lunedì 19 maggio 2014

Sport / Storia - Giovanni Lodetti: il grande mediano


Nel campo dei ricordi                         visione post - 56     
Giovanni Lodetti: "Gli anni tra il '60 e il '70
sono stati  i più belli  del secolo, non solo per
il calcio. C'erano più lavoro e speranza, c'era
come qualcosa nell'aria che adesso non c'è più.
Oggi hanno tutto, non la passione".

(da la Repubblica - 17/03/2014 - REPUBBLICA SPORT / Gianni Mura)
Il mediano che giocava con Rivera e i ragazzini
"Oggi sono tutti tristi"
Con Giovanni Lodetti si può partire da una foto che
sa di cinema neorealista. E' dell'ottobre 1963.  Il sa-
cerdote sulla sinistra potrebbe essere Aldo Fabrizi.
Al centro, il ventunenne Lodetti, titolare del Milan,
palleggia  circondato  dai  bambini  del  suo  paese 
("Caselle Lurani, nella Bassa lodigiana, allora non
faceva più di 500 abitanti) sul campetto dell'orato-
rio, dietro la chiesa.  "Don Giovanni Delle Donne 
si chiamava il prevosto. Nonchè  proprietario  del
mio cartellino. La domenica giocavo due partite, 
al mattino con i ragazzi, al pomeriggio con quelli
più grandi. Non mi è mai pesato. Poi ho lavorato
da garzone meccanico per dare una mano in casa.
Eravamo quattro fratelli, due sono morti  giovani.
Mio padre era falegname. El danè dana, ripeteva-
mia madre, il danaro danna, ma forse era un modo
per consolarsi di essere poveri. Il mio primo ingag-
gio me l'ero trovato con la Pejo, a Milano. Quando
sono andato a dirlo al prevosto  ha tirato un pugno 
sul tavolo che sembrava un tuono. Niente da fare, 
per te ho altri piani. Cioè  il Milan, un anno dopo.
Mi ricordo che c'era la festa di san Giuseppe e ar-
riva un dirigente del Milan, Trapanelli. Mi hanno
pagato centomila lire e una muta di maglie. 
Ma l'esame vero fu due mesi dopo, al campo Sca-
rioni. Promosso. Al Milan ho trovato i due allena-
tori che mi hanno insegnato di più. Nelle giovanili,
Mario Malatesta: di lì sono usciti Noletti, Trebbi,
Salvadore, Pelagalli, Ferrario, Bacchetta.   E poi
Liedholm, che curava molto la parte tecnica. Mi
aveva ribattezzato Bikila".
Gianni Mura: "E' stato difficile passare da Caselle
Lurani a San Siro?".
G. Lodetti  -  'E' stato più difficile capire come funzio-
navano le cose.  Ero aggregato  alla prima squadra, 
ad Asiago, e dovevo firmare il mio primo contratto. 
Prima, in meno di quattro ore, Viani  e  Rocco  ave-
vano già sistemato tutto con la prima squadra.  
Viani e Rocco erano due uomini che mettevano sog-
gezione anche da seduti, dietro a un enorme tavolo 
ovale, al primo piano dell'albergo. Entro, e dico buon-
giorno, loro stanno leggendo uno la Gazzetta e l'altro
il Corriere. Non mi filano neanche di striscio. Dopo 
dieci minuti  Rocco  dice a Viani: Gipo, visto che el
mulo xe rivà, domandighe quanto ch'el vol. Quanto 
vuoi? dice Viani. Tre milioni l'anno e l'entrata nella
rosa, dico. Significava essere considerato quasi tito-
lare e prendere l'80% dei premi-partita. Viani ripren-
de a leggere e dopo qualche minuto fa: la rosa te la
devi guadagnare  e più di un milione  non  ti diamo,
prendere o lasciare. E Rocco: Gipo, fa'l bravo, femo
uno e mezzo. Ho firmato subito, poi ho capito che era
tutta una recita, come i due poliziotti nei telefilm ame-
ricani , uno ti dà uno schiaffo e l'altro ti offre una siga-
retta'.








Giovanni Lodetti










G. Mura: "Qual è stato il giorno più bello, da calcia-
tore?".
G. Lodetti - 'Sarebbe facile parlare delle Coppe dei 
Campioni o dello scudetto o dell'Intercontinentale.
Per me il giorno più bello è stato quello del provino
alla Scarioni. Perchè il treno buono passa una volta
sola. o sali o resti giù. Dal mio paese c'erano due cor-
riere per Milano, alle 6 e alle 12. Ho preso quella del-
le 6 per non rischiare. Fermata  a piazzale  Corvetto, 
poi la 93 fino a Lambrate e poi a piedi allo Scarioni.
Ricordo che c'era un caldo della Madonna, nessun
genitore, nessun parente, solo il prevosto che s'era
messo in testa un fazzoletto con le quattro cocche.
Gioann, famm fa' bela figura, mi disse. Da questo
punto di vista non ho rimpianti, ho sempre giocato 
con la stessa passione che avevo all'oratorio. Sem-
pre, anche da professionista. Il primo choc è stato 
dopo l'esordio in A, a Ferrara. 3-0 per noi. E mar-
tedì, all'Arena, Maldini  mi mette in mano  il mio
primo premio-partita, 100mila a punto, quindi 200
mila, per me 180.    Diciotto fogli rosa, tant'è che
li chiamavano salmoni, grandi come  mezzo tova
gliolo. Per paura che in tram me li rubassero so-
no andato a piedi dall'Arena al Corvetto e prima
di cena li ho consegnati a mio padre, che guada-
gnava  45mila  al mese. Li ha presi, li ha contati,
lisciandoli sul tavolo, dopo il sesto già mia mamma
ma piangeva. E alla fine papà m'ha detto brao Gio-
annin e se li è messi in tasca. Un pò ci sono rimasto 
male, speravo che almeno  un deca  me lo lasciasse,
ma mi è passata subito.
G. Mura: "E la ferita  deei mancati mondiali
in Messico, dopo quanto s'è chiusa?".
G. Lodetti - 'E' rimasta aperta e mi ha fatto male per
anni. Meno da quando credo di aver capito cos'è real-
mente successo.  Tutti sanno che s'infortuna Anastasi
e al suo posto ne convocano due, Boninsegna e Prati.
Uno di quelli già in Messico da qualche giorno dovrà
tornare a casa, ma noi del Milan sapevamo che Prati
aveva una caviglia acciaccata  e  non era  in grado di 
giocare, infatti non giocò.   Sandro Ciotti mi mise una
pulce nell'orecchio: se hanno chiamato uno el Milan
e uno ell'Inter, non crei che  toccherà tornare  a uno
del Milan o ell'Inter? Ciò, speremo de no, gli ho det-
to facendo il verso a Rocco.   Anche perchè dai test 
ero uno di quelli più resistenti all'altura.   Quando il 
massaggiatore ni ha detto che mi volevano i capi, lì
ho capito. State sereni, ho detto ai compagni. Nella
stanza c'erano Mandelli, il capodelegazione, Valca-
reggi, il dottor Fini e un altro dirigente.   Ci spiace,
Lodetti, ci addolora, ma siamo costretti a tagliarti.
Ma  non  ti preoccupare, convoca tua moglie, per 
tutta la durata dei mondiali  sarete ospiti della fe-
dercalcio ad Acapulco e riceverai lo stesso premio
che daremo agli altri".
G. Mura: "E lei?".
G. Lodetti - 'Io gli ho detto  che erano delle facce
di merda, che non  si può  umiliare così  la brava 
gente e che sarei tornato  in Italia  col primo volo, 
cosa che ho fatto. E del premio ne ho visto meno 
della metà, ma non m'interessava. Continuavo a
non capire perchè  dovessi tornare  a casa io per
far posto a un Prati zoppo. Continuavo a chieder-
mi se avessi sbagliato qualcosa, ma andavo d'ac-
cordo con tutti. Da qualunque parte la girassi, era
un'ingiustizia bella e buona, anzi brutta e cattiva.
E non lo sapevo, ma era solo  la prima parte del
film che mi avrebbe cambiato la vita e la carriera
Dopo il Messico e prima delle ferie, bel discorset-
to di Carraro: il Milan deve ritornare al rango che 
gli compete, Lodetti è stato umiliato prima del via,
Rivera coi sei minuti, sarà la stagione del riscatto. 
Bene, vado al mare in Versilia e dal bar della spiag-
gia  mi dicono: c'è il Milan che ti vuole. E' la Rina,
la segretaria: Giovanni, ti passo il tuo nuovo presi-
dente. Com'è, non c'è più Carraro?  No, sei tu che 
vai via, ti hanno dato alla Samp, ti passo  il  dottor
Colantuoni. Mi è cascato il mondo addosso.
G. Mura: "Presagi, nell'aria?".
G. Lodetti - 'Nessuno. Dal Milan alla Samp voleva
dire non giocare più per gli scudetti, nè per le coppe, 
ma per salvarsi magari all'ultima domenica. Ma non
si poteva rifiutare.  E la Samp aveva ben tirati i cor-
doni della borsa. Ho chiesto a Carraro di darmi una
mano per ammorbidire Colantuoni e lui m'ha rispo-
sto secco: non posso, lei non è più del Milan. Così
sono andato a Genova, allenava il dottor Bernardi-
ni che mi ha dato subito la fascia da capitano, e mi
sono anche trovato bene. E tra i ricordi più belli con-
servo  il premio  al miglior doriano  della stagione,
quello dato dai tifosi, sì, quello che non ha voluto
ritirare Cassano, quel pirlotto. Ovviamente la ferita
non si è chiusa, anzi è stato peggio. Perchè nessuno
del Milan in quei giorni mi ha fatto una telefonata:
non Rocco, non Rivera, nemmeno il Trap, che era-
vamo sempre insieme e ci chiamavano le due coco-
rite. Nessuno: cancellato io  coi miei dodici anni di
Milan. E questa non l'ho ancora capita adesso. Non
finirò mai di ringraziare mia moglie Rita, una don-
na eccezionale. Se non c'era lei con me, non so co-
me sarebbe andata a finire".
G. Mura: 'Del Messico ha poi capito, giusto?'. 
G. Lodetti - 'Parlando col dottor Bernardini  ho sa-
puto che il Milan da mesi faceva la corte a Benetti.
Aveva offerto, in ordine sparso, Malatrasi, Trapatto-
ni, Sormani, ma Bernardini aveva detto: si fa l'affare
solo se ci date Lodetti. Quindi, ero da sacrificare a un
intersee di mercato.
Continua... to be continued...

domenica 13 aprile 2014

Cultura - Intervista / Alla scrittrice Nadine Gordimer

"Sono malata e combatto           visione post - 50
ma dico addio al romanzo",
dice la scrittrice sudafricana, premio Nobel.
Dalla rivelazione sulla sua nuova vita "senza
più forza" al legame stretto con l'Italia. 
"Continuerò a girare il mondo viaggiando
con la fantasia".

(da 'la Repubblica'  -  20 marzo 2014  -  R2Cultura /
Pietro Veronese)
La voce di Nadina Gordimer arriva distinta da
Johannesburg, all'altro capo dell'Africa. Come
sempre, è lei stessa a rispondere al telefono.
Questa volta, però, è più flebile. A differenza
dalle precedenti, faccio un pò fatica a capirla.
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Pietro Veronese: "Se vuole posso chiamare in un
altro momento".
Nadine Gordimer - 'Ma no, una volta vale l'altra'
P. Veronese: "Sono contento di sentirla per l'uscita
italiana dei suoi 'Racconti di una vita', una raccolta 
di storie scritte tra il 1952 e il 2007, tradotte da Gra-
zia Gatti e pubblicate come sempre da Feltrinelli.
L'ultima volta che l'avevo intervistata, due anni fa, 
lo scrittore americano Philiph Roth aveva appena
annunciato la sua decisione di non scrivere più fic-
tion. Così le avevo chiesto se lei avesse intenzioni
analoghe...".
N. Gordimer - 'Ma io non sono Philiph Roth!'.
P. Veronese: "Lo so, lo vedo bene. A novant'annni
sta dunque lavorando a un nuovo romanzo?".
N. Gordimer - 'Non so, non credo... Forse un paio
di racconti.  Non  ho più  l'energia, scrivere  mi fa
star male  e  sono  troppo critica, troppo esigente 
verso il mio lavoro, non credo che accetterei qual-
cosa che non mi soddisfa".
P. Veronese: "Perchè dice che scrivere la fa star 
male? Le causa troppa fatica?".
N. Gordimer - 'Ma no, ho male nel mio corpo. Sono
ammalata'.
P. Veronese: "Mi scusi, non avevo capito".
N. Gordimer - 'Ho un cancro al pancreas'.
P. Veronese: "Mi dispiace, non sapevo...".
N. Gordimer - '... E mi procura molto dolore. Non si
dispiaccia, quando  ho scritto  il mio ultimo romanzo
non lo avevo, non era ancora incominciato, e quello
che ho scritto  non ha nulla a che vedere con la ma-
lattia La mia energia era immutata, e anche la mia 
attività intellettuale.  Guardavo  alla vita  come ho 
sempre fatto'.
P. Veronese: "Mi dica lei se vuole andare avanti...".
N. Gordimer - 'Parliamo piuttosto dell'Italia e della
mia fortuna di avere nel vostro Paese un editore  e 
dei traduttori così meravigliosi. I miei libri sono tra-
dotti   in più di quaranta lingue, 42  o  43 direi, e  la 
prima è stata l'italiano, grazie a  Giangiacomo. Fel-
trinelli. Da allora il mio rapporto con l'Italia è sem-
pre stato molto forte, a cominciare  dalla  famiglia
Feltrinelli: Giangiacomo, e naturalmente Inge, che
è diventata una mia grande amica. Abbiamo passato 
bei momenti insieme., è venuta anche a trovarmi qui
e poi ci siamo incontrate in Francia...   E Carlo che
conosco da quando era un bambino piccolo. Gli so-
no molto affezionata. E poi, come sa, ho mia figlia 
Oriane che vive in Piemonte  e  insegna a Torino. 
L'Italia è il mio Paese preferito".
Nadine Gordimer

P. Veronese: "Quando è venuta l'ultima volta?".
N. Gordimer - 'Un paio di anni fa.  Adesso non posso
più affrontare viaggi lunghi. Ma ho visto il mondo, e
le persone.  E si può  viaggiare  anche leggendo, sia
nello spazio che nel tempo. E' questa la meraviglia
della lettura: consente  un'esperienza  del mondo e 
di molte, molte vite. Ci informa: i romanzi e la poe-
sia ci fanno conoscere lo spirito umano".
P. Veronese: "La meraviglia di cui parla ha bisogno
di essere vissuta da chi scrive? O è sempre possibile, 
come a Jane Austen, descrivere perfettamente l'ani-
mo altrui pur con una conoscenza relativamente li-
mitata del mondo?".
N. Gordimer - 'Certo, una qualche esperienza ci deve
essere. Ma poi noi scrittori ubbiamo una strana capa-
cità di entrare nella vita degli altri. Una capacità em-
patica. E' una dote  che abbiamo  in maggior misura
di altri, di chi  non è scrittore.  Qualcosa che non so 
spiegare.  Sappiamo avventurarci in territori scono-
sciuti. Come nel mio ultimo romanzo, Ora o mai più,
pubblicato due anni fa - un titolo che voleva signifi-
care che ogni tempo è unico - , cerchiamo di fare uso
della nostra capacità di penetrare la distanza. Di rag-
giungere universi che stanno oltre il mondo di cui di-
sponiamo. Attraverso la lettura riusciamo a sapere di
più, a trovare il senso dadare alla nostra vita".
P. Veronese: " Perdoni la domanda, ma quello che ha
appena detto mi spinge a chiederle se lei è credente".
N. Gordimer - 'Se credo in Dio? No, non sono creden-
te. Non posso pensare che la mia moralità, il modo in
cui mi comporto nei confronti degli altri, sia dettata
da qualcuno che se ne sta seduto lassù. Quando sba-
gliamo, quando ci comportiamo male, possiamo bia-
simare soltanto noi stessi. Chiamare in ballo un Dio?
No... E quando succede un incidente, una catastrofe,
e io me la scampo, come si fa a dire "Dio mi ha salva-
to? Come posso credere in un Dio che sceglie me e la-
scia morire un altro?".

P. Veronese: "L'ultima sua intervista al nostro giornale
risale  al dicembre scorso  all'indomani  della morte  di 
Nelson Mandela  (un Premio Nobel sudafricano  come
lei, lui per la Pace, lei per la Letteratura). "Siamo stati 
fortunati", lei disse  "ad averlo avuto con noi, ad aver 
visto una persona così  camminare  sulla nostra stessa
terra". Da allora sono passati tre mesi: com'è adesso,
senza di lui?".
N. Gordimer - Mandela è sempre con noi.   Durante la 
sua vita fu allontanato  da noi per 27 anni, gli anni in
cui fu imprigionato.   Ma anche allora rimase sempre
in mezzo a noi.  Il suo modo  di affrontare  il mondo,
di mettersi in rapporto, giungeva fino a noi.  Aveva
una personalità tale, che non era possibile rinchiu-
derla dietro le sbarre. Ogni volta che cìera una deci-
sione  da prendere, una scelta da fare, ci chiedevamo:
lui che ne pensa? Lui che farebbe?  Così era sempre 
tra di noi. Ogni cosa che ha fatto nella sua vita l'ha
fatta per noi, la sua gente, il suo Paese. Era un afri-
cano dalla pelle nera, e lo era fino in fondo, ma non
aveva alcun pregiudizio, che l'altro fosse nero, bian-
co o di un altro colore. Credo che molti neri sudafri-
cani - e lo dico anche se so che questa mia convinzio-
ne può  apparire discutibile - nutrano più pregiudizi
verso gli indiani che verso i bianchi. Ma mandela no,
amava i suoi compagni  e  i suoi amici indiani come
gli altri. Credeva profondamente nel valore della di-
gnità umana  e  nel diritto di ciascuno a una buona 
esistenza.     Lui, sì, era cristiano, anche se nessuno 
può dire  in che misura  questo influenzasse  il suo
modo di pensare".
P. Veronese: "Forse possiamo concludere qui, non
voglio che si stanchi".
N. Gordimer - 'Niente affatto. Mi lasci ancora sot-
tolineare il mio interesse per tutto ciò che riguarda
l'Italia. Voi italiani avete uno spirito indipendente,
avete compiuto tantissime imprese. Siete un Paese
con una storia meravigliosa, e vi auguro che con-
tinui così nel presente".


Lucianone

domenica 29 dicembre 2013

Musica - Il sax di Enzo Avitabile

Il sassofonista partenopeo si confessa fino in fondo -                               visione post - 236
Col sassofono è partito da Scampia "dove ringraziavo
Dio di abitare nelle case popolari". James Brown gli
ha regalato le sue scarpe, Tina Turner lo ha iniziato
al buddismo, Carlos Santana all'induismo: "Ora il
suono nasce dentro di me come fosse un mantra".
E il premio Oscar Jonathan Demme gli ha dedicato
un documentario - "Dice che sono l'erede di Lennon"

(da la Repubblica - 4 agosto 2013 - LA DOMENICA /
di Marino Niola /  L'incontro - Mistici)
Napoli -
"Mi guarda con quegli occhi fiammeggianti da pre- 
dicatore rhythm&blues e mi punta il dito: 'Ragazzo,
tu stai fissando le mie scarpe.   Sicuramente ti piac-
ciono'. Ero allucinato.  Volevo dire sì, ma non riusci-
vo nemmeno a parlare. Allora James Brown chiama 
la sua stiratrice storica, quella  che  lo accompagna-
va sempre in tournée e le dice 'incartagliele e dona-
gliele'.  Erano bellissime, di vernice nera con la pa-
rola Soul scritta in bianco. A furia di portarle le ho
demolite. E' rimasta solo la scritta. Avevo pensato 
di incollarla su un altro paio, ma sarebbe stato  un
pò esagerato".
Enzo Avitabile

Enzo Avitabile mi spia e sorride. Sa di avermi colpito 
al cuore col racconto del suo primo incontro con Mr.
Dynamite, che lo aveva  scelto  come supporter, ma
non lo aveva mai voluto ricevere. "Quella sera però
a Pordenone  il concerto  cominciò  in ritardo  per il 
maltempo e fu costretto a sentirmi suonare. Finito lo 
spettacolo  il padrino del soul  disse  a quelli del suo
staff. 'Bring me the baby with the saxophone', porta-
temi qui il bambino col sax.     Io non ero proprio un
bambino, ma visto da un gigante come lui, quella di-
stanza ci stava tutta.  Quella serata ha cambiato la
mia vita. Lui iniziò con frasi come "il tuo cuore è il
mio cuore, e il mio cuore è il tuo cuore" e fin qui è
roba da Baci Perugina.   Ma poi improvvisamente
mi disse "sei bravo, ma adesso torna a casa e ri-
comincia dalla tua terra" E mentre ero sulla porta
ha aggiunto "però ricordati che io sono l'uomo più
veloce  del mondo. Più veloce di me c'è solo Dio".
Una frase sibillina, per anni  mi sono chiesto  che
coas volesse dire. In realtà era un invito ad anda-
re avanti, a fare la mia corsa. E così ho fatto. So-
no tornato a Marianella, che oggi si chiama Scam-
pia, perchè è lì che il mio immaginario musicale è
nato. Tra i responsori devozionali di sant'Alfonso
de'Liguori e il jukebox del bar. Ce n'era uno solo
in tutto il quartiere e io mi ubriacavo di quella mu-
sica e cercavo di rifarla. Tina Turner, Carlos San-
tana, Randy Crawford, John McLaughlin, Afrika
Bambaataa. Quella lingua che non capivo mi era
diventata più famigliare del napoletano".
Per l'esibizione di Enzo Avitabile a Webnotte non poteva mancare la storica "Soul Express" del 1986 ...
27 feb 2018 · Caricato da 

Neanche io da ragazzino sapevo una parola di
inglese, eppure parlavo la lingua di Little Ri-
chard e cantavo Long Tall Sally, Tutti Frutti,
Jenny Jenny.  La musica che ascoltavo da un
jukebox  di piazza Carlo III  a Napoli, in un bar
pieno di ragazzi che ballavano da soli. "Proprio
come a Marianella, , solo coppie di uomini. Al-
lora la tradizione popolare  non m'interessava 
e al conservatorio studiavo composizione. Tut-
ta un'altra musica.    La verità è che dopo l'in-
contro con James Brown  ho cominciato  a ri-
pensare il mio rapporto con il dialetto. A viverlo
musicalmente. Mi chiedevo: ma perchè in napo-
letano non posso scrivere Vivono sott'a terra a 
Bucarest, perchè si può solo dire A Marechia-
ro ce sta na fenesta?".
Anche la più gloriosa delle tradizioni può diventare
una gabbia.  Una specie di lingua morta, una melo-
dia, una melodia postuma. Invece quando in Black
Tarantella - Premio Tenco 2012 - canti A Maronna
cumparette in Africa con David Crosby, o Gerardo 
nuvola 'e povere con Francesco Guccini che contro-
canta in modenese, si capisce che hai compiuto una
discesa nel cuore della lingua e hai fatto scintillare
il fuoco sacro dell'ethnos  che spesso viene ovatta-
to dall'oleografia canora della piccola borghesia.

'LA MIA MUSICA ESPLORA I CANALI
MISTERIOSI DELLA PREGHIERA  TRA
SANT'ALFONSO de' LIGUORI E CANZONI
DA JUKEBOX'

"E qui è stato decisivo l'incontro con Andrea 
Aragosa, il mio amico, produttore e manager,
Mi ha sempre spinto a fare ricerca. A risco-
prire quanta modernità ci fosse in una salmo-
dia religiosa, in quei rosari che le donne into.
navano come dei mantra.  In quelle botti per-
cosse con le falci dai bottari di Portico di Ca-
serta che facevano rivivere il ritmo orgiastico
dei coribanti - i sacerdoti della  grande madre 
Cibele - lo tiravano letteralmente  fuori  dalle 
profondità del tempo.  -  Ma forse senza Tina
Turner non avrei capito fino in fondo l'impor-
tanza di questa ricerca, che è prima  di tutto
interiore".
E' stata lei a farti avvertire il suono del silenzio?
"Sì, perchè Tina mi ha convertito al buddismo.
La prima volta che l'ho incontrata fu nel 1983 a
Riva del Garda, dove lei era ospite della Emi e
io ero lì per ricevere la Vela d'oro per  Meglio
Soul, il mio primo disco. Si andava in onda su 
Rai Uno.  -   Dopo l'esibizione di Tina lo stato
maggiore della casa discografica la accompa-
gnò al ristorante. Lei notò che a tavola c'era
un posto vuoto. Ledissero che un loro artista
emergente  stava per ricevere  un premio  e 
poi li avrebbe  raggiunti  più tardi.  Al che la
regina del R&B, da gran signora qual è, dis-
se £allora lo  aspettiamo  e  cominceremo a 
mangiare tutti insieme". A quel punto si al-
zarono in cinque per venirmi a prendere. E
poi volle che mi sedessi accanto a lei. Dopo
aver parlato tutta la sera mi rivelò di essere
diventata buddista.  E mi convinse a iniziare 
questo percorso con lei. Fino ad allora avevo
sempre sperimentato il suono, ma mai il silen-
zio. Mi sono reso conto che il silenzio si espan-
deva e si sviluppava dentro di me come un man-
tra. Anche più della musica". 
Il silenzio di Enzo Avitabile è quello che un poeta 
come Leopardi chiama profondissima quiete, quel
bagliore di infinito che dorme dimenticato in ciascu-
no di noi. - E adesso sei ancora buddista?
"No, ho avuto anche una fase induista e i miei inizia-
tori sono stati Carlos Santana e sua moglie, con John
McLauglin e il guru Sri Chinmoy , che hanno allargato 
i confini della mia mente  e  l'hanno aperta alla medi-
tazione del cuore".  - Molti pezzi assomigliano a pre-
ghiere mantriche. "Io credo molto in un rapporto tra
me e l'energia universale, puoi chiamarla karma, puoi
chiamarla samadhi.  Adesso  mi definisco  un cristiano
in cammino, a messa non ci vado, ma  credo  molto 
nella preghiera come azione.   In questo senso non 
vedo differenza tra il buddismo di Nichiren Daishonin
e l'orazione collettiva di sant'Alfonso de' Liguori, che 
usava l'Ave Maria come un mantra. E la mia musica
esplora questi canali misteriosi".-  Improvvisamente
Enzo si mette a rappeggiare il rosario. Io resto basi-
to e lui sembra posseduto dallo spirito di Sant'Alfonso.
Forse non è un caso che fosse anche lui di Marianella.
Mi sarei aspettato che James Brown gli avesse rivela-
to i segreti del soul, Tina Turner gli avesse insegnato
a modulare il grido, Afrika Bambaataa a rappeggiare.
Invece sono stati i maestri di vita.    "La loro musica
già me l'avevano trasmessa  attraverso la scatola, il 
jukebox.  Quando incontri quelli che hai scelto come
maestri da loro prendi dell'altro.   Non l'abbicì. Non 
fai lezione di musica, ma impari come far nascere il 
suono dentro di te"
Se in Italia è ancora conosciuto , per lo più, come 
quello che suonava con Pino Daniele ed Edoardo 
Bennato, negli Stati Uniti  Jonathan Demme, il re-
gista da Oscar del Silenzio degli innocenti e Phi-
ladelphia, ha celebrato  Avitabile  in uno dei suoi 
mitici documentari rock.

Lucianone

Sport / Storia - L'epopea di Sara Simeoni

GRANDE                                 visione post - 110
MAESTRA  SARA

 Saltava sulla sabbia, si faceva male alla schiena,                    
 mangiava cioccolata per premio.   Eppure le più 
 grandi saltatrici, come Chicherova e Shkolina, 
 e il recordman Sotomayor ammettono di essersi
 ispirati alla veneta.

(da 'Repubblica Sport' - 25/11/2013 - Emanuela Audisio, Montecarlo)
In volo con Sara e le sue sorelle. Tutte lassù, sopra i
due metri, nel club più vertiginoso del mondo. Quello 
dove devi salire e superare i cancelli del cielo.    Per 
la prima volta tre regine del salto in alto insieme, a 
guardarsi in faccia, a confessarsi paure e certezze, 
a chiedere: ma tu come facevi?   Tre padrone del-
l'aria: Anna Chicherova, russa,  2,07,  Svetlana
Shkolina, russa,  2,03,  Sara Simeoni, italiana, 2,01,  
nel '78, record che nel mondo è durato 4 stagioni.
Generazioni a confronto, madre e figlie. Sara vinse
a Mosca nell' 80, Jurassic Jump, le altre non erano
ancora nate. 
Chicherova è dell' 82, Shkolina dell' 86. Fenicotteri
esili, creature da Modigliani. Anna è alta 1,80, Sve-
tlana 1,87, Sara con i,77 è la più bassa. Tutte con lo 
stesso stile di  Fosbury. E con la Simeoni come apri-
pista. Ma la Chicherova racconta che quando iniziò
a saltare  andò  dal  cubano  Sotomayor, primatista 
mondiale con 2,45 e gli chiese: come faccio ad impa-
rare? Javier le rispose: fai come me, guarda questi
fotogrammi e copia. I fotogrammi erano quelli della
maestra Sara Simeoni che forse dovrebbe chiedere
il copyright.  E che ora spiega: "Dal ventrale passai
al Fosbury, che prometteva di più, ma ora posso con-
fessarlo: pensai di smettere. C'era ancora la sabbia
nella buca e cadere di schiena faceva malissimo, l'a-
sticella d'alluminio triangolare lasciava lividi pazze-
schi. Urlavi di dolore ad ogni sbaglio  e  la sera eri
piena di botte. Beate voi, ragazze mie, che avete i 
sacconi in gommapiuma. Io ero criticata per il mio
stile disordinato, allargavo troppo il braccio, lo fa- 
cevo  per paura, per limitare i danni, fino  a  1,85
riuscivo a non essere scomposta, poi me ne sbat-
tevo.  L'importante era staccare bene e salire".

Sara chiede ad Anna, che è madre di Nika: quanto 
pesi? L'altra: "56,300 kg. Se salti, devi perdere chili,
essere molto al limite, basta qualche etto in più e a 
me iniziano a fare male caviglie e schiena".
Commento di Sara: "Accidenti se sei magra.  Io ho
gareggiato per venti stagioni, da 13 a 33 anni. Sesta
ai Giochi di Monaco con i,85, seconda a Montreal
con 1,91, oro a Mosca con 1,97, argento a Los An-
geles con 2 metri. Alla mia prima Olimpiade pesa
vo 69 chili e all'ultima appena 57. Avevo il tendine
gonfio e lo stomaco chiuso, non riuscivo a manda-
re giù niente. Ma ero e sono una ghiottona. E mio
papà per forzarmi a fare risultato in allenamento
si presentava con una scatola di cioccolatini e mi
diceva: uno per ogni centimetro in più. Io proprio
non riuscivo a motivarmi: in gara mi scatenavo,
ma nel lavoro quotidiano non avevo spinta. Non ho
mai saltato in allenamento più di 1,77,  tanto che il
giorno che ho scavalcato 1,95 ho capito che qualco- 
sa era cambiato. Non avevo come hanno oggi mez-
zi sofisticati per il training, ci arrangiavamo con la 
cintura  zavorrata  piena di sabbia, la scarpetta di 
ferro e altre diavolerie. 
Voi avete questo vantaggio: più competizioni, più
concorrenza, più sfide, ognuna può spingere l'altra.
E' bello trovare sempre più stimoli. Li avessi avuti 
io, avrei potuto salire di altri due centimetri, a 2,03.   
Era una misura alla mia portata. Invece ero sola in
un'epoca in cui  gli avversari ci vedevano come ne-
mici. Noi con la vecchia Ddr o Urss, appena ci sfio-
ravamo in gara, ricordo che  agli europei del'78  ci
dissero che la Germania Est era nella nostra stes-
sa palazzina, qualche piano sopra di noi, ma io non
ho mai incontrato nessuno. Con Rosemarie Acker-
mann ci scambiavamo gli auguri, tutto qui. Quandoanagrafe
Primo Nebiolo nel '78 ci portò in Cina, prima dele-
gazione sportiva italiana, all'aeroporto ci accolse-
ro in una stanzetta con il tè, alle pareti Mao e Marx.
Ma fu un'esperienza meravigliosa in un mondo sco-
nosciuto, oggi che tutti sanno e vedono i risultati de.
gli avversari in tempo reale sul computer e non san-
no cosa sia il mistero".

Non cambiano gli attacchi di panico davanti al salto
nel vuoto nello stadio pieno.   Le paure  non  hanno 
anagrafe. Svetlana Shkolina, bionda, gambe da mo-
della, campionessa mondiale a Mosca: Nella came-
ra di chiamata ho avuto una brutta sensazione: non
capivo chi fossi e perchè ero lì. Ero nrvosissima, io
sono timida e la mia famiglia era allo stadio. Non mi
ricordavo più i movimenti, cosa dovessi fare, ero ter-
rorizzata, poi mi sono venute in mente le parole del
mio allenatore: rilassati, e fai quello che sai fare. A
2,03 ho ritrovato l'energia e la fiducia, ma giuro che 
non mi ricordo  niente  di quel  salto d'oro, solo che 
l'asticella era ancora lì".  
Anche Sara ai Giochi di Mosca nell'80, con Erminio
Azzaro, suo fidanzato e allenatore, seduto in curva,
a fumare sigarette e a masticare nervosismo, andò
in confusione.  Lui era severissimo  e  i due spesso
bisticcisvsno. Sara continua: "Entrai nello stadio e
all'annuncio  del mio nome  mi prese  un groppo in 
gola tremendo. Ci si può emozionare e non capire
più niente. A me capitò.  Non ci stavo  più  con la
testa, misurai i passi in maniera sbagliata. Cos'è
che non andava? Ad un certo punto sento la voce
stizzita  di Erminio  che mi urla:  dai, svegliati, la
rincorsa è dall'altra parte.  Ah, ecco perchè non
funzionava".
L'incontro delle tre regine del volo  organizzato  dalla Iaaf
finisce con la pioniera Simeoni , la prima con 2,01 ad an-
dare sulla luna, che si prende il rispetto  e  l'ammirazione
delle altre due.   ."Ci ha insegnato uno stile, indicato una
strada, ma soprattutto tre medaglie in tre Giochi conse-
cutivi significano costanza e voglia di durare".
Certe orbite non smettono mai di girare.

Lucianone

venerdì 20 settembre 2013

Cultura - Lo scrittore inglese John le Carrè, re della spy-story

20 settembre 2013                                                              visione post - 16

Un John le Carrè ormai ipercritico
contro ragion di stato e intelligence:
"Dov'è il confine tra amor patrio e tradimento? Si può
avere una giustizia senza regole?"   

(da 'ilVenerdì di Repubblica - 30/08/2013 - di Irene Bignardi)
Londra. E' il 1986. Esce La spia perfetta di John le Carrè.
E il 17 novembre, David Cornwell, lo scrittore che si nascon-
de dietro  la maschera letteraria  di John le Carrè, l'autore di
La spia che venne dal freddo, La talpa, La tamburina,
entra al Quirinale assieme a GeorgeSmiley e a Bill Haydon,
a Karla e a Alec Leamas, a cugini e calzolai, a talpe e lam-
pionai, insomma a tutto il mondo fittizio, ma non tanto, dello
spionaggio britannico così come l'ha raccontato lui, il re del-
la spy story, invitato a pranzo con gesto eccentrico dall'allo-
ra presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
E', 'La spia perfetta', undicesimo romanzo di Le Carrè, il
suo più personale.  Si sente, dietro la finzione, l'autobiogra-
fia. Si avverte, dietro la figura del padre indegno di Magnus
Pym, la figura di Ronnie, il vero  padre  di David Cornwell,
fascinoso  imbroglione  e truffatore, sempre dentro e fuori
dalle imperiali galere, sempre pronto a ricominciare, abban-
donando qua e là, in eleganti scuole di cui non paga la retta,
la sua prole. Si sente la stanchezza di chi ha lavorato tutta la
vita sulla complessità morale del mondo ambiguo dei servizi
segreti. E, intervistato all'epoca, John le Carrè (ma è David
Cornwell, fascinoso, pacato, articolato, a parlare),  che ha
per il momento abbandonato il suo personaggio centrale, il
grigio e ligio George Smiley, grand commis  dei servisi  se-
greti britannici, annuncia: sta diventando "più radicale", "più
libero spiritualmente"; ha "cominciato a nutrire un certo di-
sprezzo per Smiley e la sua capacità di abbandonare molto
spesso la propria coscienza per fare le cose sporche che è
necessario fare". Smiley che diceva "facciamo cose spiace-
voli, ma per difenderci e le facciamo perchè la gente qui e
altrove possa dormire tranquilla nel suo letto". Smiley che
sosteneva: "Ognuno di noi  ha solo  una certa quantità  di
compassione. Sela sprechiamo su ogni gatto randagio non
arriveremo mai al centro delle cose".
Allora Cornwell / Le Carrè aveva cominciato a chiedersi:
"Che differenza c'è tra abbandonare di quando in quando
la morale e non averne affatto? E dove corre la linea sottile
che separa lealtà e tradimento? Equanto lontano possiamo
andare nella giusta difesa dei nostri valori occidentali senza
perderli lungo la strada? E così io e Smiley abbiamo comin-
ciato a litigare".    
Quasi trent'anni e 12 libri dopo, questo - della morale ab-
bandonata, della contrapposizione  tra  un'etica pubblica
adattabile e un'etica personale da rispettare, del dramma
che esplode quando gli uomini d'onore  capiscono che il
patriottismo o  la lealtà  al proprio Paese  sta prendendo
una forma diversa da quella insegnata a loro dallo Stato,
che stanno diventando i servi sciocchi degli interessi del-
le potentissime multinazionali - è il tema centrale di A Deli-
cate Truth, Una verità delicata, il nuovo romanzo di John
Le Carrè che ora arriva in Italia.
 E che appunto, sotto la cornice romanzesca e la suspense
del thriller politico, sotto la cronaca di un blitz segreto con-
dotto a Gibilterra da agenti e mercenari britannici e ameri-
cani per catturare un pericoloso terrorista, ma a prezzo del-
la morte di due innocenti, sotto la storia, dice Le Carrè, "di
due persone per bene che scoprono come la loro personale
moralità sia in opposizione alla supposta etica dello Stato,
a rischio della loro vita ", ripropone l'interrogativo che ha tor-
mentato lo scrittore per tutti questi anni.   Anni nei quali ha
visto dissolversi sotto l'urto della storia le certezze del con-
fronto Est/Ovest, degli schieramenti della guerra fredda, del
mondo ben delimitato di un Occidente democratico contrap-
posto a un mondo  "altro"  senza regole, del right or wrong
my country  
Dove sta il confine tra patriottismo e tradimento?  E' giusto
che esista na sorta di morale parallela valida solo per chi ci
governa? Che chi ci governa  possa esercitare una giustizia
fori dalle regole  r dai controlli, in una guerra non dichiarata,
,ma combattuta a colpi di legale illegalità?  E, per dirla con
le parole  di Le Carrè, che ha visto uscire  il suo libro  con
tempistica casuale , ma perfetta, proprio nei giorni del caso
Snowden, non è forse giusto "decidere che i whistleblower,
gli informatori che  denunciano  le verità segrete, sono una
voce essenziale in ogni democrazia? Nel mio libro due fun-
zionari leaqli e patriotici, uno più vecchio  ormai in pensio-
ne promosso a baronetto  per cementare la sua lealtà allo
status quo, l'altro giovane, promettente  uomo  politico, ..
decidono autonomamente, che il loro paese è servito me-
glio se dicono la verità su ciò che di sbaglaito è stato fatto..
E' la stessa cosa che ha deciso di fare Snowden. E sì, pen-
so che in questa stagione di manipolazione delle notizie, di
bugie ben organizzate, di verità artefatte, i whistleblower
sono una voce essenziale in ogni democrazia.


CONTINUA... to be continued...

Cinema / jazz - "Mood Indigo" di Michel Gondry

20 settembre 2013

Il sogno surreale di Gondry
'Grazie a Ellington e McCartney'
"Mood Indigo" è il nuovo visionario film del regista 
francese di "Se mi lasci ti cancello", uscito nelle sale
il 12 settembre e interpretato da Audrey Tatou e Romain
Duris. Il film di Gondry è tratto da un romanzo di Vian.

(da la Repubblica / R2Spettacoli - 11/09/2013 - di Gianni Valentino)
"L'esistenzialismo è uno shampoo".    Così recita una
battuta di Mood Indigo, il nuovo film di Michel Gondry,
regista/star del video (ha diretto clip per DaftPunk, Ra-
diohead, Bjork, Rolling Stones, Massive Attack) e pre-
mio Oscar  per la sceneggiatura  di Se mi lasci ti can-
cello. Il nuovo lavoro esce domani (12 sett. ndr) in 80
sale italiane.
La storia, tratta dal romanzo ";La schiuma dei giorni"
di Boris Vian (1947), racconta, tra animazioni e follie
estetiche, dell'amore allegrissimo, generoso  e dispe-
rato tra Chloè ( Audrey Tautou)  e  Colin (Romain Du-
ris) al ritmo di Duke Ellington.      
L'omonima Mood Indigo (così come Take the train e 
Chloè) è del compositore e jazzista Usa, anche se la 
colonna sonora  è  ricchissima, tra canzoni, esperi-
menti elettronici  e  l'apparizione  di Paul McCartney.
Intervista di G. Valentino -
Gondry, questa è una favola dark  e strampalata, un
labirinto emotivo  in cui  due innamorati - attraverso 
scene a colori e in bianco e nero - prima s'incontrano 
e dopo si perdono perchè arriva la morte. Quanto c'è 
di autobiografico nella storia?
Gondry: "Dieci anni fa ho quasi perduto la mia compa-
gna a causa della leucemia. E' stata una sfisa terribile,
emotivamente impegnativa, ma alla fine lei si è salvata.
CONTINUA...
to be continued...



mercoledì 28 agosto 2013

Cultura - Lo scrittore americano Patrick McGrath

28 agosto 2013                                                                       
visioni post - 18

Tratto da una parte della lectio magistralis  che
McGrath ha tenuto al Palazzo Medici Riccardi
di Firenze per il Festival degli scrittori Premio
Gregor von Rezzori - Città di Firenze
nel giugno 2013.
Riflessioni sulla follia
McGrath: "Nella schizofrenia 
il segreto della letteratura"
Lo scrittore racconta come è nata la vocazione 
a mettere il disagio mentale al centro della sua opera.

(da la Repubblica / R2Cultura - 12/06/2013 ) 
ELOGIO DELLA FOLLIA
di 
Patrick McGrath
Uno psichiatra  mi ha iniziato  alle  riflessioni  sulla
follia quando avevo otto anni. Era mio padre. Per 25
anni è stato direttore del Broadmoor, un ospedale
psichiatrico di massima sicurezza vicino a Londra.
Non ho mai sofferto di schizofrenia, ma da ragaz-
zino ho imparato da lui molte cose su questa ma-
lattia. Dico "malattia". Oggi si pensa che la schi-
frenia sia un insieme di sintomi collegati fra loro,
più che una singola patologia: una sindrome, non
una malattia. Un tempo si credeva che comportas-
se una personalità divisa, ma mio padre mi spiegò
che più esattamente lo schizofrenico era caratteriz-
zato da una personalità frantumata. Potrebbe essere
stata quella conversazione, o una simile, a mettermi
sulla strada per scrivere la follia.
Ricordo  che una volta, da giovane, ero con lui al
crepuscolo, attraversavamo  un cortile all'interno
delle mura di Broadmoor.   Un grido giunse  dalle
finestre in alto del Blocco Sei. Lì andavano i nuo- 
vi arrivati, uomini che per la maggior parte, in pre-
da alla psicosi, avevano commesso atti  di grande
violenza, spesso omicidi.  Ma non era un grido di 
demenza furiosa quello che sentii quella sera: era
un grido che esprimeva la più profonda infelicità.
"Povero John", disse mio padre, e io capii che lui
capiva la sofferenza del suo paziente, e il fatto che
capisse privava il grido del suo carattere spaven-
toso. Per poter scrivere la follia bisogna prima ri-
conoscere  l'umanità  di chi soffre, e poi stabilire
perchè soffre.
      Patrick McGrath
Le mie prime letture sono state in gran parte
racconti horror.  Divoravo i libri  di  Algernon
Blackwood, M. R. James e Sheridan Le Fanu,
e più tardi quelli  di Ambrose Bierce  e  Edgar
Allan Poe, che svilupparono in me un gusto du-
raturo per la letteratura gotica.
In seguito giunsi alla conclusione che con Poe 
si ebbe nella storia del gotico  un momento di 
svolta, quando il genere largamente identifica-
to con i fenomeni soprannaturali si rivole slle
disfunzioni psicologiche e scoprì nella mente
che si disintegra un  filone d'oro nero.   Con  
Poe, infatti, la dote e la funzione particolare
della narrativa gotica divenne l'esposizione
dei meccanismi inconsci.  Un mondo di incu-
bi  e fantasmi, di sublimazione, regressione 
e spaesamento, di Doppelgànger e altri mo-
stri dell'Id fu  abbondantemente  esplorato
più di un secolo prima che Freud organizzas-
se il materiale in base a una teoria e scrivesse
la follia dall'interno di un paradigma scientifico. 
La teoria  psicoanalitica  e i case studies che la 
puntellano sono la continuazione del romanzo 
gotico con altri mezzi.

















Edgar Allan Poe

Nei suoi racconti horror Poe offrì al mondo una bella
collezione di nevrotici, paranoici e psicopatici.  Penso
in particolare ai narratori dementi del Cuore rivelatore
e del Gatto nero, e anche a Roderick Usher e a William
Wilson.  Ma non credo che nessuno dei personaggi di 
Poe sia spaventosamente pazzo quanto Montresor, co-
lui che narra La botte di Amontillado. Il resoconto, da
parte di Montresor, della sua esacerbata amicizia  con
un uomo di nome Fortunato incomincia, nella prima
frase del testo, con una minaccia. "Le mille offese di
Fortunato le avevo sopportate  come meglio  potevo,
ma quando arrivò all'insulto giurai di vendicarmi".
Che ricchezza patologica rivelano queste parole! -
giacchè ben presto appare chiaramente che le 'mille
offese' di cui parla Montresor sono per lui meno gra-
vi dell' "insulto" che dichiara di aver subito.
Che cosa sono dunque queste mille offese? Sono gesti
di disprezzo? Allusioni, magari, accenni e sussurri?
Man mano che  il racconto si dipana, con crescente
disagio incominciamo a capire che è a causa di que-
sto disprezzo, e dell'insulto  che  ne consegue, che
Montresor ha murato l'amico  nelle cantine di un
palazzo veneziano in rovina e l'ha lasciato lì a mo-
rire.     Questo è uno scrivere la follia di altissimo 
livello. -  E' anche uno dei primi buoni esempi di
narratore inattendibile.   Dopo averci introdotto
nella paranoia di Montresor con quella prima frase, 
poe non ci lascia più scampo. Come il povero Fortu-
nato, anche noi  siamo rinchiusi  in  una  struttura 
soffocante da cui solo la morte - o la fine del raccon-
to - può liberarci. <fino a quel momento, siamo pri-
gionieri  di una logica  perfetta, se non fosse che è
costruita su una promessa falsa, folle.
I miei esperimenti, nell'arte oscura di scrivere la
follia, incominciarono con un romanzo  che rie-
cheggiava alla lontana Poe. Voleva essere il sem-
plice racconto di un idraulico londinese che ucci-
de la moglie per potersi portare in casa l'amante,
una prostituta.     Ebbi l'idea di far raccontare la 
storia al figlio bambino dell'idraulico. Poi decisi
che il bambino  doveva  ricordare questi fatti  da
adulto, ma che la sua rievocazione non corrispon-
deva a ciò che era accaduto. Poi mi venne in men-
te che il mio narratore  non fosse  semplicemente
inaffidabile, ma psicotico. Soffriva di schizofrenia.

















Qui il problema di scrivere la follia mi si presentò
per la prima volta forte e chiaro. La narrativa d'in-
venzione e la psicosi  sono  entità che si escludono 
a vicenda. Il figlio del mio idraulico non possede-
va l'agghiacciante rigore intellettuale del Montre-
sor di Poe, ma era nondimeno malato, una creatu-
ra disorganizzata i cui pensieri saltavano di palo
in frasca  a seconda di ciò  che gli era intorno  e 
delle associazioni  apparentemente casuali  che
scattavano nella sua mente confusa. Sopranno-
minato "Spider" dalla madre (prima della morte
prematura di costei) il suo cervello  non  curato 
era un insieme incoerente di irrazionalità, allu-
cinazioni e illusioni sensoriali.
Immaginai che il mio personaggio, Spider, spro-
fondasse nella follia per tappe, e in conseguenza 
di un'ipotesi sbagliata. Immaginai che tornasse
nel quartiere orientale di Londra in cui era cre-
sciuto, un uomo sparuto, che parla da solo e che
nel suo  vagabondare solitario  si accorge che il 
suo sguardo  è attratto  in maniera irresistibile 
dall'incombente struttura circolare di un gaso-
metro, una vista non insolita  in  quella parte 
della città.

CONTINUA...
to be continued...

lunedì 12 agosto 2013

Musica - sezione jazz / La jazzista Melissa Aldana: ricorda John Coltrane

agosto 2013                                                                   Visioni post - 56

La sassofonista Melissa Aldana
ha qualcosa di Coltrane
Ha 24 anni, è cilena ed ha conquistato il figlio 
del mito (John Coltrane), che le ha donato un
microfono speciale

(da 'il venerdì di Repubblica' - 9 agosto 2013)
A parte  qualche  nobile  eccezione, vedi  Mary 
Lou Williams o Alice Coltrane, le figure femmini-
li nel jazz  non sono mai state numerose, sempre 
schiacciate tra il ruolo quasi obbligato  della can-
tante e la feroce competizione della scena maschile.
Da qualche anno a questa parte, però, complice an-
che l'inatteso exploit di Esperanza Spalding e quel-
lo  di  musiciste  come  Matana Roberts  o  Sharel 
Cassity, le quote rosa  nel jazz  sembrano  essere
(finalmente) in ascesa. "
La sassofonista cilena Melissa Aldana, ventiquattro 
anni e una carriera in rampa di lancio, appartiene de-
cisamente  a  questa tendenza e, dopo il debutto  sul 
palco a fianco di due colossi del genere come Randy
Brecker e Danilo Pérez, ha lasciato Santiago del Ci-
le, si è trasferita a New York e ha da poco pubblica-
to un nuovo album, Second Cycle.
"Non so quanto essere una donna mi abbia aiutato"
ammette la Aldana "ma di sicuro nel jazz, come in
nessun altro genere, conta solo la musica. L'aspet-
to esteriore non è una carta  che ti puoi  giocare a
lungo, bisogna sapere suonare". 
Decisamente ambiziosa, nel nuovo disco la sasso-
fonista sudamericana, che in passato  si è esibita
anche in Italia nel quartetto di Roberto Gatto, ol-
tre a rivelare l'influenza sul suo suono di maestri
come  Sonny Rollins  e  Charlie Parker, ha avuto
un incontro, seppur virtuale, con una leggenda co-
me John Coltrane. Il figlio del musicista Ravi, im-
pressionato dal suo fraseggio, ha infatti voluto re-
galarle uno dei microfoni che Coltrane utilizzò nel
1964 per incidere una pietra miliare come A Love
Supreme. Quasi un passaggio di consegne.







Lucianone