lunedì 11 agosto 2014

VIAGGI - Percorso ad anello, verso il fiume Ticino

11 agosto '14                   visione post - 33

Viaggio in bici
Sull'argine del Ticino, 
pedalando tra aironi e cicogne

(da la RepubblicaMilano - 3 /8 /'14 
Milano d'Estate  /  Valeria Cerabolini)
Noi bici della Bassa lo sappiamo bene. Il mattino
ha l'oro in bocca. Meno traffico, meno afa, meno
zanzare. Si parte presto. Ma un anello è un anello
e offre libertà di scelta: lo si prende da dove si vuole. 
Per bellezza del paesaggio  e tranquillità, scegliamo
Bereguardo, paesino  sulla Milano-Genova: 15 mi-
nuti al massimo nel baule dell'auto, ma posso anche
viaggiare in treno e, quindi, partire da Pavia.-
Questa volta siamo qui: seguiamo l'indicazione Ponte
in Chiatte o Ponte delle Barche, a pochi metri dal car-
tello delle Cascine Orsine, sotto una bella rana che se
la ride, perchè vive tra risaie e campi senza diserbanti.
E qui le mie ruote  si mettono in movimento  in sciol-
tezza e se la godono senza fatica: la strada va legger-
mente in discesa in un vialone di giganteschi alberi
secolari. - Sulla destra, passiamo l'Hotel De La Ville
dove si fanno  subito  incontri interessanti, con due 
ruote super accessoriate che arrivano anche da Pae-
si lontani. Sono tenaci viaggiatrici che non conosco-
no la fatica. Ecco, due bei tornanti nel verde, ci illu-
diamo per poco di poter essere ovunque, anche tra le
montagne. Mi invade un senso di libertà totale. 
Sfruttiamo la pendenza e prendiamo velocità ed ecco-
ci al Ticino.  Con tutta questa pioggia, scende carico 
d'acqua. Attenzione però al fondo del ponte: tra le as-
si in legno potrebbe nascondersi qualche chiodo.
Ponte superato, ora la strada  diventa dritta  e  posso
conquistarmi a poco a poco una bella andatura. Basta
seguire l'indicazione Zerbolò e attorno c'è solo la cam-
gna con i campi di mais, fitti di piante che stanno  per
arrivare alla massima altezza e nascondono le brutture 
che anche qui gli umani hanno portato a compimento.
Alla rotonda  teniamo la sinistra, tra meravigliose ca-
scine lasciate andare a favore di villette da geometrie
tutte uguali. Passiamo il cimitero e non possiamo fa-
re a meno di sfidare l'aggeggio che ci sta davanti per
il controllo della velocità delle quattro ruote. Sembra
quasi un videogioco: 24, 25, 26. Forza ancora: 27, 28,
29. E vai: 30 chilometri all'ora. Sì, segna 30. Questa
volta ce l'ho fatta. Mi sento orgogliosa. Giusto il tem-
po per non perdersi  lo spettacolo  di quel gigantesco 
nido in cima al palo della luce, gioiello di architettura
temporanea, fatto da cicogne che puntuali ogni anno
tornano qua.   Attraversiamo Zerbolò, mesto paesino
tagliato in due dall'autostrada.   Non sono più sola: 
altre due ruote si sono risvegliate. Partono i gruppet-
ti di quelle tirate a lucido, manco fossero in pista. Ci
finisco in mezzo. Mi viene qualche complesso, quelle
non pesano nulla. Ma mi consolo, in fondo, anche se
sono un pò agée, sono pur sempre una Colnago nera.
Insomma, una certa classe la conservo, con quell'aria 
vintage. Mi seminano velocemente  e  posso riconqui-
stare la pace. Ancora campagna, ancora cascine, ora
conservate alla perfezione.
Ecco, l'indicazione Pavia 11 chilometri. Svoltiamo a 
sinistra, e inizia l'incanto.  Siamo sull'argine che co-
steggia il fiume.  A tratti  non  si vedono case. Si in-
contrano  meravigliosi elegantissimi aironi,  lanche 
con pacifiche papere. mentre in lontananza si muove
un'inquietante nutria che non vorrei mai mi attraver-
sasse la strada. Se i miei copertoni me lo concedesse-
ro, potrei abbandonare l'asfalto e buttarmi in riva al
 fiume. Ecco, un altro gruppo di quelle belle compe-
titive che si avvicina. Mi prende alle spalle.  Parte
un invito in gergo: "Attaccati!".  Ma non sono in 
vena di sfide:  declino e proseguo per i fatti miei.
La pace è impareggiabile. Anche perchè dura an-
cora poco.    Mi tocca un pezzo di città, con quei
noiosi stop and go, e tante quattro ruote a darmi 
fastidio. Ancora un ponte, questa volta massiccio, 
visto che si chiama addirittura Ponte dell'Impero.
                                           cicogne con nido

                                            aironi sulla riva del fiume

Siamo a Pavia, viale della Libertà, ecco la fascistissima 
statua della Minerva  e  si gira a sinistra. Ancora tutto 
dritto.   A poco a poco la città è alle spalle. Direzione 
Torre d'Isola.  E prima di raggiungere il paesino, da-
vanti a noi campi infiniti e montagne  sullo sfondo.
Sono tentata  da una sosta, sotto i platani della Lo-
canda di Torre d'Isola. Ma tiro dritto.  Mi fermerò
 ad anello concluso.   Direzione Vigna del Pero e
rieccoci al punto di partenza a Bereguardo. Comincio
a rivedere le bici  che avevo incrociato nell'altra dire-
zione. Il bello dell'anello è rincontrarsi.
Lucianone
.

sabato 2 agosto 2014

Musica / jazz - Sonny Rollins: un sopravvissuto

2 agosto 2014                                 visione post - 151

Quando Sonny Rollins 
lo volevano gli Stones
Intervista a una leggenda, vivente,                 
della musica e del jazz.
"Dio quant'era bella Billie quella sera. E sì,
fu lo zio Bird (Charlie Parker) a farmi smet-
tere con l'eroina. Quanto all'oggi, ho il mio
seguito e mi basta".

(da 'la Repubblica' - 8 giugno 2014 - Giuseppe Videtti)
Il giorno dell'attacco alle Torri  era in casa, pochi 
metri da Ground Zero.  L'appartamento al ventesimo
piano fu invaso dalla polvere, una notte d'incubo sen-
za energia elettrica  ad aspettare i soccorsi, neanche
il telefono per chiamare  la moglie Lucille  che era ri-
masta nella casa di Germantown, pochi chilometri da
Manhattan. I ricordi più cari erano stati irrimediabil-
mente distrutti dai veleni sprigionati dal crollo quando
la mattina dopo arrivarono i soccorsi. I vigili del fuoco
gli dissero che per lui non c'era posto, che doveva as-
pettare l'arrivo di un altro veicolo.   "E' perchè sono 
nero, vero?", sbottò Sonny Rollins.  "Ebbi - come si 
dice in gergo psicanalitico? - una regressione", rac-
conta  il sassofonista, ottantatrè anni, il più  illustre 
sopravvissuto della storia del jazz.  "Dopotutto non
erano lontani i tempi in cui io e mia moglie avevamo
deciso di trasferirci in campagna perchè i matrimoni
tra neri e bianchi erano guardati di traverso anche a 
New York".  Lucille, compagna e manager di una vi-
ta, è morta nel 2004, ma la vedovanza non ha piega-
to il gigante del sax.    Vive in una casa più comoda
vicino Woodstock e si comporta come se di anni ne
avesse trenta.   Dischi, concerti, una casa discogra-
fica (la Doxy Records) che ha appena pubblicato il 
magnifico  Road Shows Volume 3, un sito  internet
aggiornatissimo, mille progetti nell'aria. "Mi aiuta-
no  yoga  e meditazione, ho incominciato a interes-
sarmi a buddismo e sufismo intorno al 1959, quan-
do con John Coltrane parlavamo per ore di filoso-
fie orientali".
Sonny Rollins

Barba e capelli bianchi, l'aspetto ancora imponente,
sul palcoscenico il colosso di sempre, nella vita una
torre di saggezza. Difficile  immaginarlo  devastato 
dall'eroina, detenuto nella prigione di Rikers Island
per furto a mano armata e successivamente, sprona-
to da Charlie Parker, a Lexington con un gruppo di
tossicodipendenti in riabilitazione sperimentale col
metadone - e tra una disavventura e l'altra suonare
da Dio nel quintetto di Miles Davis. "Fui così stupido
da pensare che senza droga non avrei mai suonato
come Charlie Parker", ammette oggi. Vivo, vegeto,
mai fuori moda, neanche quando il rock rese la vita
impossibile ai jazzisti.  I Rolling Stones, anzi, lo sup-
plicarono per averlo nell'album Tattoo You. Avrebbe
potuto sfruttare la situazione, invece non volle nean-
che essere citato sulle note di copertina.     "Me ne 
vergognavo, lo feci per compiacere mia moglie Lu-
cille, che era una loro fan. Suonai tre brani a patto
che non si sapesse in giro. Poi Mick Jagger mi ri-
chiamò, voleva che andassi in tour con loro. Rifiu-
tai categoricamente. Cosa abbiamo in comune?".

Giuseppe Videtti - 'Lei è nato nel ghetto nero di
Manhattan. Come fu trovarsi al centro della cul-
tura afroamericana in piena Harlem Renaissance?'
S. Rollins - "E' stata la cosa più meravigliosa che
potesse succedermi perchè mi ritrovai in fasce al
centro della musica: Fats Waller, Jimmy Lunceford,
Count Basie, Cab Calloway, Louis Jordan - fu lui il
primo a farmi sognare : un giorno suonerò il sasso-
fono come Louis, dicevo - Duke Ellington. Frequen-
tavo coetanei  che  sarebbero diventati  giganti del 
jazz : il batterista Art Taylor, il pianista Kenny Drew,
il sassofonista Jackie McLean. Sono cresciuto nel po-
sto giusto al momento giusto".
G. Videtti - 'Racconta che fu un concerto di Sinatra a
East Harlem a cambiarle la vita. Cosa ricorda di quel
giorno?'.
S. Rollins - "Frequentavo  una scuola  multirazziale, 
un edificio nuovo di zecca  frequentato  da ragazzi
neri, ebrei e italiani.  I fenomeni di bullismo erano
all'ordine del giorno, gli episodi di violenza sempre
più brutali e frequenti. Un bel giorno alla Benjamin
Franklin High School arrivò Sinatra: si girava un do-
cumentario per favorire l'integrazione.  Era il 1945, 
avevo quattordici anni.  "Ragazzi, fatela finita, ba-
sta farvi del male, fate qualcosa di buono nella vita,
tutto questo  non  vi porterà da nessuna parte, dob-
biamo  vivere  insieme, questa è l'America", disse 
prima di cantare The House I Live In - che anni do-
po avrei inserito nel mio repertorio.   Da quel mo-
mento è diventato il mio idolo".
G. Videtti - 'Ha suonato con artisti come  Charlie
Parker, Bud Powell, Thelonious Monk, John Col-
trane e Miles Davis.   Riuscì a stabiulire con tutti
un rapporto di amicizia?'.
S. Rollins - "Abbiamo trascorso insieme anni me-
morabili, condividendo praticamente tutto. Monk
ha un posto speciale nei ricordi, l'ho sempre con-
siderato il mio guru.  Ricordo quando ci si incon-
trava a casa sua. ho ancora  a mente  l'indirizzo.
243 West 63esima Street. Anche John Coltrane,
che conobbi più tardi, contribuì non poco alla mia
crescita artistica e spirituale. Stavamo dando inizio
a un nuovo movimento musicale, il be-bop, cui mol-
ti erano ostili. Ma noi eravamo un plotone che mar- 
ciava all'unisono. Inarrestabile. Imbattibile".
G. Videtti - 'Com'era la routine del jazzista? Duris-
sima e pericolosa come abbiamo letto nelle biogra-
fie di Charlie Parker e Chet Baker?'. 
S. Rollins - "Soldi in tasca non ne avevamo ma vo-
glia di suonare tanta.  Gli impresari  si rendevano
conto che l'avremmo fatto anche gratis. Traevano
profitto dalla nostra passione. Suonavamo soprat-
tutto nei night club, posti dove la gente andava a
ballare, finchè non arrivò Norman Granz (il fonda-
tore  dell'etichetta Verve, ndr)  e istituì  "Jazz at 
the Philharmonic", aprendo a tutti noi le porte di 
istituzioni  prestigiose  come  la Carmegie Hall.
Tutto merito della rivoluzione del be-bop".
G. Videtti - 'Miles Davis la chiamò a far parte del suo
quintetto; era un  leader  esigente  e  bellicoso  come 
raccontano?'.
contano?
S. Rollins - "Ci gelava dicendo:  'Non perdiamoci in
chiacchiere, se siete qui sapete già cosa dovete fare'.
Miles non mi ha mai detto cosa e come dovessi suo-
nare, dava la linea  e  si aspettava  che  lo  seguissi. 
Con lui eri un artista libero".
G. Videtti - 'Poi sarebbero arrivati dischi leggenda-
ri a suo nome, come Saxophone Colossus e Tenor 
Madness'...
S. Rollins - "La carriera andava a gonfie vele, la vita 
un pò meno. Alcol e eroina  avevano preso  il soprav-
vento. La vera svolta fu quando collaborai con Clifford
Brown e Max Roach, nel 1955. Chissà  come si sareb-
be evoluta la nostra storia se Clifford non fosse morto
pochi mesi dopo in quell'incidente, un genio strappa-
to al jazz a 25 anni:  senza Clifford  e  Max non sarei
mai arrivato  a  Saxophone Colossus, alla collabora-
zione con Coltrane in Tenor Madness e a quel concer-
to stellare alla Carnagie Hall, nel 1957; c'erano anche
Monk, Billie Holiday e Ray Charles.   Quella notte il 
jazz uscì dal recinto. Quant'era bella Billie! La adora-
vo. E quanto è stata maltrattata. E sa perchè? Perchè
lottava per i diritti civili, non certo perchè  faceva uso
di droghe. -     Tanti artisti bianchi erano eroinomani, 
Judy Garlan ad esempio, e non mi risulta  che  siano
mai stati crocifissi come Lady Day".
G. Videtti - 'Quanto era frustrante veder riconosciuto
il proprio talento al punto da esibirsi nel tempio della
musica classica e al contempo essere discriminato per
il colore della pelle?'.
S. Rollins - "Con quel problema avevo convissuto fin
da bambino. Mia nonna predicava instancabilmente
per i diritti civili, mi portava con sè in strada a prote-
stare, armata di megafono  e di cartelli. Per questo ho
sempre mantenuto stretti contatti con l'Africa;  già nel
1954 avevo scritto  e  inciso  (per il quartetto  di Miles 
Davis) 'Airegin', che vuol dire Nigeria al contrario.  Il
messaggio era: non vogliamo più essere trattati come
schiavi".
G. Videtti - 'Come ha vissuto l'elezione di Barack 
Obama?'. 
S. Rollins - "Avere un presidente di colore è un  fatto
epocale per gli Stati Uniti, ma Obama non è abbastan-
za a sinistra  per il ragazzo  della   Benjamin Franklin 
High School  che ha inciso  con Max Roacn  l'album
'Freedom Suite'. La sua politica non è radicale come
vorrei".
G. Videtti - 'Cosa gli ha detto quando nel 2011 le ha
conferito la National Medal of Arts and Humanities?'.
S. Rollins - "Gli ho confessato di non aver votato per
lui. Mi ha risposto: lo immaginavo, conosco bene la
sua musica". 
G. Videtti - 'Ma scusi, e per chi ha votato?' 
S. Rollins - "Per Dennis Kucinich (bianco, ndr), l'ex
sindaco di Cleveland, politicamente molto più in li-
nea col mio pensiero".
G. Videtti - 'Lei è nell'Olimpo del jazz con Davis,
Coltrane e Parker. Cosa vede quando si guarda
indietro?'.
S. Rollins - "Ricordo i tempi duri, quando mi drogavo
e finii in carcere in mezzo ai delinquenti comuni. Tra
il 1949 e il 1951 la mia vita fu un inferno, con una ter-
ribile ricaduta nel 1953. Fu quello l'anno in cui Charlie
Parker, proprio perchè ne conosceva  le conseguenze
nefaste, mi spinse a farla finita con l'eroina. Ero impe-
gnato in alcune registrazioni con lui e Miles.  Bird mi
chiese se ancora mi drogassi, e io mentii, dissi che 
ero pulito. Ma lui seppe da altri  che c'ero ancora den-
tro fino al collo. Mi bastò una sua occhiata - era come
uno zio per tutti noi - per decidere all'istante  di darci
un taglio.   L'anno  della risalita  fu proprio  quello, il 
1953".
G. Videtti - 'Oltre sessantacinque anni di carriera e
ancora on the road: è stato difficile adattare il suo 
linguaggio a generazioni diverse?'.
S. Rollins -  "Fortunatamente  mi sono sempre  consi-
derato un musicista incompiuto, mai portavoce di una
generazione nè un veterano del be-bop.  Ho il mio se-
guito e mi basta, non ho mai pensato di poter diventa-
re milionario facendo jazz. Altrimenti sarei andato in
tour con gli Stones".




Sonny Rollins ha suonato con:
Babs Gonzales  - 
Rollins debutta in "Weird Lullaby" ('49) del 
pioniere del vocalese. Imperdibile la versione
di 'Stompin at the Savoy'.
Bud Powell  -
Col leggendario pianista incise le session
"The Amazing Bud Powell": con, tra gli
altri, Fats Navarro, Tommy Potter e Roy
Haynes.
J.J. Johnson  -
Collabora col trombettista nel 1949
("Jazz Quartets") e poi nel 1957 ("Sonny
Rollins Vol. 2") per la Blue Note.
Miles Davis
Lunga la loro collaborazione: in "Dig" (1951),
"Collectors' Items" (1956), "Miles Davis and
Horns" ('56), "Bags' Groove". 

CONTINUA... to be continued...

martedì 15 luglio 2014

Cultura - Lo scrittore americano John Grisham e la sua America

15 luglio '14                                    visione post - 33

La critica all'America
in un'intervista rilasciata da John Grisham
in occasione dell'uscita del suo legal thriller
"L'ombra del sicomoro".
Dice Grisham: 'Il denaro in politica è così 
invasivo da corrompere tutto: ecco perchè
Washington non cambierà mai".

(da 'la Repubblica' - 12 dicembre 2013 - R2Cultura /
Federico Rampini,  New York)
Processo la mia America - Paese senza innocenza
"Prenda pure appunti, ma se registra è ancora
meglio. Sa, l'ultima volta che sono finito sulla 
stampa italiana mi hanno fatto dire strane cose
sul processo di Amanda Knox". L'esordio sembra
circospetto, ma è soltanto un'apparenza.
John Grisham è un uomo del profondo Sud: caloroso,
passionale, battagliero come può esserlo un progres-
sista cresciuto nelle terre del Ku Klux Klan. Pronto
a scendere in campo  per le cause  che  gli stanno
a cuore: contro la pena di morte, Guantanamo, o
il razzismo che rinasce sotto nuove spoglie.
Lo intercetto in un suo breve passaggio a New York,
metropoli esotica per lui che vive in campagna, tra 
la Virginia e  una fattoria vittoriana  del Mississipi, 
stile Via col vento.  Appena uscito, il suo nuovo ro-
manzo "L'ombra del sicomoro"   (edito in Italia da
Mondadori) è balzato in testa ai best-seller del New
York Times.  E questa non è una sorpresa per l'in-
ventore del filone dei legal-thriller: a 58 anni, Gri-
sham appartiene all'esclusivo trio di autori capaci
di vendere due milioni di copie alla prima tiratura
(gli altri sono Tom Clancy e J.K. Rowling). 
Da quando smise di fare l'avvocato per dedicarsi alla
letteratura, ha venduto quasi 300 milioni di libri nel
mondo, e molti sono diventati film d'autore (Il socio
di Sidney Pollack, Il rapporto Pelikan di Alan Paku-
la, L'uomo della pioggia di Francis Ford Coppola).
Non fa scalpore il suo successo ma il fatto che per 
la prima volta Grisham abbia creato un "sequel"
ripescando l'avvocato protagonista del suo primo
libro, Jake Brigance, personaggio autobiografico.
E' sul tavolo di Jake che arriva il testamento esplo-
sivo di un ricco industriale del Sud, morto suicida
impiccandosi a un sicomoro. Il magnate disereda
i suoi familiari per lasciare quasi tutto a una do-
mestica nera.
                              Iohn Grisham

INTERVISTA
F. Rampini  -  'Un personaggio del romanzo dice
"nel Mississipi, tutto ruota attorno alla razza".  E'
ancora vero nell'America di Barack Obama? L'idea
di una nazione pacificata, post-razziale, si rivela illu-
soria?'.
J. Grisham  -  Non credo  che  l'America  sarà mai
post-razziale. Nella nostra storia c'è lo schiavismo,
il più grande peccato originale dell'America. Cer-
to, neppure il più ottimista dei liberal avrebbe im-
maginato l'elezione di un presidente nero, ancora
qualche decennio fa.  E invece Obama è arrivato,
quasi all'improvviso. L'ho votato due volte, e se 
fosse possibile lo voterei pure una terza.  Ma al 
quinto anno di governo, capisco la frustrazione
di chi si aspettava cambiamenti superiori.  E' 
possibile cambiare il sistema in profondità a 
Washington? Forse il ruolo del denaro nella
politica è così invasivo da corrompere tutto.
F. Rampini  -  'Questo è un anno (2013) carico
di simbolismi: il cinquantenario  della marcia 
su Washington per i diritti civili dove Martin
Luther King pronunciò 'I have a dream', ora
la morte di Mandela.  Eppure negli Stati del
Sud avanza una controffensiva per impedire
il voto dei neri'.
J. Grisham  -  Questa è una storia che conosco bene,
è la mia storia.  Nelle mie terre del Sud ci si è battuti 
cinquant'anni fa  perchè i neri potessero votare. Nel-
l'anno  in cui  sono nato, il 1955, non un solo  afro-
Attar
americano veniva eletto nel Mississipi. Oggi il Mis-
sissipi elegge più parlamentari neri  di qualunque
altro Stato Usa. Ma i repubblicani, con l'aiuto del-
la Corte suprema, stanno insidiando i diritti delle
minoranze. In una nazione dove non esiste la carta
d'identità, s'inventano requisiti e controlli speciali
per l'accesso  ai seggi elettorali, tutte barriere per
impedire che votino i più poveri.
F. Rampini  -  'Lei dedica una parte dei suoi gua-
dagni alla fondazione "The Innocence Project".
Ci spieghi di cosa si tratta.
J. Grisham  -  Ci sono migliaia di innocenti nelle 
carceri americane, e oggi abbiamo uno strumen-
to straordinario per liberarli: le analisi del Dna.
Attraverso The Innocence Project noi scegliamo 
una dozzina di casi all'anno (purtroppo non pos-
siamo fare di più), otteniamo la revisione dei pro-
cessi sulla base delle nuove analisi scientifiche..
Abbiamo vinto 311 volte, 311 detenuti liberati:
sembrano tanti e invece sono appena la punta 
dell'iceberg. E' gratificante soprattutto quando
sono condannati alla pena capitale: 130 di quei
prigionieri erano nel braccio della morte. Ma è
frustrante pensare alle altre migliaia che riman-
gono dentro, per delitti che non hanno commesso.
Anche qui la razza conta: molti dei detenuti che
vengono liberati grazie a The Innocence Project
sono ragazzi neri e poveri, guarda caso".
F. Rampini  -  'Un altro suo intervento che suscitò
clamore fu su Guantanamo: quest'anno lei ha scrit-
to sul New York Times, in difesa  di un prigioniero
nel supercarcere militare. C'è ancora qualcuno che
si ricorda di Guantanamo, in America?'.
J. Grisham  -  Quasi nessuno, eccetto i prigionieri
e le loro famiglie. Que che è impressionante, è che
diversi prigionieri  sono stati  rilasciati  dopo anni, 
con l'ammissione che non c'erano prove a loro ca-
rico. Io avevo creduto a Obama, quando promise 
che avrebbe chiuso Guantanamo: questa è stata
una delle delusioni del presidente. Io mi sono preso
a cuore in particolare la sorte di un algerino, Nabil:
12 anni di carcere duro, con violenze e torture, non
una sola incriminazione. Sembra incredibile che il
nostro governo possa fare cose talmente orrende.
F. Rampini  -  'Impariamo ogni giorno cose nuove
su quello che fa il governo, anche quando forse non
potrebbe.    Di fronte alle rivelazioni  sull'ampiezza
dello spionaggio dei cittadini (email, telefonate) da
parte della National Security Agency, lei è rimasto
sorpreso?'
J. Grisham - No, davvero, nè sorpreso nè imprepara-
to. Nulla di ciò che fanno la Nsa, la Cia o l'Fbi può
sorprendermi. Sono irritato, magari, ma non stupito.
Su questo devo dire che ho sentimenti contrastanti.
Non sono totalmente negativo. Quando Obama dice 
che  una cinquantina  di attentati terroristici  sono
stati scongiurati o prevenuti grazie allo spionaggio,
sono ben contento. E' vero che in giro ci sono terro-
risti decisi a tutto, pronti a fare esplodere palazzi e
a uccidere cittadini innocenti. E' sbagliato essere
ingenui, le regole del gioco ci impongono di paga-
re qualche prezzo in termini di sorveglianza.   Al
tempo stesso, conoscendomi, se scoprissi che stan-
no intercettando le mie telefonate, so che la mia 
reazione sarebbe di costituirmi parte civile.
F. Rampini  -  'Lei ha inventato un genere, il thriller
legale, che ha imitatori in tutto il mondo.   Perchè la
giustizia "romanzata" appassiona tanto i lettori?'
J. Grisham  -  E me lo chiede lei che viene dal paese
dei processi ad Amanda Knox e sulla Costa Concor-
dia?
F. Rampini  -  'Facciamo una verifica sull'attendibi-
lità di Wikipedia. Alla voce John Grisham, in Ingle-
se, risulta che lei  impiega   sei mesi  a scrivere un 
romanzo. E il suo autore preferito sarebbe John Le
Carrè.'
J. Grisham  -  Vero e vero. Passate le vacanze di  Na-
tale, il primo gennaio mi metterò a scrivere il prossi-
mo romanzo, aiutato dal freddo inverno  e  da tanto
caffè Lavazza. Il primo luglio il mio agente newyor-
chese riceverà il testo.   In quanto a Le Carrè, tra i
suoi romanzi il mio preferito rimane La Tamburina.


















ontinua... to be continued...

sabato 14 giugno 2014

Fotografia - Giles Duley e i profughi, soprattutto bambini, della Siria

14 giugno 2014                                                          visione post - 28

Duley:  'Così dico no alla guerra'
Quei bimbi in bianco e nero in fuga dal dramma Siria

Gli scatti di Giles Duley nel campo
profughi di Za'atari, in Giordania.
E a tre anni dal conflitto l'appello
di 'Save The Children'.

(da la Repubblica - 10/03/2014 -  Alessandra Baduel)
"Sono persone. Bambini, madri, padri, famiglie.
Chiamarli 'rifugiati' è quasi una difesa, per noi, 
mette una distanza. Nelle mie foto ho cercato di
abolirla: di mostrare la similitudine che c'è  fra
loro, costretti a vivere in un accampamento nel
deserto, lontani da una casa dove c'è la guerra,
e noi. Come ci sentiremmo, noi, al loro posto?".
Giles Duley è stato nel campo profughi di Za'
atari, nel deserto giordano vicino ai confini si-
riani, due settimane fa. Sabato prossimo (15 marzo
'14, ndr) saranno tre anni  dall'inizio  delle di-
mostrazioni in Siria, presto contrastate con l'e-
sercito  e  sfociate in guerra civile, ed è  con le
fotografie di Duley che Save The Children, ope-
rativa nel campo fin dalla sua nascita nel luglio
del 2012 con aiuti umanitari  e soprattutto edu-
cativi per bambini e ragazzi, ha voluto segnare 
la data: tre anni di guerra e, solo a Za'atari, 450
siriani in fuga che arrivano ogni giorno.  Metà
dei 100mila che vivono in camper e tende messi
in fila in mezzo al nulla hanno meno di 18 an-
ni e ben 26mila non arrivano ad averne cinque.
Almeno 700 sono nati lì, in quella che al momento
è la quinta città giordana per numero di abitanti.
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Didascalia: Manal 30 anni, Amjad 1 -  /credit: foto Giles Duley per Save The Children / 


A. Baduel  -  'La sua impressione vivendo con loro nel campo?'.
G. Duley  -  "Che si tratta di persone normali, 
appunto, che cercano il più possibile di fare la 
vita  di tutti i giorni, parlando  con i vicini  del 
tempo, o dei ragazzi che sfuggono al controllo
e che vanno in giro con gli amici. Cose sempli-
ci, a dispetto del fatto che devono occuparsi di
come  procurarsi  cibo migliore, o i soldi per il 
gas che purtroppo va pagato, o di stare attenti 
a non sprecare l'acqua delle taniche. Si tratta
di organizzare l'intera famiglia e le sue esigen-
ze in una piccola tenda, ma loro cercano sempre 
lo spazio per la normalità".
A. Baduel  -  'Nel suo lavoro lei ha visto parecchi
altri campi profughi. C'è qualcosa che distingue
Za'atari?".
G. Duley  -  "Si tratta di persone di classe media,
non di poveri. Sono gente che fino a ieri era abi-
tuata  a una società  avanzata, per esempio con
una migliore  assistenza sanitaria  di quella che
trovano in Giordania: molte madri si lamentano
di questo.   Molti sono avvocati, medici, profes-
sionisti.  Di colpo si ritrovano in tenda, senza il
gas per scaldarsi e con molta paura addosso.
Certo sono anche gente forte, che non si scoraggia, 
Sperano nella pace e pensano a quando torneranno
in Siria.
Bayan, 19 anni, Mariam 18 mesi - /credit: foto Giles Duley per Save The Children /

A. Baduel  -  'I bambini, come li ha trovati?'
G. Duley  -  "Giocano, si divertono, vanno a scuola
con entusiasmo, ma stanno attenti  a tutto: sanno be-
ne cosa succede, hanno perso  amici e compagni  di
studi che non sanno se rivedranno.  Certo al campo
le scuole non sono ancora sufficienti per tutti, ma si
fanno i turni. E quella credo sia la cosa più importan-
te da garantire. Il rischio è che questa guerra produ-
ca un'intera generazione perduta. E' stato già detto, 
ma vale la pena ripeterlo: va evitato a tutti i costi.
A. Baduel  -  'Lei ha perso le gambe e un braccio per
colpa di un ordigno esploso  sotto i suoi piedi, in Af-
ghanistan, mentre faceva il suo lavoro. Ma ha deci-
so di continuare'.
G. Duley  -  "La prima cosa che ho pensato, ripren-
dendo conoscenza, è stata: 'Ho la mano destra, ho 
gli occhi, posso farcela: resto un fotografo'.   Sono 
anni che ho scelto di fare il narratore delle persone,
soprattutto degli esseri umani  che vivono condizio-
ni critiche, cercando i punti di contatto, le similitudi-
ni con noi che guardiamo. Adesso, le mie nuove con-
dizioni fisiche mi permettono di avere una maggiore
empatia con i miei soggetti.    Io da ferito  volevo  la
mia vita indietro, loro vogliono la stessa cosa".
A. Baduel  -  'La sua foto preferita, fra quelle scattate
a Za'atari?'
G. Duley  -  "Il padre che carezza la sua bambina.
E' universale. potrebbe essere ovunque".
A. Baduel  -  'Quel che l'ha più colpita , dei siriani che 
vivono lì?".
G. Duley  -  "La forza d'animo. Sono persone positive,
non si lasciano andare: fanno progetti".
Dina, 38 anni e suo figlio Ryan, 2

Lucianone
G

lunedì 19 maggio 2014

Sport / Storia - Giovanni Lodetti: il grande mediano


Nel campo dei ricordi                         visione post - 56     
Giovanni Lodetti: "Gli anni tra il '60 e il '70
sono stati  i più belli  del secolo, non solo per
il calcio. C'erano più lavoro e speranza, c'era
come qualcosa nell'aria che adesso non c'è più.
Oggi hanno tutto, non la passione".

(da la Repubblica - 17/03/2014 - REPUBBLICA SPORT / Gianni Mura)
Il mediano che giocava con Rivera e i ragazzini
"Oggi sono tutti tristi"
Con Giovanni Lodetti si può partire da una foto che
sa di cinema neorealista. E' dell'ottobre 1963.  Il sa-
cerdote sulla sinistra potrebbe essere Aldo Fabrizi.
Al centro, il ventunenne Lodetti, titolare del Milan,
palleggia  circondato  dai  bambini  del  suo  paese 
("Caselle Lurani, nella Bassa lodigiana, allora non
faceva più di 500 abitanti) sul campetto dell'orato-
rio, dietro la chiesa.  "Don Giovanni Delle Donne 
si chiamava il prevosto. Nonchè  proprietario  del
mio cartellino. La domenica giocavo due partite, 
al mattino con i ragazzi, al pomeriggio con quelli
più grandi. Non mi è mai pesato. Poi ho lavorato
da garzone meccanico per dare una mano in casa.
Eravamo quattro fratelli, due sono morti  giovani.
Mio padre era falegname. El danè dana, ripeteva-
mia madre, il danaro danna, ma forse era un modo
per consolarsi di essere poveri. Il mio primo ingag-
gio me l'ero trovato con la Pejo, a Milano. Quando
sono andato a dirlo al prevosto  ha tirato un pugno 
sul tavolo che sembrava un tuono. Niente da fare, 
per te ho altri piani. Cioè  il Milan, un anno dopo.
Mi ricordo che c'era la festa di san Giuseppe e ar-
riva un dirigente del Milan, Trapanelli. Mi hanno
pagato centomila lire e una muta di maglie. 
Ma l'esame vero fu due mesi dopo, al campo Sca-
rioni. Promosso. Al Milan ho trovato i due allena-
tori che mi hanno insegnato di più. Nelle giovanili,
Mario Malatesta: di lì sono usciti Noletti, Trebbi,
Salvadore, Pelagalli, Ferrario, Bacchetta.   E poi
Liedholm, che curava molto la parte tecnica. Mi
aveva ribattezzato Bikila".
Gianni Mura: "E' stato difficile passare da Caselle
Lurani a San Siro?".
G. Lodetti  -  'E' stato più difficile capire come funzio-
navano le cose.  Ero aggregato  alla prima squadra, 
ad Asiago, e dovevo firmare il mio primo contratto. 
Prima, in meno di quattro ore, Viani  e  Rocco  ave-
vano già sistemato tutto con la prima squadra.  
Viani e Rocco erano due uomini che mettevano sog-
gezione anche da seduti, dietro a un enorme tavolo 
ovale, al primo piano dell'albergo. Entro, e dico buon-
giorno, loro stanno leggendo uno la Gazzetta e l'altro
il Corriere. Non mi filano neanche di striscio. Dopo 
dieci minuti  Rocco  dice a Viani: Gipo, visto che el
mulo xe rivà, domandighe quanto ch'el vol. Quanto 
vuoi? dice Viani. Tre milioni l'anno e l'entrata nella
rosa, dico. Significava essere considerato quasi tito-
lare e prendere l'80% dei premi-partita. Viani ripren-
de a leggere e dopo qualche minuto fa: la rosa te la
devi guadagnare  e più di un milione  non  ti diamo,
prendere o lasciare. E Rocco: Gipo, fa'l bravo, femo
uno e mezzo. Ho firmato subito, poi ho capito che era
tutta una recita, come i due poliziotti nei telefilm ame-
ricani , uno ti dà uno schiaffo e l'altro ti offre una siga-
retta'.








Giovanni Lodetti










G. Mura: "Qual è stato il giorno più bello, da calcia-
tore?".
G. Lodetti - 'Sarebbe facile parlare delle Coppe dei 
Campioni o dello scudetto o dell'Intercontinentale.
Per me il giorno più bello è stato quello del provino
alla Scarioni. Perchè il treno buono passa una volta
sola. o sali o resti giù. Dal mio paese c'erano due cor-
riere per Milano, alle 6 e alle 12. Ho preso quella del-
le 6 per non rischiare. Fermata  a piazzale  Corvetto, 
poi la 93 fino a Lambrate e poi a piedi allo Scarioni.
Ricordo che c'era un caldo della Madonna, nessun
genitore, nessun parente, solo il prevosto che s'era
messo in testa un fazzoletto con le quattro cocche.
Gioann, famm fa' bela figura, mi disse. Da questo
punto di vista non ho rimpianti, ho sempre giocato 
con la stessa passione che avevo all'oratorio. Sem-
pre, anche da professionista. Il primo choc è stato 
dopo l'esordio in A, a Ferrara. 3-0 per noi. E mar-
tedì, all'Arena, Maldini  mi mette in mano  il mio
primo premio-partita, 100mila a punto, quindi 200
mila, per me 180.    Diciotto fogli rosa, tant'è che
li chiamavano salmoni, grandi come  mezzo tova
gliolo. Per paura che in tram me li rubassero so-
no andato a piedi dall'Arena al Corvetto e prima
di cena li ho consegnati a mio padre, che guada-
gnava  45mila  al mese. Li ha presi, li ha contati,
lisciandoli sul tavolo, dopo il sesto già mia mamma
ma piangeva. E alla fine papà m'ha detto brao Gio-
annin e se li è messi in tasca. Un pò ci sono rimasto 
male, speravo che almeno  un deca  me lo lasciasse,
ma mi è passata subito.
G. Mura: "E la ferita  deei mancati mondiali
in Messico, dopo quanto s'è chiusa?".
G. Lodetti - 'E' rimasta aperta e mi ha fatto male per
anni. Meno da quando credo di aver capito cos'è real-
mente successo.  Tutti sanno che s'infortuna Anastasi
e al suo posto ne convocano due, Boninsegna e Prati.
Uno di quelli già in Messico da qualche giorno dovrà
tornare a casa, ma noi del Milan sapevamo che Prati
aveva una caviglia acciaccata  e  non era  in grado di 
giocare, infatti non giocò.   Sandro Ciotti mi mise una
pulce nell'orecchio: se hanno chiamato uno el Milan
e uno ell'Inter, non crei che  toccherà tornare  a uno
del Milan o ell'Inter? Ciò, speremo de no, gli ho det-
to facendo il verso a Rocco.   Anche perchè dai test 
ero uno di quelli più resistenti all'altura.   Quando il 
massaggiatore ni ha detto che mi volevano i capi, lì
ho capito. State sereni, ho detto ai compagni. Nella
stanza c'erano Mandelli, il capodelegazione, Valca-
reggi, il dottor Fini e un altro dirigente.   Ci spiace,
Lodetti, ci addolora, ma siamo costretti a tagliarti.
Ma  non  ti preoccupare, convoca tua moglie, per 
tutta la durata dei mondiali  sarete ospiti della fe-
dercalcio ad Acapulco e riceverai lo stesso premio
che daremo agli altri".
G. Mura: "E lei?".
G. Lodetti - 'Io gli ho detto  che erano delle facce
di merda, che non  si può  umiliare così  la brava 
gente e che sarei tornato  in Italia  col primo volo, 
cosa che ho fatto. E del premio ne ho visto meno 
della metà, ma non m'interessava. Continuavo a
non capire perchè  dovessi tornare  a casa io per
far posto a un Prati zoppo. Continuavo a chieder-
mi se avessi sbagliato qualcosa, ma andavo d'ac-
cordo con tutti. Da qualunque parte la girassi, era
un'ingiustizia bella e buona, anzi brutta e cattiva.
E non lo sapevo, ma era solo  la prima parte del
film che mi avrebbe cambiato la vita e la carriera
Dopo il Messico e prima delle ferie, bel discorset-
to di Carraro: il Milan deve ritornare al rango che 
gli compete, Lodetti è stato umiliato prima del via,
Rivera coi sei minuti, sarà la stagione del riscatto. 
Bene, vado al mare in Versilia e dal bar della spiag-
gia  mi dicono: c'è il Milan che ti vuole. E' la Rina,
la segretaria: Giovanni, ti passo il tuo nuovo presi-
dente. Com'è, non c'è più Carraro?  No, sei tu che 
vai via, ti hanno dato alla Samp, ti passo  il  dottor
Colantuoni. Mi è cascato il mondo addosso.
G. Mura: "Presagi, nell'aria?".
G. Lodetti - 'Nessuno. Dal Milan alla Samp voleva
dire non giocare più per gli scudetti, nè per le coppe, 
ma per salvarsi magari all'ultima domenica. Ma non
si poteva rifiutare.  E la Samp aveva ben tirati i cor-
doni della borsa. Ho chiesto a Carraro di darmi una
mano per ammorbidire Colantuoni e lui m'ha rispo-
sto secco: non posso, lei non è più del Milan. Così
sono andato a Genova, allenava il dottor Bernardi-
ni che mi ha dato subito la fascia da capitano, e mi
sono anche trovato bene. E tra i ricordi più belli con-
servo  il premio  al miglior doriano  della stagione,
quello dato dai tifosi, sì, quello che non ha voluto
ritirare Cassano, quel pirlotto. Ovviamente la ferita
non si è chiusa, anzi è stato peggio. Perchè nessuno
del Milan in quei giorni mi ha fatto una telefonata:
non Rocco, non Rivera, nemmeno il Trap, che era-
vamo sempre insieme e ci chiamavano le due coco-
rite. Nessuno: cancellato io  coi miei dodici anni di
Milan. E questa non l'ho ancora capita adesso. Non
finirò mai di ringraziare mia moglie Rita, una don-
na eccezionale. Se non c'era lei con me, non so co-
me sarebbe andata a finire".
G. Mura: 'Del Messico ha poi capito, giusto?'. 
G. Lodetti - 'Parlando col dottor Bernardini  ho sa-
puto che il Milan da mesi faceva la corte a Benetti.
Aveva offerto, in ordine sparso, Malatrasi, Trapatto-
ni, Sormani, ma Bernardini aveva detto: si fa l'affare
solo se ci date Lodetti. Quindi, ero da sacrificare a un
intersee di mercato.
Continua... to be continued...

domenica 13 aprile 2014

Cultura - Intervista / Alla scrittrice Nadine Gordimer

"Sono malata e combatto           visione post - 50
ma dico addio al romanzo",
dice la scrittrice sudafricana, premio Nobel.
Dalla rivelazione sulla sua nuova vita "senza
più forza" al legame stretto con l'Italia. 
"Continuerò a girare il mondo viaggiando
con la fantasia".

(da 'la Repubblica'  -  20 marzo 2014  -  R2Cultura /
Pietro Veronese)
La voce di Nadina Gordimer arriva distinta da
Johannesburg, all'altro capo dell'Africa. Come
sempre, è lei stessa a rispondere al telefono.
Questa volta, però, è più flebile. A differenza
dalle precedenti, faccio un pò fatica a capirla.
______________________________________________
Pietro Veronese: "Se vuole posso chiamare in un
altro momento".
Nadine Gordimer - 'Ma no, una volta vale l'altra'
P. Veronese: "Sono contento di sentirla per l'uscita
italiana dei suoi 'Racconti di una vita', una raccolta 
di storie scritte tra il 1952 e il 2007, tradotte da Gra-
zia Gatti e pubblicate come sempre da Feltrinelli.
L'ultima volta che l'avevo intervistata, due anni fa, 
lo scrittore americano Philiph Roth aveva appena
annunciato la sua decisione di non scrivere più fic-
tion. Così le avevo chiesto se lei avesse intenzioni
analoghe...".
N. Gordimer - 'Ma io non sono Philiph Roth!'.
P. Veronese: "Lo so, lo vedo bene. A novant'annni
sta dunque lavorando a un nuovo romanzo?".
N. Gordimer - 'Non so, non credo... Forse un paio
di racconti.  Non  ho più  l'energia, scrivere  mi fa
star male  e  sono  troppo critica, troppo esigente 
verso il mio lavoro, non credo che accetterei qual-
cosa che non mi soddisfa".
P. Veronese: "Perchè dice che scrivere la fa star 
male? Le causa troppa fatica?".
N. Gordimer - 'Ma no, ho male nel mio corpo. Sono
ammalata'.
P. Veronese: "Mi scusi, non avevo capito".
N. Gordimer - 'Ho un cancro al pancreas'.
P. Veronese: "Mi dispiace, non sapevo...".
N. Gordimer - '... E mi procura molto dolore. Non si
dispiaccia, quando  ho scritto  il mio ultimo romanzo
non lo avevo, non era ancora incominciato, e quello
che ho scritto  non ha nulla a che vedere con la ma-
lattia La mia energia era immutata, e anche la mia 
attività intellettuale.  Guardavo  alla vita  come ho 
sempre fatto'.
P. Veronese: "Mi dica lei se vuole andare avanti...".
N. Gordimer - 'Parliamo piuttosto dell'Italia e della
mia fortuna di avere nel vostro Paese un editore  e 
dei traduttori così meravigliosi. I miei libri sono tra-
dotti   in più di quaranta lingue, 42  o  43 direi, e  la 
prima è stata l'italiano, grazie a  Giangiacomo. Fel-
trinelli. Da allora il mio rapporto con l'Italia è sem-
pre stato molto forte, a cominciare  dalla  famiglia
Feltrinelli: Giangiacomo, e naturalmente Inge, che
è diventata una mia grande amica. Abbiamo passato 
bei momenti insieme., è venuta anche a trovarmi qui
e poi ci siamo incontrate in Francia...   E Carlo che
conosco da quando era un bambino piccolo. Gli so-
no molto affezionata. E poi, come sa, ho mia figlia 
Oriane che vive in Piemonte  e  insegna a Torino. 
L'Italia è il mio Paese preferito".
Nadine Gordimer

P. Veronese: "Quando è venuta l'ultima volta?".
N. Gordimer - 'Un paio di anni fa.  Adesso non posso
più affrontare viaggi lunghi. Ma ho visto il mondo, e
le persone.  E si può  viaggiare  anche leggendo, sia
nello spazio che nel tempo. E' questa la meraviglia
della lettura: consente  un'esperienza  del mondo e 
di molte, molte vite. Ci informa: i romanzi e la poe-
sia ci fanno conoscere lo spirito umano".
P. Veronese: "La meraviglia di cui parla ha bisogno
di essere vissuta da chi scrive? O è sempre possibile, 
come a Jane Austen, descrivere perfettamente l'ani-
mo altrui pur con una conoscenza relativamente li-
mitata del mondo?".
N. Gordimer - 'Certo, una qualche esperienza ci deve
essere. Ma poi noi scrittori ubbiamo una strana capa-
cità di entrare nella vita degli altri. Una capacità em-
patica. E' una dote  che abbiamo  in maggior misura
di altri, di chi  non è scrittore.  Qualcosa che non so 
spiegare.  Sappiamo avventurarci in territori scono-
sciuti. Come nel mio ultimo romanzo, Ora o mai più,
pubblicato due anni fa - un titolo che voleva signifi-
care che ogni tempo è unico - , cerchiamo di fare uso
della nostra capacità di penetrare la distanza. Di rag-
giungere universi che stanno oltre il mondo di cui di-
sponiamo. Attraverso la lettura riusciamo a sapere di
più, a trovare il senso dadare alla nostra vita".
P. Veronese: " Perdoni la domanda, ma quello che ha
appena detto mi spinge a chiederle se lei è credente".
N. Gordimer - 'Se credo in Dio? No, non sono creden-
te. Non posso pensare che la mia moralità, il modo in
cui mi comporto nei confronti degli altri, sia dettata
da qualcuno che se ne sta seduto lassù. Quando sba-
gliamo, quando ci comportiamo male, possiamo bia-
simare soltanto noi stessi. Chiamare in ballo un Dio?
No... E quando succede un incidente, una catastrofe,
e io me la scampo, come si fa a dire "Dio mi ha salva-
to? Come posso credere in un Dio che sceglie me e la-
scia morire un altro?".

P. Veronese: "L'ultima sua intervista al nostro giornale
risale  al dicembre scorso  all'indomani  della morte  di 
Nelson Mandela  (un Premio Nobel sudafricano  come
lei, lui per la Pace, lei per la Letteratura). "Siamo stati 
fortunati", lei disse  "ad averlo avuto con noi, ad aver 
visto una persona così  camminare  sulla nostra stessa
terra". Da allora sono passati tre mesi: com'è adesso,
senza di lui?".
N. Gordimer - Mandela è sempre con noi.   Durante la 
sua vita fu allontanato  da noi per 27 anni, gli anni in
cui fu imprigionato.   Ma anche allora rimase sempre
in mezzo a noi.  Il suo modo  di affrontare  il mondo,
di mettersi in rapporto, giungeva fino a noi.  Aveva
una personalità tale, che non era possibile rinchiu-
derla dietro le sbarre. Ogni volta che cìera una deci-
sione  da prendere, una scelta da fare, ci chiedevamo:
lui che ne pensa? Lui che farebbe?  Così era sempre 
tra di noi. Ogni cosa che ha fatto nella sua vita l'ha
fatta per noi, la sua gente, il suo Paese. Era un afri-
cano dalla pelle nera, e lo era fino in fondo, ma non
aveva alcun pregiudizio, che l'altro fosse nero, bian-
co o di un altro colore. Credo che molti neri sudafri-
cani - e lo dico anche se so che questa mia convinzio-
ne può  apparire discutibile - nutrano più pregiudizi
verso gli indiani che verso i bianchi. Ma mandela no,
amava i suoi compagni  e  i suoi amici indiani come
gli altri. Credeva profondamente nel valore della di-
gnità umana  e  nel diritto di ciascuno a una buona 
esistenza.     Lui, sì, era cristiano, anche se nessuno 
può dire  in che misura  questo influenzasse  il suo
modo di pensare".
P. Veronese: "Forse possiamo concludere qui, non
voglio che si stanchi".
N. Gordimer - 'Niente affatto. Mi lasci ancora sot-
tolineare il mio interesse per tutto ciò che riguarda
l'Italia. Voi italiani avete uno spirito indipendente,
avete compiuto tantissime imprese. Siete un Paese
con una storia meravigliosa, e vi auguro che con-
tinui così nel presente".


Lucianone

domenica 29 dicembre 2013

Musica - Il sax di Enzo Avitabile

Il sassofonista partenopeo si confessa fino in fondo -                               visione post - 236
Col sassofono è partito da Scampia "dove ringraziavo
Dio di abitare nelle case popolari". James Brown gli
ha regalato le sue scarpe, Tina Turner lo ha iniziato
al buddismo, Carlos Santana all'induismo: "Ora il
suono nasce dentro di me come fosse un mantra".
E il premio Oscar Jonathan Demme gli ha dedicato
un documentario - "Dice che sono l'erede di Lennon"

(da la Repubblica - 4 agosto 2013 - LA DOMENICA /
di Marino Niola /  L'incontro - Mistici)
Napoli -
"Mi guarda con quegli occhi fiammeggianti da pre- 
dicatore rhythm&blues e mi punta il dito: 'Ragazzo,
tu stai fissando le mie scarpe.   Sicuramente ti piac-
ciono'. Ero allucinato.  Volevo dire sì, ma non riusci-
vo nemmeno a parlare. Allora James Brown chiama 
la sua stiratrice storica, quella  che  lo accompagna-
va sempre in tournée e le dice 'incartagliele e dona-
gliele'.  Erano bellissime, di vernice nera con la pa-
rola Soul scritta in bianco. A furia di portarle le ho
demolite. E' rimasta solo la scritta. Avevo pensato 
di incollarla su un altro paio, ma sarebbe stato  un
pò esagerato".
Enzo Avitabile

Enzo Avitabile mi spia e sorride. Sa di avermi colpito 
al cuore col racconto del suo primo incontro con Mr.
Dynamite, che lo aveva  scelto  come supporter, ma
non lo aveva mai voluto ricevere. "Quella sera però
a Pordenone  il concerto  cominciò  in ritardo  per il 
maltempo e fu costretto a sentirmi suonare. Finito lo 
spettacolo  il padrino del soul  disse  a quelli del suo
staff. 'Bring me the baby with the saxophone', porta-
temi qui il bambino col sax.     Io non ero proprio un
bambino, ma visto da un gigante come lui, quella di-
stanza ci stava tutta.  Quella serata ha cambiato la
mia vita. Lui iniziò con frasi come "il tuo cuore è il
mio cuore, e il mio cuore è il tuo cuore" e fin qui è
roba da Baci Perugina.   Ma poi improvvisamente
mi disse "sei bravo, ma adesso torna a casa e ri-
comincia dalla tua terra" E mentre ero sulla porta
ha aggiunto "però ricordati che io sono l'uomo più
veloce  del mondo. Più veloce di me c'è solo Dio".
Una frase sibillina, per anni  mi sono chiesto  che
coas volesse dire. In realtà era un invito ad anda-
re avanti, a fare la mia corsa. E così ho fatto. So-
no tornato a Marianella, che oggi si chiama Scam-
pia, perchè è lì che il mio immaginario musicale è
nato. Tra i responsori devozionali di sant'Alfonso
de'Liguori e il jukebox del bar. Ce n'era uno solo
in tutto il quartiere e io mi ubriacavo di quella mu-
sica e cercavo di rifarla. Tina Turner, Carlos San-
tana, Randy Crawford, John McLaughlin, Afrika
Bambaataa. Quella lingua che non capivo mi era
diventata più famigliare del napoletano".
Per l'esibizione di Enzo Avitabile a Webnotte non poteva mancare la storica "Soul Express" del 1986 ...
27 feb 2018 · Caricato da 

Neanche io da ragazzino sapevo una parola di
inglese, eppure parlavo la lingua di Little Ri-
chard e cantavo Long Tall Sally, Tutti Frutti,
Jenny Jenny.  La musica che ascoltavo da un
jukebox  di piazza Carlo III  a Napoli, in un bar
pieno di ragazzi che ballavano da soli. "Proprio
come a Marianella, , solo coppie di uomini. Al-
lora la tradizione popolare  non m'interessava 
e al conservatorio studiavo composizione. Tut-
ta un'altra musica.    La verità è che dopo l'in-
contro con James Brown  ho cominciato  a ri-
pensare il mio rapporto con il dialetto. A viverlo
musicalmente. Mi chiedevo: ma perchè in napo-
letano non posso scrivere Vivono sott'a terra a 
Bucarest, perchè si può solo dire A Marechia-
ro ce sta na fenesta?".
Anche la più gloriosa delle tradizioni può diventare
una gabbia.  Una specie di lingua morta, una melo-
dia, una melodia postuma. Invece quando in Black
Tarantella - Premio Tenco 2012 - canti A Maronna
cumparette in Africa con David Crosby, o Gerardo 
nuvola 'e povere con Francesco Guccini che contro-
canta in modenese, si capisce che hai compiuto una
discesa nel cuore della lingua e hai fatto scintillare
il fuoco sacro dell'ethnos  che spesso viene ovatta-
to dall'oleografia canora della piccola borghesia.

'LA MIA MUSICA ESPLORA I CANALI
MISTERIOSI DELLA PREGHIERA  TRA
SANT'ALFONSO de' LIGUORI E CANZONI
DA JUKEBOX'

"E qui è stato decisivo l'incontro con Andrea 
Aragosa, il mio amico, produttore e manager,
Mi ha sempre spinto a fare ricerca. A risco-
prire quanta modernità ci fosse in una salmo-
dia religiosa, in quei rosari che le donne into.
navano come dei mantra.  In quelle botti per-
cosse con le falci dai bottari di Portico di Ca-
serta che facevano rivivere il ritmo orgiastico
dei coribanti - i sacerdoti della  grande madre 
Cibele - lo tiravano letteralmente  fuori  dalle 
profondità del tempo.  -  Ma forse senza Tina
Turner non avrei capito fino in fondo l'impor-
tanza di questa ricerca, che è prima  di tutto
interiore".
E' stata lei a farti avvertire il suono del silenzio?
"Sì, perchè Tina mi ha convertito al buddismo.
La prima volta che l'ho incontrata fu nel 1983 a
Riva del Garda, dove lei era ospite della Emi e
io ero lì per ricevere la Vela d'oro per  Meglio
Soul, il mio primo disco. Si andava in onda su 
Rai Uno.  -   Dopo l'esibizione di Tina lo stato
maggiore della casa discografica la accompa-
gnò al ristorante. Lei notò che a tavola c'era
un posto vuoto. Ledissero che un loro artista
emergente  stava per ricevere  un premio  e 
poi li avrebbe  raggiunti  più tardi.  Al che la
regina del R&B, da gran signora qual è, dis-
se £allora lo  aspettiamo  e  cominceremo a 
mangiare tutti insieme". A quel punto si al-
zarono in cinque per venirmi a prendere. E
poi volle che mi sedessi accanto a lei. Dopo
aver parlato tutta la sera mi rivelò di essere
diventata buddista.  E mi convinse a iniziare 
questo percorso con lei. Fino ad allora avevo
sempre sperimentato il suono, ma mai il silen-
zio. Mi sono reso conto che il silenzio si espan-
deva e si sviluppava dentro di me come un man-
tra. Anche più della musica". 
Il silenzio di Enzo Avitabile è quello che un poeta 
come Leopardi chiama profondissima quiete, quel
bagliore di infinito che dorme dimenticato in ciascu-
no di noi. - E adesso sei ancora buddista?
"No, ho avuto anche una fase induista e i miei inizia-
tori sono stati Carlos Santana e sua moglie, con John
McLauglin e il guru Sri Chinmoy , che hanno allargato 
i confini della mia mente  e  l'hanno aperta alla medi-
tazione del cuore".  - Molti pezzi assomigliano a pre-
ghiere mantriche. "Io credo molto in un rapporto tra
me e l'energia universale, puoi chiamarla karma, puoi
chiamarla samadhi.  Adesso  mi definisco  un cristiano
in cammino, a messa non ci vado, ma  credo  molto 
nella preghiera come azione.   In questo senso non 
vedo differenza tra il buddismo di Nichiren Daishonin
e l'orazione collettiva di sant'Alfonso de' Liguori, che 
usava l'Ave Maria come un mantra. E la mia musica
esplora questi canali misteriosi".-  Improvvisamente
Enzo si mette a rappeggiare il rosario. Io resto basi-
to e lui sembra posseduto dallo spirito di Sant'Alfonso.
Forse non è un caso che fosse anche lui di Marianella.
Mi sarei aspettato che James Brown gli avesse rivela-
to i segreti del soul, Tina Turner gli avesse insegnato
a modulare il grido, Afrika Bambaataa a rappeggiare.
Invece sono stati i maestri di vita.    "La loro musica
già me l'avevano trasmessa  attraverso la scatola, il 
jukebox.  Quando incontri quelli che hai scelto come
maestri da loro prendi dell'altro.   Non l'abbicì. Non 
fai lezione di musica, ma impari come far nascere il 
suono dentro di te"
Se in Italia è ancora conosciuto , per lo più, come 
quello che suonava con Pino Daniele ed Edoardo 
Bennato, negli Stati Uniti  Jonathan Demme, il re-
gista da Oscar del Silenzio degli innocenti e Phi-
ladelphia, ha celebrato  Avitabile  in uno dei suoi 
mitici documentari rock.

Lucianone