mercoledì 17 settembre 2025

MUSICA - Bob Marley / La vita e le origini della sua musica,,, oltre il reggae


 17 settembre 2025 -                 visione post - 4

(da Musica Jazz, agosto '25 )

BOB - Un fuoco nella giungla del mondo

Se fosse ancora tra noi, Bob Marley avrebbe compiuto 80 anni a febbraio scorso. Lo si sarebbe immaginato magari seduto su una veranda, a Nine Mile, con i dreadlocks ormai raccolti sotto un copricapo rastafariano, lo sguardo ancora lungo sul mondo, intento a scrutare l'orizzonte della sua Giamaica dove la nebbia si mescola all'erba sacra e alle vibrazioni dell'Africa finalmente ritrovata.  Ma Bob Marley non ha mai avuto bisogno del tempo per diventare eterno, lui è uno di quelli che il tempo lo ha piegato. Con la musica, con le parole, con la fede, con la lotta. E come tutte le vere icone non si è mai accontentato di "essere famoso". Voleva molto di più. Voleva liberare il suo popolo. Tutti i popoli.

Bob Marley è stato un fuoco nella giungla del mondo. Un profeta scalzo. Un rivoluzionario armato solo di chitarra e spiritualità. Non era solo reggae. Era un'idea. Un  ponte tra il sacro e il profano, tra le catene della schiavitù e le terre promesse. - A ottant'anni dalla sua nascita , Bob è ancora qui. E se chiudete gli ochi lo potete sentire, in sottofondo, come una vibrazione sottile che attraversa il tempo: "Get up, stand up. Stand Up For Your Rights"...  - Robert Nesta Marley era nato il 6 febbraio del 1945 a Nine Mile, nel cuore rurale della Giamaica. Figlio di un bianco inglese e di una ragazza nera diciottenne, è cresciuto tra l'abbandono e il silenzio. Suo padre si chiamava Norval Sinclair Marley, e quando conobbe quella bella dicissettenne nera, Cedella Booker, aveva oltre sessant'anni. era un capitano della marina britannica, più probabilmente un supervisore civile impiegato presso l'esercito coloniale inglese in Giamaica. Alcune fonti parlano di un incarico di agrimensore. Ma quello che è certo è lasua figura, sfuggente, ambigua, perchè non visse stabilmente con la famiglia e si allontanò poco dopo la nascita del figlio mantenendo con lui solo contatti sporadici. Morì nel 1955, quando il piccolo Bob aveva dieci anni e la pelle più chiara dei suoi coetanei, i tratti misti che in un'isola segnata da gerarchie etniche lo rendevano un ibrido, nè carne, nè pesce, lo segnarono in maniera indelebile. Un emarginato. Ma è proprio in quella marginalità che si forgiò la voce che cambiò la musica del mondo.  Quando Bob si trasferì con la madre a Trench Town, uno degli slums più duri di Kingston, la miseria fu la sua quotidianità, ma fu anche la sua scuola.  In mezzo a case di lamiera e disillusione, Bob incontrò la musica attraverso Joe Higgs, una sorta di griot urbano, che lo educò, insieme a Bunny Livingston e a Peter Tosh, al canto e all'armonia. Nacquero i Wailers (i lamentatori) perchè il dolore aveva bisogno di una voce e loro gliela prestarono.



Allora il reggae si chiamava ska o rocksteady.  Era soul caraibico con il cuore a New Orleans e il sangue in Africa. Ma Bob percepì che c'era qualcosa che andava al di là del ritmo, c'era una verità da raccontare. Incontrò Rastafari e la sua vita prese fuoco. Il rastafarianesimo non era solo una religione, ma una visione del mondo che ribaltava ogni prospettiva coloniale. La sua divinità non era bianca, ma nera e Haile Selassie, imperatore d'Etiopia, era il suo messia. L' Africa non era il continente perduto, ma il paradiso da riconquistare e la marijuana, l'erba, non era un vizio, ma un sacramento per accedere al divino. Il reggae allora diventò liturgia, predica, rivoluzione.  Bob Marley abbracciò la sua fede come una missione e i suoi dreadlocks non erano una moda ma un simbolo biblico. Il leone di Giuda iniziò a campeggiare sulle sue bandiere come un segno di riscatto e ogni sua canzone diventò un verbo, qualcosa con cui testimoniare quella voglia di riscatto.


Con i Wailers prima, e poi da solista, Marley attraversò tutti gli anni settanta come un'onda,
potente, luminosa, inarrestabile. La sua era la voce degli ultimi e si sentiva, in ingelse o in patois, sulle radio di tutto il mondo e nella sua musica c'era la semplicità delle radici. la forza del gospel e la coscienza politica del soul. Era come se Curtis Mayfield, Marcus Garvey e un griot africano avessero trovato la loro reincarnazione. Non era solo un cantante.
Non ha mai voluto esserlo. Voleva essere un messaggero. Lo dicono le sue canzoni: Get Up Stand Up è un manifesto dei diritti umani, War la messa in musica di un discorso di Haile Selassie all'ONU contro il razzismo e l'oppressione, No Woman, No Cry una carezza alla memoria, il frutto degli slums cantato come un inno di speranza. Ogni sua strofa era calibrata, in ogni ritornello conviveva la rabbia di Malcolm X e la pazienza di Gandhi, l'estasi di un predicatore e la lucidità di un leader politico. E nel suo pacifidmo non c'era nulla di ingenuo. -  La  Giamaica degli anni Settanta era un laboratorio politico esplosivo, divisa tra il socialismo di Michael Manley e le pressioni della CIA, tra bande armate e povertà endemica. Marley diventò il suo mediatore, il suo profeta laico. Nel 1978 organizzò lo "One Love Peace Concert" e salì sul palco con i due leader politici rivali, Manley e Edward Seaga, costringendoli a stringersi la mano. Un gesto che nessun politico nè missionario avrebbe mai potuto imporre. Lui e la sua musica sì. Ebbero questo potere.
Bob Marley non fu mai soltanto un giamaicano. Fu africano senza essere mai stato in Africa. Fu americano senza volerlo: quando approdò in Europa e negli Stati Uniti, nei palazzetti gremiti di giovani in cerva di se stessi, la sua musica arrivò prima delle sue parole. Che non rano retorica, ma urgenza. Il mondo in quegli anni era in fermento: apartheid in Sudafrica, segregazione negli USA, guerre per la decolonizzazione in Africa, rivoluzioni a intermitten-za in America Latina. E poi il Vietnam, le Pantere Nere, le lotte operaie, la droga, il disin- canto. Bob entrò in tutto questo come un balsamo che brucia e lenisce.   Ma, nello stesso tempo, costringe a rimanere svegli. C'è un video che circola ancora oggi, datato 1979, tratto dal suo ultimo concerto a Oakland from a mental slavery
 in cui canta Redemption Song con una chitarra acustica. E basta. Un momento nudo, essenziale: "Emancipate yourselves from a mental slavery/ None but ourselves can free our minds".  Un verso che potrebbe stare inciso sulle pareti di un'Università o di una prigione. IL suo sogno era semplice, nella sua utopia: un mondo in cui i popoli, tutti, si riconoscessero in una comune radice africana e dove non esistesse più la colonizzazione mentale. Un mondo che ascoltasse il battito del cuore come fosse un tamburo ancestrale. Tutti - o almeno molti di noi - per un attimo ci hanno creduto.
   
REDEMPTION SONG

 Nel 1977, durante un'esibizione in Francia, Bob si infortunò all'alluce. Sembrava una banalità ma i medici scoprirono che aveva un melanoma acrale, una forma molto aggressiva di tumore maligno.  Gli consigliarono l'amputazione. Bob rifiutò: il suo corpo secondo Jah doveva restare integro, "Rasta man don't cut".  E mentre continuava a esibirsi, a scrivere canzoni, a registrarle, a cantarle, la malattia avanzava.  Il tour mondiale del 1980 fu un miracolo: Bob era molto malato ma nessuno se ne accorse.
Suonò a Milano, in un'Italia che non capiva  bene cosa stava accadendo: chi c'era (il nostro direttore, tra gli altri) lo ricorda come uno dei concerti più intensi mai vissuti. -   L'ultimo cocerto lo tenne a Pitts-burgh il 23 settembre del 1980, cantò come se fosse consapeole che quella sarebbe stata la sua ultima volta.  Poi crollò: ebbe una cura palliativa in Baviera, poi fece un viaggio a Miami per rivedere la madre ma non ce la fece.  Morì l'11 maggio del 1981, a trentasei anni, lasciando moglie, figli, discepoli e un mondo in lacrime. Come un santo.  Sulla sua lapide a Nine Mile è inciso un verso: "His life is an example of a man who lived to the fullist the message he preached".
A 80 nni dalla sua nascita resta la sua musica. Non solo quella delle classifiche o delle compilation, ma il corpus di un'opera coerente e piena di pèoesia che va da "Catch a Fire" ad "Uprising", passando per "Rastaman Vibration", "Exodus", "Kaya",  Resta una voce che non ha mai piegato il suo messaggio alle logivhe del mercato. Resta la figura pubblica: è stato il primo artista globale nero a imporsi con la pro-pria identità culturale senza mediazioni occidentali. Bob non si è mai travestito da soul man,non ha mai schiarito la sua pelle, nè cambiato il suo accento.  Resta il simbolo: la maglietta con il suo volto, i poster, i murales, le bandiere con il leone rasta. 

Certo tutto questo rischia la deriva del marketing e del clichè. Ma anche nel merchadising c'è un segno di resistenza, è come se il mondo volesse ancora portarsi addosso un frammento del suo spirito.  Ma soprattutto resta il messaggio, che oggi suona ancora più urgente. Perchè il razzismo non è morto. Le guerre ci sono ancora. Le disuguaglianze si sono fatte algoritmi. E Bob parla anche a questa generazio- ne di iperconnessi e disillusi, parla a chi cerca un'identità oltre il consumo, a chi viole credere che la musica possa ancora cambiare qualcosa. -   Bob Marley non  mai stato un cantante di reggae. E' stato un testimone . Un profeta che ha scelto la canzone come veicolo sacro. La sua grandezza sta nell'essere riuscito a rendere popolari concetti rivoluzionari, senza svilirli. A far ballare e pensare, nello stesso gesto.  La sua musica non è solo ritmo sincopato e basso pulsante, è un'arte spirituale, una preghiera collettiva , una chiamata alle armi del cuore.
Continua...
to be continued...