mercoledì 15 febbraio 2012

lunedì 6 febbraio 2012

     Clarence Clemons & Bruce Springsteen


Addio Big Man

Era una notte buia e tempestosa, parola di Clarence Clemons, quando per la prima volta si recò col suo sax a vedere quel Bruce di cui agli inizi dei Settanta si parlava tanto bene dalle parti del New Jersey. Era il Wonder Bar di Asbury Park e c' era talmente tanto vento che quando Clemons aprì, la porta si strappò dai cardini e volo via lungo la strada. Quella sera il grande uomo nero salì sul palco e fece il suo primo solo per il Boss. A detta di entrambi si capirono immediatamente, amore a prima vista. Poco tempo dopo il sassofonista entrò stabilmente nella band, per uscirne solo ieri, stroncato a 69 anni dalle complicazioni di un ictus che lo aveva colpito una settimana fa. Quel momento fu immortalato in una delle canzoni più trascinanti di Springsteen, Tenth avenue freeze out, quando il Boss canta: «When the big man joined the band». Da allora è stato soprattutto questo, il grande uomo, il grande amico, e c' era qualcosa d' infinitamente tenero nel modo in cui Springsteen si "appoggiava" a quel trascinante, solido, allegro totem musicale che sul palco era Clemons. The Big man rappresentava l' essenza, il fuoco della E Street Band, ne era il simbolo più convincente e assoluto, e lo stesso Springsteen quando gli chiedevano del loro rapporto rispondeva: «andate a vedere la foto di copertina di Born to run ». Quella foto è una straordinaria immagine di vita, il bianco e il nero, il rocker e il sassofonista soul, sorridenti, magnifici, diversi in tutto eppure così straordinariamente vicini, un binomio che sembrava la sintesi stessa della musica americana, o almeno di quell' America che voleva essere unita, credere positivamente ai valori della democrazia, inneggiare costantemente alla fuga verso il riscatto. Per questo dietro la scomparsa di Clemons c' è la fine di un' era. Se mai potrà ancora esistere, dopo aver già perso Danny Federici, la E Street Band non potrà mai più essere la stessa. Si soffriva da tempo a vederlo più fermo, ingessato, affaticato dai problemi all' anca e al ginocchio, operazioni e dolori che lo avevano tormentato negli ultimi anni e ne avevano minato la sconfinata brama di vita. A volerlo ricordare nel migliore dei modi basta leggere l' autobiografia uscita di recente col titolo Big man, scritta con Don Reo. Esilarante, fantasiosa, vitale. Per Springsteen è una perdita incolmabile: «Clarence ha vissuto una meravigliosa vita, portava dentro di sé l' amore per la gente che la gente ricambiava. Ha creato una meravigliosa estesa famiglia, amava il sassofono, amava i nostri fans e ha dato tutto se stesso ogni notte sul palco. 
La sua perdita è incommensurabile, e noi siamo onorati e grati di averlo conosciuto e di aver avuto l' opportunità di stargli accanto per quasi quarant' anni. Era il mio grande amico, il mio partner, e con Clarence al mio fianco, io e la mia band potevamo raccontare una storia ancora più profonda di quella contenuta nella nostra musica. La sua vita, il ricordo di lui e il suo amore vivrà per sempre in quella storia e nella nostra band». Anche perché, non dimentichiamolo, come tutti i fan hanno sempre saputo, prima ancora che una storia di musica, questa è stata la storia di una grande amicizia. In REPUBBLICA.IT Il video di Clarence Clemons, omaggio al sassofonista della E Street Band di Springsteen - GINO CASTALDO


Addio a Clarence Clemons
Mitico sax di Springsteen

Per quarant'anni è stato la spalla insostituibile del Boss, vera e propria icona della E Street Band. Le lacrime di Bruce: "Era il mio grande amico, il suo ricordo vivrà sempre con noi".

(19 giugno 2011)

Quando, il 20 giugno, arrivò la notizia della morte di Clarence Clemons

noi fans di Springsteen e della sua band sapevamo della precarietà

di salute del grande "Big Sax" di Bruce, ma non si immaginava che

la sua fine fosse così imminente. E pensavamo, o meglio speravamo

che continuasse a suonare e  esibirsi con la band ancora per molto, 

forse in eterno... E non è facile pensare sempre che tutto abbia una

 fine, soprattutto quando siamo stati abituati da tempo, tanto tempo,

a sentire quei suoni sax così angelici e potenti nello stesso tempo

che ci portavano insieme alla voce del Boss su un altro pianeta, in

un paesaggio rock pieno di sogni e metafore ben lontani dall'  'American 

dream', col disincanto che va al di là delle vallate e dei canyon made in Usa

proponendo suoni rock forti, compatti e acuti sax vicino alle sonorità impazzite 

di Miles Davis o alla pienezza ritmica di Otis Redding.

Poi comunque la vita continua, come si dice, e lui, il Big Man, vive dentro

di noi, cioè lo portiamo avanti e sempre in vita noi fans con i video, i vecchi
concerti insieme ai duetti con Bruce e alle esibizioni 'live' con tutti gli altri
della band.  E come il Boss si appoggiava alla spalla di Clarence, così pure
noi penseremo di appoggiarci ogni tanto a una delle sue possenti spalle per
sentire da molto più vicino le sue virtuose melodie e godere del racconto
incessante delle sue note.      
(Luciano Finesso)


Born to Run, pubblicato ne1975, è il terzo album di Bruce Springsteen.
È questo l'album che ha segnato indubbiamente una svolta per il successo di Bruce Springsteen: dopo due album musicalmente interessanti ma poco fortunati, difatti Born to Run riesce a confermarsi anche al grande pubblico.
Musicalmente risulta più rock ed incisivo rispetto ad altri suoi lavori, con testi molto poetici e diretti: tutte le canzoni in questo album, nessuna esclusa, sono fra le più famose ed apprezzate dai fan di Springsteen, che le esegue spesso nei suoi concerti.
I testi narrano come i precedenti due dischi, di una America difficile, dai toni amari, e della ribellione giovanile nel tentare di non farsi ingabbiare nell'effimero Sogno Americano.

Tracce  di   'Born to run' 

  1. Thunder Road (4:49') 
  2. Tenth Avenue Freeze-Out (3:10)
  3. Night (3:00)
  4. Backstreets (6:30)
  5. Born to run ( 4:30))
  6. She's the One (4:30)
  7. Meeting Across the River (3:18)
  8. Jungleland (9:35)

    TENTH AVENUE FREEZE-OUT

    Tear drops on the city
    Bad Scooter searching for his groove
    Seem like the whole world walking pretty
    And you can't find the room to move
    Well everybody better move over, that's all
    I'm running on the bad side
    And I got my back to the wall
    Tenth Avenue freeze-out, Tenth Avenue freeze-out

    I'm stranded in the jungle
    Taking all the heat they was giving
    The night is dark but the sidewalk's bright
    And lined with the light of the living
    From a tenement window a transistor blasts
    Turn around the corner things got real quiet real fast
    She hit me with a Tenth Avenue freeze-out
    Tenth Avenue freeze-out
    And I'm all alone, I'm all alone
    And kid you better get the picture
    And I'm on my own, I'm on my own
    And I can't go home

    When the change was made uptown
    And the Big Man joined the band
    From the coastline to the city
    All the little pretties raise their hands
    I'm gonna sit back right easy and laugh
    When Scooter and the Big Man bust this city in half
    With a Tenth Avenue freeze-out, Tenth Avenue freeze-out
    Tenth Avenue freeze-out...


Musica - Bruce Springsteen e Clarence Clemons

     Clarence Clemons & Bruce Springsteen


Addio Big Man

Era una notte buia e tempestosa, parola di Clarence Clemons, quando per la prima volta si recò col suo sax a vedere quel Bruce di cui agli inizi dei Settanta si parlava tanto bene dalle parti del New Jersey. Era il Wonder Bar di Asbury Park e c' era talmente tanto vento che quando Clemons aprì, la porta si strappò dai cardini e volo via lungo la strada. Quella sera il grande uomo nero salì sul palco e fece il suo primo solo per il Boss. A detta di entrambi si capirono immediatamente, amore a prima vista. Poco tempo dopo il sassofonista entrò stabilmente nella band, per uscirne solo ieri, stroncato a 69 anni dalle complicazioni di un ictus che lo aveva colpito una settimana fa. Quel momento fu immortalato in una delle canzoni più trascinanti di Springsteen, Tenth avenue freeze out, quando il Boss canta: «When the big man joined the band». Da allora è stato soprattutto questo, il grande uomo, il grande amico, e c' era qualcosa d' infinitamente tenero nel modo in cui Springsteen si "appoggiava" a quel trascinante, solido, allegro totem musicale che sul palco era Clemons. The Big man rappresentava l' essenza, il fuoco della E Street Band, ne era il simbolo più convincente e assoluto, e lo stesso Springsteen quando gli chiedevano del loro rapporto rispondeva: «andate a vedere la foto di copertina di Born to run ». Quella foto è una straordinaria immagine di vita, il bianco e il nero, il rocker e il sassofonista soul, sorridenti, magnifici, diversi in tutto eppure così straordinariamente vicini, un binomio che sembrava la sintesi stessa della musica americana, o almeno di quell' America che voleva essere unita, credere positivamente ai valori della democrazia, inneggiare costantemente alla fuga verso il riscatto. Per questo dietro la scomparsa di Clemons c' è la fine di un' era. Se mai potrà ancora esistere, dopo aver già perso Danny Federici, la E Street Band non potrà mai più essere la stessa. Si soffriva da tempo a vederlo più fermo, ingessato, affaticato dai problemi all' anca e al ginocchio, operazioni e dolori che lo avevano tormentato negli ultimi anni e ne avevano minato la sconfinata brama di vita. A volerlo ricordare nel migliore dei modi basta leggere l' autobiografia uscita di recente col titolo Big man, scritta con Don Reo. Esilarante, fantasiosa, vitale. Per Springsteen è una perdita incolmabile: «Clarence ha vissuto una meravigliosa vita, portava dentro di sé l' amore per la gente che la gente ricambiava. Ha creato una meravigliosa estesa famiglia, amava il sassofono, amava i nostri fans e ha dato tutto se stesso ogni notte sul palco. 
La sua perdita è incommensurabile, e noi siamo onorati e grati di averlo conosciuto e di aver avuto l' opportunità di stargli accanto per quasi quarant' anni. Era il mio grande amico, il mio partner, e con Clarence al mio fianco, io e la mia band potevamo raccontare una storia ancora più profonda di quella contenuta nella nostra musica. La sua vita, il ricordo di lui e il suo amore vivrà per sempre in quella storia e nella nostra band». Anche perché, non dimentichiamolo, come tutti i fan hanno sempre saputo, prima ancora che una storia di musica, questa è stata la storia di una grande amicizia. In REPUBBLICA.IT Il video di Clarence Clemons, omaggio al sassofonista della E Street Band di Springsteen - GINO CASTALDO


Addio a Clarence Clemons
Mitico sax di Springsteen

Per quarant'anni è stato la spalla insostituibile del Boss, vera e propria icona della E Street Band. Le lacrime di Bruce: "Era il mio grande amico, il suo ricordo vivrà sempre con noi".

(19 giugno 2011)

Quando, il 20 giugno, arrivò la notizia della morte di Clarence Clemons

noi fans di Springsteen e della sua band sapevamo della precarietà

di salute del grande "Big Sax" di Bruce, ma non si immaginava che

la sua fine fosse così imminente. E pensavamo, o meglio speravamo

che continuasse a suonare e  esibirsi con la band ancora per molto, 

forse in eterno... E non è facile pensare sempre che tutto abbia una

 fine, soprattutto quando siamo stati abituati da tempo, tanto tempo,

a sentire quei suoni sax così angelici e potenti nello stesso tempo

che ci portavano insieme alla voce del Boss su un altro pianeta, in

un paesaggio rock pieno di sogni e metafore ben lontani dall'  'American 

dream', col disincanto che va al di là delle vallate e dei canyon made in Usa

proponendo suoni rock forti, compatti e acuti sax vicino alle sonorità impazzite 

di Miles Davis o alla pienezza ritmica di Otis Redding.

Poi comunque la vita continua, come si dice, e lui, il Big Man, vive dentro

di noi, cioè lo portiamo avanti e sempre in vita noi fans con i video, i vecchi
concerti insieme ai duetti con Bruce e alle esibizioni 'live' con tutti gli altri
della band.  E come il Boss si appoggiava alla spalla di Clarence, così pure
noi penseremo di appoggiarci ogni tanto a una delle sue possenti spalle per
sentire da molto più vicino le sue virtuose melodie e godere del racconto
incessante delle sue note.      
(Luciano Finesso)


Born to Run, pubblicato ne1975, è il terzo album di Bruce Springsteen.
È questo l'album che ha segnato indubbiamente una svolta per il successo di Bruce Springsteen: dopo due album musicalmente interessanti ma poco fortunati, difatti Born to Run riesce a confermarsi anche al grande pubblico.
Musicalmente risulta più rock ed incisivo rispetto ad altri suoi lavori, con testi molto poetici e diretti: tutte le canzoni in questo album, nessuna esclusa, sono fra le più famose ed apprezzate dai fan di Springsteen, che le esegue spesso nei suoi concerti.
I testi narrano come i precedenti due dischi, di una America difficile, dai toni amari, e della ribellione giovanile nel tentare di non farsi ingabbiare nell'effimero Sogno Americano.

Tracce  di   'Born to run' 

  1. Thunder Road (4:49') 
  2. Tenth Avenue Freeze-Out (3:10)
  3. Night (3:00)
  4. Backstreets (6:30)
  5. Born to run ( 4:30))
  6. She's the One (4:30)
  7. Meeting Across the River (3:18)
  8. Jungleland (9:35)

    TENTH AVENUE FREEZE-OUT

    Tear drops on the city
    Bad Scooter searching for his groove
    Seem like the whole world walking pretty
    And you can't find the room to move
    Well everybody better move over, that's all
    I'm running on the bad side
    And I got my back to the wall
    Tenth Avenue freeze-out, Tenth Avenue freeze-out

    I'm stranded in the jungle
    Taking all the heat they was giving
    The night is dark but the sidewalk's bright
    And lined with the light of the living
    From a tenement window a transistor blasts
    Turn around the corner things got real quiet real fast
    She hit me with a Tenth Avenue freeze-out
    Tenth Avenue freeze-out
    And I'm all alone, I'm all alone
    And kid you better get the picture
    And I'm on my own, I'm on my own
    And I can't go home

    When the change was made uptown
    And the Big Man joined the band
    From the coastline to the city
    All the little pretties raise their hands
    I'm gonna sit back right easy and laugh
    When Scooter and the Big Man bust this city in half
    With a Tenth Avenue freeze-out, Tenth Avenue freeze-out
    Tenth Avenue freeze-out...


martedì 17 gennaio 2012

MUSICA - La grande storia del jazz

           Ferdinand 'Jelly Roll' Morton  (1890 - 1941)
    
                 Bix Beiderbecke  (1903 - 1931)


1^ PARTE  -  I  primi grandi nomi del jazz


Ferdinand "Jelly Roll" Morton
Jelly Roll Morton was the first great composer and piano player of Jazz. He was a talented arranger who wrote special scores that took advantage of the three-minute limitations of the 78 rpm records. But more than all these things, he was a real character whose spirit shines brightly through history, like his diamond studded smile. As a teenager Jelly Roll Morton worked in the whorehouses of Storyville as a piano player. From 1904 to 1917 Jelly Roll rambled around the South. He worked as a gambler, pool shark, pimp, vaudeville comedian and as a pianist. He was an important transitional figure between ragtime and jazz piano styles. He played on the West Coast from 1917 to 1922 and then moved to Chicago and where he hit his stride. 
Morton's 1923 and 1924 recordings of piano solos for the Gennett label were very popular and influential. He formed the band the Red Hot Peppers and made a series of classic records for Victor. The recordings he made in Chicago featured some of the best New Orleans sidemen like Kid OryBarney BigardJohnny DoddsJohnny St. Cyr and Baby Dodds. Morton relocated to New York in 1928 and continued to record for Victor until 1930. His New York version of The Red Hot Peppers featured sidemen like Bubber MileyPops Foster and Zutty Singleton. Like so many of the Hot Jazz musicians, the Depression was hard on Jelly Roll. Hot Jazz was out of style. The public preferred the smoother sounds of the big bands. He fell upon hard times after 1930 and even lost the diamond he had in his front tooth, but ended up playing piano in a dive bar in Washington D.C. In 1938 Alan Lomax recorded him in for series of interviews about early Jazz for the Library of Congress, but it wasn't until a decade later that these interviews were released to the public. Jelly Roll died just before the Dixieland revival rescued so many of his peers from musical obscurity. He blamed his declining health on a voodoo spell. 


Bix Beiderbecke
Bix Beiderbecke was one of the great jazz musicians of the 1920's; he was also a child of the Jazz Age who drank himself to an early grave with illegal Prohibition liquor. His hard drinking and beautiful tone on the cornet made him a legend among musicians during his life. The legend of Bix grew even larger after he died. Bix never learned to read music very well, but he had an amazing ear even as a child. His parents disapproved of his playing music and sent him to a military school outside of Chicago in 1921. He was soon expelled for skipping class and became a full-time musician. In 1923 Beiderbecke joined theWolverine Orchestra and recorded with them the following year. Bix was influenced a great deal by the Original Dixieland Jass Band, but soon surpassed their playing. In late 1924 Bix left the Wolverines to join Jean Goldkette's Orchestra, but his inability to read music eventually resulted in him losing the job. In 1926 he spent some time with Frankie Trumbauer's Orchestra where he recorded his solo piano masterpiece"In a Mist". He also recorded some of his best work withTrumbauer and guitarist, Eddie Lang, under the name ofTram, Bix, and Eddie. Bix was able to bone up on his sight-reading enough to re-join Jean Goldkette's Orchestra briefly, before signing up as a soloist with Paul Whiteman's OrchestraWhiteman's Orchestra was the most popular band of the 1920's and Bix enjoyed the prestige and money of playing with such a successful outfit, but it didn't stop his drinking. In 1929 Bix's drinking began to catch up with him. He suffered from delirium tremens and he had a nervous breakdown while playing with the Paul Whiteman Orchestra, and was eventually sent back to his parents in Davenport, Iowa to recover. It should be noted that Paul Whiteman was very good to Bix during his struggles. He kept Bix on full pay long after his breakdown, and promised him that his chair was always open in the Whiteman Orchestra, but, Bix was never the same again, and never rejoined the band. He returned to New York in 1930 and made a few more records with his friend Hoagy Carmichael and under the name of Bix Beiderbecke and his Orchestra.
But mainly, he holed himself up in a rooming house in Queens, New York where he drank a lot and worked on his beautiful solo piano pieces "Candlelight""Flashes", and "In The Dark" (played here by Ralph Sutton; Bix never recorded them). He died at age 28 in 1931 during an alcoholic seizure. The official cause of death was lobar pneumonia and edema of the brain. 


1.   Jelly Roll Morton 
Nell'immediato dopoguerra nei circoli jazzistici
europei  il nome di Jelly Roll Morton,  come quello 
di King Oliver, maestro di Louis Armstrong, veniva 
pronunciato  con  una  sorta  di  rispetto  venato  di 
mistero, riservato  solo  alle  personalità  che  si 
ritenevano di notevole importanza, ma non si
conoscevano affatto.   La ragione, almeno in
Italia, era semplice: dal 1930 in poi, nessuna
delle case fonografiche aveva più stampato i
dischi del pianista creolo; ed i pochi e consunti
"Gramophone" che  riportavano   alcuni brani 
del suo complesso migliore, i "Red Hot Peppers", 
erano introvabili. Un'analoga sorte era toccata a
tutto il jazz precedente: agli "Hot Five" di Armstrong
e al Duke Ellington di "Take it easy" e di "Jubilee
Stomp" (1928).  I pregiudizi e gli avvenimenti politici
seguiti alla fine della 2^ guerra mondiale avevano
fatto il resto, coprendo la  produzione  musicale 
d'oltre oceano  con  un  silenzio  quasi  assoluto.
Anche  gli  appassionati  di jazz  più anziani  che
avevano avuto modo di ascoltare Jelly Roll Morton
solo molti anni prima, lo avevano poi dimenticato.
Oppure lo ricordavano vagamente attraverso qualche
disco americano scovato chissà come.
Ma troppo poco, naturalmente. Del resto, le alterne 
vicende   della vita di  Jelly Roll Morton, morto nel 
1941, in pieno periodo bellico, avevano fatto sì che
in  paesi  anche   meno isolati, sotto questo profilo,
dell'Italia, mancasse una sufficiente documentazione
e quindi una conoscenza minimamente approfondita
della sua opera.               E nello stesso dopoguerra 
l'importazione di materiale discografico era rimasta
precaria e inorganica.      In questo stato di cose,  è
naturale che la comparsa sul mercato italiano  di  4
facce  a settantotto giri di Jelly Roll Morton, negli
ultimi mesi del 1951, sia stata  salutata  come   un
autentico avvenimento. Per gli appassionati di jazz
si aprivano  prospettive e zone di ricerca  del tutto
nuove:      cioè il jazz antico, attraveso quei dischi,
appariva  molto  meno primitivo  di com'era stato 
immaginato. Inoltre, per chi aveva buone orecchie, 
Morton si rivelava superiore a qualsiasi aspettativa.
Questa sorpresa, come molte
altre (Si pensi per esempio al
jazz di Parker e Gillespie, che
perfino  i  critici  giudicarono
nettamente rivoluzionario, 
mentre rappresentava solo 
un'evoluzione della quale si 
possono ritrovare i segni premonitori negli stili
precedenti)  era la  diretta  conseguenza  delle 
scarse possibilità d'informazione.   Pochissimi,
infatti, sapevano che Morton, 13  anni   prima
aveva dichiarato pubblicamente di essere stato
il creatore del jazz. Questa affermazione, anche
se esagerata,  non  era   stata accolta   con una
risata generale, nè  aveva    causato il ricovero
del suo autore in una clinica per alienati.
Al contrario aveva suscitato innumerevoli
discussioni, aveva riportato Morton alla ribalta
e dato vita alla più lunga registrazione musicale
fino allora conosciuta. Ossia alle 116 facce che
Jelly  Roll  è  stato  invitato  ad  incidere,   nel 
maggio  del 1938   per la Library of Congress.
In quelle incisioni   Morton  ha avuto modo di
fissare, in parole e  in musica, tutta la propria
vita.


sabato 14 gennaio 2012

Nicolai Lilin - "Educazione siberiana"

"Educazione siberiana"  (Einaudi, 2009) è il libro 
d'esordio di Nicolai Lilin, scrittore russo d'origine
siberiana. 
E' il racconto di un adolescente  cresciuto seguendo
le tradizioni dell'antica comunità criminale siberiana.
Una comunità che è riuscita a sopravvivere soltanto
opponendosi, anche con la violenza, all'oppressione
del regime comunista che li definiva "criminali".
Una  comunità  deportata  e  isolata  da  Stalin  in
Transnistria.        Enclave russa, incastrata tra la
Moldavia e l'Ucraina, la Transnistria è un piccolo
paese praticamente sconosciuto:  indipendente di
fatto (ha dichiarato indipendenza nel 1990) è però 
ancora parte, formalmente, della Moldavia.
Dopo  il  durissimo  servizio  di leva   per l'esercito
russo in Cecenia, Nicolai ha scelto di cambiare vita. 
Nel  2003  ha  abbandonato  la  Russia  per  l'Italia, 
dove ha raggiunto la madre.   Da qualche anno ha
aperto  un  negozietto  di  tatuaggi  e porta avanti
l'antichissima tradizione   del tatuaggio siberiano,
fatta di regole rigide e codici complessi.
leggere l'intervista fatta 
allo scrittore Nicolai Lilin da Giacomo Rosso (in cafébabel.com)
riportata in Lucianone - bottle in the air   
oppure vedere la pagina web nel Profilo.

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Lucianone