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agosto 2013 Visioni post - 56 La sassofonista Melissa Aldana ha qualcosa di Coltrane Ha 24 anni, è cilena ed ha conquistato il figlio del mito (John Coltrane), che le ha donato un microfono speciale (da 'il venerdì di Repubblica' - 9 agosto 2013) A parte qualche nobile eccezione, vedi Mary Lou Williams o Alice Coltrane, le figure femmini- li nel jazz non sono mai state numerose, sempre schiacciate tra il ruolo quasi obbligato della can- tante e la feroce competizione della scena maschile. Da qualche anno a questa parte, però, complice an- che l'inatteso exploit di Esperanza Spalding e quel- lo di musiciste come Matana Roberts o Sharel Cassity, le quote rosa nel jazz sembrano essere (finalmente) in ascesa. " La sassofonista cilena Melissa Aldana, ventiquattro anni e una carriera in rampa di lancio, appartiene de- cisamente a questa tendenza e, dopo il debutto sul palco a fianco di due colossi del genere come Randy Brecker e Danilo Pérez, ha lasciato Santiago del Ci- le, si è trasferita a New York e ha da poco pubblica- to un nuovo album, Second Cycle. "Non so quanto essere una donna mi abbia aiutato" ammette la Aldana "ma di sicuro nel jazz, come in nessun altro genere, conta solo la musica. L'aspet- to esteriore non è una carta che ti puoi giocare a lungo, bisogna sapere suonare". Decisamente ambiziosa, nel nuovo disco la sasso- fonista sudamericana, che in passato si è esibita anche in Italia nel quartetto di Roberto Gatto, ol- tre a rivelare l'influenza sul suo suono di maestri come Sonny Rollins e Charlie Parker, ha avuto un incontro, seppur virtuale, con una leggenda co- me John Coltrane. Il figlio del musicista Ravi, im- pressionato dal suo fraseggio, ha infatti voluto re- galarle uno dei microfoni che Coltrane utilizzò nel 1964 per incidere una pietra miliare come A Love Supreme. Quasi un passaggio di consegne.
Kubrick filming 'Barry Lyndon' Stanley Kubrick (1928 - 1999) è considerato tra i maggiori registi della storia del cinema Nelle sale di tutta Italia "Paura e Desiderio" (29, 30 31 luglio '13), il primo film di Stanley Kubrick che anticipa i suoi futuri capolavori. Quei soldati allo specchio di Kubrick il pacifista (da "L'Eco di Bergamo" / Spettacoli - 28 luglio 2013 - Andrea Frambrosi) Quando Kubrick non era ancora Kubrick. Alle origini del mito, Kubrick ritorno al futuro. Ognuno si scelga il titolo che preferisce per festeggiare l'arrivo nelle sale, solo il 29, 30 e 31 luglio, di "Fear and Desire", primo lungo- metraggio del futuro genio del cinema mondiale che viene distribuito per la prima volta 14 anni dopo la morte del maestro. "Fear and Desire" (Paura e desiderio, 1953) è il primo lungometraggio - dopo tre documentari ("Flying Padre". "Day of the Fight" del 1951 e "The Seafarers" del 1953) - dell'allora 25enne Kubrick. Film che però, diventato successiva- mente il regista di culto che tutti conosciamo, il suo autore ha immediatamente disconosciuto, considerandolo "niente più di un esercizio da amatore", dal risultato "noioso e pretenzioso". Non di meno, dovrà essere sicuramente salutato come un evento l'uscita di questa copia pratica- mente inedita completamente restaurata in hd dalla Library of Congress di Washington e dop- piata per la prima volta in italiano. Presentato in Italia da Qmi e Minerva Pictures, sul sito www.kubrickalcinema.it e www.qmi.it. oltre al- l'elenco completo delle sale aderenti (nella ber- gamasca Uci Curno, Ariston Treviglio e San Marco in città) è possibilevisualizzare il trailer del film e acquistare il biglietto d'ingresso. Con un semplice login, inoltre, tutti i fan potranno scoprire, rispondendo ad alcune domande sulla vi- ta e la carriera di Kubrick, quale personaggio dei suoi film meglio li rappresenta, per poi condivi- derlo su facebook. - Dall'homepage del sito gli utenti possono anche ascoltare la playlist con le musiche più famose dei grandi successi del mae- stro creata ad hoc da Deezer, media partner del- l'evento, per l'uscita nelle sale di "Fear and De- sire".
Certo con il senno di poi è facile, oggi, rintracciare in questo primo lavoro di una certa compiutezza i temi, gli stili, le osses- sioni e i rimandi che poi si sarebbero sus- seguiti in una delle carriere più emblema- tiche della storia del cinema.Non di me- no, analizzando il lavoro è impossibile non rintracciarvi almeno i semi da cui nasce- ranno i futuri frutti. Il lavoro, della durata di poco più di un'ora, si sviluppa in tre mo- vimenti o, se preferiamo, in tre atti.
-LA STORIA - Quattro soldati di un imprecisato esercito che stanno combattendo in un'imprecisata guerra in un altrettanta imprecisata zona (da cui l'astrattezza stilistica del lavoro) devono ricongiun- gersi al proprio esercito. Decidono così di costruire una zattera per scendere lungo il fiume che scorre nella foresta in cui si trovano. Dopo uno scontro vittorioso con una pattuglia nemica, dopo il quale uno dei quattro dà segni di squilibrio, incontrano una ragazza. Temendo che possa tradirli, la lega- no ad un albero. Nel corso di una colluttazione con uno dei soldati che ha tentato di violentarla, rimar- rà però uccisa. Intanto, intercettato il commando avversario, due dei soldati si avvicinano, ma si ac- corgono che i militari nemici hanno i loro stessi volti: quando si avvicinano per dare il colpo di gra- zia, gli sembra di guardarsi in uno specchio. Riuni- tisi agli altri, aspettano la zattera per discendere il fiume. Come si vede, tra i tanti - il pacifismo, la guerra, la violenza, la presenza perturbante della donna - emerge già, prepotente, il tema del "doppio" che Stanley Kubrick mutua dalla "Traumnovelle" dall'amato scrittore (e medico) viennese Arthur Schnitzler e che, molti anni dopo, gli servirà co- me base per "Eyes Wide Shut" (1999), che sarà il suo ultimo film. Un cerchio chiuso che si riapre, in un certo senso, ritornando alle origini di un mi- to che l'autore newyorkese ha sapientemente co- struito tra genio e regolatezza all'insegna di una
maniacalità diventata ben presto leggendaria.
IL COMMENTO Solo 13 film in 50 anni ma tutti necessari. Topolin, Topolin... Viva Topolin... E' uno dei più folgoranti finali del cinema, in "Full Metal Jacket" (1987) del grande Stanley Kubrick, motivo cantato mentre le truppe Usa tornano disfatte da una scon- fitta in Vietnam. Un film che commuove e che fa storia. "Tu non vivrai per sempre - dice l'inflessi- bile sergente a una recluta - ma il corpo dei marines ha un buon motivo per continuare a vivere". Topo. lin,,, Topolin... Intanto il massacro continua. Si annuncia, per i prossimi giorni, il film che segnò l'inizio della carriera strepitosa di Kubrick (1928- 1999), "Fear and Desire". Inedito in Italia è stato completamente restaurato in hd dalla Library of Congress di Washington e doppiato per la prima volta in italiano. Il film sta per essere proiettato in oltre 90 sale in tutta Italia. In quasi 50 anni que- sto eccezionale regista ha diretto solo 13 lungome- traggi, significando ancora una volta che i veri ar- tisti non lavorano a cottimo ma soltanto quando ne avvertono la necessità. Anche solo un rapido sguardo ai suoi film - che ogni appassionato di cinema ha visto e ben ricor- da - ci permette di affermare che ognuno di essi ha una precisa ragione d'essere, è valido e "de- finitivo". Pensiamo, per farla breve, a "Orizzon- ti di gloria" (1957), con Kirk Douglas sulle fango se trincee della prima guerra mondiale, a "Lolita" (1962), con James Mason e Sue Lyon, finanche superiore al bst seller di Nabokov, a "Barry Lyn- don" (1975), sontuosa ricostruzione del romanzo settecentesco di Thackeray, a "Shining" (1980), con Jack Nicholson e Shelley Duvall terrorizzati da occulte, ma familiari, presenze in un hotel ab- bandonato, al "Dottor Stranamore" (1964), sul ba- ratro della guerra atomica e, in fine, senza dimen- ticare il finimondo "domestico" di "Arancia mec- canica", a "2001: Odissea nello spazio" (1968), che costringe l'aspetto fantascientifico dentro l'involucro della filosofia. Fino al testamento di "Eyes Wide Shut" (1999), con Tom Cruise e Ni- cole Kidman, sul baratro esistenziale tra l'aldi- qua e l'aldilà. Con tutto che i suoi film non fossero facili da capi- re e memorizzare lui, Stanley, era un uomo sem- plice, un amico. A quei pochi giornalisti che riusci- vano a parlargli, noi tra questi a Venezia nel '62, l'anno di "Lolita", diceva subito; "Non mi parli dificile, per favore". Impagabile. Grandezza del genio. Lucianone
6 luglio 2013 - sabato visioni post - 7 Da sempre appassionato di misteri e di codici segreti, Dan Brown ha messo questi suoi interessi al centro dei due best-seller che hanno conquistato le classifiche di tutto il mondo: 'Il codice Da Vinci' e 'Angeli e demoni'. Dan Brown: "Un romanzo è come la vitasenza le parti noiose. / Non sono un teorico del complotto ma credo nelle mie storie." Questo ha detto, tra altre cose, lo scrittore statunitense durante il Dialogo-intervista avuto, alla Repubblica del- le Idee di Firenze, con il giornalista Vittorio Zucconi. (da la Repubblica / R2CULTURA - 7 giugno 2013 - Laura Montanari) Dove si trovano le parole, come si costruisce una storia che diventa un thriller di successo, pagine che milioni di lettori a varie latitudini del mondo divorano per ar- rivare a una fine uguale per tutti, un punto messo a fuoco. Con Dan Brown è un rischio: la fine spesso non ha i contorni così definiti e limpidi da tranquillizzarci. una volta arrivati al capolinea. "Scrivere una fiction è come scrivere della vita tagliando tutto quello che è noios", dice Dan Brown, lo scrittore americano del mi- stero e dei mille segreti che circondano le sue storie, dal Codice Da Vinci all'ultimo Inferno(Mondadori). Si racconta consegnandosi senza ombre a Vittorio Zucconi. E' uno degli incontri più attesi della prima giornata fiorentina della Repubblica delle Idee (tut- to esaurito da giorni). Due poltroncine sul palcosce- nico, Palazzo Vecchio, Salone del Cinquecento, in- torno un perimetro di affreschi e armonie artistiche. E' anche, e non a caso, uno dei luoghi dell'ultimo romanzo di Dan Brown. V. Zucconi - Nelle sue siorie c'è spesso l'idea di poteri che ci nascondono le cose. D. Brown - Scrivo il romanzo che da lettore vorrei leggere. Zucconi - E' vero che per farsi venire delle idee e far circolare meglio il sangue, a volte si appende a testa in giù? Brown - Può sembrare strano ma è così. Mettersi a testa in giù è un altro modo di vedere il mondo, cambia la prospettiva... e questo aiuta. Zucconi - Come costruisce una trama? Parte da un'idea e mette intorno un racconto? Brown - Per me scrivere è come realizzare una casa, bisogna cominciare dalle fondamenta e farlo bene, avere le grandi linee della storia in testa. Di Inferno ho scritto all'inizio cento pagine, poi ci ho lavorato su (sono diventate 522, ndr). Se non ho chiaro dove voglio arrivare, rischio di andare avanti e poi fer- marmi senza trovare una via d'uscita quando sono al 99 per cento del libro. Mentre facevo le ricerche per Inferno e prima ancora per Il codice Da Vinci, mi sono reso conto che la filosofia e la storia della Chiesa diventavano per me sempre più affascinan- ti e l'influenza che ha avuto la visione dantesca dell'Inferno cristiano fosse la più precisa e la più particolareggiata. Lo so che era già stato descrit- to nella Bibbia e che un aldilà c'era anche nella mitologia classica, ma è Dante ad averne dato una narrazione completa, vivida e terribile. La storia prosegue anche così. Zucconi - Certo è molto coraggioso, lei che è americano, venire qui a parlare di Dante ai fio- rentini. Brown - (ride) Il mio romanzo è una lettera d'amore a Dante, a Firenze, alla vostra cultura. Zucconi - In Inferno lei parla di un misterioso Consortium e aggiunge una postilla: "E' un'or- ganizzazione privata con sedi in sette diversi paesi. Il nome è stato cambiato per motivi di sicurezza e privacy". Lei crede a quello che scrive? Brown - Assolutamente sì. Sono più uno scettico che non un teorico del complotto. Zucconi - Ci sono casi in cui le teorie complottistiche nascono per esempio, dal rifiuto di credere che 19 ter- roristi possano dirottare aerei e colpire il cuore di New York sconvolgendo il mondo. Ha mai pensato a scrivere un libro sull'11 settembre? Brown - Penso che non ne sarei capace, provo anco- ra troppo dolore. Non mi sento pronto. Quanto ai com- plotti, il passato ha dimostrato come a volte anche un solo uomo possa cambiare il corso della storia. Zucconi - Cambiando completamente argomento, perchè nei suoi libri non c'è quasi mai sesso? Brown - Mi sono posto come sfida di creare bestseller senza il sesso. In Inferno c'è in realtù una scena ripetu- ta due volte, ma lì era indispensabile. Non metto nei li- bri ingredienti come sesso e violenza gratuita per ven- dere di più, li metto soltanto se li ritengo funzionali e importanti rispetto alla storia chr vado a raccontare.
Dan Brown Zucconi - In Inferno a un certo punto spiega che Dante ha scritto in volgare per frsi capire da tutti, mi è sembrato.di cogliere in quel passaggio un suo riferimento a chi la critica dicendo magari che lei non è uno scrittore raffinato, che non usa un ingle- se dickensiano ma una lingua nazionalpopolare... Brown - Uno scrittore o un artista o un musicista quando compongomo qualcosa si lasciano in gene- re guidare dal proprio gusto. Scrivo cose che piac- ciono a me. Zucconi - In Inferno lei affronta anche il tema della crescita esponenziale della popolazione del pianeta. Brown - Negli ultimi 85 anni la popolazione del mondo è triplicata, ogni giorno nascono 200mila bambini. E' un tema che mi interessa molto e di cui parlo nel romanzo, ma ho rispetto dei lettori e non suggerisco delle soluzioni, mi basta che si facciano un'idea del problema. La stessa cosa va- le quando parlo del bene e del male, penso che anche i cattivi abbiano delle ragioni per compor- tarsi in quel determinato modo e quindi bisogna interrogarsi, non smettere di farsi delle domande prima di giudicare. Farsi domande del resto è il solo modo per vincere l'apatia. Zucconi - Con Il Codice da Vinci è stato attac- cato da certi ambienti della Chiesa. Brown - Non mi sarei mai aspettato che chiedersi quale fosse il senso del Cristianesimo se Gesù non fosse stato il Figlio di Dio, potesse scatenare tante reazioni. Sono vissuto in una famiglia in cui quel- le domande si potevano fare... Zucconi - In alcuni suoi libri, penso al Simbolo per- duto, lei insiste sul ruolo della Massoneria: può prendere un dollaro e mostrarci i simboli che trova sopra? Brown - (frugandosi nelle tasche e tirando fuori una banconota verde e mostrandola alla sala): Qui c'è una piramide non terminata... ecco penso che una piramide non terminata sia per noi un simbolo: possiamo fare ancora delle cose e farle bene, non dobbiamo smettere di costruire. Lo penso profondamente, nel mio cuore.
Dan Brown a Firenze "La verità del ghiaccio" Nuovo, sorprendente romanzo di Dan Brown 'Un misto di scienza, storia e politica; un fuoco di fila di colpi di scena tra la Casa Bianca e il Polo Nord' (Corriere della Sera). Quale mistero nasconde il meteorite scoperto dalla NASA non lontano dal Polo Nord? Un gruppo di scienziati indaga. Ma il rischio è molto alto. La notizia è di quelle che potrebbero rivoluzionare la scienza e sconvolgere la Storia: al di là dell'82° parallelo, dove l'isola di Ellesmere si protende verso i ghiacci del Polo Nord, la NASA ha indivi- duato un meteorite molto particolare. Anzi unico. Al suo interno, infatti, cela dei fossili di insetti. Un segno inequivocabile che da qualche parte, nell'Universo, c'è vita.
Il Mito Walter Bonatti - Dopo essersi ritirato, nel 1955, dall'attività di scalatore, cominciò a viaggiare in terre remote. visioni post - 111 Il viaggio - 43 anni fa W. Bonatti si imbarcò sulla torpediniera 'Fuentealba' e salpò da Punta Arenas.
Walter Bonatti nel 1954
(da 'Corriere della Sera' - 7 aprile 2013 - di Franco Brevini) A Capo Horn sulle tracce di Walter Bonatti "Paesaggio apocalittico, senza orizzonte" La fine del mondo, il punto più meridionale del- l'America, una leggenda nella storia dell'esplora- zione, un mito per ogni velista: Capo Horn è tutto questo e altro ancora. I pensieri si affollano, men- tre il solito vento patagonico cerca di buttarmi a terra non appena emergo sull'altopiano dell'isola. In basso, nella piccola cala, lo "zodiac" che mi ha portato a terra dopo una danza infernale sulle onde. In rada all'ancora la nave delle "Cruceros Austra- lis", che una volta alla settimana permette anche alla gente comune di raggiungere il selvaggio Capo posto a oltre 55 gradi di latitudine sud, davanti allo stretto di Drake: l'ultimo ricordo di terre quasi nor- mali prima dell'assurdità glaciale dell'Antartide. Mentre salgo verso il monumento di ferro che raffi- gura un albatrio e che ricorda tutti i navigatori che hanno doppiato il mitico Cabo de Hornos, come lo chiamano i cileni a cui appartiene, ripenso che qua- rantatrè anni fa calpestava questa stessa erba gial- la e tagliente il più famoso alpinista ed esploratore bergamasco: WALTER BONATTI. Dopo il ritiro dall'attività di scalatore, nel 1965, Bo- natti aveva cominciato a viaggiare in terre remote quale avventuroso inviato di "Epoca". I suoi servi- zi, corredati dalle primesbalorditive immagini della wilderness che giungessero agli italiani, hanno fat- to sognare più di una generazione. Io stesso credo
diu avere maturato la mia passione per i grandi
spazi del mondo su quelle pagine patinate, corre-
date di fotografie che oggi possono farci sorridere,
ma che allora erano ambasciatrici di favolose lon-
tananze per l'Italia del boom economico.
"Mi è venuta l'idea di raggiungere Capo Horn, il
più remoto e leggendario scoglio della storia ma- rinara, dopo aver letto un certo numero di libri che parlano di allucinanti naufragi accaduti a de- cine di bastimenti trascinati dall'uragano". Così inizia su "Avventura" (Rizzoli, 1984) il racconto di Bonatti. Allora il turismo non aveva ancora toccato Capo Horn e l'alpinista bergamasco dovette rivolger- si nientemeno che all'ammiraglio Guillermo Barro Gonzales, comandante della Terza Zona Navale Ci- lena, di Punta Arenas, da cui anch'io sono salpato 4 giorni fa. Trasportato a Puerto Williams, Bonatti si imbarca sulla torpediniera Fuentealba, che lo tra- sporterà al Capo. Anche questa mattina un vento radente scolpiva la superficie del mare di onde taglienti. L'acqua ribol- liva di creste schiumose e la "Stella Australis", che pure è stata progettata dai cileni per questi sel- vaggi mari, beccheggiava in modo assai marcato. Bonatti dipinge in modo particolarmente epico la sua traversata, che si conclude con la fiera appari- zione del Capo: "E finalmente, il Capo Horn: che si eleva nella bruma del controluce come un mostro fosco e solitario. Il profilo dentellato della sua cima più alta fa pensare al tridente di Nettuno, minaccio- samente puntato verso le ignote solitudini dell'ocea- no". In effetti il luogo ha un aspetto inquietante an- che in questa giornata ventosa di fine marzo, in cui tra le solite nubi bluastre della Patagonia si incide qualche squarcio di azzurro. La violenza dei venti, lo scontro delle onde dell'Atlantico e del Pacifico, la desolazione di queste isole aride e rocciose in cui esplode l'estremo lembo del continente ameri- cano, sembrano fatti apposta per evocare le trage- die che si consumano in queste acque grigie e pe- rennemente agitate. Anche per i velisti di oggi Capo Horn rappresenta una sorta di Everest.
Bonatti viene lasciato a terra. Una nave passerà a riprenderlo tra qualche giorno. Gli tocca subito fare i conti con una tempesta, che manda in bran- delli la sua tenda. "Comincia a piovere, all'alba è l'uragano. Il mare urla e ribolle con infinite cre- ste spumeggianti. Raffiche di grandine lacerano in breve il telone, posto ad ulteriore protezione della tenda, e lo riducono a brandelli, che schioc- cano come fruste ad ogni ondata di tempesta. Devo fuggire per evitare il peggio, crcare asso- lutamente una protezione naturale". Lucianone
"Animals", decimo album del gruppo inglese: invettiva anti-capitalista ideata da Roger Waters
In "Animals" cani contro maiali e Orwell diventa rock Il primo riferimento di Animals dei Pink Floyd, datato 1977,
è ovviamente a "La fattoria degli animali" di George Orwell,
ma con un mutamento sostanziale del concetto base che
ispira l'opera letteraria. - Se Orwell nella sua allegoria se
la prendeva soprattutto con lo stalinismo, e comunque in
generale con i meccanismi sociali che producono dittature,
Roger Waters adegua la visione al suo personale credo,
che era sostanzialmente anti-capitalista. La critica alla so-
cietà inglese è feroce, e frequenti sono i riferimenti diretti
alla situazione del tempo, ma ovviamente stiamo parlando
dei Pink Floyd e il disco, nel suo languido e onirico flusso
sonoro, più che un manifesto politico, a parte certe punte
di inacidita asprezza, appare come un viaggio nella natura,
con versi di animali sparsi per tutto l'album, evocazioni bu-
coliche acustiche che al momento della sua uscita sembra-
rono una decisa presa di posizione controcorrente, soprat-
tutto in relazione alla rivoluzione punk che stava appena
esplodendo (ed è nota la maglietta che indossava Johnny
Rotten con la scritta "Hate Pink Floyd). Animals fu comunque un disco controverso, splendido e
misterioso, che rimarcava la sempre più netta leadership
di Roger Waters, ormai saldamente al comando delle
operazioni della band, a cominciare dalla celebre coper-
tina, disegnata come al solito dallo studio Hipgnosis di
Storm Thorgerson ma ideata dallo stesso Waters. L'idea
era quella di ritrarre la famosa ex centrale elettrica londi-
nese, la Battersea Power Station, che coi suoi quattro
fumaioli può sembrare un animale rovesciato, e sopra
far levitare in modo speculare un pallone a forma di ma-
iale (che aveva anche un nome, Algie).
La formazione storica del gruppo. Da in alto a sinistra in senso orario: Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason
In Animals la session fotografica ha creato uno degli episodi
più noti e divertenti dell'aneddotica pinkfloydiana. Il pallone
(a forma di maiale) infatti si staccò dagli ormeggi e comin-
ciò a levarsi in volo. Fu diramato un comunicato agli aerei
in arrivo nel cielo di Londra. avvertendoli che avrebbero
potuto incrociare un grosso maiale, che fu poi recuperato
indenne in una campagna nei dintorni della città. I maiali, nel disco, sono gli arrampicatori sociali, gli arrivi-
sti senza scrupoli, i cani sono i governanti, e le pecore rap-
presentano il popolo che alla fine si ribella alla sopraffazio-
ne. Con un suggello personale di Waters, che con voce e
chitarra acustica (Pigs on the wing 1 e 2) apre e chiude
quello che è stato in ordine di tempo, il terzo album concept
dei Pink Floyd.
(da la Repubblica - 8 aprile 2013 - Gino Castaldo)
dei Pink Floyd formato da 2 dischi
Uno col repertorio live della band e l'altro con inediti che mettono in evidenza le singole personalità
Quei suoni che ci trasportano nel futuro
Il titolo è diventato un "brand", un marchio, Ummagumma: in sè non ha senso, nè la band né ha mai spiegato uno, ma per una intera generazione, nel pieno del 1969 (era Woodstock) all'indomani delo sbarco sulla luna, quella parola acquista un significato magico, alternativo, e profondo, l'indicazione di un "altrove", di un mondo nuovo, diverso da tutto. E' così anche la musica dei Pink Floyd, lontana e diversa, misteriosa e affasci- nante e 'Ummagumma' è l'incancellabile egno della loro alterità. Anche la copertina, con il suo gioco di specchi al contrario, sembra dire "aprite gli occhi, la mente: la realtà è diversa". 'Ummagumma' è un album doppio, composto da due dischi diversi, uno dal vivo e uno in studio; il primo realizzato con brani che già facevano parte del re- pertorio dei Floyd in concerto, il secondo inedito. Ma le due metà si completano perchè ci racconta- no come la band sta cambiando. Dal vivo la formazione è nel pieno el viaggio astrale di Astronomy DomineeSet the controls for the heart of the sun, nella sorprendente energia di Careful with that axe, Eugene, o nella scoperta dell'invisibile diA saucerful of secrets, una band compatta e creativa, che lascia spa- zio ad una straordinaria interazione tra Mason, Gilmour Waters e Wright. La parte in studio, invece, mette in evidenza le singole personalità. Ecco quindi Sysyphus di Rick Wright, divi- sa in 4 parti, complessa e ricca, in bilico tra classico e avanguardia. Nick Mason propone The grand vizier's garden party, viaggio estremo e fantastico tra ritmi e rumori. Gilmour mantiene dritta la barra dei Floyd, con The narrow way, dodici minuti psichedelici, come si caratterizzerà il suono dei lavori seguenti, mentre Roger Waters continua la sua personale rivoluzione musicale, sia con la bellissima Grantchester Meadows, acustica e sognante, sia con la sperimentale Several species of small furry animals gathered together, titolo adatto a illustrare la sua volontà di esplorare il mondo dei suoni in maniera sorprendente. 'Ummagumma' è un gioiello, splendente e misterioso, che fotografa la band nel pieno del passaggio dalla prima fase sperimentale, legata alle origini con Barrett, e la nuova realtà, verso la quale ognuno dei quattro componenti, a suo modo, si indirizza. Un disco difficile nella sua parte nuova, nella quale vengono racchiuse le sorprese più belle, e allo stes- so tempio un "greatest hits" dal vivo; un album che porta il mito dei Floyd ai massimi vertici dell'era psi- chedelica che volgeva verso il tramonto. Tramonto che i Floyd vedono al punto da intraprendere nuove strade e chiudere, alla loro maniera, gli anni Sessanta. Lucianone
Sul letto di una stanza dai muri scrostati un gatto sembra osservare
una donna e un bebè che dormono, quasi testa a testa,
nella penombra:
è una foto che Elliott Erwitt fece 60 anni fa a New York.
Fu esposta nella famosa mostra "The Family of man", inventata
da Edward Steichen, direttore all'epoca del dipartimento di
fotografia del Moma, e alla fine degli Anni 50 approdò anche
a Palazzo Madama di Torino: "Potevamo lasciarla qui", ha
commentato (ieri) il grande fotografo, inaugurando
l'esposizione targata Magnum e Silvana Editoriale che propone
nella corte medievale dello stesso palazzo 186 fra i suoi
scatti più famosi in bianco e nero.
JAPAN
Nato a Parigi da una famiglia ebraica (all'anagrafe fa Elio
Romano Erwitz), Erwitt visse l'infanzia in Italia e nel '38
si rifugiò con i suoi in America per sfuggire alle leggi
razziali. Iniziò a masticare fotografia a Los Angeles
e poi a New York, dove nel '48 conobbe big del-
l'immagine come Robert Capa e Edward Steichen.
Ma anche Roy Stryker, direttore della Farm Security
Administration, mitica istituzione mamma di tutto
il documentarismo sociale a stelle e strisce, che
l'assume per un progetto della Standard Oil.
Negli Anni 50 il salto alla Magnum (di cui sarà
anche presidente) che gli consentirà una vita
da globetrotter con la macchina fotografica
prima di cimentarsi pure con il cinema.
Quella con la donna e il bebè non è una foto
qualsiasi: a essere ritrattii sono la moglie e
il figlio di Erwitt, e viene in mente che lui
si senta il gatto. D'altronde un che di gattoso
sembra averlo ancora oggi, mentre risponde
sornione alle domande dei giornalisti.
USA 1953, NEW York City
Come ha fatto a trovarsi sempre al posto giusto al momento giusto? ". A volte mi è capitato, ma voi non non vedete tutte quelle in cui ho fallito, anche perchè cerco di non esibirle". Perchè i suoi soggetti sono so- vente bambini e cani? "Perchè avevo tanti bambini e tanti cani". E un pò di tempo fa spiegò che i cani hanno il vantaggio rispetto agli uomini di non chie- derti la stampa delle foto che gli fai. Proprio ai cani è dedicata la prima parte della mostra. Anche se si capisce che ad attirare la curiosità di Erwitt non sono tanto gli animali quanto e soprattutto il loro rapporto con gli uomini. Già in queste prime immagini emerge la caratteristica di fondo delle foto di Erwitt: lo sguardo ironico. "Ma io - si schermisce lui - non cerco l'ironia, fotografo solo quello che vedo".
USA 2000, New York City
France 1989, Paris
Peccato che altri fotografi non sappiano cogliere come lui le "assonanze" tra un gruppo di oche e uno di ragazze che camminano in Ungheria, o la similitudine tra un pellicano e un rubinetto. O immortalare la bambina che si mette in piedi al Metropolitan accanto alle statue egizie. Questo sguardo capace di cogliere l'ironia delle situazioni a volte si sofferma anche negli spazi angusti di una camera d'hotel (è un'altra delle sue serie famose), dove Erwitt si diverte a sotto- lineare i ghirigori di una tappezzeria riflessa in uno specchio quasi fosse un quadro di Gnoli. O spazia nelle città come Berlino, dove riesce a mettere la luna in equilibrio su una statua, o in Messico dove un'antenna televisiva gioca con l'aureola di un santo. La vita urbana l'affascina in tutti i suoi aspetti, ferma attimi e situazioni a New York (la turista davanti al grattacielo avvolta nella nebbia) come a New Orleans (splendidi i bambini in marcia con gli strumenti musicali in una jam session all'aper- to), a Parigi (i ragazzi con le maschere di Stanlio e Ollio) come a Hoboken nel New Jersey (i panni ste- si quasi fossimo a Napoli).
Spain 1952, Valencia
USA, New York, Jackie Geason 1944 / Actor - Astonishment - Eye - Face
Come molti dei fotografi della Magnum, Erwitt si è anche cimentato con i grandi della storia e dello spettacolo: abbiamo in mostra Krusciov e Nixon nel 1959 e una delle foto più belle mai fatte a Castro: non puoi, a vederlo in quel grup- po di rivoluzionari, non pensare a un Cristo d'un quadro caravaggesco. Ci sono Jacqueline e Robert Kennedy al funerale di John, nel 1963. Non manca la famosa foto sul set del film "maledetto" Misfits (Gli spostati), del 1961. Ritrae Marilyn Monroe e l'intera troupe, da Montgomery Clift a Clark Gable, che moriranno uno dopo l'altro, secondo una leggenda, perchè il film fu girato nel Nevada non distante dal luo- go dove durante la guerra si facevano gli esperi- menti nucleari per le bombe di Hiroshima.
Usa 1968, Florida Keys
USA 1963, Arlington,Virginia, Jacqueline Kennedy
at John F. Kennedy's funeral
CUBA 1964, Havana Che GUEVARA
Che differenza c'è tra fotografare persone famose e semplici passanti? "Nessuna - dice Erwitt - , solo che le persone famose la gente le riconosce". E di Marilyn Monroe: "Non c'è niente che sia più d'aiu- to a una carriera che morire giovani". Perchè pre- ferisce il bianco e nero? "Non lo preferisco: tanto che il mio prossimo libro sarà di foto a colori".
La regista tedesca Von Trotta: 'con questo film sulla filosofa Hannah Arendt il mio omaggio alla Germania migliore' Il film sull'autrice del celebre libro "La banalità del male" è interpretato da Barbara Sukowa, e racconta la partecipazione della Arendt al processo ad Adolf Eichmann.
(da la Repubblica - 30/01/2013 - Andrea Tarquini da Berlino)
Con Wim Wenders, Werner Herzog, Margarethe Von
Trotta e tanti altri il grande cinema tedesco ci stupì e ci
incantò dagli anni Sessanta a prima della caduta del
Muro. Ora il film made in Germany torna a una sfida im-
portante con Margarethe Von Trotta e il suo Hannah Arendt (in uscita in Germania).
Il film è dedicato alla grande filosofa, storica e scrittrice
tedesca emigrata negli States, ma non racconta tutta
la sua biografia, bensì un momento decisivo della sua
carriera. Quello in cui Hannah Arendt fu testimone e cro-
nista d'eccezione a Gerusalemme, al processo per crimi-
ni contro l'umanità ad Adolf Eichmann, l'ingegnere del-
l'Olocausto. Lei che studiò a fondo la genesi di ogni to-
talitarismo, e provocò e irritò la sinistra comparando il
nazionalsocialismo al socialismo reale staliniano, allora
fece ancora un altro balzo in avanti: raccontò e poi de-
scrisse in un celebre libro la "banalità del male".
"Molta gente a sinistra allora la schivò, la evitò, per-
chè lei pronunciò verità scomode, già nel 1951 nel
suo libro sul totalitarismo paragonò i crmini nazisti
con quelli del comunismo sovietico e anoi di sinistra
ciò suonava sospetto", dice Margarethe Von Trotta
nella recente, bellissima intervista a due voci che ha
concesso a Marie Luise Knott e Christiane Peitz del
quotidiano liberal berlinese Der Tagesspiegel, insie-
me a Barbara Sukowa, l'attrice tedesco-americana
di origini polacche. "Ancora oggi", continua Von
Trotta, "ci sono persone che rifiutano il pensiero di
Hannah Arendt perchè analizzò entrambi i totalitari-
smi".
Margarethe von Trotta
Il processo ad Adolf Eichmann, ricordiamolo, fu uno
dei più grandi eventi mediatici del dopoguerra. L'in-
gegnere che eseguì con precisione industriale assolu-
ta l'ordine hitleriano della "soluzione finale del proble-
ma ebraico" , si era nascosto in Argentina. Nel 1960
un commando dell'intelligence israeliano, giunto a
Buenos Aires con falsi contratti da tecnici edili a bor-
do di un DC4 con falsa matricola civile, lo sequestrò
e lo portò in Israele. Al processo, le cui riprese re-
stano memorabili (e in alcune parti compaiono anche
nel film della Von Trotta), Eichmann ammise, da fred.
do ingegnere privo d'emozioni, ogni colpa descriven-
do qualsiasi minimo dettaglio, da come dovevano fun-
zionare i forni alla quantità di gas Zyklone-B usata
ogni volta. Fu condannato a morte e impiccato.
Hannah Arendt scrisse per i media americani il grande
resoconto del processo e ora il cinema riporta agli oc-
chi delle giovani generazioni tedesche quella memoria
terribile che per fortuna viene insegnata loro ogni gior-
no a scuola. Un ruolo difficile da interpretare per la
protagonista del film. "Se devo affrontare una parte",
dice Barbara Sukowa, "non mi pongo troppe doman-
de, ma ho letto il copione senza sapere molto di Han-
nah Arendt, poi informandomi mi sono stupita di
quanto tempo dedicava al teatro, ai concerti, agli ami-
ci". Piccola difficoltà: Barbara Sukowa non fumatrice
ha dovuto imparare ad avere una sigaretta in mano a
ogni scena, perchè "Hannah Arendt senza sigaretta
non è realistica".
Margarethe Von Trotta ha studiato a lungo ogni
dettaglio di Hannah Arendt, ogni video o filmato
disponibile su di lei o su sue interviste. "La sua
intervista alla tv pubblica con Guenter Gaus",
racconta la regista "mi colpì sulle prime per la
sua apparente arroganza, ma poi capii che quello
era anche il suo charme, tra sorrisi e senso dell'u-
morismo".
Il film sulla Arendt si inserisce in una ideale trilogia
cinematografica che Von Trotta ha dedicato ad al.
trettante figure femminili decisive nella storia tede-
sca, tutte peraltro interpretate da Barbara Sukova:
da Rosa Luxemburg nel film del 1986 alla mistica
Hildegard von Bingen in "Vision" del 2009. La re-
gista spiega di aver studiato a lungo la storia di
Hannah, prima di decidere la prospettiva dalla
quale raccontarla. "Non mi convinceva fare un film
generico sulla sua fuga in Francia dal nazismo, sul-
la prigionia nel Lager, sull'esilio in America.Voleva-
mo dedicare la pellicola al suo pensiero, per far ri-
flettere gli spettatori, come se il film fosse tratto
dai suoi appunti, per questo ci siamo concentrati
sulla sua resa dei conti con la storia, al processo
contro Adolf Eichmann; come ogni eroe positivo,
anche Hannah Arendt ha bisogno nella narrazione
filmica di un antieroe".
Il film è preciso in ogni particolare, notano Von
Trotta e Barbara Sukowa. Dai momenti in cui
l'allora direttore del New Yorker, Wilian Shawn,
aspettava nervoso il testo del reportage di Han-
nah sul processo ad Eichmann divorando le ma-
tite , fino ai dettagli più minuti: "Hannah Arendt
non era una donna grigia vestita di grigio come
molti la ricordano" nota Barbara Sukowa, "usa-
va sempre il rossetto, e indossava una collana
di perle o un braccialetto prezioso, e vestiva
sempre con gonna e pullover, non amava i jeans"..
La felicità fragile come il vetro di Sylvia Plath Una nuova biografia, a mezzo secolo dal suicidio della Plath, racconta i suoi anni prima di incontrare Ted Hughes
(da la Repubblica / R2CULTURA - 08/02/2013 - di Leonetta Bentivoglio) E trascorso mezzo secolo da quel mattino gelido, la cui immagine resta fissata nella memoria storica del "femminile" con la perentorietà di una tragedia greca. L'11 febbraio 1963, Sylvia Plath chiude porte e finestre della sua casa londinese e si toglie la vita, infilando la testa nel forno a gas. Il gesto è incorni- ciato da una cura quasi teatrale dei dettagli: prima di suicidarsi, Sylvia posa pane e latte accanto ai let- ti dei suoi bambini addormentati, Frieda e Nicholas, spalancando la finestra della loro stanza per salvarli. La poetessa di culto del Novecento a quell'epoca ha trent'anni, e ha appena pubblicato il romanzo "La campana di vetro" (The Bell Jar).
Presto la diafana autrice si trasforma in un fragoroso
campo di battaglia. Lo è per il marito, il poeta Ted Hughes, bersaglio di accuse e sospetti, , oltre che de- positario del patrimonio testuale lasciato dalla moglie. Lo è per i biografi, accaniti nell'indagare l'itinerario breve e fertilissimo di una creatura magnetica nel suo groviglio di ferite e squilibri. Lo è per il pensiero fem- minista, che s'appropria dell'anima straziata di Sylvia facendone un vessillo spesso irrigidito negli obiettivi e nelle strategie. Come ha scritto Nadia Fusini nell'introduzione al Me ridiano dedicato all'opera della Plath, suonano incon- grue le catalogazioni dei suoi versi in etichette quali poesia femminista, poesia femminile o poesia confes- sionale. Sylvia non è un "io" lirico e autobiografico: il suo genio sfugge alle banalità di attributi quali don- na, bianca, gelosa, aggressiva, sofferente, tradita del marito.