venerdì 10 maggio 2013

VIAGGI - Walter Bonatti a Capo Horn

Il Mito Walter Bonatti -
Dopo essersi ritirato, nel 1955, dall'attività
di scalatore, cominciò a viaggiare in terre
remote.                                                       visioni post - 111
Il viaggio - 43 anni fa W. Bonatti si imbarcò sulla
torpediniera 'Fuentealba' e salpò da Punta Arenas.

Walter Bonatti
nel 1954

(da 'Corriere della Sera' - 7 aprile 2013 - di Franco Brevini)
A Capo Horn sulle tracce
di Walter Bonatti
"Paesaggio apocalittico, senza orizzonte"
La fine del mondo, il punto più meridionale  del-
l'America, una leggenda nella storia dell'esplora-
zione, un mito per ogni velista: Capo Horn è tutto
questo e altro ancora. I pensieri si affollano, men-
tre  il solito  vento patagonico cerca di buttarmi a
terra non appena emergo sull'altopiano dell'isola.
In basso, nella piccola cala, lo "zodiac" che mi ha
portato a terra dopo una danza infernale sulle onde.
In rada all'ancora la nave delle "Cruceros Austra-
lis", che una volta alla settimana  permette anche
alla gente comune di raggiungere il selvaggio Capo
posto a oltre 55 gradi di latitudine sud, davanti allo 
stretto di Drake: l'ultimo ricordo di terre quasi nor-
mali prima dell'assurdità glaciale dell'Antartide.
Mentre salgo verso il monumento di ferro che raffi-
gura un albatrio e che ricorda  tutti i navigatori che 
hanno doppiato  il mitico  Cabo de Hornos, come lo
chiamano i cileni a cui appartiene, ripenso che qua-
rantatrè anni fa calpestava questa stessa erba gial-
la e tagliente il più famoso alpinista ed esploratore
bergamasco: WALTER BONATTI.
Dopo il ritiro dall'attività di scalatore, nel 1965, Bo-
natti aveva cominciato a viaggiare in terre remote
quale avventuroso inviato di "Epoca". I suoi servi-
zi, corredati dalle primesbalorditive immagini della
wilderness che giungessero agli italiani, hanno fat-
to sognare più di una generazione. Io stesso credo
diu avere maturato  la  mia  passione  per i grandi
spazi del mondo  su quelle pagine patinate, corre-
date di fotografie che oggi possono farci sorridere,
ma che allora erano ambasciatrici di favolose lon-
tananze per l'Italia del boom economico.
"Mi è venuta l'idea di raggiungere Capo Horn, il
più remoto e leggendario scoglio della storia ma-
rinara, dopo aver letto  un certo numero  di libri
che parlano di allucinanti naufragi accaduti a de-
cine di bastimenti trascinati dall'uragano".
Così inizia su "Avventura" (Rizzoli, 1984) il racconto
di Bonatti. Allora il turismo non aveva ancora toccato
Capo Horn e l'alpinista bergamasco dovette rivolger-
si  nientemeno  che  all'ammiraglio  Guillermo Barro 
Gonzales, comandante  della Terza Zona Navale Ci-
lena, di Punta Arenas, da cui anch'io sono salpato 4
giorni fa. Trasportato a Puerto Williams, Bonatti si
imbarca  sulla  torpediniera Fuentealba, che lo  tra-
sporterà al Capo.
Anche questa mattina un vento radente scolpiva la
superficie del mare di onde taglienti. L'acqua ribol-
liva  di  creste schiumose  e  la  "Stella Australis",
che pure è stata progettata dai cileni per questi sel-
vaggi mari, beccheggiava  in modo  assai marcato.
Bonatti dipinge in modo  particolarmente  epico la
sua traversata, che si conclude con la fiera appari-
zione del Capo:  "E finalmente, il Capo Horn: che
si eleva nella bruma del controluce come un mostro
fosco e solitario. Il profilo dentellato della sua cima
più alta fa pensare al tridente di Nettuno, minaccio-
samente puntato verso le ignote solitudini dell'ocea-
no". In effetti il luogo ha un aspetto inquietante an-
che in questa giornata ventosa di fine marzo, in cui
tra le solite nubi bluastre della Patagonia si incide
qualche squarcio di azzurro. La violenza dei venti,
lo scontro delle onde dell'Atlantico e del Pacifico,
la desolazione di queste isole aride e rocciose in
cui esplode l'estremo lembo del continente ameri-
cano, sembrano fatti apposta per evocare le trage-
die che si consumano in queste acque grigie e pe-
rennemente agitate.     Anche per i velisti di oggi
Capo Horn rappresenta una sorta di Everest.

Bonatti viene lasciato a terra. Una nave passerà
a riprenderlo tra qualche giorno. Gli tocca subito
fare i conti con una tempesta, che manda in bran-
delli la sua tenda.  "Comincia a piovere, all'alba
è l'uragano. Il mare urla e ribolle con infinite cre-
ste spumeggianti. Raffiche di grandine lacerano
in breve il telone, posto ad ulteriore protezione
della tenda, e lo riducono a brandelli, che schioc-
cano come fruste ad ogni ondata di tempesta.
Devo fuggire per evitare il peggio, crcare asso-
lutamente una protezione naturale".

Lucianone

martedì 7 maggio 2013

Musica - Gli inossidabili PINK FLOYD

"Animals", decimo album del
gruppo inglese: invettiva anti-capitalista
                                    ideata da Roger Waters
 Pink Floyd


In "Animals" cani contro maiali e Orwell diventa rock
Il primo riferimento di Animals dei Pink Floyd, datato 1977,
è ovviamente a "La fattoria degli animali"  di George Orwell,
ma con un mutamento sostanziale del concetto base che
ispira l'opera letteraria. -  Se Orwell nella sua allegoria se
la prendeva soprattutto  con lo stalinismo, e comunque in
generale con i meccanismi sociali che producono dittature,
Roger Waters  adegua  la visione  al suo personale credo,
che era sostanzialmente anti-capitalista. La critica alla so-
cietà inglese è feroce, e frequenti sono  i riferimenti diretti
alla situazione del tempo, ma ovviamente stiamo parlando
dei Pink Floyd e il disco, nel suo languido e onirico flusso
sonoro, più che un manifesto politico, a parte certe punte
di inacidita asprezza, appare come un viaggio nella natura,
con versi di animali sparsi per tutto l'album, evocazioni bu-
coliche acustiche che al momento della sua uscita sembra-
rono una decisa presa di posizione controcorrente, soprat-
tutto in relazione  alla rivoluzione punk  che stava appena
esplodendo (ed è nota la maglietta che indossava Johnny
Rotten con la scritta "Hate Pink Floyd).
Animals fu comunque un disco controverso, splendido e
misterioso, che rimarcava la sempre più netta leadership
di Roger Waters, ormai saldamente  al  comando  delle
operazioni della band, a cominciare dalla celebre coper-
tina, disegnata come al solito dallo  studio Hipgnosis di
Storm Thorgerson ma ideata dallo stesso Waters. L'idea
era quella di ritrarre la famosa ex centrale elettrica londi-
nese, la Battersea Power Station, che  coi  suoi quattro
fumaioli può  sembrare  un animale rovesciato, e sopra
far levitare in modo speculare un pallone a forma di ma-
iale (che aveva anche un nome, Algie).

La formazione storica del gruppo. Da in alto a sinistra
in senso orario: Roger Waters, David Gilmour, Richard
Wright e Nick Mason

In Animals la session fotografica ha creato uno degli episodi
più noti e divertenti dell'aneddotica pinkfloydiana. Il pallone
(a forma di maiale) infatti si staccò dagli ormeggi e comin-
ciò a levarsi in volo. Fu diramato un comunicato agli aerei
in arrivo nel cielo di Londra. avvertendoli  che avrebbero
potuto incrociare un grosso maiale, che fu poi recuperato
indenne in una campagna nei dintorni della città.
I maiali, nel disco, sono gli arrampicatori sociali, gli arrivi-
sti senza scrupoli, i cani sono i governanti, e le pecore rap-
presentano il popolo che alla fine si ribella alla sopraffazio-
ne. Con un suggello personale di Waters, che con voce e
chitarra acustica (Pigs on the wing 1 e 2) apre e chiude
quello che è stato in ordine di tempo, il terzo album concept
dei Pink Floyd.
(da la Repubblica - 8 aprile 2013 - Gino Castaldo)

dei Pink Floyd formato da 2 dischi
Uno col repertorio live della band e l'altro con
inediti che mettono in evidenza le singole personalità

Quei suoni che ci trasportano nel futuro
Il titolo è diventato un "brand", un marchio, Ummagumma:
in sè non ha senso, nè la band né ha mai spiegato uno,
ma per una intera generazione, nel pieno del 1969 (era
Woodstock) all'indomani delo sbarco sulla luna, quella
parola acquista un significato magico, alternativo, e
profondo, l'indicazione di un "altrove", di un mondo
nuovo, diverso da tutto.  E' così anche la musica dei
Pink Floyd, lontana e diversa, misteriosa  e  affasci-
nante e 'Ummagumma' è l'incancellabile egno della
loro alterità.    Anche la copertina, con il suo gioco
di specchi al contrario, sembra dire "aprite gli occhi,
la mente: la realtà è diversa".
'Ummagumma' è un album doppio, composto da due
dischi diversi, uno dal vivo e uno in studio; il primo
realizzato con brani che già facevano parte del re-
pertorio dei Floyd in concerto, il secondo inedito.
Ma le due metà si completano perchè ci racconta-
no come la band sta cambiando.
Dal vivo la formazione è nel pieno el viaggio astrale
di Astronomy Domine e Set the controls for the heart of
the sun, nella sorprendente energia  di  Careful with that
axe, Eugene, o nella scoperta dell'invisibile di A saucerful
of secrets, una band compatta e creativa, che lascia spa-
zio ad una straordinaria interazione tra Mason, Gilmour
Waters e Wright.

La parte in studio, invece, mette in evidenza le singole
personalità. Ecco quindi Sysyphus di Rick Wright, divi-
sa in 4 parti, complessa e ricca, in bilico tra classico e
avanguardia. Nick Mason propone The grand vizier's 
garden party, viaggio estremo e fantastico tra ritmi e
rumori. Gilmour mantiene dritta la barra  dei Floyd,
con The narrow way, dodici minuti psichedelici, come
si caratterizzerà il suono dei lavori seguenti, mentre
Roger Waters continua la sua personale rivoluzione
musicale, sia con la bellissima Grantchester Meadows,
acustica e sognante, sia con la sperimentale Several
species of small furry animals gathered together,
titolo adatto a illustrare la sua volontà di esplorare
il mondo dei suoni in maniera sorprendente.
'Ummagumma' è un gioiello, splendente e misterioso,
che fotografa la band nel pieno  del passaggio dalla
prima fase sperimentale, legata alle origini con Barrett,
e la nuova realtà, verso la quale ognuno dei quattro
componenti, a suo modo, si indirizza.
Un disco difficile nella sua parte nuova, nella quale 
vengono racchiuse le sorprese più belle, e allo stes-
so tempio  un "greatest hits" dal vivo; un album che 
porta il mito dei Floyd ai massimi vertici dell'era psi-
chedelica che volgeva verso il tramonto.  Tramonto
che i Floyd vedono al punto da intraprendere nuove
strade e chiudere, alla loro maniera, gli anni Sessanta.

Lucianone

Fotografia - ELLIOTT ERWITT



visione post  -  359
Retrospettiva  dedicata ad Elliott Erwitt:    
    dal 17 aprile al primo settembre 1913,
a Torino, nella Corte Medievale di palazzo Madama.
E' organizzata da Silvana Editoriale e Magnum Photos
e nasce in collaborazione con il Comune di Torino e la
Fondazione Torino Musei.

(da 'La Stampa' - 17/04/2013 - di Rocco Moliterni / Torino)
Sul letto di una stanza dai muri scrostati un gatto sembra osservare
una donna e un bebè che dormono, quasi testa a testa,
nella penombra:
è una foto che Elliott Erwitt fece 60 anni fa a New York.
Fu esposta nella famosa mostra "The Family of man", inventata
da Edward  Steichen, direttore all'epoca del dipartimento di
fotografia  del Moma, e alla fine degli Anni 50 approdò anche
a Palazzo Madama di Torino: "Potevamo lasciarla qui", ha
commentato (ieri) il grande fotografo, inaugurando
l'esposizione targata  Magnum e Silvana Editoriale che propone
nella corte medievale dello stesso palazzo  186 fra i suoi
scatti più famosi  in bianco e nero.
JAPAN

Nato a Parigi da una famiglia ebraica (all'anagrafe fa Elio
Romano Erwitz), Erwitt visse l'infanzia in Italia e nel '38
si rifugiò con i suoi in America per sfuggire alle leggi
razziali. Iniziò a masticare fotografia a Los Angeles
e poi a New York, dove nel '48 conobbe big del-
l'immagine come Robert Capa e Edward Steichen.
Ma anche Roy Stryker, direttore della Farm Security
Administration, mitica istituzione mamma di tutto
il documentarismo sociale a stelle e strisce, che
l'assume per un progetto della Standard Oil.
Negli Anni 50 il salto alla Magnum (di cui sarà
anche presidente) che gli consentirà una vita
da globetrotter con la macchina fotografica
prima di cimentarsi pure con il cinema.
Quella con la donna e il bebè non è una foto
qualsiasi: a essere ritrattii sono la moglie e
il figlio di Erwitt, e viene in mente che lui
si senta il gatto. D'altronde un che di gattoso
sembra averlo ancora oggi, mentre risponde
sornione alle domande dei giornalisti.
    USA  1953,  NEW York City

Come  ha fatto  a  trovarsi  sempre  al posto giusto  al
momento giusto? ". A volte  mi è capitato, ma voi non 
non vedete tutte quelle in cui ho fallito, anche perchè 
cerco di non esibirle". Perchè i suoi soggetti sono so- 
vente bambini e cani?  "Perchè avevo tanti bambini 
e tanti cani".  E un pò di tempo fa spiegò che i cani
hanno il vantaggio rispetto agli uomini di non chie-
derti la stampa delle foto che gli fai.
Proprio ai cani è dedicata la prima parte della mostra.
Anche se si capisce che ad attirare la curiosità di Erwitt
non sono tanto gli animali quanto e soprattutto  il loro
rapporto con gli uomini. Già in queste prime immagini
emerge la caratteristica  di fondo delle foto di Erwitt:
lo sguardo ironico.   "Ma io - si schermisce lui -  non
cerco l'ironia, fotografo solo quello che vedo".
USA 2000,  New York City


        France 1989,  Paris

Peccato che altri fotografi non sappiano cogliere
come lui le "assonanze" tra un gruppo di oche e
uno di ragazze  che  camminano in Ungheria, o
la similitudine tra un pellicano e un rubinetto.
O immortalare la bambina che si mette in piedi
al Metropolitan accanto alle statue egizie.
Questo sguardo capace di cogliere l'ironia delle
situazioni a volte si sofferma  anche negli spazi
angusti di una camera d'hotel (è un'altra delle
sue serie famose), dove Erwitt si diverte a sotto-
lineare  i ghirigori  di  una tappezzeria riflessa
in uno specchio quasi fosse un quadro di Gnoli.
O spazia nelle città come Berlino, dove riesce a
mettere la luna  in equilibrio  su una statua, o
in Messico  dove  un'antenna televisiva  gioca
con l'aureola di un santo.
La vita urbana  l'affascina  in tutti  i suoi  aspetti,
ferma attimi  e  situazioni  a New York (la turista
davanti al grattacielo avvolta  nella nebbia) come 
a New Orleans (splendidi i bambini in marcia con 
gli strumenti musicali  in una jam session all'aper-
to), a Parigi (i ragazzi con le maschere di Stanlio e
Ollio) come a Hoboken nel New Jersey (i panni ste-
si quasi fossimo a Napoli).
     Spain  1952, Valencia


USA, New York, Jackie Geason  1944 / Actor - Astonishment - Eye - Face

Come molti dei fotografi della Magnum, Erwitt
si è anche cimentato  con i grandi della storia e
dello spettacolo: abbiamo in mostra Krusciov e
Nixon nel 1959  e  una delle foto  più belle mai
fatte a Castro: non puoi, a vederlo in quel grup-
po  di rivoluzionari, non pensare  a  un  Cristo
d'un quadro caravaggesco. 
Ci sono Jacqueline e Robert Kennedy al funerale
di John, nel 1963. Non manca la famosa foto sul
set del film "maledetto" Misfits (Gli spostati), del 
1961. Ritrae Marilyn Monroe e l'intera troupe, da
Montgomery Clift a Clark Gable, che moriranno
uno  dopo l'altro, secondo  una leggenda, perchè
il film fu girato nel Nevada non distante dal luo-
go dove durante la guerra si facevano gli esperi-
menti nucleari per le bombe di Hiroshima.
            Usa 1968,  Florida Keys

USA 1963,  Arlington,Virginia, Jacqueline Kennedy
  at John F. Kennedy's funeral

   CUBA  1964,  Havana  Che GUEVARA

Che differenza c'è tra fotografare persone famose e
semplici passanti? "Nessuna - dice Erwitt - ,  solo
che le persone famose la gente le riconosce". E di
Marilyn Monroe: "Non c'è niente che sia più d'aiu-
to a una carriera che morire giovani". Perchè pre-
ferisce il bianco e nero? "Non lo preferisco: tanto
che il mio prossimo libro sarà di foto a colori".

Lucianone

martedì 23 aprile 2013

CINEMA / cultura - Margarethe Von Trotta e il suo film "Hannah Arendt"

La regista tedesca Von Trotta:
'con questo film sulla filosofa
Hannah Arendt il mio omaggio
alla Germania migliore'
Il film sull'autrice  del celebre libro "La banalità del
male" è interpretato da Barbara Sukowa, e racconta
la partecipazione della Arendt al processo ad Adolf
Eichmann.

(da la Repubblica - 30/01/2013 - Andrea Tarquini
da Berlino)
Con Wim Wenders, Werner Herzog, Margarethe Von
Trotta e tanti altri il grande cinema tedesco ci stupì e ci
incantò  dagli  anni Sessanta  a prima  della caduta  del
Muro. Ora il film made in Germany torna a una sfida im-
portante con  Margarethe Von Trotta  e il suo  Hannah
Arendt (in uscita in Germania).
 Il film è  dedicato  alla grande filosofa, storica e scrittrice
tedesca  emigrata  negli States, ma  non  racconta  tutta
la sua biografia, bensì  un  momento  decisivo  della sua
carriera. Quello in cui Hannah Arendt fu testimone e cro-
nista d'eccezione a Gerusalemme, al processo per crimi-
ni contro l'umanità  ad Adolf Eichmann, l'ingegnere del-
l'Olocausto. Lei che studiò a fondo la genesi di ogni to-
talitarismo, e provocò e irritò la sinistra comparando il
nazionalsocialismo al socialismo reale staliniano, allora
fece ancora un altro balzo in avanti: raccontò e poi de-
scrisse in un celebre libro la "banalità del male".
"Molta gente  a sinistra  allora la schivò, la evitò, per-
chè lei  pronunciò  verità scomode, già nel 1951 nel
suo libro  sul totalitarismo  paragonò  i crmini nazisti
con quelli del comunismo sovietico e anoi di sinistra
ciò suonava sospetto", dice Margarethe Von Trotta
nella recente, bellissima intervista a due voci che ha
concesso a Marie Luise Knott e Christiane Peitz del
quotidiano liberal berlinese Der Tagesspiegel, insie-
me a Barbara Sukowa, l'attrice tedesco-americana
di origini polacche.     "Ancora oggi", continua Von
Trotta, "ci sono persone  che rifiutano il pensiero di
Hannah Arendt perchè analizzò entrambi i totalitari-
smi".

       Margarethe von Trotta

Il processo ad Adolf Eichmann, ricordiamolo, fu uno
dei più grandi eventi mediatici del dopoguerra. L'in-
gegnere che eseguì con precisione industriale assolu-
ta l'ordine hitleriano della "soluzione finale del proble-
ma ebraico" , si era nascosto in Argentina. Nel 1960
un  commando  dell'intelligence  israeliano, giunto  a
Buenos Aires con falsi contratti da tecnici edili a bor-
do di un DC4 con falsa matricola civile, lo sequestrò
e lo portò in Israele.   Al processo, le cui riprese re-
stano memorabili (e in alcune parti compaiono anche
nel film della Von Trotta), Eichmann ammise, da fred.
do ingegnere privo d'emozioni, ogni colpa descriven-
do qualsiasi minimo dettaglio, da come dovevano fun-
zionare i forni  alla quantità  di gas Zyklone-B  usata
ogni volta. Fu condannato a morte e impiccato.
Hannah Arendt scrisse per i media americani il grande
resoconto del processo e ora il cinema riporta agli oc-
chi delle giovani generazioni tedesche quella memoria
terribile che per fortuna viene insegnata loro ogni gior-
no a scuola.   Un ruolo difficile da interpretare per la
protagonista del film. "Se devo affrontare una parte",
dice Barbara Sukowa, "non mi pongo troppe doman-
de, ma ho letto il copione senza sapere molto di Han-
nah  Arendt, poi  informandomi  mi  sono  stupita  di
quanto tempo dedicava al teatro, ai concerti, agli ami-
ci". Piccola difficoltà: Barbara Sukowa non fumatrice
ha dovuto imparare ad avere una sigaretta in mano a
ogni scena, perchè  "Hannah Arendt  senza sigaretta
non è realistica".



Margarethe Von Trotta ha studiato a lungo ogni
dettaglio di Hannah Arendt, ogni video o filmato
disponibile su di lei o su sue interviste.   "La sua
intervista alla tv pubblica con Guenter Gaus",
racconta la regista "mi colpì  sulle prime  per la
sua apparente arroganza, ma poi capii che quello
era anche il suo charme, tra sorrisi e senso dell'u-
morismo".
Il film sulla Arendt si inserisce in una ideale trilogia
cinematografica che Von Trotta ha dedicato ad al.
trettante figure femminili decisive nella storia tede-
sca, tutte peraltro interpretate da Barbara Sukova:
da Rosa Luxemburg nel film del 1986 alla mistica
Hildegard von Bingen in "Vision" del 2009. La re-
gista spiega  di  aver studiato  a lungo  la storia di
Hannah, prima di  decidere  la  prospettiva  dalla
quale raccontarla. "Non mi convinceva fare un film
generico sulla sua fuga in Francia dal nazismo, sul-
la prigionia nel Lager, sull'esilio in America.Voleva-
mo dedicare la pellicola al suo pensiero, per far ri-
flettere gli spettatori,  come se  il film  fosse tratto
dai suoi appunti,  per questo ci siamo concentrati
sulla sua resa dei conti  con la storia, al processo
contro Adolf Eichmann; come ogni eroe positivo,
anche Hannah Arendt ha bisogno nella narrazione
filmica di un antieroe".
Il film è preciso in ogni particolare, notano Von
Trotta e Barbara Sukowa.   Dai momenti in cui
l'allora direttore del New Yorker, Wilian Shawn,
aspettava nervoso il testo del reportage di Han-
nah sul processo ad Eichmann divorando le ma-
tite , fino ai dettagli più minuti: "Hannah Arendt
non era una donna grigia vestita di grigio come
molti la ricordano" nota Barbara Sukowa, "usa-
va sempre il rossetto, e indossava una collana
di perle  o  un braccialetto prezioso, e vestiva
sempre con gonna e pullover, non amava i jeans"..




Lucianone

martedì 26 marzo 2013

Cultura - La scrittrice americana Sylvia Plath

La felicità fragile come il vetro
di Sylvia Plath
Una nuova biografia, a mezzo secolo
dal suicidio della Plath, racconta
i suoi anni prima di incontrare
Ted Hughes

(da la Repubblica / R2CULTURA - 08/02/2013 - di Leonetta Bentivoglio)
E trascorso  mezzo secolo  da  quel mattino gelido,
la cui immagine resta fissata  nella memoria storica
del "femminile" con la perentorietà di una tragedia
greca. L'11 febbraio 1963, Sylvia Plath chiude porte
e finestre della sua casa londinese e si toglie la vita,
infilando la testa nel forno a gas. Il gesto è incorni-
ciato da una cura quasi teatrale dei dettagli: prima
di suicidarsi, Sylvia posa pane e latte accanto ai let-
ti dei suoi bambini addormentati, Frieda e Nicholas,
spalancando la finestra della loro stanza per salvarli.
La poetessa di culto del Novecento  a quell'epoca ha
trent'anni, e ha appena pubblicato il  romanzo  "La
campana di vetro" (The Bell Jar).
Presto la diafana autrice si trasforma in un fragoroso
campo di battaglia.  Lo  è  per il marito, il poeta Ted
Hughes, bersaglio di accuse e sospetti, , oltre che de-
positario del patrimonio testuale lasciato dalla moglie.
Lo è per i biografi, accaniti nell'indagare  l'itinerario
breve e fertilissimo di una creatura magnetica nel suo
groviglio di ferite e squilibri.  Lo è per il pensiero fem-
minista, che s'appropria dell'anima straziata di Sylvia
facendone un vessillo spesso irrigidito negli obiettivi
e nelle strategie.
Come ha scritto Nadia Fusini nell'introduzione al Me
ridiano dedicato all'opera della Plath, suonano incon-
grue le catalogazioni dei suoi versi in etichette quali
poesia femminista, poesia femminile o poesia confes-
sionale.  Sylvia non è un "io" lirico e autobiografico:
il suo genio sfugge alle banalità di attributi quali don-
na, bianca, gelosa, aggressiva, sofferente, tradita  del
marito.

CONTINUA...to be continued...

sabato 23 marzo 2013

Musica - Il jazz e la vita del soulman Gregory Porter

Parole di Porter:  "la musica non
si studia, si vive"     
e poi dice ancora "sono il settimo di otto figli, mia
madre era ministro della chiesa battista: ho sempre
cantato  /  da bambino sentivo  la mancanza di un
padre: allora ho immaginato che fosse Nat King Cole"
Il soulman afroamericano, in concerto in Italia, ha
Ha ottenuto le nomination ai Grammy negli Usa.  

 visione post - 1.432

(da 'la Repubblica' - 20/03/2013 - Giacomo Pellicciotti)
Sembra una storia di altri tempi la biografia di
Gregory Porter, il soulman afroamericano con
la voce ricca, pastosa e seducente che solo ora,
a 41 anni, può permettersi un tour mondiale dopo
una lunga e sofferta gavetta. Non è un diplomato
a pieni voti  del Berklee College of Music o di al-
tre quotate scuole simili, che è la regola oggi, ma
rappresenta l'emancipazione  da una vita dura e
difficile  iniziata  fin  da  bambino  seguendo la
mamma in chiesa per cantare gospel e spiritual,
come succedeva ai tempi romantici e tormentati
di Aretha Franklin e Ray Charles.


Una storia che Gregory, barba da profeta  e fisico
da ex giocatore di football americano, ci racconta
con parole e ricordi che gli escono dal cuore:
"Mia madre era un ministro della Chiesa Battista,
si chiamava Ruth.  La prima cosa importante che
ho capito seguendola in chiesa è stata l'importan-
za della musica nella mia vita. Per  me  le  prime
nozioni e i primi contatti con la musica arrivano
dalla chiesa. E' stato un processo naturale, nessu-
no mi ha spiegato  cosa  fosse  e  cosa dovessi fare,
era tutto così emozionante e direttamente connes-
so con la nostra cultura.  Mia nonna, mia madre,
tutti intorno a me usavano la musica per pregare
e chiedere la benedizione della tavola  e  tutta la
famiglia rispondeva cantando. La musica è sem-
pre stata  una parte fondamentale  della cultura
afroamericana. per me la musica è portatrice di
cose belle, è la più grande  forza  positiva nella
quotidianità delle persone.
 Gregory Porter è stato una delle sorprese più
gratificanti dell'anno, praticamente uno sco-
nosciuto in Italia fino a quando a  Orvieto,
durante  l'ultimo Umbria Jazz Winter  è di-
ventato, come "artista residente" del festival,
il beniamino del pubblico che andava ad ap-
plaudirlo ogni giorno.
Porter ha prodotto finora 2 album in crescendo,
nel 2010 'Water' e nel 2012 'Be Good', entram-
bi un mix di canzoni sue  e  di celebri standard
americani, tutti e due benedetti da una nomina-
tion ai Grammy Awards. L'autorevole trombet-
tista Wynton Marsalis lo ha definito "un fanta-
stico giovane cantante". Gli fa eco il 'New York
Times': "Gregory Porter ha molto di quanto vuoi
da un cantante di jazz maschile e una o due cose
che non ti aspetti".        Nelle foto e in concerto
indossa un passamontagna con visiera che non
si capisce se è un portafortuna o la sua coperta
di Linus.  -  Gregory continua il suo racconto:
"Sono il settimo di otto figli, cinque maschi e
tre femmine.  Tutti cantavano in chiesa, ma i
tre più giovani  facevano  un gruppo a sè che
viaggiava con la mamma. C'era sempre musi-
ca  a  casa mia, ma non ho  mai  frequentato
scuole di musica. Ho cominciato a viaggiare.
e a vivere cantando, a 21 anni, quando è mor-
ta mia madre". 
Porter deve molto  a  un suo amico di San Diego,
il sassofonista e produttore Kamau Kenyatta, che
gli ha svelato i trucchi e i segreti dell'arte di con-
fezionare canzoni. Ha anche prodotto i suoi due
dischi e  gli  ha  presentato  il  famoso  flautista
Hubert Laws che, nell'album HL remembers the
unforgettable  Nat King Cole, del 1998,  gli  ha
fatto cantare Smile di Charlie Chaplin.
In studio Porter ha conosciuto Eloise, sorella di
Laws, che lo ha aiutato a entrare nel cast voca-
le del musical It ain't nothin'  but the blues, un
grande successo di Broadway.
Il soulman ha molto sofferto l'assenza di una figu-
ra paterna. E' vero che anni fa ha eletto Nat Cole
come padre putativo? - "Ho davvero immaginato,
quando ero molto piccolo, che Nat King Cole fos-
se mio padre. Ho fatto quello che tutti i bambini
fanno quando hanno bisogno di una figura pater-
na di riferimento. E forse anche perchè una volta
mia madre, dopo avermi sentito cantare, esclamò:
"Ehi, Greg, canti come Nat King Cole".  E così
sono andato  a vedere  chi  era questo signore di
cui parlava lei".
Ma per Porter sono importanti anche i luoghi, i
quartieri, i vicini di casa. "Sono cresciuto a Los
Angeles in un quartiere nero e mi sono poi spo-
stato a Bakersfield, un quartiere dove erano tutti
bianchi, anche se continuavamo a cantare nella
chiesa  che  era  dall'altra  parte  della città nel
quartiere afroamericano" racconta.   "E' stato
bello crescere  a contatto  con persone apparte-
nenti a diverse comunità e sentirsi accolti bene
ovunque.  Oggi vivo a Brooklyn, New York, con
la mia giovane famiglia: mia moglie che ho spo-
sato    da circa un anno e un bambimo di pochi
mesi.  Passo molto tempo in tour, ma sono sem-
pre in contatto con loro via Skype. Brooklyn ha
un'influenza molto forte nelle mie canzoni.  Le
strade, il cibo, la comunità, gli odori, fa  tutto
parte della mia cultura. Sono nove anni che ci
vivo e ormai mi sento psrte integrante del quar-
tiere. A due isolati da casa c'è un ristorante ita-
liano che si chiama Celestino.   Il proprietario
italiano è abbonato ai vostri giornali  ed è im-
pazzito quando ha visto gli articoli che parla-
vano di me a Umbria Jazz Winter".
Gregory porter l'aveva promesso a Orvieto che
sarebbe tornato presto. Ed eccolo di nuovo in
concerto: questa sera (20 marzo 2013, ndr) sa-
rà all'Auditorium Parco della Musica di Roma, 
domani al Teatro Giotto di Viccio (Firenze),
il 22 al Donizetti di Bergamo e il 23 al Forum
di Bari. - D'estate sarà ancora ad, Umbria Jazz,
promosso sui palchi più prestigiosi di Perugia:
l'11 luglio ospite di Wynton Marsalis all'Arena
Santa Giuliana e il 12 luglio al teatro Morlac-
chi con il suo quintetto.




Lucianone

martedì 29 gennaio 2013

Lo scrittore americano Shalom Auslander: grande irriverente

Se Anna Frank fosse viva...               visioni post - 68
E' una di quelle cose assurde, fantastiche che
però da ragazzo, quando avevo cominciato a leggere
il suo Diario, avrei sempre desiderato si realizzasse,
per parlarle come a un'amica e confidarle tanti miei
pensieri e magari angosce e chiaramente anche le
gioie, felicità, desideri e altro ancora: insomma a
dire la verità quasi come a una fidanzatina.
Lo scrittore ebreo Auslander ha scritto l'anno
scorso  un  libro, dove immagina  la ragazzina
olandese ancora viva, ma nella campagna new-
yorchese, dove è ancora nascosta a trascorrere
la sua vecchiaia .
(Lucianone)

Shalom  Auslander,
un ebreo scandaloso (lui stesso
lo dice di sè), che racconta la
vecchiaia di Anna Frank
nel libro "Prove per un incendio"
La giornalista Susanna Nirenstein
intervistò lo scrittore americano
nel febbraio del 2012.
(da 'la Repubblica' - 8/2/2012  -  Susanna Nirenstein)
Beh, Anna Frank viva e decrepita nascosta in una
soffitta nelle campagne newyorchesi del 2011, che
vuol solo mangiare azzime e scrivere un nuovo ro-
manzo pari al suo celebre Diario (32 milioni di copie!
non  fa  che  ripetere) era  difficile  da  immaginare. 
Non c'è limite all'irriverenza dell'americano Shalom
Auslander, classe 1970.
Dove ci vuol portare dopo 'Il lamento del prepuzio',
in cui si faceva beffe rabbiose del terrore per l'Onni-
potente che gli aveva inculcato la comunità ebraica
ultraortodossa di Monsey, Brooklyn?   Dopo i rac-
conti di 'A Dio spiacendo', che rappresentavano il
Padreterno  addirittura  come  un immenso pollo?
Il tiro  questa volta  è  ancora più affilato, perchè 
con 'Prove per un incendio' (Ediz. Guanda/traduz.
di Elettra Caporello),  il terribile Shalom vuol di-
pingere, per quanto  annegata  nello  humour  e
nell'azzardo, l'immagine che ha di sè stesso e de-
gli ebrei contemporanei, uomini e donne braccati
dalla storia.
Il protagonista del romanzo è Salomon Kugel. E'
lui che è andato a vivere in una villetta a Stock-
ton, un non luogo dove non c'è  e non è mai suc-
cesso  niente, niente di niente, con la speranza,
sottolineamo "speranza"  di  ripartire  da capo
con la moglie Bree e il figlio Jonah, senza il pe-
so del passato (ma non è proprio quello che ha
fatto davvero Auslander con la consorte e due
figli?).  Nei dintorni si aggira un piromane che
dà fuoco alle fattorie della zona, ma per ora non
sembra così minaccioso.  Con i Kugel c'è anche
la madre di Salomon però, una signora che sem-
bra sempre sia lì lì per morire, ma in realtà resi-
ste e tormenta tutti perchè si racconta di essere
una sopravvissuta della Shoah, anche se è nata
e cresciuta a New York.    Convivenza difficile,
soprattutto quando Kugel scopre che in soffitta
si nasconde Anna Frank!
















Anche Philip Roth l'aveva risuscitata in un romanzo
(The Ghost Writer), ma per svelare a un certo punto
che era solo una fantasia.    Qui invece è viva, brut-
tissima, arrogante, un mucchio di cenci che si è sal-
vato da Bergen-Belsen, mantenuta per decenni dal
precedente abitante della villetta, un tedesco pieno
di sacrosanti sensi di colpa. Ora, figuriamoci se una
famiglia di ebrei può disfarsi di una sopravvissuta,
e che sopravvissuta, l'icona stessa dello sterminio,
"Miss Olocausto" come si definisce lei stessa! Sa-
rebbe come buttare fuori di casa Wiesel, si dicono
Kugel e sua madre. Le cose poi vanno come van-
no, non bene, lo leggerete, e in fondo si può  dire
che il libro sia quasi uno sfrontato (e amarissimo)
trattato filosofico svolto per assurdo sulla vita do-
po il Genocidio. Meglio porre qualche domanda a
Shalom.
S. Nirenstein: "Era proprio il caso di infrangere un
tabù come Anna Frank?"
S. Auslander: "Ho avuto un'educazione molto reli-
giosa. Il risultato è che mi piace peccare.     E' una
delle cose che faccio appena posso. Scrivo per tra-
sgredire. Se in una storia non c'è un peccato, non
la porto avanti. Detto questo, in Prove per un  in-
cendio il punto più scandaloso non è Anna Frank, 
che nonostante  l'età e il carattere  ne vien fuori
abbastanza bene, ma l'idea  che  la  speranza sia
un errore. Tutti la coltiviamo anche se non abbia-
mo nient'altro. E se fosse uno sbaglio?".
S. Nirenstein: "Dopo ci torniamo. Ora il fatto è che lei
non prende di mira solo l'icona Anna Frank, ma l'Olo-
causto e la sua memoria, e la paura, lei direbbe l'osses-
sione, di una nuova Shoah, per di più scherzandoci so-
pra.
S. Auslander: "Non c'è niente di buffo nel genocidio,
salvo  che  ne accadono  continuamente, anche se ci
sbracciamo a dire "mai più". E' questo di cui rido, e
su cui mi interrogo: come si va avanti sapendolo?
Come possiamo parlare ai nostri figli del futuro, del-
l'uomo? A me da ragazzo è stato detto  che la gente
mi avrebbe odiato  perchè  sono  un ebreo.  Forse è
vero.  O forse è peggio,  forse la gente mi odia per-
chè odia. Tutti".
S. Nirenstein: " Nei suoi promo per il romanzo . ma
anche il protagonista Kugel agisce allo stesso modo -
lei chiede  a tre amici  se la nasconderebbero in sof-
fitta se ci fosse un'altra Shoah. Lei lo fa con humour
ma è vero che  ogni ebreo  si chiede   quale  dei suoi
conoscenti gli darebbe rifugio nel caso.. Kugel è lei?
Le vostre paure sono le stesse?"
S, Auslander: "Kugel c'est moi, sì. Ma sono anche
Anna Frank, e anche la mdre di Kugel. Ognuno af-
fronta la paura in modo diverso: la mamma crede,
come molti, che la paranoia  sia la miglior difesa -
se vediamo odio dovunque possiamo evitare che ci
venga addosso; tipo l'America  post 11 settembre.
Anna Frank  si sente meglio  in soffitta, nascosta,
senza vivere.  Kugel spera di poter far ripartire la
storia, ricominciando da capo; non vuol raccontare
niente a suo figlio.    Pensa che se suo figlio dovrà
morire in una camera a gas, meglio garantirgli 30
anni senza camere a gas per la testa. Hanno tutti
ragione, e io non so quale ù la risposta. Sospetto
che non ce ne sia".
S. Nirenstein: "Kugel è come Giobbe, una disgra-
zia dopo l'altra. Pensava a lui mentre scriveva?"
S. Auslander: "La storia di Kugel procede passo
passo con quella di Giobbe. Perde la casa, la mo-
glie, il figlioi, la salute.  Non l'avevo deciso da pri-
ma, ma man mano che le cose andavano male, ho
capito che era un racconto di Giobbe, solo che lui
era tormentato da Dio, mentre Kugel si tormenta
da solo".
S. Nirenstein: "Anche Kafka l'ha influenzata"
S. Auslander: "Sì, la storia di Anna Frank è quasi
quella della Metamorfosi  all'incontrario:  non dal
punto di vista di gregor Samsa, ma in modo simpa-
tico con chi si trova a vivere  con uno scarafaggio
gigantesco in casa. Quell'insetto è un casino: cer-
to, un tempo era  loro figlio  ma  sicuramente non
sta per guarire, e la famiglia  vorrebbe  vivere la
sua vita, no?  Come i Kugel davanti a Anna Frank.
E'  un  peccato - sfottere una storia sacra  come 
quella di Kafka, rovesciarla. Quindi ottimo."
S. Nirestein: "E'  un romanzo  sull'inutilità  della
speranza. Un messaggio pesante. Lei vive senza
speranza?"
S. Auslander: "Non lo so. Sper, ma mi fa soffrire.
Non spero e divento triste. Che fare? E la storia
non migliora le cose. La storia è un peso. Diciamo
sempre che impariamo dal passato, ma se si ripe-
te, ovviamente non impariamo niente.    Forse la
speranza è male.  Forse dimenticare è meglio di
ricordare. Io lancio questi pensieri contro il muro
e guardo come vanno in pezzi."
S. Nirestein: "E come vuole insegnare il passato
ai suoi due figli?". (E' quello che Kugel si chiede
tutto il tempo)
S. Auslander: "In larga parte scrivo per risponde-
re proprio a questa domanda. Mi aiuta a pensarci.
Da bambino  mi fu detto  che tutti odianogli ebrei,
che ero un dead man walking. Non voglio dire ai
miei figli che l'uomo è un'adorabile creatura. Gli
racconterò che ci sono buone probabilità di venire
feriti, picchiati o uccisi. Non perchè sei un ebreo,
però. Ma perchè sei una persona. Non farne una
questione personale, piccolo."
S. Nirestein: "Si può scherzare su tutto?"
S. Auslander: "Sì".


Lucianone

sabato 19 gennaio 2013

Musica / Zucchero in concerto a Cuba

     Zucchero incanta Cuba          visioni post - 97          
              col blues e le parole del Che

L' Avana  - 
E' un sogno che si avvera per Zucchero Fornaciari,
ma anche un evento speciale per Cuba il concertone
tenuto  l'8 dicembre '12 (sabato)  dal musicista italia-
no  a l'Avana davanti a 40mila persone. Sono state 3
ore di musica  grazie anche all'autorizzazione, per la
prima volta a Cuba, di poter utilizzare audio, luci, video,
scenografie  arrivate dall'Italia, otto container  zeppi di
materiale giunti a Cuba dopo 40 giorni di navigazione.
Insieme all'attrezzeria, Zucchero ha portato  sull'isola
la sua miscela di blues, rock, soul lasciandola contami-
nare dai suoni e dai musicisti cubani, gli stessi con cui
ha realizzato il suo nuovo disco, 'La Sesiòn Cubana',
registrato all'Avana:  dalla trascinante 'Nena', il brano
che apre l'album, ai classici del suo repertorio contami-
nati  dai  suoni  dell'isola  come 'Baila', 'Così celeste',
'L'urlo' fino alla versione italiana di 'Guantanamera'.
E' stata una "festa della musica" preceduta da 6 mesi
di preparazione, e dalla speranza nata 22 anni fa, al-
l'indomani della celebre esibizione al Cremlino, l'8
dicembre del 1990.    "Ho aspettato tanto tempo ma
forse è stato meglio così", dice Zucchero esausto al
termine del concerto.    "L'organizzazione è andata
avanti tra mille difficoltà ma il risultato è stato  un
concerto come lo avrei fatto in Italia o in Europa.
A 57 anni posso anche permettermi di rischiare ma
per noi che l'abbiamo vissuta è stata una missione
impossibile".   A cominciare dal reperimento del
luogo del concerto poi trovato nell'Instituto de Arte.
Ma la vera sorpresa è stato il pubblico - continua il
musicista di Roncocesi - Non c'erano manifesti per
le strade dell'Avana, il concerto era stato annuncia-
to alle radio e tv locali, ma è stato il passaparola a
portare il pubblico superando ogni aspettativa".
I cubani hanno ballato sulle note di 'Overdose',
'Con le mani' e 'Diavolo in me', ma che ha anche
apprezzato  l'Ave Maria no morro,  una canzone
popolare  portoghese  che ha voluto dedicare  ai
familiari delle vittime dell'uragano a Santiago.
Così come  tra i pezzi  più applauditi  è stato il
'Miserere'  introdotto  dal pianista Frank Férnandez.
Dopo di lui altri si sono uniti in inediti duetti  in spa-
gnolo:  con Buena Fé, che aveva aperto la serata, con 
Laritza Baccallao, con Equis X Alfonso,  per chiudere 
con David Bianco.
Durante la serata Zucchero  ha voluto rendere omag-
gio anche a John Lennon nell'anniversario della sua 
scomparsa  dedicandogli  'Spicinfrin Boy', ma è stata
soprattutto la gente e il popolo di Cuba il destinatario 
di questo concerto. Per questo il bluesman non inten-
de replicare a chi dall'Italia  lo ha criticato  per aver
suonato  a Cuba senza pensare ai 'dissidenti': "Sono
cose gratuite per alzare il polverone.  Erano 22 anni 
che aspettavo questa serata e l'ho voluta dedicare al
popolo cubano, per la sua storia, la cultura e la mu-
sica di questa isola.  Per questo dal palco ho citato 
il Che: ' dobbiamo rafforzarci senza mai perdere la
tenerezza'-". E per il futuro c'è un altro sogno: un 
disco e un concerto con Ennio Morricone.
(da 'la Repubblica' - lunedì 10 dicembre 2012 - di Rita Celi
da Cuba)





 

Visioni  post -  97

Lucianone