mercoledì 31 luglio 2013

CINEMA - Il regista americano Stanley Kubrick

luglio 2013 -                                    visioni post - 107        












Kubrick filming 'Barry Lyndon'


Stanley Kubrick  (1928 - 1999)
è considerato tra i maggiori registi
della storia del cinema
Nelle sale di tutta Italia "Paura e Desiderio" (29, 30
31 luglio '13), il primo film di Stanley Kubrick che
anticipa i  suoi futuri capolavori.

Quei soldati allo specchio  
di Kubrick il pacifista
(da "L'Eco di Bergamo" / Spettacoli - 28 luglio 2013 - Andrea Frambrosi)
Quando Kubrick non era ancora Kubrick. Alle origini
del mito, Kubrick ritorno al futuro.
Ognuno si scelga il titolo che preferisce per
festeggiare  l'arrivo nelle sale, solo il 29, 30 e 
31 luglio, di "Fear and Desire",  primo lungo-
metraggio del futuro genio del cinema mondiale
che viene distribuito  per la prima volta 14 anni 
dopo la morte del maestro.
"Fear and Desire" (Paura e desiderio, 1953) è il 
primo lungometraggio  -  dopo  tre  documentari 
("Flying Padre". "Day of the Fight" del 1951 e
 "The Seafarers" del 1953)  -  dell'allora 25enne
Kubrick.     Film che però, diventato successiva-
mente il regista di culto che tutti conosciamo, il 
suo autore ha immediatamente disconosciuto,
considerandolo "niente più di un esercizio da
amatore", dal risultato "noioso e pretenzioso".
Non di meno, dovrà essere sicuramente salutato
come un evento  l'uscita  di questa copia pratica-
mente inedita  completamente  restaurata in hd
dalla Library of Congress di Washington e dop-
piata per la prima volta in italiano.  Presentato 
in Italia  da  Qmi  e  Minerva Pictures, sul sito
www.kubrickalcinema.it  e www.qmi.it. oltre al-
l'elenco completo delle sale aderenti (nella ber-
gamasca Uci Curno, Ariston Treviglio  e  San 
Marco in città) è possibilevisualizzare il trailer
del film e acquistare il biglietto d'ingresso.
Con un semplice login, inoltre, tutti i fan potranno
scoprire, rispondendo ad alcune domande sulla vi-
ta e la carriera di Kubrick, quale personaggio dei
suoi film  meglio  li  rappresenta, per poi condivi-
derlo su facebook. -   Dall'homepage del sito gli
utenti possono anche ascoltare la playlist con le
musiche più famose dei grandi successi del mae-
stro creata ad hoc da Deezer, media partner del-
l'evento, per l'uscita nelle sale di "Fear and De-
sire".

Certo  con il senno  di poi  è  facile, oggi, 
rintracciare in questo primo lavoro di una
certa compiutezza i temi, gli stili, le osses-
sioni e i rimandi che poi si sarebbero sus-
seguiti in una delle carriere più emblema-
tiche della storia del cinema. Non di me-
no, analizzando il lavoro è impossibile non
rintracciarvi almeno  i semi  da cui nasce-
ranno i futuri frutti. Il lavoro, della durata
di poco più di un'ora, si sviluppa in tre mo-
vimenti o, se preferiamo, in tre atti.

-LA STORIA  -   Quattro soldati di un imprecisato 
esercito che stanno combattendo in un'imprecisata 
guerra  in un  altrettanta  imprecisata zona (da cui
l'astrattezza stilistica del lavoro) devono ricongiun-
gersi al proprio esercito. Decidono così di costruire
una zattera per scendere lungo il fiume che scorre 
nella foresta in cui si trovano.    Dopo uno scontro 
vittorioso  con una pattuglia nemica, dopo il quale
uno dei quattro  dà segni  di squilibrio, incontrano
una ragazza. Temendo che possa tradirli, la lega-
no ad un albero. Nel corso di una colluttazione con
uno dei soldati che ha tentato di violentarla, rimar-
rà però uccisa.   Intanto, intercettato il commando
avversario, due dei soldati si avvicinano, ma si ac-
corgono che  i militari nemici  hanno  i loro  stessi
volti: quando si avvicinano per dare il colpo di gra-
zia, gli sembra di guardarsi in uno specchio. Riuni-
tisi agli altri, aspettano  la zattera  per discendere 
il fiume.
Come si vede, tra i tanti - il pacifismo, la guerra,
la violenza, la presenza perturbante della donna -
emerge già, prepotente, il tema del "doppio" che
Stanley Kubrick  mutua  dalla  "Traumnovelle"
dall'amato scrittore (e medico) viennese Arthur
Schnitzler e che, molti anni dopo, gli servirà co-
me base per "Eyes Wide Shut" (1999), che sarà
il suo ultimo film. Un cerchio chiuso che si riapre,
in un certo senso, ritornando alle origini di un mi-
to che l'autore newyorkese ha sapientemente co-
struito tra genio e regolatezza all'insegna di una
maniacalità diventata ben presto leggendaria.
IL COMMENTO
Solo 13 film in 50 anni ma tutti necessari.
Topolin, Topolin... Viva Topolin... E' uno dei più
folgoranti finali del cinema, in "Full Metal Jacket"
(1987) del grande Stanley Kubrick, motivo cantato
mentre le truppe Usa tornano disfatte da una scon-
fitta in Vietnam.    Un film che commuove e che fa
storia. "Tu non vivrai per sempre - dice l'inflessi-
bile sergente a una recluta - ma il corpo dei marines
ha un buon motivo per continuare a vivere". Topo.
lin,,, Topolin... Intanto il massacro continua.
Si annuncia, per i prossimi giorni, il film che segnò
l'inizio della carriera strepitosa di Kubrick (1928-
1999), "Fear and Desire". Inedito in Italia è stato
completamente restaurato in hd   dalla Library of
Congress di Washington  e doppiato per la prima
volta in italiano.   Il film sta per essere proiettato 
in oltre 90 sale in tutta Italia. In quasi 50 anni que-
sto eccezionale regista ha diretto solo 13 lungome-
traggi, significando ancora una volta  che i veri ar-
tisti non lavorano a cottimo ma soltanto quando ne
avvertono la necessità.
Anche  solo  un rapido sguardo  ai suoi film - che 
ogni appassionato di cinema ha visto e ben ricor-
da - ci permette di affermare che ognuno di essi
ha una precisa ragione d'essere, è valido e "de-
finitivo".  Pensiamo, per farla breve, a "Orizzon-
ti di gloria" (1957), con Kirk Douglas sulle fango
se trincee della prima guerra mondiale, a "Lolita"
(1962), con James Mason  e  Sue Lyon, finanche
superiore al bst seller di Nabokov, a "Barry Lyn-
don" (1975), sontuosa ricostruzione del romanzo
settecentesco di Thackeray, a "Shining" (1980),
con Jack Nicholson e Shelley Duvall terrorizzati
da occulte, ma familiari, presenze in un hotel ab-
bandonato, al "Dottor Stranamore" (1964), sul ba-
ratro della guerra atomica e, in fine, senza dimen-
ticare il finimondo "domestico" di "Arancia mec-
canica", a "2001: Odissea nello spazio" (1968),
che  costringe  l'aspetto fantascientifico  dentro 
l'involucro della filosofia. Fino al testamento di
"Eyes Wide Shut" (1999), con Tom Cruise e Ni-
cole Kidman, sul baratro  esistenziale  tra l'aldi-
qua e l'aldilà.
Con tutto che i suoi film non fossero facili da capi-
re e memorizzare lui, Stanley, era  un uomo sem-
plice, un amico. A quei pochi giornalisti che riusci-
vano a parlargli, noi tra questi a Venezia nel '62,
l'anno di "Lolita", diceva subito;  "Non mi parli
dificile, per favore". Impagabile. Grandezza del
genio.

Lucianone

sabato 6 luglio 2013

Cultura - Lo scrittore americano DAN BROWN

6 luglio 2013 -  sabato                                                       visioni post - 7
  Da sempre appassionato di misteri e di codici
segreti, Dan Brown ha messo questi suoi interessi
al centro dei due best-seller che hanno conquistato
le classifiche di tutto il mondo: 'Il codice Da Vinci'
e 'Angeli e demoni'.

Dan Brown: "Un romanzo è come 
la vita senza le parti noiose. / Non
sono un teorico del complotto ma
credo nelle mie storie."
Questo ha detto, tra altre cose, lo scrittore statunitense
durante il Dialogo-intervista avuto, alla Repubblica del-
le Idee di Firenze, con il giornalista Vittorio Zucconi.

(da la Repubblica / R2CULTURA - 7 giugno 2013 - Laura
Montanari)
Dove si trovano le parole, come si costruisce una storia
che diventa un thriller di successo, pagine che milioni
di lettori a varie latitudini del mondo divorano per ar-
rivare  a una fine  uguale per tutti, un punto  messo a 
fuoco. Con Dan Brown è un rischio: la fine spesso non
ha i contorni così definiti e limpidi da tranquillizzarci.
una volta arrivati al capolinea. "Scrivere una fiction è
come scrivere  della vita   tagliando tutto quello  che è 
noios", dice Dan Brown, lo scrittore americano del mi-
stero e dei mille segreti che circondano le sue storie, 
dal Codice Da Vinci all'ultimo Inferno (Mondadori).
Si racconta consegnandosi senza ombre a Vittorio
Zucconi. E' uno degli incontri più attesi della prima 
giornata fiorentina della Repubblica delle Idee (tut-
to esaurito da giorni). Due poltroncine sul palcosce-
nico, Palazzo Vecchio, Salone del Cinquecento, in-
torno un perimetro di affreschi e armonie artistiche.
E' anche, e non a caso, uno dei luoghi  dell'ultimo 
romanzo di Dan Brown.
V. Zucconi  -  Nelle sue siorie c'è spesso l'idea di
poteri che ci nascondono le cose.
D. Brown  -  Scrivo il romanzo che da lettore vorrei
leggere.
Zucconi  -  E' vero che per farsi venire delle idee e
far circolare meglio il sangue, a volte si appende a 
testa in giù?
Brown  -  Può sembrare strano ma è così. Mettersi
a testa in giù  è  un altro modo  di vedere il mondo,  
cambia la prospettiva... e questo aiuta.
Zucconi  -  Come costruisce una trama? Parte da
un'idea e mette intorno un racconto?
Brown  -  Per me scrivere è come realizzare una casa,
bisogna  cominciare  dalle fondamenta  e farlo bene,
avere le grandi linee della storia in testa.  Di Inferno
ho scritto all'inizio cento pagine, poi ci ho lavorato
su (sono diventate 522, ndr). Se non ho chiaro dove
voglio arrivare, rischio  di andare avanti  e  poi fer-
marmi senza trovare una via d'uscita quando sono
al 99 per cento del libro. Mentre facevo le ricerche
per Inferno e prima ancora per Il codice Da Vinci,
mi sono reso conto che la filosofia e la storia della
Chiesa diventavano per me sempre più affascinan-
ti e l'influenza  che ha avuto  la visione dantesca
dell'Inferno cristiano fosse la più precisa e la più
particolareggiata. Lo so che era già stato descrit-
to nella Bibbia e che un aldilà c'era anche nella
mitologia classica, ma è Dante  ad  averne  dato 
una narrazione completa, vivida e terribile.  La 
storia prosegue anche così.
Zucconi   -   Certo è molto coraggioso, lei che è
americano, venire qui a parlare di Dante ai fio-
rentini.
Brown  -  (ride) Il  mio  romanzo  è  una lettera 
d'amore a Dante, a Firenze, alla vostra cultura.
Zucconi  -  In Inferno lei parla di un misterioso
Consortium e aggiunge una postilla: "E' un'or-
ganizzazione privata  con sedi  in sette diversi
paesi.   Il nome è stato cambiato per motivi di
sicurezza e privacy".    Lei crede a quello che 
scrive?
Brown  -  Assolutamente sì. Sono più uno scettico che
non un teorico del complotto.
Zucconi  -  Ci sono casi in cui le teorie complottistiche
nascono per esempio, dal rifiuto di credere che 19 ter-
roristi possano  dirottare  aerei  e  colpire  il cuore di  
New York sconvolgendo il mondo.  Ha mai pensato a 
scrivere un libro sull'11 settembre?
Brown  -  Penso che  non ne sarei capace, provo anco-
ra troppo dolore. Non mi sento pronto. Quanto ai com- 
plotti, il passato ha dimostrato come a volte anche un
solo uomo possa cambiare il corso della storia.
Zucconi  -  Cambiando completamente argomento, 
perchè nei suoi libri non c'è quasi mai sesso?
Brown  -  Mi sono posto come sfida di creare bestseller
senza il sesso. In Inferno c'è in realtù una scena ripetu-
ta due volte, ma lì era indispensabile. Non metto nei li-
bri ingredienti come sesso e violenza gratuita per ven-
dere di più, li metto soltanto se li ritengo funzionali e
importanti rispetto alla storia chr vado a raccontare.
    Dan Brown

Zucconi  -  In Inferno a un certo punto spiega che
Dante ha scritto in volgare per frsi capire da tutti,
mi è sembrato.di cogliere in quel passaggio un suo
riferimento a chi la critica dicendo magari  che lei 
non è uno scrittore raffinato, che non usa un ingle-
se dickensiano ma una lingua nazionalpopolare...
Brown  -  Uno scrittore o un artista o un musicista
quando compongomo qualcosa  si lasciano in gene-
re guidare dal proprio gusto. Scrivo cose che piac-
ciono a me.
Zucconi  -  In Inferno  lei affronta  anche il tema
della crescita esponenziale della popolazione del
pianeta.
Brown  -  Negli ultimi 85 anni la popolazione del
mondo è triplicata, ogni giorno nascono 200mila
bambini.  E' un tema che mi interessa molto e di
cui parlo nel romanzo, ma ho rispetto dei lettori
e non suggerisco delle soluzioni, mi basta  che si
facciano un'idea del problema. La stessa cosa va-
le quando  parlo del bene  e del male, penso che
anche i cattivi abbiano delle ragioni per compor-
tarsi in quel determinato modo e quindi bisogna
interrogarsi, non smettere di farsi delle domande
prima di giudicare. Farsi domande del resto è il
solo modo per vincere l'apatia.
Zucconi  -  Con Il Codice da Vinci è stato attac-
cato da certi ambienti della Chiesa.
Brown  -  Non mi sarei mai aspettato che chiedersi
quale fosse il senso del Cristianesimo se Gesù non
fosse stato il Figlio di Dio, potesse scatenare tante
reazioni. Sono vissuto in una famiglia in cui quel-
le domande si potevano fare...
Zucconi  -  In alcuni suoi libri, penso al Simbolo per-
duto, lei insiste  sul ruolo  della Massoneria:  può 
prendere un  dollaro e mostrarci i simboli che trova 
sopra?
Brown  -  (frugandosi nelle tasche e tirando fuori 
una banconota verde e mostrandola alla sala):
Qui c'è una piramide non terminata... ecco penso
che  una piramide  non terminata  sia per noi  un 
simbolo: possiamo fare ancora delle cose e farle
bene, non dobbiamo smettere di costruire. Lo penso
profondamente, nel mio cuore.



Dan Brown a Firenze

"La verità del ghiaccio"
Nuovo, sorprendente romanzo di Dan Brown
'Un misto di scienza, storia e politica; un fuoco
di fila di colpi di scena tra la Casa Bianca e il
Polo Nord'  (Corriere della Sera).

Quale mistero nasconde il meteorite scoperto
dalla NASA non lontano dal Polo Nord? Un
gruppo di scienziati indaga. Ma il rischio è 
molto alto.
La notizia è di quelle che potrebbero rivoluzionare
la scienza e sconvolgere la Storia: al di là dell'82°
parallelo, dove  l'isola di Ellesmere  si  protende 
verso i ghiacci del Polo Nord, la NASA ha indivi-
duato un meteorite molto particolare. Anzi unico.  
Al suo interno, infatti, cela dei fossili di insetti. 
Un segno inequivocabile che da qualche parte, 
nell'Universo, c'è vita.

Lucianone


venerdì 10 maggio 2013

VIAGGI - Walter Bonatti a Capo Horn

Il Mito Walter Bonatti -
Dopo essersi ritirato, nel 1955, dall'attività
di scalatore, cominciò a viaggiare in terre
remote.                                                       visioni post - 111
Il viaggio - 43 anni fa W. Bonatti si imbarcò sulla
torpediniera 'Fuentealba' e salpò da Punta Arenas.

Walter Bonatti
nel 1954

(da 'Corriere della Sera' - 7 aprile 2013 - di Franco Brevini)
A Capo Horn sulle tracce
di Walter Bonatti
"Paesaggio apocalittico, senza orizzonte"
La fine del mondo, il punto più meridionale  del-
l'America, una leggenda nella storia dell'esplora-
zione, un mito per ogni velista: Capo Horn è tutto
questo e altro ancora. I pensieri si affollano, men-
tre  il solito  vento patagonico cerca di buttarmi a
terra non appena emergo sull'altopiano dell'isola.
In basso, nella piccola cala, lo "zodiac" che mi ha
portato a terra dopo una danza infernale sulle onde.
In rada all'ancora la nave delle "Cruceros Austra-
lis", che una volta alla settimana  permette anche
alla gente comune di raggiungere il selvaggio Capo
posto a oltre 55 gradi di latitudine sud, davanti allo 
stretto di Drake: l'ultimo ricordo di terre quasi nor-
mali prima dell'assurdità glaciale dell'Antartide.
Mentre salgo verso il monumento di ferro che raffi-
gura un albatrio e che ricorda  tutti i navigatori che 
hanno doppiato  il mitico  Cabo de Hornos, come lo
chiamano i cileni a cui appartiene, ripenso che qua-
rantatrè anni fa calpestava questa stessa erba gial-
la e tagliente il più famoso alpinista ed esploratore
bergamasco: WALTER BONATTI.
Dopo il ritiro dall'attività di scalatore, nel 1965, Bo-
natti aveva cominciato a viaggiare in terre remote
quale avventuroso inviato di "Epoca". I suoi servi-
zi, corredati dalle primesbalorditive immagini della
wilderness che giungessero agli italiani, hanno fat-
to sognare più di una generazione. Io stesso credo
diu avere maturato  la  mia  passione  per i grandi
spazi del mondo  su quelle pagine patinate, corre-
date di fotografie che oggi possono farci sorridere,
ma che allora erano ambasciatrici di favolose lon-
tananze per l'Italia del boom economico.
"Mi è venuta l'idea di raggiungere Capo Horn, il
più remoto e leggendario scoglio della storia ma-
rinara, dopo aver letto  un certo numero  di libri
che parlano di allucinanti naufragi accaduti a de-
cine di bastimenti trascinati dall'uragano".
Così inizia su "Avventura" (Rizzoli, 1984) il racconto
di Bonatti. Allora il turismo non aveva ancora toccato
Capo Horn e l'alpinista bergamasco dovette rivolger-
si  nientemeno  che  all'ammiraglio  Guillermo Barro 
Gonzales, comandante  della Terza Zona Navale Ci-
lena, di Punta Arenas, da cui anch'io sono salpato 4
giorni fa. Trasportato a Puerto Williams, Bonatti si
imbarca  sulla  torpediniera Fuentealba, che lo  tra-
sporterà al Capo.
Anche questa mattina un vento radente scolpiva la
superficie del mare di onde taglienti. L'acqua ribol-
liva  di  creste schiumose  e  la  "Stella Australis",
che pure è stata progettata dai cileni per questi sel-
vaggi mari, beccheggiava  in modo  assai marcato.
Bonatti dipinge in modo  particolarmente  epico la
sua traversata, che si conclude con la fiera appari-
zione del Capo:  "E finalmente, il Capo Horn: che
si eleva nella bruma del controluce come un mostro
fosco e solitario. Il profilo dentellato della sua cima
più alta fa pensare al tridente di Nettuno, minaccio-
samente puntato verso le ignote solitudini dell'ocea-
no". In effetti il luogo ha un aspetto inquietante an-
che in questa giornata ventosa di fine marzo, in cui
tra le solite nubi bluastre della Patagonia si incide
qualche squarcio di azzurro. La violenza dei venti,
lo scontro delle onde dell'Atlantico e del Pacifico,
la desolazione di queste isole aride e rocciose in
cui esplode l'estremo lembo del continente ameri-
cano, sembrano fatti apposta per evocare le trage-
die che si consumano in queste acque grigie e pe-
rennemente agitate.     Anche per i velisti di oggi
Capo Horn rappresenta una sorta di Everest.

Bonatti viene lasciato a terra. Una nave passerà
a riprenderlo tra qualche giorno. Gli tocca subito
fare i conti con una tempesta, che manda in bran-
delli la sua tenda.  "Comincia a piovere, all'alba
è l'uragano. Il mare urla e ribolle con infinite cre-
ste spumeggianti. Raffiche di grandine lacerano
in breve il telone, posto ad ulteriore protezione
della tenda, e lo riducono a brandelli, che schioc-
cano come fruste ad ogni ondata di tempesta.
Devo fuggire per evitare il peggio, crcare asso-
lutamente una protezione naturale".

Lucianone

martedì 7 maggio 2013

Musica - Gli inossidabili PINK FLOYD

"Animals", decimo album del
gruppo inglese: invettiva anti-capitalista
                                    ideata da Roger Waters
 Pink Floyd


In "Animals" cani contro maiali e Orwell diventa rock
Il primo riferimento di Animals dei Pink Floyd, datato 1977,
è ovviamente a "La fattoria degli animali"  di George Orwell,
ma con un mutamento sostanziale del concetto base che
ispira l'opera letteraria. -  Se Orwell nella sua allegoria se
la prendeva soprattutto  con lo stalinismo, e comunque in
generale con i meccanismi sociali che producono dittature,
Roger Waters  adegua  la visione  al suo personale credo,
che era sostanzialmente anti-capitalista. La critica alla so-
cietà inglese è feroce, e frequenti sono  i riferimenti diretti
alla situazione del tempo, ma ovviamente stiamo parlando
dei Pink Floyd e il disco, nel suo languido e onirico flusso
sonoro, più che un manifesto politico, a parte certe punte
di inacidita asprezza, appare come un viaggio nella natura,
con versi di animali sparsi per tutto l'album, evocazioni bu-
coliche acustiche che al momento della sua uscita sembra-
rono una decisa presa di posizione controcorrente, soprat-
tutto in relazione  alla rivoluzione punk  che stava appena
esplodendo (ed è nota la maglietta che indossava Johnny
Rotten con la scritta "Hate Pink Floyd).
Animals fu comunque un disco controverso, splendido e
misterioso, che rimarcava la sempre più netta leadership
di Roger Waters, ormai saldamente  al  comando  delle
operazioni della band, a cominciare dalla celebre coper-
tina, disegnata come al solito dallo  studio Hipgnosis di
Storm Thorgerson ma ideata dallo stesso Waters. L'idea
era quella di ritrarre la famosa ex centrale elettrica londi-
nese, la Battersea Power Station, che  coi  suoi quattro
fumaioli può  sembrare  un animale rovesciato, e sopra
far levitare in modo speculare un pallone a forma di ma-
iale (che aveva anche un nome, Algie).

La formazione storica del gruppo. Da in alto a sinistra
in senso orario: Roger Waters, David Gilmour, Richard
Wright e Nick Mason

In Animals la session fotografica ha creato uno degli episodi
più noti e divertenti dell'aneddotica pinkfloydiana. Il pallone
(a forma di maiale) infatti si staccò dagli ormeggi e comin-
ciò a levarsi in volo. Fu diramato un comunicato agli aerei
in arrivo nel cielo di Londra. avvertendoli  che avrebbero
potuto incrociare un grosso maiale, che fu poi recuperato
indenne in una campagna nei dintorni della città.
I maiali, nel disco, sono gli arrampicatori sociali, gli arrivi-
sti senza scrupoli, i cani sono i governanti, e le pecore rap-
presentano il popolo che alla fine si ribella alla sopraffazio-
ne. Con un suggello personale di Waters, che con voce e
chitarra acustica (Pigs on the wing 1 e 2) apre e chiude
quello che è stato in ordine di tempo, il terzo album concept
dei Pink Floyd.
(da la Repubblica - 8 aprile 2013 - Gino Castaldo)

dei Pink Floyd formato da 2 dischi
Uno col repertorio live della band e l'altro con
inediti che mettono in evidenza le singole personalità

Quei suoni che ci trasportano nel futuro
Il titolo è diventato un "brand", un marchio, Ummagumma:
in sè non ha senso, nè la band né ha mai spiegato uno,
ma per una intera generazione, nel pieno del 1969 (era
Woodstock) all'indomani delo sbarco sulla luna, quella
parola acquista un significato magico, alternativo, e
profondo, l'indicazione di un "altrove", di un mondo
nuovo, diverso da tutto.  E' così anche la musica dei
Pink Floyd, lontana e diversa, misteriosa  e  affasci-
nante e 'Ummagumma' è l'incancellabile egno della
loro alterità.    Anche la copertina, con il suo gioco
di specchi al contrario, sembra dire "aprite gli occhi,
la mente: la realtà è diversa".
'Ummagumma' è un album doppio, composto da due
dischi diversi, uno dal vivo e uno in studio; il primo
realizzato con brani che già facevano parte del re-
pertorio dei Floyd in concerto, il secondo inedito.
Ma le due metà si completano perchè ci racconta-
no come la band sta cambiando.
Dal vivo la formazione è nel pieno el viaggio astrale
di Astronomy Domine e Set the controls for the heart of
the sun, nella sorprendente energia  di  Careful with that
axe, Eugene, o nella scoperta dell'invisibile di A saucerful
of secrets, una band compatta e creativa, che lascia spa-
zio ad una straordinaria interazione tra Mason, Gilmour
Waters e Wright.

La parte in studio, invece, mette in evidenza le singole
personalità. Ecco quindi Sysyphus di Rick Wright, divi-
sa in 4 parti, complessa e ricca, in bilico tra classico e
avanguardia. Nick Mason propone The grand vizier's 
garden party, viaggio estremo e fantastico tra ritmi e
rumori. Gilmour mantiene dritta la barra  dei Floyd,
con The narrow way, dodici minuti psichedelici, come
si caratterizzerà il suono dei lavori seguenti, mentre
Roger Waters continua la sua personale rivoluzione
musicale, sia con la bellissima Grantchester Meadows,
acustica e sognante, sia con la sperimentale Several
species of small furry animals gathered together,
titolo adatto a illustrare la sua volontà di esplorare
il mondo dei suoni in maniera sorprendente.
'Ummagumma' è un gioiello, splendente e misterioso,
che fotografa la band nel pieno  del passaggio dalla
prima fase sperimentale, legata alle origini con Barrett,
e la nuova realtà, verso la quale ognuno dei quattro
componenti, a suo modo, si indirizza.
Un disco difficile nella sua parte nuova, nella quale 
vengono racchiuse le sorprese più belle, e allo stes-
so tempio  un "greatest hits" dal vivo; un album che 
porta il mito dei Floyd ai massimi vertici dell'era psi-
chedelica che volgeva verso il tramonto.  Tramonto
che i Floyd vedono al punto da intraprendere nuove
strade e chiudere, alla loro maniera, gli anni Sessanta.

Lucianone

Fotografia - ELLIOTT ERWITT



visione post  -  359
Retrospettiva  dedicata ad Elliott Erwitt:    
    dal 17 aprile al primo settembre 1913,
a Torino, nella Corte Medievale di palazzo Madama.
E' organizzata da Silvana Editoriale e Magnum Photos
e nasce in collaborazione con il Comune di Torino e la
Fondazione Torino Musei.

(da 'La Stampa' - 17/04/2013 - di Rocco Moliterni / Torino)
Sul letto di una stanza dai muri scrostati un gatto sembra osservare
una donna e un bebè che dormono, quasi testa a testa,
nella penombra:
è una foto che Elliott Erwitt fece 60 anni fa a New York.
Fu esposta nella famosa mostra "The Family of man", inventata
da Edward  Steichen, direttore all'epoca del dipartimento di
fotografia  del Moma, e alla fine degli Anni 50 approdò anche
a Palazzo Madama di Torino: "Potevamo lasciarla qui", ha
commentato (ieri) il grande fotografo, inaugurando
l'esposizione targata  Magnum e Silvana Editoriale che propone
nella corte medievale dello stesso palazzo  186 fra i suoi
scatti più famosi  in bianco e nero.
JAPAN

Nato a Parigi da una famiglia ebraica (all'anagrafe fa Elio
Romano Erwitz), Erwitt visse l'infanzia in Italia e nel '38
si rifugiò con i suoi in America per sfuggire alle leggi
razziali. Iniziò a masticare fotografia a Los Angeles
e poi a New York, dove nel '48 conobbe big del-
l'immagine come Robert Capa e Edward Steichen.
Ma anche Roy Stryker, direttore della Farm Security
Administration, mitica istituzione mamma di tutto
il documentarismo sociale a stelle e strisce, che
l'assume per un progetto della Standard Oil.
Negli Anni 50 il salto alla Magnum (di cui sarà
anche presidente) che gli consentirà una vita
da globetrotter con la macchina fotografica
prima di cimentarsi pure con il cinema.
Quella con la donna e il bebè non è una foto
qualsiasi: a essere ritrattii sono la moglie e
il figlio di Erwitt, e viene in mente che lui
si senta il gatto. D'altronde un che di gattoso
sembra averlo ancora oggi, mentre risponde
sornione alle domande dei giornalisti.
    USA  1953,  NEW York City

Come  ha fatto  a  trovarsi  sempre  al posto giusto  al
momento giusto? ". A volte  mi è capitato, ma voi non 
non vedete tutte quelle in cui ho fallito, anche perchè 
cerco di non esibirle". Perchè i suoi soggetti sono so- 
vente bambini e cani?  "Perchè avevo tanti bambini 
e tanti cani".  E un pò di tempo fa spiegò che i cani
hanno il vantaggio rispetto agli uomini di non chie-
derti la stampa delle foto che gli fai.
Proprio ai cani è dedicata la prima parte della mostra.
Anche se si capisce che ad attirare la curiosità di Erwitt
non sono tanto gli animali quanto e soprattutto  il loro
rapporto con gli uomini. Già in queste prime immagini
emerge la caratteristica  di fondo delle foto di Erwitt:
lo sguardo ironico.   "Ma io - si schermisce lui -  non
cerco l'ironia, fotografo solo quello che vedo".
USA 2000,  New York City


        France 1989,  Paris

Peccato che altri fotografi non sappiano cogliere
come lui le "assonanze" tra un gruppo di oche e
uno di ragazze  che  camminano in Ungheria, o
la similitudine tra un pellicano e un rubinetto.
O immortalare la bambina che si mette in piedi
al Metropolitan accanto alle statue egizie.
Questo sguardo capace di cogliere l'ironia delle
situazioni a volte si sofferma  anche negli spazi
angusti di una camera d'hotel (è un'altra delle
sue serie famose), dove Erwitt si diverte a sotto-
lineare  i ghirigori  di  una tappezzeria riflessa
in uno specchio quasi fosse un quadro di Gnoli.
O spazia nelle città come Berlino, dove riesce a
mettere la luna  in equilibrio  su una statua, o
in Messico  dove  un'antenna televisiva  gioca
con l'aureola di un santo.
La vita urbana  l'affascina  in tutti  i suoi  aspetti,
ferma attimi  e  situazioni  a New York (la turista
davanti al grattacielo avvolta  nella nebbia) come 
a New Orleans (splendidi i bambini in marcia con 
gli strumenti musicali  in una jam session all'aper-
to), a Parigi (i ragazzi con le maschere di Stanlio e
Ollio) come a Hoboken nel New Jersey (i panni ste-
si quasi fossimo a Napoli).
     Spain  1952, Valencia


USA, New York, Jackie Geason  1944 / Actor - Astonishment - Eye - Face

Come molti dei fotografi della Magnum, Erwitt
si è anche cimentato  con i grandi della storia e
dello spettacolo: abbiamo in mostra Krusciov e
Nixon nel 1959  e  una delle foto  più belle mai
fatte a Castro: non puoi, a vederlo in quel grup-
po  di rivoluzionari, non pensare  a  un  Cristo
d'un quadro caravaggesco. 
Ci sono Jacqueline e Robert Kennedy al funerale
di John, nel 1963. Non manca la famosa foto sul
set del film "maledetto" Misfits (Gli spostati), del 
1961. Ritrae Marilyn Monroe e l'intera troupe, da
Montgomery Clift a Clark Gable, che moriranno
uno  dopo l'altro, secondo  una leggenda, perchè
il film fu girato nel Nevada non distante dal luo-
go dove durante la guerra si facevano gli esperi-
menti nucleari per le bombe di Hiroshima.
            Usa 1968,  Florida Keys

USA 1963,  Arlington,Virginia, Jacqueline Kennedy
  at John F. Kennedy's funeral

   CUBA  1964,  Havana  Che GUEVARA

Che differenza c'è tra fotografare persone famose e
semplici passanti? "Nessuna - dice Erwitt - ,  solo
che le persone famose la gente le riconosce". E di
Marilyn Monroe: "Non c'è niente che sia più d'aiu-
to a una carriera che morire giovani". Perchè pre-
ferisce il bianco e nero? "Non lo preferisco: tanto
che il mio prossimo libro sarà di foto a colori".

Lucianone

martedì 23 aprile 2013

CINEMA / cultura - Margarethe Von Trotta e il suo film "Hannah Arendt"

La regista tedesca Von Trotta:
'con questo film sulla filosofa
Hannah Arendt il mio omaggio
alla Germania migliore'
Il film sull'autrice  del celebre libro "La banalità del
male" è interpretato da Barbara Sukowa, e racconta
la partecipazione della Arendt al processo ad Adolf
Eichmann.

(da la Repubblica - 30/01/2013 - Andrea Tarquini
da Berlino)
Con Wim Wenders, Werner Herzog, Margarethe Von
Trotta e tanti altri il grande cinema tedesco ci stupì e ci
incantò  dagli  anni Sessanta  a prima  della caduta  del
Muro. Ora il film made in Germany torna a una sfida im-
portante con  Margarethe Von Trotta  e il suo  Hannah
Arendt (in uscita in Germania).
 Il film è  dedicato  alla grande filosofa, storica e scrittrice
tedesca  emigrata  negli States, ma  non  racconta  tutta
la sua biografia, bensì  un  momento  decisivo  della sua
carriera. Quello in cui Hannah Arendt fu testimone e cro-
nista d'eccezione a Gerusalemme, al processo per crimi-
ni contro l'umanità  ad Adolf Eichmann, l'ingegnere del-
l'Olocausto. Lei che studiò a fondo la genesi di ogni to-
talitarismo, e provocò e irritò la sinistra comparando il
nazionalsocialismo al socialismo reale staliniano, allora
fece ancora un altro balzo in avanti: raccontò e poi de-
scrisse in un celebre libro la "banalità del male".
"Molta gente  a sinistra  allora la schivò, la evitò, per-
chè lei  pronunciò  verità scomode, già nel 1951 nel
suo libro  sul totalitarismo  paragonò  i crmini nazisti
con quelli del comunismo sovietico e anoi di sinistra
ciò suonava sospetto", dice Margarethe Von Trotta
nella recente, bellissima intervista a due voci che ha
concesso a Marie Luise Knott e Christiane Peitz del
quotidiano liberal berlinese Der Tagesspiegel, insie-
me a Barbara Sukowa, l'attrice tedesco-americana
di origini polacche.     "Ancora oggi", continua Von
Trotta, "ci sono persone  che rifiutano il pensiero di
Hannah Arendt perchè analizzò entrambi i totalitari-
smi".

       Margarethe von Trotta

Il processo ad Adolf Eichmann, ricordiamolo, fu uno
dei più grandi eventi mediatici del dopoguerra. L'in-
gegnere che eseguì con precisione industriale assolu-
ta l'ordine hitleriano della "soluzione finale del proble-
ma ebraico" , si era nascosto in Argentina. Nel 1960
un  commando  dell'intelligence  israeliano, giunto  a
Buenos Aires con falsi contratti da tecnici edili a bor-
do di un DC4 con falsa matricola civile, lo sequestrò
e lo portò in Israele.   Al processo, le cui riprese re-
stano memorabili (e in alcune parti compaiono anche
nel film della Von Trotta), Eichmann ammise, da fred.
do ingegnere privo d'emozioni, ogni colpa descriven-
do qualsiasi minimo dettaglio, da come dovevano fun-
zionare i forni  alla quantità  di gas Zyklone-B  usata
ogni volta. Fu condannato a morte e impiccato.
Hannah Arendt scrisse per i media americani il grande
resoconto del processo e ora il cinema riporta agli oc-
chi delle giovani generazioni tedesche quella memoria
terribile che per fortuna viene insegnata loro ogni gior-
no a scuola.   Un ruolo difficile da interpretare per la
protagonista del film. "Se devo affrontare una parte",
dice Barbara Sukowa, "non mi pongo troppe doman-
de, ma ho letto il copione senza sapere molto di Han-
nah  Arendt, poi  informandomi  mi  sono  stupita  di
quanto tempo dedicava al teatro, ai concerti, agli ami-
ci". Piccola difficoltà: Barbara Sukowa non fumatrice
ha dovuto imparare ad avere una sigaretta in mano a
ogni scena, perchè  "Hannah Arendt  senza sigaretta
non è realistica".



Margarethe Von Trotta ha studiato a lungo ogni
dettaglio di Hannah Arendt, ogni video o filmato
disponibile su di lei o su sue interviste.   "La sua
intervista alla tv pubblica con Guenter Gaus",
racconta la regista "mi colpì  sulle prime  per la
sua apparente arroganza, ma poi capii che quello
era anche il suo charme, tra sorrisi e senso dell'u-
morismo".
Il film sulla Arendt si inserisce in una ideale trilogia
cinematografica che Von Trotta ha dedicato ad al.
trettante figure femminili decisive nella storia tede-
sca, tutte peraltro interpretate da Barbara Sukova:
da Rosa Luxemburg nel film del 1986 alla mistica
Hildegard von Bingen in "Vision" del 2009. La re-
gista spiega  di  aver studiato  a lungo  la storia di
Hannah, prima di  decidere  la  prospettiva  dalla
quale raccontarla. "Non mi convinceva fare un film
generico sulla sua fuga in Francia dal nazismo, sul-
la prigionia nel Lager, sull'esilio in America.Voleva-
mo dedicare la pellicola al suo pensiero, per far ri-
flettere gli spettatori,  come se  il film  fosse tratto
dai suoi appunti,  per questo ci siamo concentrati
sulla sua resa dei conti  con la storia, al processo
contro Adolf Eichmann; come ogni eroe positivo,
anche Hannah Arendt ha bisogno nella narrazione
filmica di un antieroe".
Il film è preciso in ogni particolare, notano Von
Trotta e Barbara Sukowa.   Dai momenti in cui
l'allora direttore del New Yorker, Wilian Shawn,
aspettava nervoso il testo del reportage di Han-
nah sul processo ad Eichmann divorando le ma-
tite , fino ai dettagli più minuti: "Hannah Arendt
non era una donna grigia vestita di grigio come
molti la ricordano" nota Barbara Sukowa, "usa-
va sempre il rossetto, e indossava una collana
di perle  o  un braccialetto prezioso, e vestiva
sempre con gonna e pullover, non amava i jeans"..




Lucianone

martedì 26 marzo 2013

Cultura - La scrittrice americana Sylvia Plath

La felicità fragile come il vetro
di Sylvia Plath
Una nuova biografia, a mezzo secolo
dal suicidio della Plath, racconta
i suoi anni prima di incontrare
Ted Hughes

(da la Repubblica / R2CULTURA - 08/02/2013 - di Leonetta Bentivoglio)
E trascorso  mezzo secolo  da  quel mattino gelido,
la cui immagine resta fissata  nella memoria storica
del "femminile" con la perentorietà di una tragedia
greca. L'11 febbraio 1963, Sylvia Plath chiude porte
e finestre della sua casa londinese e si toglie la vita,
infilando la testa nel forno a gas. Il gesto è incorni-
ciato da una cura quasi teatrale dei dettagli: prima
di suicidarsi, Sylvia posa pane e latte accanto ai let-
ti dei suoi bambini addormentati, Frieda e Nicholas,
spalancando la finestra della loro stanza per salvarli.
La poetessa di culto del Novecento  a quell'epoca ha
trent'anni, e ha appena pubblicato il  romanzo  "La
campana di vetro" (The Bell Jar).
Presto la diafana autrice si trasforma in un fragoroso
campo di battaglia.  Lo  è  per il marito, il poeta Ted
Hughes, bersaglio di accuse e sospetti, , oltre che de-
positario del patrimonio testuale lasciato dalla moglie.
Lo è per i biografi, accaniti nell'indagare  l'itinerario
breve e fertilissimo di una creatura magnetica nel suo
groviglio di ferite e squilibri.  Lo è per il pensiero fem-
minista, che s'appropria dell'anima straziata di Sylvia
facendone un vessillo spesso irrigidito negli obiettivi
e nelle strategie.
Come ha scritto Nadia Fusini nell'introduzione al Me
ridiano dedicato all'opera della Plath, suonano incon-
grue le catalogazioni dei suoi versi in etichette quali
poesia femminista, poesia femminile o poesia confes-
sionale.  Sylvia non è un "io" lirico e autobiografico:
il suo genio sfugge alle banalità di attributi quali don-
na, bianca, gelosa, aggressiva, sofferente, tradita  del
marito.

CONTINUA...to be continued...

sabato 23 marzo 2013

Musica - Il jazz e la vita del soulman Gregory Porter

Parole di Porter:  "la musica non
si studia, si vive"     
e poi dice ancora "sono il settimo di otto figli, mia
madre era ministro della chiesa battista: ho sempre
cantato  /  da bambino sentivo  la mancanza di un
padre: allora ho immaginato che fosse Nat King Cole"
Il soulman afroamericano, in concerto in Italia, ha
Ha ottenuto le nomination ai Grammy negli Usa.  

 visione post - 1.432

(da 'la Repubblica' - 20/03/2013 - Giacomo Pellicciotti)
Sembra una storia di altri tempi la biografia di
Gregory Porter, il soulman afroamericano con
la voce ricca, pastosa e seducente che solo ora,
a 41 anni, può permettersi un tour mondiale dopo
una lunga e sofferta gavetta. Non è un diplomato
a pieni voti  del Berklee College of Music o di al-
tre quotate scuole simili, che è la regola oggi, ma
rappresenta l'emancipazione  da una vita dura e
difficile  iniziata  fin  da  bambino  seguendo la
mamma in chiesa per cantare gospel e spiritual,
come succedeva ai tempi romantici e tormentati
di Aretha Franklin e Ray Charles.


Una storia che Gregory, barba da profeta  e fisico
da ex giocatore di football americano, ci racconta
con parole e ricordi che gli escono dal cuore:
"Mia madre era un ministro della Chiesa Battista,
si chiamava Ruth.  La prima cosa importante che
ho capito seguendola in chiesa è stata l'importan-
za della musica nella mia vita. Per  me  le  prime
nozioni e i primi contatti con la musica arrivano
dalla chiesa. E' stato un processo naturale, nessu-
no mi ha spiegato  cosa  fosse  e  cosa dovessi fare,
era tutto così emozionante e direttamente connes-
so con la nostra cultura.  Mia nonna, mia madre,
tutti intorno a me usavano la musica per pregare
e chiedere la benedizione della tavola  e  tutta la
famiglia rispondeva cantando. La musica è sem-
pre stata  una parte fondamentale  della cultura
afroamericana. per me la musica è portatrice di
cose belle, è la più grande  forza  positiva nella
quotidianità delle persone.
 Gregory Porter è stato una delle sorprese più
gratificanti dell'anno, praticamente uno sco-
nosciuto in Italia fino a quando a  Orvieto,
durante  l'ultimo Umbria Jazz Winter  è di-
ventato, come "artista residente" del festival,
il beniamino del pubblico che andava ad ap-
plaudirlo ogni giorno.
Porter ha prodotto finora 2 album in crescendo,
nel 2010 'Water' e nel 2012 'Be Good', entram-
bi un mix di canzoni sue  e  di celebri standard
americani, tutti e due benedetti da una nomina-
tion ai Grammy Awards. L'autorevole trombet-
tista Wynton Marsalis lo ha definito "un fanta-
stico giovane cantante". Gli fa eco il 'New York
Times': "Gregory Porter ha molto di quanto vuoi
da un cantante di jazz maschile e una o due cose
che non ti aspetti".        Nelle foto e in concerto
indossa un passamontagna con visiera che non
si capisce se è un portafortuna o la sua coperta
di Linus.  -  Gregory continua il suo racconto:
"Sono il settimo di otto figli, cinque maschi e
tre femmine.  Tutti cantavano in chiesa, ma i
tre più giovani  facevano  un gruppo a sè che
viaggiava con la mamma. C'era sempre musi-
ca  a  casa mia, ma non ho  mai  frequentato
scuole di musica. Ho cominciato a viaggiare.
e a vivere cantando, a 21 anni, quando è mor-
ta mia madre". 
Porter deve molto  a  un suo amico di San Diego,
il sassofonista e produttore Kamau Kenyatta, che
gli ha svelato i trucchi e i segreti dell'arte di con-
fezionare canzoni. Ha anche prodotto i suoi due
dischi e  gli  ha  presentato  il  famoso  flautista
Hubert Laws che, nell'album HL remembers the
unforgettable  Nat King Cole, del 1998,  gli  ha
fatto cantare Smile di Charlie Chaplin.
In studio Porter ha conosciuto Eloise, sorella di
Laws, che lo ha aiutato a entrare nel cast voca-
le del musical It ain't nothin'  but the blues, un
grande successo di Broadway.
Il soulman ha molto sofferto l'assenza di una figu-
ra paterna. E' vero che anni fa ha eletto Nat Cole
come padre putativo? - "Ho davvero immaginato,
quando ero molto piccolo, che Nat King Cole fos-
se mio padre. Ho fatto quello che tutti i bambini
fanno quando hanno bisogno di una figura pater-
na di riferimento. E forse anche perchè una volta
mia madre, dopo avermi sentito cantare, esclamò:
"Ehi, Greg, canti come Nat King Cole".  E così
sono andato  a vedere  chi  era questo signore di
cui parlava lei".
Ma per Porter sono importanti anche i luoghi, i
quartieri, i vicini di casa. "Sono cresciuto a Los
Angeles in un quartiere nero e mi sono poi spo-
stato a Bakersfield, un quartiere dove erano tutti
bianchi, anche se continuavamo a cantare nella
chiesa  che  era  dall'altra  parte  della città nel
quartiere afroamericano" racconta.   "E' stato
bello crescere  a contatto  con persone apparte-
nenti a diverse comunità e sentirsi accolti bene
ovunque.  Oggi vivo a Brooklyn, New York, con
la mia giovane famiglia: mia moglie che ho spo-
sato    da circa un anno e un bambimo di pochi
mesi.  Passo molto tempo in tour, ma sono sem-
pre in contatto con loro via Skype. Brooklyn ha
un'influenza molto forte nelle mie canzoni.  Le
strade, il cibo, la comunità, gli odori, fa  tutto
parte della mia cultura. Sono nove anni che ci
vivo e ormai mi sento psrte integrante del quar-
tiere. A due isolati da casa c'è un ristorante ita-
liano che si chiama Celestino.   Il proprietario
italiano è abbonato ai vostri giornali  ed è im-
pazzito quando ha visto gli articoli che parla-
vano di me a Umbria Jazz Winter".
Gregory porter l'aveva promesso a Orvieto che
sarebbe tornato presto. Ed eccolo di nuovo in
concerto: questa sera (20 marzo 2013, ndr) sa-
rà all'Auditorium Parco della Musica di Roma, 
domani al Teatro Giotto di Viccio (Firenze),
il 22 al Donizetti di Bergamo e il 23 al Forum
di Bari. - D'estate sarà ancora ad, Umbria Jazz,
promosso sui palchi più prestigiosi di Perugia:
l'11 luglio ospite di Wynton Marsalis all'Arena
Santa Giuliana e il 12 luglio al teatro Morlac-
chi con il suo quintetto.




Lucianone