sabato 23 marzo 2013

Musica - Il jazz e la vita del soulman Gregory Porter

Parole di Porter:  "la musica non
si studia, si vive"     
e poi dice ancora "sono il settimo di otto figli, mia
madre era ministro della chiesa battista: ho sempre
cantato  /  da bambino sentivo  la mancanza di un
padre: allora ho immaginato che fosse Nat King Cole"
Il soulman afroamericano, in concerto in Italia, ha
Ha ottenuto le nomination ai Grammy negli Usa.  

 visione post - 1.432

(da 'la Repubblica' - 20/03/2013 - Giacomo Pellicciotti)
Sembra una storia di altri tempi la biografia di
Gregory Porter, il soulman afroamericano con
la voce ricca, pastosa e seducente che solo ora,
a 41 anni, può permettersi un tour mondiale dopo
una lunga e sofferta gavetta. Non è un diplomato
a pieni voti  del Berklee College of Music o di al-
tre quotate scuole simili, che è la regola oggi, ma
rappresenta l'emancipazione  da una vita dura e
difficile  iniziata  fin  da  bambino  seguendo la
mamma in chiesa per cantare gospel e spiritual,
come succedeva ai tempi romantici e tormentati
di Aretha Franklin e Ray Charles.


Una storia che Gregory, barba da profeta  e fisico
da ex giocatore di football americano, ci racconta
con parole e ricordi che gli escono dal cuore:
"Mia madre era un ministro della Chiesa Battista,
si chiamava Ruth.  La prima cosa importante che
ho capito seguendola in chiesa è stata l'importan-
za della musica nella mia vita. Per  me  le  prime
nozioni e i primi contatti con la musica arrivano
dalla chiesa. E' stato un processo naturale, nessu-
no mi ha spiegato  cosa  fosse  e  cosa dovessi fare,
era tutto così emozionante e direttamente connes-
so con la nostra cultura.  Mia nonna, mia madre,
tutti intorno a me usavano la musica per pregare
e chiedere la benedizione della tavola  e  tutta la
famiglia rispondeva cantando. La musica è sem-
pre stata  una parte fondamentale  della cultura
afroamericana. per me la musica è portatrice di
cose belle, è la più grande  forza  positiva nella
quotidianità delle persone.
 Gregory Porter è stato una delle sorprese più
gratificanti dell'anno, praticamente uno sco-
nosciuto in Italia fino a quando a  Orvieto,
durante  l'ultimo Umbria Jazz Winter  è di-
ventato, come "artista residente" del festival,
il beniamino del pubblico che andava ad ap-
plaudirlo ogni giorno.
Porter ha prodotto finora 2 album in crescendo,
nel 2010 'Water' e nel 2012 'Be Good', entram-
bi un mix di canzoni sue  e  di celebri standard
americani, tutti e due benedetti da una nomina-
tion ai Grammy Awards. L'autorevole trombet-
tista Wynton Marsalis lo ha definito "un fanta-
stico giovane cantante". Gli fa eco il 'New York
Times': "Gregory Porter ha molto di quanto vuoi
da un cantante di jazz maschile e una o due cose
che non ti aspetti".        Nelle foto e in concerto
indossa un passamontagna con visiera che non
si capisce se è un portafortuna o la sua coperta
di Linus.  -  Gregory continua il suo racconto:
"Sono il settimo di otto figli, cinque maschi e
tre femmine.  Tutti cantavano in chiesa, ma i
tre più giovani  facevano  un gruppo a sè che
viaggiava con la mamma. C'era sempre musi-
ca  a  casa mia, ma non ho  mai  frequentato
scuole di musica. Ho cominciato a viaggiare.
e a vivere cantando, a 21 anni, quando è mor-
ta mia madre". 
Porter deve molto  a  un suo amico di San Diego,
il sassofonista e produttore Kamau Kenyatta, che
gli ha svelato i trucchi e i segreti dell'arte di con-
fezionare canzoni. Ha anche prodotto i suoi due
dischi e  gli  ha  presentato  il  famoso  flautista
Hubert Laws che, nell'album HL remembers the
unforgettable  Nat King Cole, del 1998,  gli  ha
fatto cantare Smile di Charlie Chaplin.
In studio Porter ha conosciuto Eloise, sorella di
Laws, che lo ha aiutato a entrare nel cast voca-
le del musical It ain't nothin'  but the blues, un
grande successo di Broadway.
Il soulman ha molto sofferto l'assenza di una figu-
ra paterna. E' vero che anni fa ha eletto Nat Cole
come padre putativo? - "Ho davvero immaginato,
quando ero molto piccolo, che Nat King Cole fos-
se mio padre. Ho fatto quello che tutti i bambini
fanno quando hanno bisogno di una figura pater-
na di riferimento. E forse anche perchè una volta
mia madre, dopo avermi sentito cantare, esclamò:
"Ehi, Greg, canti come Nat King Cole".  E così
sono andato  a vedere  chi  era questo signore di
cui parlava lei".
Ma per Porter sono importanti anche i luoghi, i
quartieri, i vicini di casa. "Sono cresciuto a Los
Angeles in un quartiere nero e mi sono poi spo-
stato a Bakersfield, un quartiere dove erano tutti
bianchi, anche se continuavamo a cantare nella
chiesa  che  era  dall'altra  parte  della città nel
quartiere afroamericano" racconta.   "E' stato
bello crescere  a contatto  con persone apparte-
nenti a diverse comunità e sentirsi accolti bene
ovunque.  Oggi vivo a Brooklyn, New York, con
la mia giovane famiglia: mia moglie che ho spo-
sato    da circa un anno e un bambimo di pochi
mesi.  Passo molto tempo in tour, ma sono sem-
pre in contatto con loro via Skype. Brooklyn ha
un'influenza molto forte nelle mie canzoni.  Le
strade, il cibo, la comunità, gli odori, fa  tutto
parte della mia cultura. Sono nove anni che ci
vivo e ormai mi sento psrte integrante del quar-
tiere. A due isolati da casa c'è un ristorante ita-
liano che si chiama Celestino.   Il proprietario
italiano è abbonato ai vostri giornali  ed è im-
pazzito quando ha visto gli articoli che parla-
vano di me a Umbria Jazz Winter".
Gregory porter l'aveva promesso a Orvieto che
sarebbe tornato presto. Ed eccolo di nuovo in
concerto: questa sera (20 marzo 2013, ndr) sa-
rà all'Auditorium Parco della Musica di Roma, 
domani al Teatro Giotto di Viccio (Firenze),
il 22 al Donizetti di Bergamo e il 23 al Forum
di Bari. - D'estate sarà ancora ad, Umbria Jazz,
promosso sui palchi più prestigiosi di Perugia:
l'11 luglio ospite di Wynton Marsalis all'Arena
Santa Giuliana e il 12 luglio al teatro Morlac-
chi con il suo quintetto.




Lucianone

martedì 29 gennaio 2013

Lo scrittore americano Shalom Auslander: grande irriverente

Se Anna Frank fosse viva...               visioni post - 68
E' una di quelle cose assurde, fantastiche che
però da ragazzo, quando avevo cominciato a leggere
il suo Diario, avrei sempre desiderato si realizzasse,
per parlarle come a un'amica e confidarle tanti miei
pensieri e magari angosce e chiaramente anche le
gioie, felicità, desideri e altro ancora: insomma a
dire la verità quasi come a una fidanzatina.
Lo scrittore ebreo Auslander ha scritto l'anno
scorso  un  libro, dove immagina  la ragazzina
olandese ancora viva, ma nella campagna new-
yorchese, dove è ancora nascosta a trascorrere
la sua vecchiaia .
(Lucianone)

Shalom  Auslander,
un ebreo scandaloso (lui stesso
lo dice di sè), che racconta la
vecchiaia di Anna Frank
nel libro "Prove per un incendio"
La giornalista Susanna Nirenstein
intervistò lo scrittore americano
nel febbraio del 2012.
(da 'la Repubblica' - 8/2/2012  -  Susanna Nirenstein)
Beh, Anna Frank viva e decrepita nascosta in una
soffitta nelle campagne newyorchesi del 2011, che
vuol solo mangiare azzime e scrivere un nuovo ro-
manzo pari al suo celebre Diario (32 milioni di copie!
non  fa  che  ripetere) era  difficile  da  immaginare. 
Non c'è limite all'irriverenza dell'americano Shalom
Auslander, classe 1970.
Dove ci vuol portare dopo 'Il lamento del prepuzio',
in cui si faceva beffe rabbiose del terrore per l'Onni-
potente che gli aveva inculcato la comunità ebraica
ultraortodossa di Monsey, Brooklyn?   Dopo i rac-
conti di 'A Dio spiacendo', che rappresentavano il
Padreterno  addirittura  come  un immenso pollo?
Il tiro  questa volta  è  ancora più affilato, perchè 
con 'Prove per un incendio' (Ediz. Guanda/traduz.
di Elettra Caporello),  il terribile Shalom vuol di-
pingere, per quanto  annegata  nello  humour  e
nell'azzardo, l'immagine che ha di sè stesso e de-
gli ebrei contemporanei, uomini e donne braccati
dalla storia.
Il protagonista del romanzo è Salomon Kugel. E'
lui che è andato a vivere in una villetta a Stock-
ton, un non luogo dove non c'è  e non è mai suc-
cesso  niente, niente di niente, con la speranza,
sottolineamo "speranza"  di  ripartire  da capo
con la moglie Bree e il figlio Jonah, senza il pe-
so del passato (ma non è proprio quello che ha
fatto davvero Auslander con la consorte e due
figli?).  Nei dintorni si aggira un piromane che
dà fuoco alle fattorie della zona, ma per ora non
sembra così minaccioso.  Con i Kugel c'è anche
la madre di Salomon però, una signora che sem-
bra sempre sia lì lì per morire, ma in realtà resi-
ste e tormenta tutti perchè si racconta di essere
una sopravvissuta della Shoah, anche se è nata
e cresciuta a New York.    Convivenza difficile,
soprattutto quando Kugel scopre che in soffitta
si nasconde Anna Frank!
















Anche Philip Roth l'aveva risuscitata in un romanzo
(The Ghost Writer), ma per svelare a un certo punto
che era solo una fantasia.    Qui invece è viva, brut-
tissima, arrogante, un mucchio di cenci che si è sal-
vato da Bergen-Belsen, mantenuta per decenni dal
precedente abitante della villetta, un tedesco pieno
di sacrosanti sensi di colpa. Ora, figuriamoci se una
famiglia di ebrei può disfarsi di una sopravvissuta,
e che sopravvissuta, l'icona stessa dello sterminio,
"Miss Olocausto" come si definisce lei stessa! Sa-
rebbe come buttare fuori di casa Wiesel, si dicono
Kugel e sua madre. Le cose poi vanno come van-
no, non bene, lo leggerete, e in fondo si può  dire
che il libro sia quasi uno sfrontato (e amarissimo)
trattato filosofico svolto per assurdo sulla vita do-
po il Genocidio. Meglio porre qualche domanda a
Shalom.
S. Nirenstein: "Era proprio il caso di infrangere un
tabù come Anna Frank?"
S. Auslander: "Ho avuto un'educazione molto reli-
giosa. Il risultato è che mi piace peccare.     E' una
delle cose che faccio appena posso. Scrivo per tra-
sgredire. Se in una storia non c'è un peccato, non
la porto avanti. Detto questo, in Prove per un  in-
cendio il punto più scandaloso non è Anna Frank, 
che nonostante  l'età e il carattere  ne vien fuori
abbastanza bene, ma l'idea  che  la  speranza sia
un errore. Tutti la coltiviamo anche se non abbia-
mo nient'altro. E se fosse uno sbaglio?".
S. Nirenstein: "Dopo ci torniamo. Ora il fatto è che lei
non prende di mira solo l'icona Anna Frank, ma l'Olo-
causto e la sua memoria, e la paura, lei direbbe l'osses-
sione, di una nuova Shoah, per di più scherzandoci so-
pra.
S. Auslander: "Non c'è niente di buffo nel genocidio,
salvo  che  ne accadono  continuamente, anche se ci
sbracciamo a dire "mai più". E' questo di cui rido, e
su cui mi interrogo: come si va avanti sapendolo?
Come possiamo parlare ai nostri figli del futuro, del-
l'uomo? A me da ragazzo è stato detto  che la gente
mi avrebbe odiato  perchè  sono  un ebreo.  Forse è
vero.  O forse è peggio,  forse la gente mi odia per-
chè odia. Tutti".
S. Nirenstein: " Nei suoi promo per il romanzo . ma
anche il protagonista Kugel agisce allo stesso modo -
lei chiede  a tre amici  se la nasconderebbero in sof-
fitta se ci fosse un'altra Shoah. Lei lo fa con humour
ma è vero che  ogni ebreo  si chiede   quale  dei suoi
conoscenti gli darebbe rifugio nel caso.. Kugel è lei?
Le vostre paure sono le stesse?"
S, Auslander: "Kugel c'est moi, sì. Ma sono anche
Anna Frank, e anche la mdre di Kugel. Ognuno af-
fronta la paura in modo diverso: la mamma crede,
come molti, che la paranoia  sia la miglior difesa -
se vediamo odio dovunque possiamo evitare che ci
venga addosso; tipo l'America  post 11 settembre.
Anna Frank  si sente meglio  in soffitta, nascosta,
senza vivere.  Kugel spera di poter far ripartire la
storia, ricominciando da capo; non vuol raccontare
niente a suo figlio.    Pensa che se suo figlio dovrà
morire in una camera a gas, meglio garantirgli 30
anni senza camere a gas per la testa. Hanno tutti
ragione, e io non so quale ù la risposta. Sospetto
che non ce ne sia".
S. Nirenstein: "Kugel è come Giobbe, una disgra-
zia dopo l'altra. Pensava a lui mentre scriveva?"
S. Auslander: "La storia di Kugel procede passo
passo con quella di Giobbe. Perde la casa, la mo-
glie, il figlioi, la salute.  Non l'avevo deciso da pri-
ma, ma man mano che le cose andavano male, ho
capito che era un racconto di Giobbe, solo che lui
era tormentato da Dio, mentre Kugel si tormenta
da solo".
S. Nirenstein: "Anche Kafka l'ha influenzata"
S. Auslander: "Sì, la storia di Anna Frank è quasi
quella della Metamorfosi  all'incontrario:  non dal
punto di vista di gregor Samsa, ma in modo simpa-
tico con chi si trova a vivere  con uno scarafaggio
gigantesco in casa. Quell'insetto è un casino: cer-
to, un tempo era  loro figlio  ma  sicuramente non
sta per guarire, e la famiglia  vorrebbe  vivere la
sua vita, no?  Come i Kugel davanti a Anna Frank.
E'  un  peccato - sfottere una storia sacra  come 
quella di Kafka, rovesciarla. Quindi ottimo."
S. Nirestein: "E'  un romanzo  sull'inutilità  della
speranza. Un messaggio pesante. Lei vive senza
speranza?"
S. Auslander: "Non lo so. Sper, ma mi fa soffrire.
Non spero e divento triste. Che fare? E la storia
non migliora le cose. La storia è un peso. Diciamo
sempre che impariamo dal passato, ma se si ripe-
te, ovviamente non impariamo niente.    Forse la
speranza è male.  Forse dimenticare è meglio di
ricordare. Io lancio questi pensieri contro il muro
e guardo come vanno in pezzi."
S. Nirestein: "E come vuole insegnare il passato
ai suoi due figli?". (E' quello che Kugel si chiede
tutto il tempo)
S. Auslander: "In larga parte scrivo per risponde-
re proprio a questa domanda. Mi aiuta a pensarci.
Da bambino  mi fu detto  che tutti odianogli ebrei,
che ero un dead man walking. Non voglio dire ai
miei figli che l'uomo è un'adorabile creatura. Gli
racconterò che ci sono buone probabilità di venire
feriti, picchiati o uccisi. Non perchè sei un ebreo,
però. Ma perchè sei una persona. Non farne una
questione personale, piccolo."
S. Nirestein: "Si può scherzare su tutto?"
S. Auslander: "Sì".


Lucianone

sabato 19 gennaio 2013

Musica / Zucchero in concerto a Cuba

     Zucchero incanta Cuba          visioni post - 97          
              col blues e le parole del Che

L' Avana  - 
E' un sogno che si avvera per Zucchero Fornaciari,
ma anche un evento speciale per Cuba il concertone
tenuto  l'8 dicembre '12 (sabato)  dal musicista italia-
no  a l'Avana davanti a 40mila persone. Sono state 3
ore di musica  grazie anche all'autorizzazione, per la
prima volta a Cuba, di poter utilizzare audio, luci, video,
scenografie  arrivate dall'Italia, otto container  zeppi di
materiale giunti a Cuba dopo 40 giorni di navigazione.
Insieme all'attrezzeria, Zucchero ha portato  sull'isola
la sua miscela di blues, rock, soul lasciandola contami-
nare dai suoni e dai musicisti cubani, gli stessi con cui
ha realizzato il suo nuovo disco, 'La Sesiòn Cubana',
registrato all'Avana:  dalla trascinante 'Nena', il brano
che apre l'album, ai classici del suo repertorio contami-
nati  dai  suoni  dell'isola  come 'Baila', 'Così celeste',
'L'urlo' fino alla versione italiana di 'Guantanamera'.
E' stata una "festa della musica" preceduta da 6 mesi
di preparazione, e dalla speranza nata 22 anni fa, al-
l'indomani della celebre esibizione al Cremlino, l'8
dicembre del 1990.    "Ho aspettato tanto tempo ma
forse è stato meglio così", dice Zucchero esausto al
termine del concerto.    "L'organizzazione è andata
avanti tra mille difficoltà ma il risultato è stato  un
concerto come lo avrei fatto in Italia o in Europa.
A 57 anni posso anche permettermi di rischiare ma
per noi che l'abbiamo vissuta è stata una missione
impossibile".   A cominciare dal reperimento del
luogo del concerto poi trovato nell'Instituto de Arte.
Ma la vera sorpresa è stato il pubblico - continua il
musicista di Roncocesi - Non c'erano manifesti per
le strade dell'Avana, il concerto era stato annuncia-
to alle radio e tv locali, ma è stato il passaparola a
portare il pubblico superando ogni aspettativa".
I cubani hanno ballato sulle note di 'Overdose',
'Con le mani' e 'Diavolo in me', ma che ha anche
apprezzato  l'Ave Maria no morro,  una canzone
popolare  portoghese  che ha voluto dedicare  ai
familiari delle vittime dell'uragano a Santiago.
Così come  tra i pezzi  più applauditi  è stato il
'Miserere'  introdotto  dal pianista Frank Férnandez.
Dopo di lui altri si sono uniti in inediti duetti  in spa-
gnolo:  con Buena Fé, che aveva aperto la serata, con 
Laritza Baccallao, con Equis X Alfonso,  per chiudere 
con David Bianco.
Durante la serata Zucchero  ha voluto rendere omag-
gio anche a John Lennon nell'anniversario della sua 
scomparsa  dedicandogli  'Spicinfrin Boy', ma è stata
soprattutto la gente e il popolo di Cuba il destinatario 
di questo concerto. Per questo il bluesman non inten-
de replicare a chi dall'Italia  lo ha criticato  per aver
suonato  a Cuba senza pensare ai 'dissidenti': "Sono
cose gratuite per alzare il polverone.  Erano 22 anni 
che aspettavo questa serata e l'ho voluta dedicare al
popolo cubano, per la sua storia, la cultura e la mu-
sica di questa isola.  Per questo dal palco ho citato 
il Che: ' dobbiamo rafforzarci senza mai perdere la
tenerezza'-". E per il futuro c'è un altro sogno: un 
disco e un concerto con Ennio Morricone.
(da 'la Repubblica' - lunedì 10 dicembre 2012 - di Rita Celi
da Cuba)





 

Visioni  post -  97

Lucianone

mercoledì 19 dicembre 2012

Musica / Sezione jazz - Dave Brubeck e il suo piano

Recording live at Newport Jazz Festival         visione post - 112
THE DAVE BRUBECK QUARTET
       (featuring Paul Desmond)














Recorded live at the Newport Jazz Festival (1953),
this Dave Brubeck recording is, among the
vast  production  of the artist, the one that
obtained the largest success with his fans
in the U,S,A,
Brubeck has been considered by the public as well as 
the professionals as the most popular jazzman of the
West Coast.
The  compositions  performed  in this album  are
standards of jazz. Brubeck and Desmond largely
improvise on these themes and seem to be at the
best of their capacity.
I'll never smile again, a side from solos by Brubeck
and Desmond, has a bass solo by Ron Crotty.
Let's fall in love gets a slight Christmas Carol sound
in the beginning and Brubeck has a solo of an unusual
mood.   Desmond, of course,  is  heard  at length  and
Crotty is also given time for a short statement.
Sturdust shows the pattern with which the group has
always played it.   The audience applause following
Desmond's long improvisation, quickly brings to mind
the  familiar  picture  of  Desmond  acknowlodging  it
with a light smile, hands folded over the saxophone as
he steps back to stand, with head  cocked to one side,
listening attentively  to the chorus  by Brubeck which
followed.
All the things you are is  a bright number  with Paul
beginning  his  solo  with a light, almost clarinet tone
and Dave  interpolating  a quote from "My Man" into
his solo. Note particularly the way in  which Desmond
creeps in his own solo on the tail of Brubecks's closing
phrase.The two then begin their celebrated dual impro-
visation.
Why do I love you is the shortest piece  in the album
and is almost a "tour the force" for Desmond. Brubeck
enters closely tied  to Desmond's solo  and there is an
interesting passage  by both  before the bright duet  at
the end.
Too marvelous for words has an interesting Brube-
ckian touch  of almost  boogie woogie  trilling  in the
in the middle  of the piano solo which follows Paul's
opening improvisation.     You may catch an eco of
"Digga Digga do"  in Brubeck's chorus  prior to the
entry of Ron Crotty for his last bass solo on the al-
bum.    -    The ending of this tune and the album is
replete with the double echoes of alto and piano as
Paul and Dave again join musical thoughts.
CONTINUA... to be continued...

lunedì 26 novembre 2012

Gli scrittori David Grossman e Salman Rushdie

Grossman, ebreo, e Rushdie, musulmano,            
dicono: "Ci siamo salvati scrivendo"
Per la prima volta i due scrittori si sono incontrati e hanno
raccontato a Emanuela Audisio di 'Repubblica' (18/11/'12)
come combattono l'odio e il dolore.

I fanatismi, il dolore, le piccole abitudini riconquistate.
Seduti in un caffè milanese,  per  la  prima  volta  i due
scrittori si incontrano faccia a faccia. E si raccontano.
Grossman:    "Quando mio figlio è morto in guerra ho
creduto che non avrei più trovato la forza di scrivere".
Rushdie:  "Dopo la fatwa l'ho pensato anch'io".
Sapessi come è strano  per David e Salman  incontrarsi
e parlarsi davanti ad un cappuccino a Milano.   Lo scrit-
tore ebreo e quello musulmano per la prima volta faccia
a faccia.    Amici nonostante la lontananza geografica e
religiosa. E con lo stesso nemico: il fanatismo .
Grossman nato a Gerusalemme nel '54 e Rushdie nel '47.
David che vive su un fronte di guerra presente  ("E'terri-
bile stare lontano  dal proprio paese  in un momento così
drammatico) e Salman che non aveva un fronte, perchè
sotto la fatwa qualsiasi strada poteva esserlo. L'israelia-
no e l'indiano, due padri, uniti dall'aver pagato anche in
famiglia un alto prezzo per quel fronte. -
I due scrittori  nel loro ultimo lavoro hanno concesso la
loro intimità ai lettori: Grossman  in "Caduto fuori dal
tempo" a metà tra poesia e prosa scrive di genitori che
hanno perso il figlio e Rushdie in "Joseph Anton"  parla
in terza persona di cosa gli capitò da quando il giorno di
di San Valentino dell'89 l'ayatollah Khomeini lo condan-
nò a morte per i Versi satanici.
"Caduto fuori dal tempo"  e  "Joseph Anton", editi da
Mondadori, sono due libri disperati e teneri, due diari
pubblici di un dolore privato.
 Salman Rushdie







E. Audisio: "Venite da paesi e da infanzie diverse, c'è una
parola, un tema che vi accomuna?".
Rushdie - "Credo sia il linguaggio, la flessibilità, le sfuma- 
ture, il fatto di non dargliela vinta  a chi vorrebbe volgarità
e violenza. Non ci abbassiamo. Cerchiamo il punto di vista
degli altri, il dialogo, non sottovalutiamo  nè disprezziamo 
altri pareri e sguardi. Entrambi abbiamo messo la famiglia
al  centro  dei  nostri racconti, guardiamo agli individui, a
speranze e desideri, tutto e tutti ci sembrano degni di curio-
sità, bisogna sapere, conoscere, rispettare.  Non siamo co-
me i Talebani che odiano il piacere.  Infatti cosa vietano? 
La musica. la danza, il cinema. Qualsiasi cosa dia piacere
e gioia.    La loro idea  è che solo  dopo la morte ci sia la
vita, dunque  tutto quello  che emoziona  su questa terra 
non vale la pena".
Grossman - "Sì, Salman ha ragione.  Noi cerchiamo di
capire le ragioni e le vite altrui, strizziamo le parole, le
valutiamo. Non scriviamo per sfogarci. E' spaventoso
che in questo momento a Gerusalemme la mia nipotina
di quattro mesi sia in un rifugio, che idea si farà dell'esi-
stenza?    Ma questo non significa ignorare che anche i
palestinesi hanno i loro diritti.
Non dobbiamo amarli, ma conoscere  le  loro privazioni sì,
non sono  estranei  da  lasciare fuori, non puoi solo vivere
l'ignoranza e  condannare  gli  altri  e  guerreggiare.   Noi
scrittori non abbiamo eserciti e nemmeno possiamo finan-
ziare armamenti.    La nostra resistenza deve essere civile, 
magari con piccoli gesti, con analisi che non siano visce-
rali. Noi possiamo smonatere l'odio dei fanatismi o almeno
provarci. Abbiamo il potere di ricordare agli altri che c'è
un'alternativa, anche contro la realtà, la logica e l'istinto.
Quello di uccidere gli arabi non può essere uno slogan".
E. Audisio: "Si scrive per fare ragionare un mondo impazzito?"
Rushdie - "Io sono stato uno studente appassionato di
storia e dico: chi prima dell'89 credeva possibile che il
Muro crollasse e che l'Urss si sciogliesse? Non bisogna
per forza essere pessimisti.   Quando ero piccolo i miei
parlavano di Beirut come di una Parigi mediorientale 
e  di Baghdad, Teheran e Damasco, come di città libere
e splendide, mio padre  pregava  cinque volte al giorno
verso la Mecca eppure andò da mio nonno a dubitare:
e se Dio non esiste? Parliamone, fu la risposta. Nessu-
no lo scomunicò. Mezzo secolo dopo tutto è cambiato
e si è inacidito".
E. Audisio: "Come ci si racconta quando l'io diventa noi:
e gli altri si ritrovano nella nostra stessa orma? E si è at-
tendibili sulla propria intimità? "
Grossman - "Quando ho scritto 'Il Libro della grammatica
interiore' ci tenevo a farlo leggere subito  ai miei genitori.
Mio padre aveva dei dubbi: è bello, ma come faranno a ca-
pirlo fuori dalla nostra famiglia? A lui sembrava impossibile
che altri si potessero ritrovare nelle mie parole. Quando il li-
bro è stato tradotto è stata la mia vittoria. Sono andato da lui
e  gli  ho detto:  l'hanno  capito  benissimo  anche  all'estero.
Se si è sinceri si è universali".
Rushdie - "Concordo, la natura umana è costante.  Spesso
se si è onesti  un'emozione privata  diventa l'esperienza di
tutti, mentre un fatto pubblico, noto e importante, si perde
nella sua insensatezza.    Voglio dire questo: quando sono
stato  condannato dalla fatwa, a mia madre che viveva so-
la a Karachi, in Pakistan, una città difficile e violenta, gli
amici hanno consigliato di togliere il nome dal campanel-
lo per sicurezza. Lei ha rifiutato: no e poi no. Non ha rice-
vuto una minaccia o un'offesa, anzi ogni mattina al merca-
to c'era chi le chiedeva:  come sta suo figlio?  ce lo saluti
molto. C'era un mondo musulmano che aveva capito e non
si riteneva offeso dalle mie parole. Certo, non sempre sia-
mo attendibili quando parliamo di noi stessi e delle nostre
debolezze, ad esempio, ci tenevo che mia moglie Elisabeth
leggesse  in anteprima  la mia autobiografia e  fatti in cui
era coinvolta, ma lei li ricordava diversamente. E' norma-
le: quattro persone siedono in una stanza e ognuno ha la 
sua versione".
E. Audisio: "Come, quando e dove scrivete: con musica, in
silenzio?".
Grossman - "Io all'alba verso le sei di mattina vado a cam-
minare  per un'ora  con mia moglie.  Mi piace, a quell'ora
vedo volpi e gazzelle, poi scrivo in una stanza per quattro-
cinque ore.  Con sottofondo  di musica classica  e  di jazz,
magari non con tante parole, la musica è magica, mi aiuta
ad  entrare  in  un altro mondo  ma, ad un certo punto, mi
rimetto  a camminare  su e giù  per la stanza, mia moglie
dice che calpesto i tappeti e che si vedono i segni di tutti
i chilometri che faccio. C'è Agnon, ilo primo e unico scrit-
tore israeliano che nel '66 vinse il Nobel, che scriveva in
piedi. Davanti aveva il leggìo  con il foglio  e niente più.
Quando finisco, prima  di uscire  accendo la radio, che
mi serve  come antidoto  alla realtà, mi fa capire che è
ora di uscire là fuori".

Rushdie - "Io avevo bisogno del silenzio e del mio
studio. Ma nei dieci anni in cui sono stato in fuga
e in posti diversi mi sono dovuto adattare a lavo-
rare dove capitava. Resta che nei bar non potrei
mai. Scrivo di mattina, anche in pigiama. David
Mamet  ha pubblicato "Writing in Restaurants",
J.K. Rowlings ha composto "Harry Potter" se-
duta al caffè, beata lei. Ammetto: lì nessuno ti
rompe  con le telefonate  e magari vedere una
faccia che ti dà l'ispirazione, ma no, niente mu-
sica.   Vivo da un pò di anni a Manhattan che
per fortuna è piatta. Cammino anch'io, ma di
sera, per lioberarmi la testa e per distrarmi.
Niente psicanalisi, stimo Freud, grande scrit-
tore, ma ogni volta che mi hanno proposto
un massaggio alla mente di quel tipo mi sono
detto: tutto qui?".
E. Audisio:  "Rushdie è partito:  dall'India
verso l'Inghilterra e in America. Grossman
lascerà mai Israele?"
Grossman - "L'ho pensato in passato per evitare quello
che poi è successo, ma non potrei. Io sono fatto di que-
sta materia, è un paese di opposti, ma mi commuove
il fatto che qui sono arrivati ebrei da tutto il mondo
che cercavano  una terra, finalmente un posto loro,
dopo fughe e persecuzioni.      Qui senti un respiro
universale, tante culture, tante origini diverse che
si mischiano. Mi capita di criticare Israele, ma ca-
pisco l'importanza di avere uno Stato. Qui c'è una
grande storia umana, se solo riuscissimo  a vivere
in pace, a fianco, con rispetto. No, non me ne an-
drò, io appartengo  a  questa  contraddizione:  a
questa fragilità che purtroppo spesso si tramuta
in violenza".

Continua... to be continued...

mercoledì 31 ottobre 2012

Musica - La WORLD MUSIC: canzone globale

 Perchè ì suoni         visione post . 15
degli altri mondi
hanno colonizzato l'Occidente

(da 'la Repubblica'  RCULT - 23 ottobre 2011 . di Giuseppe Videtti)
Trent'anni fa l'Olympia e la Carnegie Hall
cominciarono a riempirsi con cantanti come
la messicana Chavela Vargas o l'algerino
Cheb Khaled: era l'inizio della "world music",
e così l'Occidente si apriva ai suoni degli altri
mondi. Quella che sembrava una passione di
nicchia, si è trasformata oggi in una delle
principali risorse di compositori e star; da
Bjòrk a Shakira, da Eddie Vedder a Bregovic;
l'ibridazione con i ritmi etnici è diventata una
risposta alla crisi del pop.  E' ormai diventata
la nostra colonna sonora: Multiculturale.

Chavela Vargas
Due milioni di persone a Tharir Square, Cairo.
La grande piazza non riesce a contenerle. La folla
preme dalle grandi arterie del centro, Kasr el Nil,
Talaat Harb, fin dalla Ramses Station, dove i fel-
lahin arrivano dall'Alto Egitto e dal Delta. Non
è la rivoluzione ma un funerale. Il popolo è venuto
per l'ultimo saluto a Oum Kalthoum,  la più grande
cantante del mondo arabo. Contravvenendo alle re-
gole islamiche, le autorità  sono costrette a postici-
pare le esequie di due giorni. Motivi di ordine pub-
blico. Non riescono a caricare il feretro sul carro
come previsto. gli egiziani reclamano la loro diva,
la bara passa di mano in mano, sulle teste di uomini,
donne e bambini che piangono "la mamma" e non
smettono di cantilenare 'Enta omri", sei la mia vita,
la più popolare delle sue canzoni.
E' il 4 febbraio 1975. Le immagini  dell'addio alla
Callas d'Egitto (che nel 1967 fece piangere Marie
Lafòret durante un raro concerto all' Olympia di
Parigi)  fanno il giro  delle televisioni  di lingua
araba, ma l'eco è fievole nel mondo occidentale.
Da noi  si consumano canzonette  da tre minuti,
quelle di Oum Kalthoum sono poemi in musica
che durano tre quarti d'ora,  e per contenerli ci
vuole un intero long playing.
Non c'è attenzione per le musiche del mondo. Eppure
Robert Plant, la voce dei Led Zeppelin, dice che Oum
Kalthoum è la sua musa. lo ripete anche Peter Gabriel,
che diventerà uno degli ambasciatori delle musiche del
mondo.
            OUM  KALTHOUM

chaka Khan, la soul singer americana, cita tra le sue
maestre Yma Sumac, la cantante peruviana più melo-
diosa di un usignolo, ma  non  ci  saranno  orecchie
pronte ad ascoltare "altri suoni"   prima del 1982 
quando l'etichetta  "world music"  diventa  la ban-
diera della comunicazione globale con largo anticipo
sull'avvento di internet.
I suoni del mondo circolano più facilmente con i
flussi migratori, ma trovano affezionati anche tra
i fan irriducibili del pop-rock; e i più prestigiosi teatri
del mondo, dal Barbican di Londra alla Carnegie Hall
di New York, dall' Olympia di Parigi alla Suntory Hall
di Tokyo, spalancano le porte a Chavela Vargas, pasio-
naria messicana tanto cara a Frida Khalo, Camaron de
la Isla, eroe del nuovo flamenco, e Cheb Khaled, travol-
gente interprete del raì algerino.
Non saranno più  solo sporadiche vedette  a varcare i
confini dell'impero  come Edith Piaf e Amalia Rodri-
guez,  Chevalier e Aznavour o blasonati esponenti di
tango e bossa nova che  flirtano coi jazzisti americani 
(Piazzolla e Jobim e Joào Gilberto) o suonatori di sitar
indiani arrivati all'orecchio dei rocchettari per buona
 volontà dei Beatles (vedi Ravi Shankar o contagiosi
rasta giamaicani che con reggae e marijuana si intru-
folano nelle fantasie rock - la dinastia dei Marley - o
frenetici 'mambo kings' sbarcati a Manhattan negli
anni d'oro del Palladium  - Celia Cruz e Tito Puente -
MA una legione di talenti provenienti da deserti remoti,
giungle inesplorate, lande sconfinate, villaggi sperduti,
steppe ghiacciate, savane che celano nell'ombelico del
mondo (Jovanotti) ritmi e tradizioni scampate  all'im-
perialismo del pop.




La 'world music', da trent'anni a questa parte, è una
delle poche certezze del mercato discografico.   Con
riscontri commerciali  che gli etnomusicologi di un
tempo neanche avrebbero immaginato: i fratelli Lo-
max, che giravano il mondo per registrare voci sul
campo, o i discografici  che  in Italia  coraggiosa-
mente stampavano  canti dell'Angola  o saltarelli
marchigiani nei dischi Albatros, tanto di nicchia
da essere venduti in libreria (come quelli meravi-
gliosi pubblicati in Francia da 'Le chant du monde').
E' come se all'improvviso si scoperchiasse un secondo
vaso di Pandora rimasto sigillato e ne venissero fuori
ritmi, lingue e melodie sconosciute e scatenasse una
Babele sonora in cui miracolosamente l'ascoltatore
non perde il filo ma prende confidenza con i 'tuva'
della Mongolia, le polifonie corse e bulgare, 'morne'
e 'coladere' capoverdine, 'lundum' di Sào Tomé  e
'ponchack' coreano. Come capita spesso l'arte anti-
cipa la società perchè, da anni, è già multiculturale.


Così oggi, nel momento  di massima  crisi  del pop, la
world music è una risorsa tanto indispensabile quanto
inevitabile. Lo storico duetto Neneh Cherry & Youssou
N'Dour  - che cantarono 'Seven Seconds' (1994) come
se fossero cresciuti insieme  e non una a Stoccolma e
l'altro a Dakar - ha spalancato  le porte  a una nuova
fusion che,  dalle siderali esplorazioni  dell'islandese
Bjòrk all'ammiccante melisma della colombiana Sha-
kira  (che ha un solido pedigree mediorientale), dal-
l'appassionata  collaborazione di Eddie Vedder  dei
Pearl Jam col principe del qawwali pakistano Nusrat
FatehAli Khan (nella colonna sonora di 'Dead man
walking')  alle travolgenti fanfare zigane  di Goran
Bregovic, è diventata talmente familiare da rendere
plausibile e per niente dissonante persino un duetto
fra Celentano e Cesària Evora, la diva scalza di Capo
Verde. La world music è ormai la colonna sonora del
comune sentire.

Ma la storia ha un inizio. Nel 1982 a Shepton Mallett,
in Inghilterra, esordisce il Festival Womad (World of 
music, arts and dance), che Peter Gabriel finanzia con
i proventi della reunion dei Genesis. E' il primo passo
per la realizzazione  dei Real World Studios  a Bath,
nel Wiltshire, un sogno che Gabriel cova da anni  e 
realizza nel 1989: una sorta di laboratorio  musicale
multietnico  in un angolo incantato della campagna
inglese. La prima compilation pubblicata, 'Passion -
Sources', è il manifesto della Real World, con musiche 
dal Senegal e dall'Egitto, dal Marocco e dall'Iran, dal-
l'Armenia e dalla Guinea, dall'Etiopia e dallo Zaire;
in soli due anni oltre 75 artisti di 20 paesi del mondo 
transitano negli studi di Bath.

"Come artista mi sono sempre sentito cittadino del
mondo", dice Gabriel. "Avevo una casa in Senegal
e mentre scrivevo la colonna sonora per  'L'ultima
tentazione di Cristo'  di Scorsese, scoprii il duduk,
un  meraviglioso  strumento armeno  che  Djavan
Gasparyan suonava in maniera inimitabile. Il Wo-
mad Festival  è stato  il mezzo che mi ha messo a
contatto con decine di incredibili talenti che nes-
suno avrebbe mai scritturato in Occidente".  
Il 'Telegraph' l'ha battezzato  "l'angelo custode
della world music";  in effetti  senza di lui non
avremmo conosciuto le esotiche meraviglie del-
l'Orchestra Baobab  nè il sontuoso melisma di
Youssou N'Dour, tantomeno i tamburi del Bu-
rundi o le litanie dei monaci tibetani.

Continua...to be continued...

sabato 1 settembre 2012

Musica - La vita di Amy Winehouse / Seconda parte

Un segreto industriale    visione post - 15
molto ben protetto
Dopo essere stata trattata per quasi due anni come un
segreto industriale da tenere nascosto a tutti, per Amy
Winehouse è venuto ora il momento del  'o la va o la
spacca'. Simon Fuller e i Lewinson Brothers sono molto
ammanicati con le principali etichette discografiche e, a
loro parere, la loro protetta è più che pronta al gran salto.
Anzi, di più:  "Il signor Fuller mi disse che Amy era così
brava  che molto presto  gliel'avrebbero  strappata  dalle
mani", racconta Alex Winehouse, il fratello più grande di
Amy, che in quel periodo aveva intrapreso la sua carriera
di drammaturgo e di regista teatrale ed era molto preoccu-
pato per la sorella, "non mi sembrava che stesse azzardan-
do una previsione. Era così sicuro da farmi pensare che a-
vesse già più di un asso nella manica".
Difficile sapere se fosse davvero così o se quello del-
l'agente fosse solo un giudizio lusinghiero dettato da
anni  ed  anni di esperienza.   Fatto sta, che per Amy
arrivò presto la svolta determinante per la sua carrie-
ra.   -   A raccontarla, un anno dopo, fu  quello stesso
Darcus Breese, suo futuro personal manager per con-
to della Island/Universal, l'etichetta major che la mise 
sotto contratto: "Spesso parlavo al telefono con i miei
amici della Lewinson", spiega,  "e un giorno mi disse-
ro di passare da loro che avevano  qualcosa da farmi  
sentire. Stavano lavorando su un pò di artisti e deside-
ravano che io dessi un'ascoltata ai loro pezzi.   Andai
da loro e mi misi le cuffie.  Subito mi fecero ascoltare
un paio di pezzi pop e un gruppo rock. Niente di ecce-
zionale. Era strano, perchè quelli erano manager seri,
che difficilmente mi facevano andare da loro se non
pensavano di avere un asso nella manica.  E di assi
tra quelli che avevo ascoltato ce n'erano ben pochi.
Stavo  per andarmene  quando, come per caso,  mi
chisesero di ascoltare ancora un paio di pezzi di una
cantante jazz-soul che avevano sotto contratto. Era
incredibile.  Quando gli chiesi chi era, loro fecero  i
vaghi. Non riuscii a farmi dare il nome neppure pre-
gandoli in ginocchio.   Dissero che era una ragazza
molto  giovane  di cui  stavano  registrando  alcuni
pezzi. E che a tempo debito mi avrebbero detto tutto
e organizzato il provino". - Nella Londra dell'under-
ground  la prudenza  non era mai troppa, Breese lo
sapeva bene. Se si fosse sparsa la voce in giro che
c'era  una cantante così, con tutto quel talento,  lei
sarebbe stata sommersa di richieste, proposte, illu-
sioni. Alcune serie, alcune no.  Avrebbe avuto una
fila di cialtroni alla sua porta pronti a offrirle di tut-
to un pò pur di convincerla a cambiare manager  e
a mettersi con loro. E i Lewinson Brothers non era-
no tipi da farsi soffiare  dalle mani  la gallina dalle
uova d'oro.

Ma  neppure  Breese  era  un tipo  alle  prime
 armi: "Feci un pò di telefonate in giro", spiega,
"e presto venni a sapere un nome, Amy Wine-
house. Era davvero  lei  la padrona della voce 
che avevo ascoltato?". Una volta avuta l'infor-
mazione ci mise due settimane per convincere
Simon Fuller a far firmare la sua protetta con 
la Universal, la casa discografica che lui rap-
presentava. Si trattava solo di un pre-contrat-
to: Amy avrebbe inciso alcuni pezzi, poi lui ne
avrebbe parlato ai piani alti e, in caso di rispo-
sta positiva, le avrebbe  fatto  incidere  il suo
primo cd. In realtà, i Lewinson Brothers ave-
vano  ricevuto  anche una proposta dalla eti-
chetta concorrente EMI per cui stavano già
mettendo a punto un 'demo tape'.
Ma la proposta di Breese era decisamente
più accattivante, anche perchè avrebbe per-
messo a Amy di crescere ulteriormente.  E
soprattutto  perchè garantiva all'artista  di
mantenere il suo stile musicale senza i con-
dizionamenti da classifica.  -   Un ulteriore
punto a suo favore fu il nome del produttore
a cui aveva deciso di abbinare la nuova entra-
ta in casa Universal: Salaam Remi aveva già
lavorato  con  Toni Braxton, Nelly Furtado,
The Fugees, Nas e Fergie.  Secondo Fuller
era il tipo giusto per lavorare con Amy anche
perchè era uno che sapeva ottenere il meglio
dagli artisti che gli venivano sottoposti.  Nel
giro di un mese  la  ragazza  entra  in studio,
con una band tutta sua, in rampa di lancio per
il mondo delle stelle a sette note.

Francamente... Frank
Amy è francamente entusiasta. Scrive a getto
continuo nuovi pezzi, canta, attangia.   Non si
perde un passaggio.    Con Remi lega subito,
anche se lui  la costringe  a restare sobria  e
ben presente a se stessa. Sono entrami am-
biziosi, decisi a usare al meglio quell'occasio-
ne unica. Il produttore è convinto di avre tra
le mani una voce straordinaria e sa come pla-
smarla per farla rendere al massimo. Presto 
i primi pezzi sono pronti  e  Breese decide di 
presentare Amy al suo boss, Nick Gatfield,
che è quello che deve decidere se stanziare 
o no i soldi del suo album d'esordio. Quando
entra nell'ufficio del suo superiore, il perso-
nal manager della giovane cantante non ha
alcun dubbio sulla riuscita della sua missione.

E ha ragione, perchè anche Gatfield capisce subito di 
avere tra le mani un'autentica bomba pronta ad esplo-
dere e dà subito il suo assenso al progetto di un primo
disco: "Non ho pensato neppure per un attimo che po-
tesse dirmi di no", spiega  ora  Darcus Breese,  "con
Amy si era creata quella miscela esplosiva che chi fa
musica ben conosce. Quella che ti fa muovere a ritmo,
che lega  l'anima dell'artista  a quella  di chi  lavora 
con lui. Gli ingredienti per il successo c'erano tutti.
C'era una sorta di eccitazione nell'aria. Sapevo che 
Amy da un lato era un rischio: era una cantante ati-
pica, legata a generi come il soul  e  il jazz che non
hanno un grandissimo pubblico, soprattutto in In-
ghilterra.  Ma lei era perfetta: aveva un gran look,
una grande presenza scenica, grandi canzoni e una
voce incredibile. Cosa poteva servirle di più per sal-
pare le ancore? Forse un pò di fortuna. Ma io sono
sempre stato un tipo fortunato".
Da parte sua Amy non andrebbe neppure a dormire
tanto è felice ed entusiasta. E anche Remi sembra
convinto che quella adolescente tutta pelle ossa e
tatuaggi, abbia le carte in regola per sfondare.
Per prima cosa passa  in rassegna  i pezzi scritti
dalla ragazza, ma li scarta tutti tenendo solo la
bella 'I Heard Love is Blind'  che sembra avere
una marcia in più rispetto alle altre.    Insieme
decidono di riscrivere il resto dell'album da ca-
po: è un lavoro lungo e non semplice, ma men-
tre nascono piccoli capolavori come Stronger
Than Me, Take the Box, In My Bed, You Sent
Me Flying, Pumps e Help Yourself, l'entusia-
smo fa sì che non si senta la fatica. 

Continua... to be continued...