sabato 1 settembre 2012

Musica - La vita di Amy Winehouse / Seconda parte

Un segreto industriale    visione post - 15
molto ben protetto
Dopo essere stata trattata per quasi due anni come un
segreto industriale da tenere nascosto a tutti, per Amy
Winehouse è venuto ora il momento del  'o la va o la
spacca'. Simon Fuller e i Lewinson Brothers sono molto
ammanicati con le principali etichette discografiche e, a
loro parere, la loro protetta è più che pronta al gran salto.
Anzi, di più:  "Il signor Fuller mi disse che Amy era così
brava  che molto presto  gliel'avrebbero  strappata  dalle
mani", racconta Alex Winehouse, il fratello più grande di
Amy, che in quel periodo aveva intrapreso la sua carriera
di drammaturgo e di regista teatrale ed era molto preoccu-
pato per la sorella, "non mi sembrava che stesse azzardan-
do una previsione. Era così sicuro da farmi pensare che a-
vesse già più di un asso nella manica".
Difficile sapere se fosse davvero così o se quello del-
l'agente fosse solo un giudizio lusinghiero dettato da
anni  ed  anni di esperienza.   Fatto sta, che per Amy
arrivò presto la svolta determinante per la sua carrie-
ra.   -   A raccontarla, un anno dopo, fu  quello stesso
Darcus Breese, suo futuro personal manager per con-
to della Island/Universal, l'etichetta major che la mise 
sotto contratto: "Spesso parlavo al telefono con i miei
amici della Lewinson", spiega,  "e un giorno mi disse-
ro di passare da loro che avevano  qualcosa da farmi  
sentire. Stavano lavorando su un pò di artisti e deside-
ravano che io dessi un'ascoltata ai loro pezzi.   Andai
da loro e mi misi le cuffie.  Subito mi fecero ascoltare
un paio di pezzi pop e un gruppo rock. Niente di ecce-
zionale. Era strano, perchè quelli erano manager seri,
che difficilmente mi facevano andare da loro se non
pensavano di avere un asso nella manica.  E di assi
tra quelli che avevo ascoltato ce n'erano ben pochi.
Stavo  per andarmene  quando, come per caso,  mi
chisesero di ascoltare ancora un paio di pezzi di una
cantante jazz-soul che avevano sotto contratto. Era
incredibile.  Quando gli chiesi chi era, loro fecero  i
vaghi. Non riuscii a farmi dare il nome neppure pre-
gandoli in ginocchio.   Dissero che era una ragazza
molto  giovane  di cui  stavano  registrando  alcuni
pezzi. E che a tempo debito mi avrebbero detto tutto
e organizzato il provino". - Nella Londra dell'under-
ground  la prudenza  non era mai troppa, Breese lo
sapeva bene. Se si fosse sparsa la voce in giro che
c'era  una cantante così, con tutto quel talento,  lei
sarebbe stata sommersa di richieste, proposte, illu-
sioni. Alcune serie, alcune no.  Avrebbe avuto una
fila di cialtroni alla sua porta pronti a offrirle di tut-
to un pò pur di convincerla a cambiare manager  e
a mettersi con loro. E i Lewinson Brothers non era-
no tipi da farsi soffiare  dalle mani  la gallina dalle
uova d'oro.

Ma  neppure  Breese  era  un tipo  alle  prime
 armi: "Feci un pò di telefonate in giro", spiega,
"e presto venni a sapere un nome, Amy Wine-
house. Era davvero  lei  la padrona della voce 
che avevo ascoltato?". Una volta avuta l'infor-
mazione ci mise due settimane per convincere
Simon Fuller a far firmare la sua protetta con 
la Universal, la casa discografica che lui rap-
presentava. Si trattava solo di un pre-contrat-
to: Amy avrebbe inciso alcuni pezzi, poi lui ne
avrebbe parlato ai piani alti e, in caso di rispo-
sta positiva, le avrebbe  fatto  incidere  il suo
primo cd. In realtà, i Lewinson Brothers ave-
vano  ricevuto  anche una proposta dalla eti-
chetta concorrente EMI per cui stavano già
mettendo a punto un 'demo tape'.
Ma la proposta di Breese era decisamente
più accattivante, anche perchè avrebbe per-
messo a Amy di crescere ulteriormente.  E
soprattutto  perchè garantiva all'artista  di
mantenere il suo stile musicale senza i con-
dizionamenti da classifica.  -   Un ulteriore
punto a suo favore fu il nome del produttore
a cui aveva deciso di abbinare la nuova entra-
ta in casa Universal: Salaam Remi aveva già
lavorato  con  Toni Braxton, Nelly Furtado,
The Fugees, Nas e Fergie.  Secondo Fuller
era il tipo giusto per lavorare con Amy anche
perchè era uno che sapeva ottenere il meglio
dagli artisti che gli venivano sottoposti.  Nel
giro di un mese  la  ragazza  entra  in studio,
con una band tutta sua, in rampa di lancio per
il mondo delle stelle a sette note.

Francamente... Frank
Amy è francamente entusiasta. Scrive a getto
continuo nuovi pezzi, canta, attangia.   Non si
perde un passaggio.    Con Remi lega subito,
anche se lui  la costringe  a restare sobria  e
ben presente a se stessa. Sono entrami am-
biziosi, decisi a usare al meglio quell'occasio-
ne unica. Il produttore è convinto di avre tra
le mani una voce straordinaria e sa come pla-
smarla per farla rendere al massimo. Presto 
i primi pezzi sono pronti  e  Breese decide di 
presentare Amy al suo boss, Nick Gatfield,
che è quello che deve decidere se stanziare 
o no i soldi del suo album d'esordio. Quando
entra nell'ufficio del suo superiore, il perso-
nal manager della giovane cantante non ha
alcun dubbio sulla riuscita della sua missione.

E ha ragione, perchè anche Gatfield capisce subito di 
avere tra le mani un'autentica bomba pronta ad esplo-
dere e dà subito il suo assenso al progetto di un primo
disco: "Non ho pensato neppure per un attimo che po-
tesse dirmi di no", spiega  ora  Darcus Breese,  "con
Amy si era creata quella miscela esplosiva che chi fa
musica ben conosce. Quella che ti fa muovere a ritmo,
che lega  l'anima dell'artista  a quella  di chi  lavora 
con lui. Gli ingredienti per il successo c'erano tutti.
C'era una sorta di eccitazione nell'aria. Sapevo che 
Amy da un lato era un rischio: era una cantante ati-
pica, legata a generi come il soul  e  il jazz che non
hanno un grandissimo pubblico, soprattutto in In-
ghilterra.  Ma lei era perfetta: aveva un gran look,
una grande presenza scenica, grandi canzoni e una
voce incredibile. Cosa poteva servirle di più per sal-
pare le ancore? Forse un pò di fortuna. Ma io sono
sempre stato un tipo fortunato".
Da parte sua Amy non andrebbe neppure a dormire
tanto è felice ed entusiasta. E anche Remi sembra
convinto che quella adolescente tutta pelle ossa e
tatuaggi, abbia le carte in regola per sfondare.
Per prima cosa passa  in rassegna  i pezzi scritti
dalla ragazza, ma li scarta tutti tenendo solo la
bella 'I Heard Love is Blind'  che sembra avere
una marcia in più rispetto alle altre.    Insieme
decidono di riscrivere il resto dell'album da ca-
po: è un lavoro lungo e non semplice, ma men-
tre nascono piccoli capolavori come Stronger
Than Me, Take the Box, In My Bed, You Sent
Me Flying, Pumps e Help Yourself, l'entusia-
smo fa sì che non si senta la fatica. 

Continua... to be continued...

giovedì 23 agosto 2012

Fotografia - Robert Capa in mostra a Verona

23 agosto 2012 - giovedì                                  Visione di questo post  -  364

ROBERT CAPA
Centro Internazionale Scavi Scaligeri, Verona
25 marzo - 16 settembre 2012

english version

Il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri ospita, dal 25 marzo al 16 settembre 2012, la
mostra dedicata a 

                 October 22, 1913  -  1954,  May 25


Dopo la retrospettiva dedicata a Henri Cartier-Bresson
e la mostra Magnum sul Set, con i ritratti dei protagonisti del mondo del cinema, il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri conclude la rassegna di esposizioni dedicate all'agenzia Magnum Photos, con una mostra che rende omaggio ad uno dei più importanti fotografi del xx secolo: Robert Capa.

Soldato bambino
Honkou, Cina, 1938
              Henri Matisse
Cimiez, Nizza, Francia
agosto 1949
Morte di un miliziano lealista
Fronte di Cordova, Spagna
inizio  settembre 1936
                   Sbarco delle truppe americane
                     a Omaha Beach, Normandia,
                         Francia, 6 giugno 1944

                  Contadino indica ka direzione
                  presa dai tedeschi nei pressi
                          di Traino, Sicilia
                    Italia,  4  -  5  agosto 1943
Il percorso espositivo, costituito da 110 fotografie in bianco e nero, si apre con il primo reportage realizzato nel 1932 a Copenhagen durante una conferenza di Leon Trotsky, durante la quale il fuoriuscito russo mise a nudo, per la prima volta, la violenza dello stalinismo.

Si ripercorrono poi, attraverso le dense immagini di Capa, gli anni del Fronte Popolare a Parigi, la guerra di Spagna, l’invasione giapponese della Cina, per arrivare allo scoppio della Seconda guerra mondiale, che il fotografo seguì sui diversi fronti di battaglia fino allo sbarco in Normandia e alla liberazione di Parigi.

Seguono i suoi reportage in Unione Sovietica nel 1947 e in Israele nel 1948, dove documenta la nascita dello stato ebraico, e quello in Indocina, dove perderà la vita saltando su una mina antiuomo il 25 maggio 1954.

FRANCE. 1935. Tour de France.
Robert Capa © International Center of Photography

SPAIN/USA. 1937-1944. Ernest Hemingway.
Robert Capa © International Center of Photography
 Tunisia, 1943 - The American Fighter ace. Pilot LARDNER
                        in the cockpit

ROBERT  CAPA      nella mostra di Verona

John Steinbeck una volta scrisse che il suo amico Robert Capa sapeva che "non si può fotografare la guerra perchè questa è soprattutto un'emozione". Tuttavia, continuava Steinbeck
"riuscì a fotografare questa emozione perchè scattava le sue foto stando accanto ad essa: ha potuto mostrare l'orrore di un intero popolo nel volto di un bambino".
La mostra , costituita da 110 fotografie in bianco e nero, allestita presso il Centro Internazionale di Fotografia dal 24 marzo al 16 settembre 2012, è stata realizzata da Magnum Photos, la famosa
agenzia che lo stesso Capa aveva fondato nel 1947 con Henri Cartier-Bresson e David Seymour,
per rendere omaggio ad uno dei più importanti e influenti fotografi del XX secolo.
Si inizia con il primo reportage realizzato nel 1932 (Capa aveva 19 anni) a Copenhagen durante
una conferenza di Leon Trotsky, durante la quale il fuoriuscito russo mise a nudo, per la prima
volta, la violenza dello stalinismo.
Si ripercorrono poi, attraverso le dense immagini di Capa, gli anni del Fronte Popolare a
Parigi, la guerra di Spagna, l'invasione giapponese della Cina per arrivare allo scoppio
della Seconda guerra mondiale, che il fotografo seguì sui diversi fronti di battaglia fino
allo sbarco in Normandia e alla liberazione di Parigi.
Seguono i suoi reportage in Unione Sovietica nel 1947 e in Israele (1948) dove documenta
la nascita dello stato ebraico, e quello in Indocina dove perderà la vita saltando su una
mina antiuomo il 25 maggio 1954.
Il percorso della mostra si conclude con una serie di ritratto degli amici di Capa, famosi
artisti come Ernest Hemingway, William Faulkner, Henry Matisse e Pablo Picasso.

Continua...to be continued...

PUBBLICO / con visualizzazioni di pagine

AGGIORNAMENTO                                                         Visioni post - 78

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mercoledì 15 agosto 2012

Cultura - Lo scrittore americano Jack Kerouac

Jack Kerouac è uno degli scrittori americani da me
preferiti.  E non solo  perchè   è il padre della Beat
Generation  (poi è venuto  Allen Ginsberg, il poeta
della B. G.), ma poichè è stata la scoperta che allo-
ra, nel '68, tanti di noi giovani hanno fatto per an-
dare a coprire una mancanza di paternità, ormai
persa in conseguenza delle contestazioni contro
il sistema e i padri che lo rappresentavano. E se
negli States  la strada alla contestazione era stata
aperta anche  da Kerouac con il suo libro.bibbia
"On the road" ('Sulla strada') nei primi anni sessan-
ta, in Italia arrivò tutto più tardi ma con non minore
impatto sociale-culturale.
Ma prima del suo capolavoro ("On the road") lo
scrittore americano  fece  le prove generali  con
"Il mare è mio fratello", il suo primo romanzo che
si credeva perduto
 













Jack Kerouac
Prima della Strada: "Il mare
è mio fratello"

- Nelle vene dell'America
Tracciato con i piedi del primo essere umano che
dall'America  arrivò  a calpestare  il suolo  di un
continente ignoto, il sentiero della mobilità è da
almeno dodicimila anni la via maestra, la verità,
la vita del popolo che noi chiamiamo americano.
Non inventò davvero nulla Jack Kerouac con la
sua "beat generation" di nomadi perennemente
'on the road', perchè l'essere in continuo cammi-
no, e possibilmente senza una meta, è la condizione
umana naturale, la "libido", direbbe Sigmund Freud
che la accomunava al moto delle pulsioni,  che muove
ogni americano.
Quello che i giovani americani sopravvissuti alla 
guerra intercontinentale ritrovarono, nella lettera-
tura come nel cinema  degli ultimi anni  '40 e '50,
fu il filo della cultura   che era tessuta  nei fili dei
propri cromosomi. O se non dei loro, certamente
di coloro  che li avevano preceduti  imboccando,
a piedi  attraverso  lo  stretto  di Bering, o sulle
rotte del mare, la strada  che li aveva spinti via 
dalle proprie radici.
Anche l'espressione "nativi" riservata alle nazioni
indiane che subirono l'invasione europea è più po-
liticamente che etnograficamente corretta.
Nonostante gli stupendi miti di creature sbocciate
dalla madre terra o partorite dalle conchiglie, anche
i "nativi" erano stati migranti.
- Il viaggio
Il viaggio, nella mitologia  che  il dopoguerra partorì
e che travolse generazioni di giovani non americani,
sembrò essere, fin dalle prime opere di Kerouac, come
questo inedito, "Il mare è mio fratello" (poi di Ginsberg,
un segnale di ribellione  allo status quo  imposto dalla
propria nascita dal proprio genere, dalla morale familia-
re, dalla società pasciuta e ipocrita nata dal trionfo mili-
tare del 1945.



















martedì 14 agosto 2012

Cultura - Lo scrittore americano J. D. Salinger

Il SALINGER inedito,
sorprendente, sconosciuto


Il giovane Holden? Era una spia Usa e sposò
una nazista
Dalla Germania arrivano le prove che J. D.
Salinger , a guerra finita, lavorò per i servi-
zi americani. E interrogò, come seguace del
Fùhrer, quella che sarebbe diventata la sua
prima moglie. Lo si è saputo quasi per caso,
grazie a una signora che gli fece da cuoca,

(da 'il Venerdì di Repubblica' / esteri - Pagine
perdute . 23 ottobre 2009 - Lisa Grunenberg)

"Non avevo idea che quell'americano tanto carino
scrivesse libri", è stato  il  commento  di  Hedwig
Stùbing, signora ottantacinquenne di Gunzenha-
usen, in Baviera, quando le è stato spiegato  chi
fosse quel giovane presso cui aveva lavorato dopo
la fine della Seconda guerra mondiale. Non uno
scrittore  qualsiasi, peraltro, ma   Jerome David
"J. D." Salinger, mito della letteratura contem-
poranea, autore del "Giovane Holden", e titolo
originale : "The Catcher in the rye".















Come  molti sanno, nel 1953  Salinger  si  ritirò
nella sua casa di campagna a Cornish, nel New
Hampshire, travolto dal successo del suo celebre
romanzo, terminato nel '51. Da allora, le notizie
trapelate su Salinger sono rarissime.   E ancora 
oggi, più che novantenne (nel 2009 - Salinger è
morto il 27 gennaio 2010 ndr.), rifiuta qualsiasi
contatto con il mondo esterno. E la sua giovinezza,
in particolare  la sua partecipazione  alla Seconda
guerra mondiale nel 12°reggimento di fanteria del-
l'esercito americano, continua a nascondere aspet-
ti mai chiariti.
Un sorprendente contributo per fare luce su questo
periodo arriva da Gunzenhausen, un piccolo centro
non lontano da Norimberga, e dalla signora Stùbing.
Già si sapeva che il grande romanziere aveva trascorso
in Baviera alcuni mesi. Salinger usciva da esperienze
durissime.    Aveva preso parte alla sanguinosa batta-
glia di Thankirchen (il villaggio che i nazisti, nono-
stante la disfatta  fosse prossima, si rifiutarono di ce-
dere e che alla fine fu raso al suolo dagli Alleati), ed
era stato  tra i primi soldati  a entrare   nel campo di
concentramento di Dachau, liberato dagli americani
il 29 aprile del 1945. "Non puoi più toglierti la puzza
di carne bruciata dal naso, non importa quanto a lun-
go tu viva" confessò anni dopo alla figlia Margaret.
Il carico emotivo divenne insopportabile, tanto che
Salinger fu ricoverato nel reparto psichiatrico del-
l'ospedale militare di Norimberga per 'battle fatigue'
(stress per traumi da combattimento), come testimo-
nia  una lettera  scritta da lì  nel  luglio del 1945 a
Ernest Hemingway, conosciuto l'anno prima a Pa-
rigi.    Dimesso dall'ospedale, Salinger si congeda
anche dall'esercito.   Non torna però subito negli
Stati Uniti: decide di rimanere in Germania e firma,
questa volta  come civile, un nuovo contratto  di sei
mesi con l'esercito.  -  Sulle ragioni che lo avevano
trattenuto e sul tipo di attività da lui svolta  erano
finora state possibili solo delle congetture.

Il Military History Office di Heidelberg  non aveva
potuto fornire dettagli sulla sua presenza, o chiari-
re che ruolo avesse svolto. Poi, lo scorso settembre
(2009 ndr.), la signora Stùbing ha letto un articolo
del 'Nùrnberger Nachrichten', un quotidiano regio-
nale che     rievocava  il soggiorno dello scrittore  a
Gunzenhausen.  E si è ricordata di quell'americano
"così carino", per il quale aveva lavorato, come cuo-
ca e cameriera, dal gennaio al marzo del 1946.
Sopratutto,  ha tirato fuori dalle sue vecchie carte
una lettera di referenze, sctitta  su  un foglietto di
carta sottile e quasi trasparente, firmata da Salinger.
La allora  "signorina Kugler"  viene definita nella
lettera una persona "diligente e capace, la cui one-
stà  e lealtà sono indiscutibili".   -  Il dettaglio più
interessante è però la qualifica con cui Salinger si
firma: Special Investigator, Cic, Caf 10.  La sigla
Caf 10 indica il grado di capitano. Cic sta invece
per Countern Intelligence Corps, l'agenzia di spio-
naggio dell'esercito americano.
La reference letter, conservata per più di 60 anni
dalla signora Stùbing, è la prova che lo scrittore
nei mesi successivi alla fine della guerra era an-
cora impegnato in attività di intelligence contro-
spionaggio per l'esercito americano. Già nel 1944
Salinger era stato reclutato nel Cic per la sua per-
fetta conoscenza del tedesco, di cui si ricorda bene
anche la signora Stùbing.
Nel dopoguerra l'agenzia di spionaggio dell'esercito
americano  si era dedicata  soprattutto a un'attività
di "denazificazione" della Germania occupata.  In
questa luce si comprende quindi meglio la presenza
del giovane capitano a Gunzenhausen, considerato
un covo di nazisti.
Dall'archivio della cittadina è inoltre spuntata una
foto di 3 soldati americani. Uno di loro è in borghe-
se e, secondo l'archivista Werner MùhlhàuBer, quel
giovane sorridente potrebbe essere proprio Salinger.
 Lì lo scrittore  si era stabilito  nella lussuosa Villa
Schmidt nel novembre del 1945 con la prima moglie
Sylvia Welter, un'oculista tedesca sposata in ottobre.
Anche le circostanze in cui i due si erano conosciuti
sembrerebbero potersi ricondurre all'atività di con-
trospionaggio svolta da Salinger. In 'Dream Catcher',
la sua biografia del padre non autorizzata, Margaret
Salinger sostiene che la prima moglie, morta l'anno
scorso (nel 2008 - ndr.), fosse una fervente nazista e
che i due  si fossero conosciuti  addirittura durante
un interrogatorio. Da una casa di riposo di Erlangen,
però,  Hildegard Mayer, amica  e compagna di scuola
di Sylvia Welter smentisce. "Tutte sciocchezze. Sylvia
era una bellissima ragazza, che aveva cervello e senso
dell'umorismo. Non aveva niente a che fare con i na-
zisti".
 La coppia ripartì per New York nell'aprile del 1946,
ma  la giovane moglie tedesca  non fu mai accettata
dalla famiglia ebrea dello scrittore.   Dopo soli otto
mesi , tornò in Europa. Lasciando Salinger solo con
i suoi fantasmi e la scrittura del suo capolavoro.
IL SALINGER 
                                                                 SORPRENDENTE
Al  più grande eremita  della letteratura mondiale
piaceva mangiare gli hamburger nei fast-food, bere
birra nei pub, fare gite turistiche in pullman alle ca-
scate  del Niagara e al Grand Canyon, andare allo
zoo, guardare gli sceneggiati in tv, ascoltare Pava-
rotti e coltivare l'orto.
J.D. Salinger era insomma una persona normale,
non il recluso che i media e il suo stesso compor-
tamento hanno fatto credere.   E' indubbio che il
romanziere  americano, dopo avere conquistato
fama  internazionale  nel 1951  con  "Il giovane
Holden", pubblicò poco altro, evitò stampa e no-
torietà come la peste e visse sempre in una citta-
dina del New Hampshire, fino alla morte nel 2010.
Ma decine di lettere inedite  venute alla luce di
recente, scritte da Salinger a un vecchio amico,
rivelano che l'immagine di un solitario strambo
che si nasconde da tutto e tutti non corrisponde
minimamente alla realtà.

Continua...to be continued...

giovedì 5 luglio 2012

La giornalista/scrittrice Naomi Klein

NAOMI  KLEIN
giornalista esperta di economia globale
e nuova contestazione

Naomi Klein (1970) è una giornalista professionista,
oltrechè una scrittrice, pluripremiata. Suoi articoli
sono apparsi su testate prestigiose, tra cui "New
York Times" e "Village Voice". Negli ultimi anni
ha viaggiato in Nordamerica, Asia ed Europa an-
dando a ricercare le radici del movimento anti glo-
balizzazione.  Oggi vive e lavora a Toronto
(Per chi volesse contattarla il suo sito Internet è
http://www.nologo.org/)

Libri di Naomi Klein
'NO LOGO'           (2000)
'Shock Economy'  (2007) 

NO LOGO
Perchè Bill Gates, icona della new economy,
si è trasformato in un orfanello della globa-
lizzazione? Perchè il baffo della Nike (il più
grande successo di marketing degli anni 90)
è diventato simbolo di sfruttamento della
manodopera? Perchè alcuni dei più celebrati
marchi del mondo  vengono  oltraggiati e co-
perti dallo spray, diventando l'obiettivo delle
campagne antindustriali? E, soprattutto, cosa
significa tutto questo per le multinazionali e le
loro relazioni planetarie, cosa ci dice sul futuro
del mondo in cui viviamo?
Con una buona miscela di analisi socio culturale,
cronaca giornalistica e "lavoro sporco", Naomi
Klein espone in No Logo il crescente malconten-
to nei confronti dei marchi. Senza accorgersene,
le multinazionali hanno militarizzato le loro oppo-
sizioni.

 Lo sforzo compiuto dalle grandi aziende per ren-
dere omogenee le nostre comunità e monopoliz-
zare il linguaggio comune ha generato una forte
ondata  di resistenza, testimoniata  dalle azioni
di guerriglia dei più giovani antagonisti.
No Logo racconta la ribellione  contro il nostro
mondo  di etichette, e la colloca  in   una chiara
prospettiva economica e (pop)storica.
Naomi Klein ci porta, in questo libro, dai sacer-
dotali negozi della Nike alle fabbriche sfruttatri-
ci in Indonesia e nelle Filippine. Ci accompagna
nei centri commerciali   del Nordamerica, con il
loro stile di vita pronto da indossare. Ci presen-
ta un grande numero di attivisti che combattono
la societò dei marchi (i 'brands'): i "sabotatori"
di cartelloni pubblicitari, i manifestanti che han-
no sfidato la Shell sul delta del Niger, gli ambien-
talisti dietro  al processo McLibel di Londra, gli
hacker che  hanno  dichiarato guerra  ai sistemi
informatici delle multinazionali che violano i di-
ritti umani in Asia. -    Naomi Klein è cresciuta
nell'età aurea del marketing e ora, forte di una
documentazione completa, scopre quanto la new
economy abbia già tradito il suo credo principale
e traccia  le ragioni della nascita  del movimento
anti globalizzazione: un movimento planetario al
quale è necessario prestare molta attenzione.


SHOCK ECONOMY
L'ascesa del capitalismo dei disastri

Hanno scritto di Shock  Economy:

"E' un libro brillante, coraggioso e terrorizzante.
E' nè più nè meno che la storia segreta di ciò che
chiamiamo 'libero mercato'. Dovrebbe essere una
lettura obbligatoria". - Arundhati Roy

"Shock Economy è un libro così importante e
rivelatore che potrebbe diventare il catalizzatore,
il punto critico, lo spartiacque per il movimento
che si batte per la giustizia economica e sociale". -
Tim Robbins

"Naomi Klein è una giornalista investigativa
senza pari. Percorre i continenti con gli occhi
ben aperti e un cervello che funziona a pieni
giri. Scopre connessioni a cui non avremmo
mai pensato, e modelli che finora ci erano
sfuggiti". - Howard Zinn

"Naomi Klein è oggi una delle più importanti 
voci del giornalismo americano, come dimostra 
questo libro.   Ha esaminato la globalizzazione
in ogni suo aspetto, e così facendo ci ha fornito
una  nuova  visione  del  disastro   in Iraq, e un 
nuovo metodo per capire perchè ci siamo finiti.
E lo fa con uno stile limpido che rende le sue 
pagine quasi divertenti". -  Seymour M. Hesh

"Questo capolavoro è una misurata ma furiosa
chiamata alle armi. Naomi Klein è Antigone di
fronte al re, l'antidoto a quel senso di inevitabi-
lità che ci invita ad accettare l'omicidio come
legittima politica economica. Ha l'audacia di
credere davvro nella giustizia e il coraggio di
descrivere i costi umani di un'ieologia per la
quale l'adorazione dei mercati non è sufficien-
te; bisogna uccidere per alimentarli. Klein è
l'avanguardia , il fuoco, la resistenza". - John Cusack

Continua... to be continued

giovedì 3 maggio 2012

Lo scrittore americano Scott Turow

Scott Turow:
 "Rusty Sabich: il mio avvocato
  che sfugge alla giustizia"


Scott Turow è il maestro del  legal thriller:
i suoi  due libri di maggior successo sono
"Presunto innocente" e "Innocente", un
sequel del primo.


(da R2CULTURA di 'la Repubblica' del
31-05-2010 / di Irene Bignardi)
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"Per mesi", racconta Scott Turow, "ho
avuto sul  mio tavolo   un post-it su cui 
avevo scritto una frase:     'Un uomo è seduto 
su un letto in cui giace il corpo di una donna,
morta'. Non so da dove  mi sia venuta questa
immagine.        Penso, forse, da un quadro di 
Hopper che si intitola An Education in Philosophy -
un'immagine molto simile, la donna sdraiata sul
letto, come ripiegata.  -  Quel post-it è arrivato lì
nel 2005, ci è rimasto molti mesi poi, a  un  certo
punto, mi sono detto: quest'uomo è Rusty Sabich".
Come  per  tutti  gli  scrittori, l'idea iniziale di
"Innocente" (Mondadori, pagg.429, traduzione
di Stefania Bertola), sembra essere nata sempli-
cemente.    In realtà le cose sono più complicate.
Perchè  "Innocente"  è il sequel, 23 anni  dopo, 
di  "Presunto innocente", il libro  con cui   l'av-
vocato  del foro  di Chicago Scott Turow ha rac-
contato  la storia   di Rusty Sabich, lanciato  il
legal thriller, conquistato la leadership del ge-
nere, ottenuto un successo mondiale. 
E  cambiato  vita, perchè da quella volta, ribal-
tando il motto  del suo concittadino di Chicago 
Saul Bellow > (che  "Ogni scrittore deve avere
qualcosa da fare nel pomeriggio"), Turow divide
la sua vita tra scrittura e tribunali.
Rusty Sabich, come  ricorderanno  i lettori  di
"Presunto innocente" (e chi ha visto il film di
Pakula con Harrison Ford) è un avvocato della
Contea di Kindle (la città di Chicago) accusato 
dell'omicidio brutale della sua ex amante e poi
uscito dalla vicenda innocente, per il rotto della
cuffia legale. Un uomo, come tanti, pieno di om-
bre e di segreti.   Che ritornano, assieme a lui,
nel nuovo romanzo. E che hanno rappresentatto,
per Turow, un bel problema.
                    Scott Turow


"Se l'uomo di quell'immagine era Rusty, chi  è
la donna?, mi sono chiesto, e come è morta? Ho
deciso che   doveva essere Barbara, la moglie di 
Rusty - e per quelli  che  hanno  letto   il primo
romanzo c'è  una  certa  giustizia  nel fatto che 
sia morta. E non potevo ignorare la storia rac-
contata  in Presunto innocente, anzi, dovevo
usarne lo sfondo.   Avevo Rusty Sabich, una
persona che ha  dedicato  la sua vita alla leg-
ge, con il trauma permanente  di essere stato
accusato di un crimine che contraddice  la sua
appartenenza a quel mondo.    
Avevo l'antagonismo, 20 anni dopo, tra Rusty
e Tommy, uno dei suoi accusatori. Ma il nuo-
vo libro doveva vivere da solo".
Irene BignardiE infatti vive da solo . Con la sua
cornice di rapporti umani complessi e intrecciati, 
con elemenit che sembrano  derivare dalla trage-
dia classica, quasi distaccato dal mondo presente...
Prosegue Scott Turow: "Sono molto politico. Leggo
i giornali ogni mattino. Ma è anche vero che, nella
realtà quotidiana, gli eventi  del mondo ci toccano 
appena nella nostra vita intima.   Nel libro ci sono
riferimenti occasionali   a Obama e a Abu Grahib,
ma sono cose poco rilevanti per i personaggi e per
il dramma che stanno attraversando.  -   
E poi non voglio  impostare  discussioni  politiche
nei miei romanzi. Come ha detto Darryl F. Zanuck,
"se  vuoi  mandare  un  messaggio, usa la Western 
Union". Ma il presente conta, e mi sono divertito a 
far dialogare i due romanzi. Per esempio: se Rusty 
Sabich di 'Presunto innocente' fosse stato giudicato
qualche anno più tardi, pur incolpevole , non se la
sarebbe cavata,  perchè il DNA avrebbe testimonia
to contro di lui.    Ora, in 'Innocente' il ruolo delle
prove scientifiche è diventato fondamentale, tanto
che spesso gli avvocati cin fanno fin troppo affida-
mento. Non solo il DNA. Esistono  nuovi modi di
sviluppare le impronte in oro dai minimi residui
di sudore. E i computer e le analisi dei computer
hanno una parte fondamentale nelle indagini.
Ma alla fine il romanzo è su cosa la gente sa, 
sui modi di saperlo, su cosa i personaggi sanno 
su se stessi e sugli altri, su quello che non vo-
gliono sapere su se stessi  e sugli altri. E sulla
fragilità della giustizia e degli uomini che am-
ministrano la giustizia, sulle cose  che non ci
vogliono dire, sulle verità  che   non vogliamo
scoprire  anche  se sono  sotto   il nostro naso.
Questo è un  tema eterno  in letteratura  che  
che  non  ha nulla  a  che  fare   col progresso 
scientifico".
Irene Bignardi - Lei parla di fragilità della
giustizia...
"In tutti i miei romanzi ho parlato dei limiti 
del sistema giudiziario, e del fatto che la con-
dotta umana è molto più variata di quanto il
sistema legale sia capace anche solo di imma-
ginare.  Come sanno benissimo gli avvocati,
ci sono molte più cose nella realtà di quelle 
che possono essere dette  e provate in un'au- 
la di giustizia. E in 'Innocente' questo è par-
ticolarmente vero: ci sono immense quantità
di elementi che la legge è incapace di scoprire
e che i miei personaggi conoscono. E a creare
la suspense del romanzo è la tensione tra il
processo che si svolge in tribunale  e quello
che i protagonisti della storia pensano di sa-
pere".
Irene Bignardi -  Uno dei segreti meglio con-
servati del libro riguarda padre e figlio.  Un 
rapporto che l'ha sempre affascinata - basti 
pensare a 'Eroi normali', a 'La legge dei no-
stri padri' - e qui si nutre di silenzi.
"Sono sempre stato interessato  come scrit-
tore alle storie che ci raccontiamo e che non
ci raccontiamo sulle mostre esperienze, sul-
la gente che conosciamo. Sono sempre stato
impegnato con me stesso in un dibattito sui 
confini del mystery. E' un genere limitato,
che  non permette  una completa verosimi-
glianza?  O è una metafora  del fatto  che 
non sappiamo pienamente quello che suc-
cede nelle nostre vite?   O ancora  -  ed è
l'idea che preferisco, e che poi  ci riporta 
a Rusty Sabich e a suo figlio  -  riflette il
fatto che la gente costruisce la storia della
sua vita in modo da rimuovere le informa-
zioni difficili?  Questo è l'aspetto che no-
bilita un personaggio pieno di ombre come
Rusty. Che non sa abbastanza su sè stesso,
ma tiene gli occhi più aperti sui propri er-
rori che su quelli degli altri".  




 lucianone

lunedì 23 aprile 2012

Scrittore americano Don DeLillo: intervista, video e biografia

Don DeLillo:  "Meglio Joyce e Beckett dei tanti       totale visioni - 56
                        narratori sedotti dall'attualità"

Lo scrittore americano, in un'intervista  concessa 
al giornalista Antonio Monda  nel dicembre 2011,
racconta la propria passione per i grandi classici
novecenteschi

(da R2CULTURA di 'la Repubblica' - 
22 dicemmbre 2011 di A. Monda)

New York
Il libro più importante degli ultimi tempi è la raccolta
di racconti di Don DeLillo, The Angel Esmeralda, Nine
Stories, uscita negli Stati Uniti da Scribner.
E'  la  prima volta  che l'autore  da alle stampe una 
raccolta di storie brevi, scritte parallelamente ai 15 
romanzi  pubblicati negli ultimi 35 anni.
Un libro che è già diventato un classico, accolto con
entusiasmo  dall'intera critica  di  lingua inglese. Il
Boston Globe l'ha definito "magnifico", il Guardian
ha parlato di "grande arte" e persino la perfida Mi-
chiko Kakutani, sul New York Times, si è dilungata
sul "dono elettrizzante del linguaggio, e  della rara
emozionante  capacità  di  avventurarsi  nel  cuore
umano".
Tra i 9 racconti, quello che  da il titolo al libro ha per
protagoniste due monache che portano cibo e conso-
lazione   a  uomini e donne  di ogni età, gli sconfitti  
nella terra delle opportunità. Una vicenda di reden-
zione che parte dall'omicidio di una bambina di nome
Esmeralda, con un personaggio che si chiama Ismael
-  è chiaro il riferimento a Moby Dick.
"Ho sentito citare chiunque, da Bernanos a Graham 
Greene", dice  Don DeLillo  nella  sua casa   a pochi 
chilometri a nord di Manhattan. E continua "Ne sono
lusingato, ma un pò m'inbarazza. Scegliendo il nome 
Ismael, davo   per scontato   che si sarebbe  pensato a
Melville, eppure  mi sento   più a mio agio  con altri
riferimenti letterari...".
A. Monda: "Mi dica allora. quali sono i libri che l'hanno
più appassionata quest'anno?"
D. DeLillo: "Ho letto molti classici: ho ripreso in mano 
i libri di Beckett, e sono rimasto colpitissimo, anche più
di quanto potessi aspettarmi. Ho passato mesi a leggere
i 4 volumi dell'opera completa. poi mi sono concentra-
to su un altro grande scrittore irlandese: James Joyce,
in particolare 'Gente di Dublino'. Ritengo che "I morti",
da cui John Huston ha tratto un bellissimo film, sia
un capolavoro, e forse Joyce è lo scrittore che ha avuto
il ruolo più importante nella mia formazione letteraria.
Infine ho leaamente lette-
rario, ma a me ha lasciato un segno profondo: i testi
scritti da e su  De Kooning,  usciti in occasione della
grande retrospettiva al MoMa, Mi affascina moltissi-
mo il modo di raccontare di De Kooning...".
A. Monda: "Ritiene che il cambiamento politico
avvenuto  in America  con la presidenza Obama
abbia influenzato la letteratura degli ultimi anni?
D. DeLillo: "Non la letteratura che rimarrà: non
credo si possa dare speranza  perchè c'è un presi-
dente invece di un altro, che possano comunicarla
dei personaggi... E poi chi ha veramente a cuore
la letteratura sa che scrivere è un processo creativo
troppo intimo, che prescinde dalla contingenza del
momento".


                Don DeLillo

A. Mondo: "Tornando al suo racconto, 'The Angel
Esmeralda' è stato scritto prima di 'Underworld',
ma era stato in qualche modo inglobato nel ro-
manzo... E' così?"
D. DeLillo: "Con una forma diversa, però: è solo
la storia che rimane la stessa, e appare in due mo-
menti diversi del romanzo. In origine era proprio
una storia breve, che ha a che fare con un quar-
tiere brutale e il racconto di un miracolo".
A. Monda: "Lei crede nei miracoli?"
D. DeLIllo: "Quello che m'interessa è la percezione
che ne ha la gente, che ne hanno i credenti come gli
scettici".
A. Monda: "Come mai una sua raccolta di racconti?"
D. DeLillo: "Quando la mia editor, Nan Graham, me 
l'ha proposto sono rimasto indifferente, se non scetti-
co. Ma lei ha insistito fino a convincermi".
A. Monda: "Che differenza c'è tra scrivere un romazo
e un racconto?"
D. DeLillo: "Quando scrivo un romanzo, per molto
tempo non so come andrà a finire. La  brevità invece 
porta ad avere un'idea compiuta della storia".
A. Monda:"I racconti generalmente vendono meno 
dei romanzi: come mai?"
D. DeLillo: "Perchè i lettori, me compreso, amano 
seguire le vicende dei personaggi che si sviluppano
lentamente davanti ai loro occhi. Desideriamo qual-
cosa, ma soprattutto qualcuno, che sia accanto a noi
per molto tempo".
A. Monda: "I temi e i luoghi sono comunque quelli
ricorrenti nella sua opera: il cinema, l'arte moderna,
lo sport, i terminal degli aeroporti..."
D. DeLillo: "Si tratta delle mie passioni. I terminal
mi affascinano per la loro impersonalità, sono luo-
ghi che dimentichiamo nel momento in cui partia-
mo: mi colpisce questo senso di asettica fallacia".
A. Monda: " In 'Hammer and Sickle'  il protago-
nista è un uomo  che finisce in prigione per inside
trading e diventa pazzo per il calcio"
D. DeLillo: "Tutto nasce da un ponte che attraverso
ogni giorno per tornare a casa. Per anni mi sono
chiesto come mai a quell'altezza gli automobilisti
suonassero il clacson e facessero schiamazzi. Poi
una volta su quel ponte   ho visto   passare  delle 
persone in fila con una strana uniforme. Erano
detenuti , e  sono partito    da  quella suggestione
pensando a una persona di ceto alto che perde
tutti i privilegi e occupa il suo tempo con il calcio,
sport poco popolare in America".
A. Monda: "In 'Human Moments in World War III'
due astronauti si chiedono come si possa vivere in
un pianeta dove esistano i terremoti, le carestie  ed 
ogni tipo di sciagure."
D. DeLillo: "E' una riflessione che mi appartiene
da sempre. In questo caso mi hanno colpito le foto
a colori  della terra vista dallo spazio...   Alla fine 
si tratta della constatazione dolente  della presenza
del dolore, dell'ingiustizia, del male insondabile
ed eterno".
A. Monda: "In molte sue storie, i protagonisti 
conservano qualcosa che accade davanti a loro...
In 'Baider Meinhof' è una donna a vedere una
mostra che ha per tema il gruppo terrorista tedesco."
D. DeLillo: "Il mio è un approccio assolutamente 
visivo: parto sempre dalle immagini. Ma quello che
racconto in 'Baider Meinhof'  l'ho vissuto  di perso-
na al MoMa, in un giorno  in cui il museo era stra-
namente deserto. Un'esperienza che è rimasta dentro
di me".
            Fine Intervista  / The interview is over




Biografia  di  Don DeLillo

continua... to be continued...