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La felicità fragile come il vetro di Sylvia Plath Una nuova biografia, a mezzo secolo dal suicidio della Plath, racconta i suoi anni prima di incontrare Ted Hughes
(da la Repubblica / R2CULTURA - 08/02/2013 - di Leonetta Bentivoglio) E trascorso mezzo secolo da quel mattino gelido, la cui immagine resta fissata nella memoria storica del "femminile" con la perentorietà di una tragedia greca. L'11 febbraio 1963, Sylvia Plath chiude porte e finestre della sua casa londinese e si toglie la vita, infilando la testa nel forno a gas. Il gesto è incorni- ciato da una cura quasi teatrale dei dettagli: prima di suicidarsi, Sylvia posa pane e latte accanto ai let- ti dei suoi bambini addormentati, Frieda e Nicholas, spalancando la finestra della loro stanza per salvarli. La poetessa di culto del Novecento a quell'epoca ha trent'anni, e ha appena pubblicato il romanzo "La campana di vetro" (The Bell Jar).
Presto la diafana autrice si trasforma in un fragoroso
campo di battaglia. Lo è per il marito, il poeta Ted Hughes, bersaglio di accuse e sospetti, , oltre che de- positario del patrimonio testuale lasciato dalla moglie. Lo è per i biografi, accaniti nell'indagare l'itinerario breve e fertilissimo di una creatura magnetica nel suo groviglio di ferite e squilibri. Lo è per il pensiero fem- minista, che s'appropria dell'anima straziata di Sylvia facendone un vessillo spesso irrigidito negli obiettivi e nelle strategie. Come ha scritto Nadia Fusini nell'introduzione al Me ridiano dedicato all'opera della Plath, suonano incon- grue le catalogazioni dei suoi versi in etichette quali poesia femminista, poesia femminile o poesia confes- sionale. Sylvia non è un "io" lirico e autobiografico: il suo genio sfugge alle banalità di attributi quali don- na, bianca, gelosa, aggressiva, sofferente, tradita del marito.
Parole diPorter:"la musica non si studia, si vive" e poi dice ancora "sono il settimo di otto figli, mia madre era ministro della chiesa battista: ho sempre cantato / da bambino sentivo la mancanza di un padre: allora ho immaginato che fosse Nat King Cole" Il soulman afroamericano, in concerto in Italia, ha Ha ottenuto le nomination ai Grammy negli Usa. visione post - 1.432 (da 'la Repubblica' - 20/03/2013 - Giacomo Pellicciotti) Sembra una storia di altri tempi la biografia di Gregory Porter, il soulman afroamericano con la voce ricca, pastosa e seducente che solo ora, a 41 anni, può permettersi un tour mondiale dopo una lunga e sofferta gavetta. Non è un diplomato a pieni voti del Berklee College of Music o di al- tre quotate scuole simili, che è la regola oggi, ma rappresenta l'emancipazione da una vita dura e difficile iniziata fin da bambino seguendo la mamma in chiesa per cantare gospel e spiritual, come succedeva ai tempi romantici e tormentati di Aretha Franklin e Ray Charles.
Una storia che Gregory, barba da profeta e fisico da ex giocatore di football americano, ci racconta con parole e ricordi che gli escono dal cuore: "Mia madre era un ministro della Chiesa Battista, si chiamava Ruth. La prima cosa importante che ho capito seguendola in chiesa è stata l'importan- za della musica nella mia vita. Per me le prime nozioni e i primi contatti con la musica arrivano dalla chiesa. E' stato un processo naturale, nessu- no mi ha spiegato cosa fosse e cosa dovessi fare, era tutto così emozionante e direttamente connes- so con la nostra cultura. Mia nonna, mia madre, tutti intorno a me usavano la musica per pregare e chiedere la benedizione della tavola e tutta la famiglia rispondeva cantando. La musica è sem- pre stata una parte fondamentale della cultura afroamericana. per me la musica è portatrice di cose belle, è la più grande forza positiva nella quotidianità delle persone.
Gregory Porter è stato una delle sorprese più
gratificanti dell'anno, praticamente uno sco- nosciuto in Italia fino a quando a Orvieto, durante l'ultimo Umbria Jazz Winter è di- ventato, come "artista residente" del festival, il beniamino del pubblico che andava ad ap- plaudirlo ogni giorno. Porter ha prodotto finora 2 album in crescendo, nel 2010 'Water' e nel 2012 'Be Good', entram- bi un mix di canzoni sue e di celebri standard americani, tutti e due benedetti da una nomina- tion ai Grammy Awards. L'autorevole trombet- tista Wynton Marsalis lo ha definito "un fanta- stico giovane cantante". Gli fa eco il'New York Times': "Gregory Porter ha molto di quanto vuoi da un cantante di jazz maschile e una o due cose che non ti aspetti". Nelle foto e in concerto indossa un passamontagna con visiera che non si capisce se è un portafortuna o la sua coperta di Linus. - Gregory continua il suo racconto: "Sono il settimo di otto figli, cinque maschi e tre femmine. Tutti cantavano in chiesa, ma i tre più giovani facevano un gruppo a sè che viaggiava con la mamma. C'era sempre musi- ca a casa mia, ma non ho mai frequentato scuole di musica. Ho cominciato a viaggiare. e a vivere cantando, a 21 anni, quando è mor- ta mia madre". Porter deve molto a un suo amico di San Diego, il sassofonista e produttore Kamau Kenyatta, che gli ha svelato i trucchi e i segreti dell'arte di con- fezionare canzoni. Ha anche prodotto i suoi due dischi e gli ha presentato il famoso flautista Hubert Laws che, nell'album HL remembers the unforgettable Nat King Cole, del 1998, gli ha fatto cantare Smile di Charlie Chaplin. In studio Porter ha conosciuto Eloise, sorella di Laws, che lo ha aiutato a entrare nel cast voca- le del musical It ain't nothin' but the blues, un grande successo di Broadway. Il soulman ha molto sofferto l'assenza di una figu- ra paterna. E' vero che anni fa ha eletto Nat Cole come padre putativo? - "Ho davvero immaginato, quando ero molto piccolo, che Nat King Cole fos-
se mio padre. Ho fatto quello che tutti i bambini
fanno quando hanno bisogno di una figura pater-
na di riferimento. E forse anche perchè una volta
mia madre, dopo avermi sentito cantare, esclamò:
"Ehi, Greg, canti come Nat King Cole". E così
sono andato a vedere chi era questo signore di
cui parlava lei".
Ma per Porter sono importanti anche i luoghi, i
quartieri, i vicini di casa. "Sono cresciuto a Los
Angeles in un quartiere nero e mi sono poi spo-
stato a Bakersfield, un quartiere dove erano tutti
bianchi, anche se continuavamo a cantare nella
chiesa che era dall'altra parte della città nel
quartiere afroamericano" racconta. "E' stato
bello crescere a contatto con persone apparte-
nenti a diverse comunità e sentirsi accolti bene
ovunque. Oggi vivo a Brooklyn, New York, con la mia giovane famiglia: mia moglie che ho spo- sato da circa un anno e un bambimo di pochi mesi. Passo molto tempo in tour, ma sono sem- pre in contatto con loro via Skype. Brooklyn ha un'influenza molto forte nelle mie canzoni. Le strade, il cibo, la comunità, gli odori, fa tutto parte della mia cultura. Sono nove anni che ci vivo e ormai mi sento psrte integrante del quar- tiere. A due isolati da casa c'è un ristorante ita- liano che si chiama Celestino. Il proprietario italiano è abbonato ai vostri giornali ed è im- pazzito quando ha visto gli articoli che parla- vano di me a Umbria Jazz Winter". Gregory porter l'aveva promesso a Orvieto che sarebbe tornato presto. Ed eccolo di nuovo in concerto: questa sera (20 marzo 2013, ndr) sa- rà all'Auditorium Parco della Musica di Roma,
domani al Teatro Giotto di Viccio (Firenze), il 22 al Donizetti di Bergamo e il 23 al Forum di Bari. - D'estate sarà ancora ad, Umbria Jazz, promosso sui palchi più prestigiosi di Perugia: l'11 luglio ospite di Wynton Marsalis all'Arena
Se Anna Frank fosse viva... visioni post - 68 E' una di quelle cose assurde, fantastiche che però da ragazzo, quando avevo cominciato a leggere il suo Diario, avrei sempre desiderato si realizzasse, per parlarle come a un'amica e confidarle tanti miei pensieri e magari angosce e chiaramente anche le gioie, felicità, desideri e altro ancora: insomma a dire la verità quasi come a una fidanzatina. Lo scrittore ebreo Auslander ha scritto l'anno scorso un libro, dove immagina la ragazzina olandese ancora viva, ma nella campagna new- yorchese, dove è ancora nascosta a trascorrere la sua vecchiaia . (Lucianone)
Shalom Auslander, un ebreo scandaloso (lui stesso lo dice di sè), che racconta la vecchiaia di Anna Frank nel libro "Prove per un incendio" La giornalista Susanna Nirenstein intervistò lo scrittore americano nel febbraio del 2012. (da 'la Repubblica' - 8/2/2012 - Susanna Nirenstein) Beh, Anna Frank viva e decrepita nascosta in una soffitta nelle campagne newyorchesi del 2011, che vuol solo mangiare azzime e scrivere un nuovo ro- manzo pari al suo celebre Diario (32 milioni di copie! non fa che ripetere) era difficile da immaginare. Non c'è limite all'irriverenza dell'americano Shalom Auslander, classe 1970. Dove ci vuol portare dopo 'Il lamento del prepuzio', in cui si faceva beffe rabbiose del terrore per l'Onni- potente che gli aveva inculcato la comunità ebraica ultraortodossa di Monsey, Brooklyn? Dopo i rac- conti di 'A Dio spiacendo', che rappresentavano il Padreterno addirittura come un immenso pollo? Il tiro questa volta è ancora più affilato, perchè con 'Prove per un incendio' (Ediz. Guanda/traduz. di Elettra Caporello), il terribile Shalom vuol di- pingere, per quanto annegata nello humour e nell'azzardo, l'immagine che ha di sè stesso e de- gli ebrei contemporanei, uomini e donne braccati
dalla storia.
Il protagonista del romanzo è Salomon Kugel. E'
lui che è andato a vivere in una villetta a Stock-
ton, un non luogo dove non c'è e non è mai suc-
cesso niente, niente di niente, con la speranza,
sottolineamo "speranza" di ripartire da capo
con la moglie Bree e il figlio Jonah, senza il pe-
so del passato (ma non è proprio quello che ha
fatto davvero Auslander con la consorte e due
figli?). Nei dintorni si aggira un piromane che dà fuoco alle fattorie della zona, ma per ora non sembra così minaccioso. Con i Kugel c'è anche la madre di Salomon però, una signora che sem- bra sempre sia lì lì per morire, ma in realtà resi- ste e tormenta tutti perchè si racconta di essere una sopravvissuta della Shoah, anche se è nata e cresciuta a New York. Convivenza difficile, soprattutto quando Kugel scopre che in soffitta si nasconde Anna Frank!
Anche Philip Roth l'aveva risuscitata in un romanzo (The Ghost Writer), ma per svelare a un certo punto che era solo una fantasia. Qui invece è viva, brut- tissima, arrogante, un mucchio di cenci che si è sal- vato da Bergen-Belsen, mantenuta per decenni dal precedente abitante della villetta, un tedesco pieno di sacrosanti sensi di colpa. Ora, figuriamoci se una famiglia di ebrei può disfarsi di una sopravvissuta, e che sopravvissuta, l'icona stessa dello sterminio, "Miss Olocausto" come si definisce lei stessa! Sa- rebbe come buttare fuori di casa Wiesel, si dicono Kugel e sua madre. Le cose poi vanno come van- no, non bene, lo leggerete, e in fondo si può dire che il libro sia quasi uno sfrontato (e amarissimo) trattato filosofico svolto per assurdo sulla vita do- po il Genocidio. Meglio porre qualche domanda a Shalom. S. Nirenstein: "Era proprio il caso di infrangere un tabù come Anna Frank?" S. Auslander: "Ho avuto un'educazione molto reli- giosa. Il risultato è che mi piace peccare. E' una delle cose che faccio appena posso. Scrivo per tra- sgredire. Se in una storia non c'è un peccato, non la porto avanti. Detto questo, in Prove per un in- cendio il punto più scandaloso non è Anna Frank, che nonostante l'età e il carattere ne vien fuori abbastanza bene, ma l'idea che la speranza sia un errore. Tutti la coltiviamo anche se non abbia- mo nient'altro. E se fosse uno sbaglio?". S. Nirenstein: "Dopo ci torniamo. Ora il fatto è che lei non prende di mira solo l'icona Anna Frank, ma l'Olo- causto e la sua memoria, e la paura, lei direbbe l'osses- sione, di una nuova Shoah, per di più scherzandoci so- pra. S. Auslander: "Non c'è niente di buffo nel genocidio, salvo che ne accadono continuamente, anche se ci sbracciamo a dire "mai più". E' questo di cui rido, e su cui mi interrogo: come si va avanti sapendolo? Come possiamo parlare ai nostri figli del futuro, del- l'uomo? A me da ragazzo è stato detto che la gente mi avrebbe odiato perchè sono un ebreo. Forse è vero. O forse è peggio, forse la gente mi odia per- chè odia. Tutti". S. Nirenstein: " Nei suoi promo per il romanzo . ma anche il protagonista Kugel agisce allo stesso modo - lei chiede a tre amici se la nasconderebbero in sof- fitta se ci fosse un'altra Shoah. Lei lo fa con humour ma è vero che ogni ebreo si chiede quale dei suoi conoscenti gli darebbe rifugio nel caso.. Kugel è lei? Le vostre paure sono le stesse?" S, Auslander: "Kugel c'est moi, sì. Ma sono anche Anna Frank, e anche la mdre di Kugel. Ognuno af- fronta la paura in modo diverso: la mamma crede, come molti, che la paranoia sia la miglior difesa - se vediamo odio dovunque possiamo evitare che ci venga addosso; tipo l'America post 11 settembre. Anna Frank si sente meglio in soffitta, nascosta, senza vivere. Kugel spera di poter far ripartire la storia, ricominciando da capo; non vuol raccontare niente a suo figlio. Pensa che se suo figlio dovrà morire in una camera a gas, meglio garantirgli 30 anni senza camere a gas per la testa. Hanno tutti ragione, e io non so quale ù la risposta. Sospetto che non ce ne sia". S. Nirenstein: "Kugel è come Giobbe, una disgra- zia dopo l'altra. Pensava a lui mentre scriveva?" S. Auslander: "La storia di Kugel procede passo passo con quella di Giobbe. Perde la casa, la mo- glie, il figlioi, la salute. Non l'avevo deciso da pri- ma, ma man mano che le cose andavano male, ho capito che era un racconto di Giobbe, solo che lui era tormentato da Dio, mentre Kugel si tormenta da solo". S. Nirenstein: "Anche Kafka l'ha influenzata" S. Auslander: "Sì, la storia di Anna Frank è quasi quella della Metamorfosi all'incontrario: non dal punto di vista di gregor Samsa, ma in modo simpa- tico con chi si trova a vivere con uno scarafaggio gigantesco in casa. Quell'insetto è un casino: cer- to, un tempo era loro figlio ma sicuramente non sta per guarire, e la famiglia vorrebbe vivere la sua vita, no? Come i Kugel davanti a Anna Frank. E' un peccato - sfottere una storia sacra come quella di Kafka, rovesciarla. Quindi ottimo." S. Nirestein: "E' un romanzo sull'inutilità della speranza. Un messaggio pesante. Lei vive senza speranza?" S. Auslander: "Non lo so. Sper, ma mi fa soffrire. Non spero e divento triste. Che fare? E la storia non migliora le cose. La storia è un peso. Diciamo sempre che impariamo dal passato, ma se si ripe- te, ovviamente non impariamo niente. Forse la speranza è male. Forse dimenticare è meglio di ricordare. Io lancio questi pensieri contro il muro e guardo come vanno in pezzi." S. Nirestein: "E come vuole insegnare il passato ai suoi due figli?". (E' quello che Kugel si chiede tutto il tempo) S. Auslander: "In larga parte scrivo per risponde- re proprio a questa domanda. Mi aiuta a pensarci. Da bambino mi fu detto che tutti odianogli ebrei, che ero un dead man walking. Non voglio dire ai miei figli che l'uomo è un'adorabile creatura. Gli racconterò che ci sono buone probabilità di venire feriti, picchiati o uccisi. Non perchè sei un ebreo, però. Ma perchè sei una persona. Non farne una questione personale, piccolo." S. Nirestein: "Si può scherzare su tutto?" S. Auslander: "Sì".
Zucchero incanta Cuba visioni post - 97 col blues e le parole del Che
L' Avana - E' un sogno che si avvera per Zucchero Fornaciari, ma anche un evento speciale per Cuba il concertone tenuto l'8 dicembre '12 (sabato) dal musicista italia- no a l'Avana davanti a 40mila persone. Sono state 3 ore di musica grazie anche all'autorizzazione, per la prima volta a Cuba, di poter utilizzare audio, luci, video, scenografie arrivate dall'Italia, otto container zeppi di materiale giunti a Cuba dopo 40 giorni di navigazione. Insieme all'attrezzeria, Zucchero ha portato sull'isola la sua miscela di blues, rock, soul lasciandola contami- nare dai suoni e dai musicisti cubani, gli stessi con cui ha realizzato il suo nuovo disco, 'La Sesiòn Cubana', registrato all'Avana: dalla trascinante 'Nena', il brano che apre l'album, ai classici del suo repertorio contami- nati dai suoni dell'isola come 'Baila', 'Così celeste', 'L'urlo' fino alla versione italiana di 'Guantanamera'. E' stata una "festa della musica" preceduta da 6 mesi di preparazione, e dalla speranza nata 22 anni fa, al- l'indomani della celebre esibizione al Cremlino, l'8 dicembre del 1990. "Ho aspettato tanto tempo ma forse è stato meglio così", dice Zucchero esausto al termine del concerto. "L'organizzazione è andata avanti tra mille difficoltà ma il risultato è stato un concerto come lo avrei fatto in Italia o in Europa. A 57 anni posso anche permettermi di rischiare ma per noi che l'abbiamo vissuta è stata una missione impossibile". A cominciare dal reperimento del luogo del concerto poi trovato nell'Instituto de Arte.
Ma la vera sorpresa è stato il pubblico - continua il
musicista di Roncocesi - Non c'erano manifesti per le strade dell'Avana, il concerto era stato annuncia- to alle radio e tv locali, ma è stato il passaparola a portare il pubblico superando ogni aspettativa". I cubani hanno ballato sulle note di 'Overdose', 'Con le mani' e 'Diavolo in me', ma che ha anche apprezzato l'Ave Maria no morro, una canzone popolare portoghese che ha voluto dedicare ai familiari delle vittime dell'uragano a Santiago. Così cometra i pezzi più applauditi è stato il 'Miserere' introdotto dal pianista Frank Férnandez. Dopo di lui altri si sono uniti in inediti duetti in spa- gnolo: con Buena Fé, che aveva aperto la serata, con Laritza Baccallao, con Equis X Alfonso, per chiudere con David Bianco. Durante la serata Zucchero ha voluto rendere omag- gio anche a John Lennon nell'anniversario della sua scomparsa dedicandogli 'Spicinfrin Boy', ma è stata soprattutto la gente e il popolo di Cuba il destinatario di questo concerto. Per questo il bluesman non inten- de replicare a chi dall'Italia lo ha criticato per aver suonato a Cuba senza pensare ai 'dissidenti': "Sono cose gratuite per alzare il polverone. Erano 22 anni che aspettavo questa serata e l'ho voluta dedicare al popolo cubano, per la sua storia, la cultura e la mu- sica di questa isola. Per questo dal palco ho citato il Che: ' dobbiamo rafforzarci senza mai perdere la tenerezza'-". E per il futuro c'è un altro sogno: un disco e un concerto con Ennio Morricone. (da 'la Repubblica' - lunedì 10 dicembre 2012 - di Rita Celi da Cuba)
Recording live at Newport Jazz Festival visione post - 112
THE DAVE BRUBECK QUARTET
(featuring Paul Desmond)
Recorded live at the Newport Jazz Festival (1953),
this Dave Brubeck recording is, among the
vast production of the artist, the one that
obtained the largest success with his fans
in the U,S,A, Brubeck has been considered by the public as well as the professionals as the most popular jazzman of the West Coast. The compositions performed in this album are standards of jazz. Brubeck and Desmond largely improvise on these themes and seem to be at the best of their capacity. I'll never smile again, a side from solos by Brubeck
and Desmond, has a bass solo by Ron Crotty. Let's fall in love gets a slight Christmas Carol sound
in the beginning and Brubeck has a solo of an unusual
mood. Desmond, of course, is heard at length and
Crotty is also given time for a short statement. Sturdust shows the pattern with which the group has
always played it. The audience applause following
Desmond's long improvisation, quickly brings to mind
the familiar picture of Desmond acknowlodging it
with a light smile, hands folded over the saxophone as
he steps back to stand, with head cocked to one side,
listening attentively to the chorus by Brubeck which
followed. All the things you are is a bright number with Paul
beginning his solo with a light, almost clarinet tone
and Dave interpolating a quote from "My Man" into
his solo. Note particularly the way in which Desmond
creeps in his own solo on the tail of Brubecks's closing
phrase.The two then begin their celebrated dual impro-
visation. Why do I love you is the shortest piece in the album
and is almost a "tour the force" for Desmond. Brubeck
enters closely tied to Desmond's solo and there is an
interesting passage by both before the bright duet at
the end. Too marvelous for words has an interesting Brube-
ckian touch of almost boogie woogie trilling in the
in the middle of the piano solo which follows Paul's
opening improvisation. You may catch an eco of
"Digga Digga do" in Brubeck's chorus prior to the
entry of Ron Crotty for his last bass solo on the al-
bum. - The ending of this tune and the album is
replete with the double echoes of alto and piano as
Paul and Dave again join musical thoughts.
CONTINUA... to be continued...
Grossman, ebreo, e Rushdie, musulmano, dicono: "Ci siamo salvati scrivendo" Per la prima volta i due scrittori si sono incontrati e hanno raccontato a Emanuela Audisio di 'Repubblica' (18/11/'12) come combattono l'odio e il dolore.
I fanatismi, il dolore, le piccole abitudini riconquistate. Seduti in un caffè milanese, per la prima volta i due scrittori si incontrano faccia a faccia. E si raccontano. Grossman: "Quando mio figlio è morto in guerra ho creduto che non avrei più trovato la forza di scrivere". Rushdie: "Dopo la fatwa l'ho pensato anch'io". Sapessi come è strano per David e Salman incontrarsi
e parlarsi davanti ad un cappuccino a Milano. Lo scrit-
tore ebreo e quello musulmano per la prima volta faccia
a faccia. Amici nonostante la lontananza geografica e
religiosa. E con lo stesso nemico: il fanatismo .
Grossman nato a Gerusalemme nel '54 e Rushdie nel '47.
David che vive su un fronte di guerra presente ("E'terri-
bile stare lontano dal proprio paese in un momento così
drammatico) e Salman che non aveva un fronte, perchè
sotto la fatwa qualsiasi strada poteva esserlo. L'israelia-
no e l'indiano, due padri, uniti dall'aver pagato anche in
famiglia un alto prezzo per quel fronte. -
I due scrittori nel loro ultimo lavoro hanno concesso la
loro intimità ai lettori: Grossman in "Caduto fuori dal tempo" a metà tra poesia e prosa scrive di genitori che
hanno perso il figlio e Rushdie in "Joseph Anton" parla
in terza persona di cosa gli capitò da quando il giorno di
di San Valentino dell'89 l'ayatollah Khomeini lo condan-
nò a morte per i Versi satanici. "Caduto fuori dal tempo" e "Joseph Anton", editi da
Mondadori, sono due libri disperati e teneri, due diari
pubblici di un dolore privato. Salman Rushdie
E. Audisio: "Venite da paesi e da infanzie diverse, c'è una
parola, un tema che vi accomuna?". Rushdie - "Credo sia il linguaggio, la flessibilità, le sfuma- ture, il fatto di non dargliela vinta a chi vorrebbe volgarità e violenza. Non ci abbassiamo. Cerchiamo il punto di vista degli altri, il dialogo, non sottovalutiamo nè disprezziamo altri pareri e sguardi. Entrambi abbiamo messo la famiglia al centro dei nostri racconti, guardiamo agli individui, a speranze e desideri, tutto e tutti ci sembrano degni di curio- sità, bisogna sapere, conoscere, rispettare. Non siamo co- me i Talebani che odiano il piacere. Infatti cosa vietano? La musica. la danza, il cinema. Qualsiasi cosa dia piacere e gioia. La loro idea è che solo dopo la morte ci sia la vita, dunque tutto quello che emoziona su questa terra non vale la pena". Grossman - "Sì, Salman ha ragione. Noi cerchiamo di capire le ragioni e le vite altrui, strizziamo le parole, le valutiamo. Non scriviamo per sfogarci. E' spaventoso che in questo momento a Gerusalemme la mia nipotina di quattro mesi sia in un rifugio, che idea si farà dell'esi- stenza? Ma questo non significa ignorare che anche i palestinesi hanno i loro diritti. Non dobbiamo amarli, ma conoscere le loro privazioni sì, non sono estranei da lasciare fuori, non puoi solo vivere l'ignoranza e condannare gli altri e guerreggiare. Noi scrittori non abbiamo eserciti e nemmeno possiamo finan- ziare armamenti. La nostra resistenza deve essere civile, magari con piccoli gesti, con analisi che non siano visce- rali. Noi possiamo smonatere l'odio dei fanatismi o almeno provarci. Abbiamo il potere di ricordare agli altri che c'è un'alternativa, anche contro la realtà, la logica e l'istinto. Quello di uccidere gli arabi non può essere uno slogan". E. Audisio: "Si scrive per fare ragionare un mondo impazzito?" Rushdie - "Io sono stato uno studente appassionato di storia e dico: chi prima dell'89 credeva possibile che il Muro crollasse e che l'Urss si sciogliesse? Non bisogna per forza essere pessimisti. Quando ero piccolo i miei parlavano di Beirut come di una Parigi mediorientale e di Baghdad, Teheran e Damasco, come di città libere e splendide, mio padre pregava cinque volte al giorno verso la Mecca eppure andò da mio nonno a dubitare: e se Dio non esiste? Parliamone, fu la risposta. Nessu- no lo scomunicò. Mezzo secolo dopo tutto è cambiato e si è inacidito". E. Audisio: "Come ci si racconta quando l'io diventa noi:
e gli altri si ritrovano nella nostra stessa orma? E si è at-
tendibili sulla propria intimità? " Grossman - "Quando ho scritto 'Il Libro della grammatica interiore' ci tenevo a farlo leggere subito ai miei genitori. Mio padre aveva dei dubbi: è bello, ma come faranno a ca- pirlo fuori dalla nostra famiglia? A lui sembrava impossibile che altri si potessero ritrovare nelle mie parole. Quando il li- bro è stato tradotto è stata la mia vittoria. Sono andato da lui e gli ho detto: l'hanno capito benissimo anche all'estero. Se si è sinceri si è universali". Rushdie - "Concordo, la natura umana è costante. Spesso se si è onesti un'emozione privata diventa l'esperienza di tutti, mentre un fatto pubblico, noto e importante, si perde nella sua insensatezza. Voglio dire questo: quando sono stato condannato dalla fatwa, a mia madre che viveva so- la a Karachi, in Pakistan, una città difficile e violenta, gli amici hanno consigliato di togliere il nome dal campanel- lo per sicurezza. Lei ha rifiutato: no e poi no. Non ha rice- vuto una minaccia o un'offesa, anzi ogni mattina al merca- to c'era chi le chiedeva: come sta suo figlio? ce lo saluti molto. C'era un mondo musulmano che aveva capito e non si riteneva offeso dalle mie parole. Certo, non sempre sia- mo attendibili quando parliamo di noi stessi e delle nostre debolezze, ad esempio, ci tenevo che mia moglie Elisabeth leggesse in anteprima la mia autobiografia e fatti in cui era coinvolta, ma lei li ricordava diversamente. E' norma- le: quattro persone siedono in una stanza e ognuno ha la sua versione".
E. Audisio: "Come, quando e dove scrivete: con musica, in
silenzio?". Grossman - "Io all'alba verso le sei di mattina vado a cam- minare per un'ora con mia moglie. Mi piace, a quell'ora vedo volpi e gazzelle, poi scrivo in una stanza per quattro- cinque ore. Con sottofondo di musica classica e di jazz, magari non con tante parole, la musica è magica, mi aiuta ad entrare in un altro mondo ma, ad un certo punto, mi rimetto a camminare su e giù per la stanza, mia moglie dice che calpesto i tappeti e che si vedono i segni di tutti i chilometri che faccio. C'è Agnon, ilo primo e unico scrit- tore israeliano che nel '66 vinse il Nobel, che scriveva in piedi. Davanti aveva il leggìo con il foglio e niente più. Quando finisco, prima di uscire accendo la radio, che mi serve come antidoto alla realtà, mi fa capire che è ora di uscire là fuori".
Rushdie - "Io avevo bisogno del silenzio e del mio studio. Ma nei dieci anni in cui sono stato in fuga e in posti diversi mi sono dovuto adattare a lavo- rare dove capitava. Resta che nei bar non potrei mai. Scrivo di mattina, anche in pigiama. David Mamet ha pubblicato "Writing in Restaurants", J.K. Rowlings ha composto "Harry Potter" se- duta al caffè, beata lei. Ammetto: lì nessuno ti rompe con le telefonate e magari vedere una faccia che ti dà l'ispirazione, ma no, niente mu- sica. Vivo da un pò di anni a Manhattan che per fortuna è piatta. Cammino anch'io, ma di sera, per lioberarmi la testa e per distrarmi. Niente psicanalisi, stimo Freud, grande scrit- tore, ma ogni volta che mi hanno proposto un massaggio alla mente di quel tipo mi sono detto: tutto qui?". E. Audisio: "Rushdie è partito: dall'India verso l'Inghilterra e in America. Grossman lascerà mai Israele?" Grossman -"L'ho pensato in passato per evitare quello che poi è successo, ma non potrei. Io sono fatto di que- sta materia, è un paese di opposti, ma mi commuove il fatto che qui sono arrivati ebrei da tutto il mondo che cercavano una terra, finalmente un posto loro, dopo fughe e persecuzioni. Qui senti un respiro universale, tante culture, tante origini diverse che si mischiano. Mi capita di criticare Israele, ma ca- pisco l'importanza di avere uno Stato. Qui c'è una grande storia umana, se solo riuscissimo a vivere in pace, a fianco, con rispetto. No, non me ne an- drò, io appartengo a questa contraddizione: a questa fragilità che purtroppo spesso si tramuta in violenza".
Perchè ì suonivisione post . 15 degli altri mondi hanno colonizzato l'Occidente
(da 'la Repubblica' RCULT - 23 ottobre 2011 . di Giuseppe Videtti) Trent'anni fa l'Olympia e la Carnegie Hall cominciarono a riempirsi con cantanti come la messicana Chavela Vargas o l'algerino Cheb Khaled: era l'inizio della "world music", e così l'Occidente si apriva ai suoni degli altri mondi. Quella che sembrava una passione di nicchia, si è trasformata oggi in una delle principali risorse di compositori e star; da Bjòrk a Shakira, da Eddie Vedder a Bregovic; l'ibridazione con i ritmi etnici è diventata una risposta alla crisi del pop. E' ormai diventata la nostra colonna sonora: Multiculturale.
Chavela Vargas
Due milioni di persone a Tharir Square, Cairo. La grande piazza non riesce a contenerle. La folla preme dalle grandi arterie del centro, Kasr el Nil, Talaat Harb, fin dalla Ramses Station, dove i fel- lahin arrivano dall'Alto Egitto e dal Delta. Non è la rivoluzione ma un funerale. Il popolo è venuto per l'ultimo saluto a Oum Kalthoum, la più grande cantante del mondo arabo. Contravvenendo alle re- gole islamiche, le autorità sono costrette a postici- pare le esequie di due giorni. Motivi di ordine pub- blico. Non riescono a caricare il feretro sul carro come previsto. gli egiziani reclamano la loro diva, la bara passa di mano in mano, sulle teste di uomini, donne e bambini che piangono "la mamma" e non smettono di cantilenare 'Enta omri", sei la mia vita, la più popolare delle sue canzoni. E' il 4 febbraio 1975. Le immagini dell'addio alla Callas d'Egitto (che nel 1967 fece piangere Marie Lafòret durante un raro concerto all' Olympia di Parigi) fanno il giro delle televisioni di lingua araba, ma l'eco è fievole nel mondo occidentale. Da noi si consumano canzonette da tre minuti, quelle di Oum Kalthoum sono poemi in musica che durano tre quarti d'ora, e per contenerli ci vuole un intero long playing. Non c'è attenzione per le musiche del mondo. Eppure Robert Plant, la voce dei Led Zeppelin, dice che Oum Kalthoum è la sua musa. lo ripete anche Peter Gabriel, che diventerà uno degli ambasciatori delle musiche del mondo.
OUM KALTHOUM
chaka Khan, la soul singer americana, cita tra le sue maestre Yma Sumac, la cantante peruviana più melo- diosa di un usignolo, ma non ci saranno orecchie pronte ad ascoltare "altri suoni" prima del 1982 quando l'etichetta "world music" diventa la ban- diera della comunicazione globale con largo anticipo sull'avvento di internet. I suoni del mondo circolano più facilmente con i flussi migratori, ma trovano affezionati anche tra i fan irriducibili del pop-rock; e i più prestigiosi teatri del mondo, dal Barbican di Londra alla Carnegie Hall di New York, dall' Olympia di Parigi alla Suntory Hall di Tokyo, spalancano le porte a Chavela Vargas, pasio- naria messicana tanto cara a Frida Khalo, Camaron de la Isla, eroe del nuovo flamenco, e Cheb Khaled, travol- gente interprete del raì algerino. Non saranno più solo sporadiche vedette a varcare i confini dell'impero come Edith Piaf e Amalia Rodri- guez, Chevalier e Aznavour o blasonati esponenti di tango e bossa nova che flirtano coi jazzisti americani (Piazzolla e Jobim e Joào Gilberto) o suonatori di sitar indiani arrivati all'orecchio dei rocchettari per buona volontà dei Beatles (vedi Ravi Shankar o contagiosi rasta giamaicani che con reggae e marijuana si intru- folano nelle fantasie rock - la dinastia dei Marley - o frenetici 'mambo kings' sbarcati a Manhattan negli anni d'oro del Palladium - Celia Cruz e Tito Puente - MA una legione di talenti provenienti da deserti remoti, giungle inesplorate, lande sconfinate, villaggi sperduti, steppe ghiacciate, savane che celano nell'ombelico del mondo (Jovanotti) ritmi e tradizioni scampate all'im- perialismo del pop.
La 'world music', da trent'anni a questa parte, è una delle poche certezze del mercato discografico. Con riscontri commerciali che gli etnomusicologi di un tempo neanche avrebbero immaginato: i fratelli Lo- max, che giravano il mondo per registrare voci sul campo, o i discografici che in Italia coraggiosa- mente stampavano canti dell'Angola o saltarelli marchigiani nei dischi Albatros, tanto di nicchia da essere venduti in libreria (come quelli meravi- gliosi pubblicati in Francia da 'Le chant du monde'). E' come se all'improvviso si scoperchiasse un secondo vaso di Pandora rimasto sigillato e ne venissero fuori ritmi, lingue e melodie sconosciute e scatenasse una Babele sonora in cui miracolosamente l'ascoltatore non perde il filo ma prende confidenza con i 'tuva' della Mongolia, le polifonie corse e bulgare, 'morne' e 'coladere' capoverdine, 'lundum' di Sào Tomé e 'ponchack' coreano. Come capita spesso l'arte anti- cipa la società perchè, da anni, è già multiculturale.
Così oggi, nel momento di massima crisi del pop, la world music è una risorsa tanto indispensabile quanto inevitabile. Lo storico duetto Neneh Cherry & Youssou N'Dour - che cantarono 'Seven Seconds' (1994) come se fossero cresciuti insieme e non una a Stoccolma e l'altro a Dakar - ha spalancato le porte a una nuova fusion che, dalle siderali esplorazioni dell'islandese Bjòrk all'ammiccante melisma della colombiana Sha- kira (che ha un solido pedigree mediorientale), dal- l'appassionata collaborazione di Eddie Vedder dei Pearl Jam col principe del qawwali pakistano Nusrat FatehAli Khan (nella colonna sonora di 'Dead man walking') alle travolgenti fanfare zigane di Goran Bregovic, è diventata talmente familiare da rendere plausibile e per niente dissonante persino un duetto fra Celentano e Cesària Evora, la diva scalza di Capo Verde. La world music è ormai la colonna sonora del comune sentire.
Ma la storia ha un inizio. Nel 1982 a Shepton Mallett, in Inghilterra, esordisce il Festival Womad (World of music, arts and dance), che Peter Gabriel finanzia con i proventi della reunion dei Genesis. E' il primo passo per la realizzazione dei Real World Studios a Bath, nel Wiltshire, un sogno che Gabriel cova da anni e realizza nel 1989: una sorta di laboratorio musicale multietnico in un angolo incantato della campagna inglese. La prima compilation pubblicata, 'Passion - Sources', è il manifesto della Real World, con musiche dal Senegal e dall'Egitto, dal Marocco e dall'Iran, dal- l'Armenia e dalla Guinea, dall'Etiopia e dallo Zaire; in soli due anni oltre 75 artisti di 20 paesi del mondo transitano negli studi di Bath.
"Come artista mi sono sempre sentito cittadino del mondo", dice Gabriel. "Avevo una casa in Senegal e mentre scrivevo la colonna sonora per 'L'ultima tentazione di Cristo' di Scorsese, scoprii il duduk, un meraviglioso strumento armeno che Djavan Gasparyan suonava in maniera inimitabile. Il Wo- mad Festival è stato il mezzo che mi ha messo a contatto con decine di incredibili talenti che nes- suno avrebbe mai scritturato in Occidente". Il 'Telegraph' l'ha battezzato "l'angelo custode della world music"; in effetti senza di lui non avremmo conosciuto le esotiche meraviglie del- l'Orchestra Baobab nè il sontuoso melisma di Youssou N'Dour, tantomeno i tamburi del Bu- rundi o le litanie dei monaci tibetani.
Un segreto industriale visione post - 15 molto ben protetto
Dopo essere stata trattata per quasi due anni come un
segreto industriale da tenere nascosto a tutti, per Amy
Winehouse è venuto ora il momento del 'o la va o la
spacca'. Simon Fuller e i Lewinson Brothers sono molto
ammanicati con le principali etichette discografiche e, a
loro parere, la loro protetta è più che pronta al gran salto.
Anzi, di più: "Il signor Fuller mi disse che Amy era così
brava che molto presto gliel'avrebbero strappata dalle
mani", racconta Alex Winehouse, il fratello più grande di
Amy, che in quel periodo aveva intrapreso la sua carriera
di drammaturgo e di regista teatrale ed era molto preoccu-
pato per la sorella, "non mi sembrava che stesse azzardan-
do una previsione. Era così sicuro da farmi pensare che a-
vesse già più di un asso nella manica". Difficile sapere se fosse davvero così o se quello del- l'agente fosse solo un giudizio lusinghiero dettato da anni ed anni di esperienza. Fatto sta, che per Amy arrivò presto la svolta determinante per la sua carrie- ra. - A raccontarla, un anno dopo, fu quello stesso Darcus Breese, suo futuro personal manager per con- to della Island/Universal, l'etichetta major che la mise sotto contratto: "Spesso parlavo al telefono con i miei amici della Lewinson", spiega, "e un giorno mi disse- ro di passare da loro che avevano qualcosa da farmi sentire. Stavano lavorando su un pò di artisti e deside- ravano che io dessi un'ascoltata ai loro pezzi. Andai da loro e mi misi le cuffie. Subito mi fecero ascoltare un paio di pezzi pop e un gruppo rock. Niente di ecce- zionale. Era strano, perchè quelli erano manager seri, che difficilmente mi facevano andare da loro se non pensavano di avere un asso nella manica. E di assi tra quelli che avevo ascoltato ce n'erano ben pochi. Stavo per andarmene quando, come per caso, mi chisesero di ascoltare ancora un paio di pezzi di una cantante jazz-soul che avevano sotto contratto. Era incredibile. Quando gli chiesi chi era, loro fecero i vaghi. Non riuscii a farmi dare il nome neppure pre- gandoli in ginocchio. Dissero che era una ragazza molto giovane di cui stavano registrando alcuni pezzi. E che a tempo debito mi avrebbero detto tutto e organizzato il provino". - Nella Londra dell'under- ground la prudenza non era mai troppa, Breese lo sapeva bene. Se si fosse sparsa la voce in giro che c'era una cantante così, con tutto quel talento, lei sarebbe stata sommersa di richieste, proposte, illu- sioni. Alcune serie, alcune no. Avrebbe avuto una fila di cialtroni alla sua porta pronti a offrirle di tut- to un pò pur di convincerla a cambiare manager e a mettersi con loro. E i Lewinson Brothers non era- no tipi da farsi soffiare dalle mani la gallina dalle uova d'oro.
Ma neppure Breese era un tipo alle prime
armi: "Feci un pò di telefonate in giro", spiega, "e presto venni a sapere un nome, Amy Wine- house. Era davvero lei la padrona della voce che avevo ascoltato?". Una volta avuta l'infor- mazione ci mise due settimane per convincere Simon Fuller a far firmare la sua protetta con la Universal, la casa discografica che lui rap- presentava. Si trattava solo di un pre-contrat- to: Amy avrebbe inciso alcuni pezzi, poi lui ne avrebbe parlato ai piani alti e, in caso di rispo- sta positiva, le avrebbe fatto incidere il suo primo cd. In realtà, i Lewinson Brothers ave- vano ricevuto anche una proposta dalla eti- chetta concorrente EMI per cui stavano già mettendo a punto un 'demo tape'. Ma la proposta di Breese era decisamente più accattivante, anche perchè avrebbe per- messo a Amy di crescere ulteriormente. E soprattutto perchè garantiva all'artista di mantenere il suo stile musicale senza i con- dizionamenti da classifica. - Un ulteriore punto a suo favore fu il nome del produttore a cui aveva deciso di abbinare la nuova entra- ta in casa Universal: Salaam Remi aveva già lavorato con Toni Braxton, Nelly Furtado, The Fugees, Nas e Fergie. Secondo Fuller era il tipo giusto per lavorare con Amy anche perchè era uno che sapeva ottenere il meglio dagli artisti che gli venivano sottoposti. Nel giro di un mese la ragazza entra in studio, con una band tutta sua, in rampa di lancio per il mondo delle stelle a sette note.
Francamente... Frank
Amy è francamente entusiasta. Scrive a getto continuo nuovi pezzi, canta, attangia. Non si perde un passaggio. Con Remi lega subito, anche se lui la costringe a restare sobria e ben presente a se stessa. Sono entrami am- biziosi, decisi a usare al meglio quell'occasio- ne unica. Il produttore è convinto di avre tra le mani una voce straordinaria e sa come pla- smarla per farla rendere al massimo. Presto i primi pezzi sono pronti e Breese decide di presentare Amy al suo boss, Nick Gatfield, che è quello che deve decidere se stanziare o no i soldi del suo album d'esordio. Quando entra nell'ufficio del suo superiore, il perso- nal manager della giovane cantante non ha alcun dubbio sulla riuscita della sua missione.
E ha ragione, perchè anche Gatfield capisce subito di avere tra le mani un'autentica bomba pronta ad esplo- dere e dà subito il suo assenso al progetto di un primo disco: "Non ho pensato neppure per un attimo che po- tesse dirmi di no", spiega ora Darcus Breese, "con Amy si era creata quella miscela esplosiva che chi fa musica ben conosce. Quella che ti fa muovere a ritmo, che lega l'anima dell'artista a quella di chi lavora con lui. Gli ingredienti per il successo c'erano tutti. C'era una sorta di eccitazione nell'aria. Sapevo che Amy da un lato era un rischio: era una cantante ati- pica, legata a generi come il soul e il jazz che non hanno un grandissimo pubblico, soprattutto in In- ghilterra. Ma lei era perfetta: aveva un gran look, una grande presenza scenica, grandi canzoni e una voce incredibile. Cosa poteva servirle di più per sal- pare le ancore? Forse un pò di fortuna. Ma io sono sempre stato un tipo fortunato". Da parte sua Amy non andrebbe neppure a dormire tanto è felice ed entusiasta. E anche Remi sembra convinto che quella adolescente tutta pelle ossa e tatuaggi, abbia le carte in regola per sfondare. Per prima cosa passa in rassegna i pezzi scritti dalla ragazza, ma li scarta tutti tenendo solo la bella 'I Heard Love is Blind' che sembra avere una marcia in più rispetto alle altre. Insieme decidono di riscrivere il resto dell'album da ca- po: è un lavoro lungo e non semplice, ma men- tre nascono piccoli capolavori come Stronger Than Me, Take the Box, In My Bed, You Sent Me Flying, Pumps e Help Yourself, l'entusia- smo fa sì che non si senta la fatica. Continua... to be continued...