mette in evidenza le singole
personalità. Ecco quindi Sysyphus di Rick Wright, divi-
sa in 4 parti, complessa e ricca, in bilico tra classico e
avanguardia. Nick Mason propone The grand vizier's
garden party, viaggio estremo e fantastico tra ritmi e
rumori. Gilmour mantiene dritta la barra dei Floyd,
con The narrow way, dodici minuti psichedelici, come
si caratterizzerà il suono dei lavori seguenti, mentre
Roger Waters continua la sua personale rivoluzione
musicale, sia con la bellissima Grantchester Meadows,
acustica e sognante, sia con la sperimentale Several
species of small furry animals gathered together,
titolo adatto a illustrare la sua volontà di esplorare
il mondo dei suoni in maniera sorprendente.
'Ummagumma' è un gioiello, splendente e misterioso,
che fotografa la band nel pieno del passaggio dalla
prima fase sperimentale, legata alle origini con Barrett,
e la nuova realtà, verso la quale ognuno dei quattro
componenti, a suo modo, si indirizza.
Un disco difficile nella sua parte nuova, nella quale
vengono racchiuse le sorprese più belle, e allo stes-
so tempio un "greatest hits" dal vivo; un album che
porta il mito dei Floyd ai massimi vertici dell'era psi-
chedelica che volgeva verso il tramonto. Tramonto
che i Floyd vedono al punto da intraprendere nuove
strade e chiudere, alla loro maniera, gli anni Sessanta.
Lucianone
inediti che mettono in evidenza le singole personalità
Quei suoni che ci trasportano nel futuro
Il titolo è diventato un "brand", un marchio, Ummagumma:
in sè non ha senso, nè la band né ha mai spiegato uno,
ma per una intera generazione, nel pieno del 1969 (era
Woodstock) all'indomani delo sbarco sulla luna, quella
parola acquista un significato magico, alternativo, e
profondo, l'indicazione di un "altrove", di un mondo
nuovo, diverso da tutto. E' così anche la musica dei
Pink Floyd, lontana e diversa, misteriosa e affasci-
nante e 'Ummagumma' è l'incancellabile egno della
loro alterità. Anche la copertina, con il suo gioco
di specchi al contrario, sembra dire "aprite gli occhi,
la mente: la realtà è diversa".
'Ummagumma' è un album doppio, composto da due
dischi diversi, uno dal vivo e uno in studio; il primo
realizzato con brani che già facevano parte del re-
pertorio dei Floyd in concerto, il secondo inedito.
Ma le due metà si completano perchè ci racconta-
no come la band sta cambiando.
Dal vivo la formazione è nel pieno el viaggio astrale
di Astronomy Domine e Set the controls for the heart of
the sun, nella sorprendente energia di Careful with that
axe, Eugene, o nella scoperta dell'invisibile di A saucerful
of secrets, una band compatta e creativa, che lascia spa-
zio ad una straordinaria interazione tra Mason, Gilmour
Waters e Wright.
La parte in studio, invece, mette in evidenza le singole
personalità. Ecco quindi Sysyphus di Rick Wright, divi-
sa in 4 parti, complessa e ricca, in bilico tra classico e
avanguardia. Nick Mason propone The grand vizier's
garden party, viaggio estremo e fantastico tra ritmi e
rumori. Gilmour mantiene dritta la barra dei Floyd,
con The narrow way, dodici minuti psichedelici, come
si caratterizzerà il suono dei lavori seguenti, mentre
Roger Waters continua la sua personale rivoluzione
musicale, sia con la bellissima Grantchester Meadows,
acustica e sognante, sia con la sperimentale Several
species of small furry animals gathered together,
titolo adatto a illustrare la sua volontà di esplorare
il mondo dei suoni in maniera sorprendente.
'Ummagumma' è un gioiello, splendente e misterioso,
che fotografa la band nel pieno del passaggio dalla
prima fase sperimentale, legata alle origini con Barrett,
e la nuova realtà, verso la quale ognuno dei quattro
componenti, a suo modo, si indirizza.
Un disco difficile nella sua parte nuova, nella quale
vengono racchiuse le sorprese più belle, e allo stes-
so tempio un "greatest hits" dal vivo; un album che
porta il mito dei Floyd ai massimi vertici dell'era psi-
chedelica che volgeva verso il tramonto. Tramonto
che i Floyd vedono al punto da intraprendere nuove
strade e chiudere, alla loro maniera, gli anni Sessanta.
Lucianone
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